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Capitolo 13 – Venti di Vendetta – Parte I

La cella puzzava di acqua putrida e di aria stagnante. La luce arrivava fioca dalla finestrella situata nel corridoio, tuttavia la sua prigione ne beneficiava solo nell’angolo destro accanto alle sbarre, il resto del piccolo quadrato era avvolto da fitte ombre.
Rose si raggomitolò ancora di più nell’unico angolo di luce, ignorando i rumori provenienti dal lato più buio, era quasi sicura che ci fossero dei topi ma non voleva pensarci. Fissò i granelli di polvere che lenti si depositavano sullo scomodo pavimento di pietra, cercando di ignorare i gemiti della sua schiena e il pulsare della ferita abbastanza profonda lungo l’avambraccio.
Preoccupata sollevò il braccio ferito alla luce. Il taglio era pulito, ma per precauzione ne strizzò i lembi in modo che ne fuoriuscisse del sangue. Ne lasciò scorrere un po’ e alcune gocce caddero sul pavimento, immediatamente le barriere alchemiche della sua prigione reagirono.
Le pareti vennero rischiarate da una luce verdastra innaturale che mise in evidenza i corpicini dei roditori ed i loro occhi ancor più sinistri, data quell’illuminazione.
Rose rabbrividì e distolse lo sguardo. Il tempo passava troppo lento per quanto lei potesse tenere la mente impegnata. Anche la barriera si spense troppo lentamente, eppure sapeva che il brillio sarebbe dovuto durare poco. Accolse con gratitudine il buio che ben celava dettagli sgradevoli.
Emise un sospiro stanco, quando la mia vita è diventata così pericolosa?
Quando ho smesso di essere una sarta?
Semplicemente per occupare la sua mente con pensieri meno cupi, stracciò un pezzo di stoffa dalla sua manica e iniziò mutarli in varie sagome di animali. Un cane, un uccello, una rana e poi una gatta come Kimi.
Le avrebbe fatto piacere in quel momento la presenza della gatta, non solo per rincuorarla: Kimi sarebbe sicuramente stata molto ospitale con i piccoli roditori indesiderati.
Ecco come anche quel tentativo era sfumato nella malinconia. Gettò il pezzo di stoffa furiosa. Rivolse nuovamente lo sguardo ai granelli che industurbati continuavano il loro moto. Si accorse, dalla finestrella che riusciva ad intravedere, che il sole splendeva ancora alto e la luce, se pur fioca, era chiara. Sicuramente riscalda e abbaglia tutte le persone al di fuori di questa cella putrida.
La ragazza aspettava e desiderava le prime tinte rossastre della luce, ma esse sarebbero arrivate solo dopo molte ore. Si strinse più forte le gambe al petto, aspettando rassegnata il tramonto.

~~~~~

Quattro ore prima

– Ho una consegna per il consigliere Revan Morel. – rispose con voce squillante Callin ad una delle guardie che gli sbarravano il passo. – È nel carro del pesce!
Il ragazzo condusse l’uomo al carretto che aveva spinto fino alla cancellata di quel complesso esageratamente grande. Quando fu certo di avere tutta l’attenzione, scostò il telo verde impermeabile rivelando una ragazza, Rose, legata ed imbavagliata tra le casse di legno.
Gli occhi della giovane dardeggiarono odio nei suoi confronti, ma lui le rispose con un sorriso malizioso, facendo spallucce, prima di ricoprirla. I mugolii nemmeno troppo sommessi, fecero sghignazzare la guardia.
– Ti ci sei divertito un bel po’ prima di portarla qui, ragazzo? Ti aspettavamo due giorni fa.
– Divertito? Con quella lì? Ma l’hai vista? E poi morde! – il giovane si arrotolò la manica della camicia per mostrare il calco perfetto della dentatura di Rose sul suo avambraccio.
Un mugolio offeso provenne dal carro.
– Morel avrà parecchie domande ragazzo. Spero per te che tu abbia le risposte. – gli disse l’uomo tornando serio poi urlò all’altra guardia – Fallo passare!
Callin salutò con un cenno della testa, poi prese a spingere il carro oltre i cancelli che gli venivano aperti.
Procedeva con passo cadenzato, sicuro di sé e con l’aria spavalda mentre percorreva il dritto viale fino al portone d’ingresso di quella che doveva essere una vecchia villa di campagna riconvertita a quello che era in quel momento.
– Che ne dici? La possiamo chiamare caserma? – chiese a Rose. – Oppure è una base delle operazioni?
La ragazza si dimenò sotto il telo.
– Ah che sciocco – la canzonò lui – dimenticavo che da lì sotto non puoi vedere niente!
Quando arrivarono dinanzi al portone principale, altre due guardie si fecero avanti.
Callin scostò di nuovo il telo ed aiutò Rose a scendere, liberandole i piedi. Non le slegò però i polsi ed il bavaglio. La mise in piedi e le spazzolò alla meglio gli abiti con le mani spingendosi un po’ troppo in basso dal lato della schiena.
La ragazza prima sgranò gli occhi per la sorpresa, poi gli rivolse uno sguardo carico di risentimento attraverso le palpebre ridotte a due fessure.
– Scusa – disse Callin i lineamenti rilassati in una posa innocente e un brillio troppo vivace negli occhi chiari. I due uomini di Morel risero di gusto.
Le guardie li fecero entrare nella villa: uno di loro apriva il corteo, guidando gli altri in un ampio atrio.
Salirono una rampa di scale e furono introdotti in una grossa sala da pranzo tutta marmi e specchi. Un enorme tavolo con i piedi intarsiati d’oro la faceva da padrone al centro della stanza. Era imbandito come se dovessero mangiare dieci persone, ma solo un uomo era seduto a capotavola dalla parte opposta all’ingresso.
– Consigliere, c’è una consegna per voi – comunicò la guardia, prima di dileguarsi e lasciare i due ragazzi da soli.
Morel fece un cenno con la mano ed i due camerieri che lo stavano servendo si inchinarono ed uscirono da un’altra porta. Si alzò e si diresse verso Callin, non prima di aver afferrato un panetto morbido dal tavolo.
– Eravamo tutti in pensiero, figliolo. Credevamo che fossi morto nell’esplosione – disse con tono accorato il politico, scostando una sedia dal tavolo. – Vieni, siedi con me e serviti pure. Dovresti provare uno di questi: per colazione sono perfetti!
Morel addentò il panetto e lo gustò ad occhi chiusi, mentre la confettura alla ciliegia che c’era al suo interno gli macchiava le labbra.
Il giovane spinse Rose fino alla sedia, la fece fermare dove poteva tenerla sotto controllo e poi si accomodò. Il padrone di casa tornò al suo posto.
– Allora, raccontami cosa è successo.
– In parole povere, consigliere, i vostri uomini sono degli asini. – disse mentre si riempiva una tazza con l’infuso della teiera lì vicino.
– Non li scelgo certo tra i più intelligenti, ma da qui a dire che sono delle bestie… – fece per ribattere l’uomo, ma fu interrotto da Callin.
– Due notti fa hanno rischiato di ammazzarci tutti, sia me che lei – indicò Rose – che l’alchimista. Mi era parso di capire che almeno lui vi serve vivo.
– Esatto. – ammise pensieroso Morel.
– Ebbene stavamo per prenderli di sorpresa, ma uno di quegli idioti ha tirato fuori una sfera esplosiva, per sorprenderli, ha detto e l’ha lanciata. – spiegò infervorato Callin – Ma quanto si deve essere imbecilli per usare una di quelle cose in un edificio fatto quasi interamente di legno?
Il ragazzo di fermò, in attesa della risposta del politico, ed inzuppò un panetto nella tazza.
– E tu come ti sei salvato?
– Io? Mi sono lanciato dalla finestra un attimo prima.
– E loro? – chiese ancora Morel indicando Rose
– Non ne ho idea. So solo che ci ho messo due giorni a ritrovarli ed ho preferito fare tutto da solo per evitare di dover gestire un altra manica di incapaci.
– Toglile il bavaglio, così lo chiediamo a lei.
– Non ve lo consiglio. – disse tutto serio Callin.
– Correrò il rischio.
– Però non lo faccio io.
Morel sbuffò, poi afferrò un campanellino che aveva sul tavolo e suonò tre volte. Una guardia comparve dalla porta di servizio.
– Togli il bavaglio alla ragazza. – ordinò ed il nuovo arrivato eseguì prontamente.
Appena la bocca di Rose fu libera, la ragazza si voltò verso Callin, lì vicino e gli sputò in faccia prima di inondarlo di improperi troppo coloriti per una donna. La guardia si affrettò ad imbavagliarla di nuovo, mentre il ragazzo si puliva lentamente con un tovagliolo.
– Lo avevo detto.
– Lo avevi detto. – constatò Morel quasi divertito, poi si alzò e porse al ragazzo un pugnale che teneva legato in vita.
– Ci serve un po’ del suo sangue per poter creare la barriera alchemica giù nei sotterranei. Se è brava la metà di quanto si dice, una normale cella non la tratterrebbe a lungo.
Callin impugnò l’arma e prese una tazzina pulita dal tavolo. Si avvicinò a Rose e, con sguardo concentrato, le incise un taglio sull’avambraccio. Il sangue prese a scorrere un attimo dopo ed il giovane ne raccolse un po’ nella tazza.
– Ottimo. Portatela via! – ordinò Morel alla guardia. – Faremo avere questa tazza al maestro Tunal per preparare la barriera.
Suonò una volta il campanello e comparvero i due camerieri. Ad uno affidò la tazza, poi si rivolse all’altro.
– Il ragazzo sarà mio ospite per qualche giorno. Preparategli una stanza.
Alla fine delle disposizioni, Morel si alzò, prese un altro panetto con confettura alla ciliegia ed uscì dalla stanza.

~~~~~

Era ormai quasi il tramonto quando Callin fu convocato nella stessa sala da pranzo dove aveva fatto colazione.
Seguì la cameriera che era stata mandata a chiamarlo senza fiatare, cercando di sbirciare attraverso le porte che si aprivano sul corridoio. Non era lì per rubare qualcosa, ma la forza dell’abitudine lo spingeva a curiosare.
Scesero le scale, entrarono nel salone e la cameriera lo annunciò a Morel che sedeva comodamente su una poltroncina rossa in un angolo, intento a leggere.
– Vieni ragazzo. Stanno per arrivare degli ospiti dall’accademia e voglio che sappiano che sei stato tu a portarci la ragazza. – gli fece cenno di avvicinarsi.
Mentre Callin muoveva alcuni passi verso l’uomo, sentirono bussare all’altra porta. Tre alchimisti fecero il loro ingresso nella sala. In testa al gruppo c’era un uomo di media altezza con la tunica di colore verde acido. I ricami argentati coprivano completamente le braccia, ma si fermavano prima di arrivare alle spalle.
– Maestro Tunal, finalmente siete arrivati. – esclamò Morel con fare affabile avvicinandosi all’alchimista in verde e stringendogli gli avambracci.
– Consigliere Morel, vorrei presentarvi i miei colleghi. – disse indicando i due uomini alle sue spalle.
– Questi è il maestro Feal’d, dall’accademia di Saroh.
L’uomo in tunica rossa fece un passo avanti abbassando il cappuccio. Il suo sguardo inespressivo si posò su tutti i presenti prima di fissarsi negli occhi di Morel. Dall’alto della sua stazza, Feal’d abbassò leggermente il capo in segno di saluto, ma non parlò e non strinse la mano che il politico gli stava tendendo.
Tunal assunse un’espressione rassegnata e scosse leggermente la testa davanti allo sguardo interrogativo di Morel.
L’altro alchimista che fino a quel momento era rimasto fermo si fece avanti. Una folta capigliatura bionda emerse dal cappuccio blu che si stava calando. I lineamenti erano marcati ma era giovane, forse troppo giovane per avere una tunica ricamata fino al petto.
La cameriera che aveva accompagnato Callin tirò un rumoroso sospiro nel vedere quell’uomo così bello, tanto da far voltare tutti i presenti. Arrossì violentemente e fuggì via dalla stanza.
Tutti, tranne Feal’d, risero.
– Questi è il maestro Rojer, direttamente dalla capitale. – concluse Tunal dopo il momento di imbarazzo.
Morel gli porse la mano che fu accolta da una stretta decisa.
– Senza offesa maestri alchimisti, ma avevo inteso che oggi avrei finalmente conosciuto il priore Kleen. – disse il politico cercando di tenere un tono che non offendesse i presenti.
– È stato richiamato nella capitale per un consiglio dei priori. In tutta sincerità, dopo l’incidente di due giorni fa, nessuno credeva che sareste riuscito a trovare la ragazza o il rinnegato. – rispose Rojer con tono affabile.
– Merito di quel giovane lì – rispose Morel indicando Callin. – Vieni, avvicinati!
Il ragazzo si avvicinò con aria sicura. Rivolse un cenno a Feal’d che ricambiò impercettibilmente e porse la mano a Rojer.
– Finalmente siete arrivati! – commentò con un ampio e sincero sorriso.

~~~~~

Dopo un tempo che a Rose sembrò interminabile, il tramonto timido arrivò. La luce che entrava dalla finestra era finalmente rossastra e ancora più tenue.
Una nuova paura assalì la ragazza: quella di rimanere completamente al buio in quel posto, isolato. Aspettò, quindi, con nuova trepidazione il momento in cui sarebbe stata libera. Scattò in piedi iniziando a percorrere il poco spazio illuminato avanti e indietro mentre l’ansia cresceva dentro di lei.
Kimi arrivò silenziosa proprio come era stato il tramonto e si fermò di fronte alla ragazza. Rose la guardò, finalmente rincuorata e si accovacciò ad altezza dell’animale. Solo da quella posizione notò che oltre al solito pendente al collo della gatta vi era legata una fialetta dai riflessi gialli e rossi.
Allora non è stato tutto vano.
Un sorriso genuino distese i lineamenti della ragazza, per essere poi sostituito da un espressione curiosa. Vincent non le aveva spiegato come la gatta sarebbe riuscita a superare le barriere alchemiche.
– Ed ora che si fa?
Ciò che accadde dopo sorprese Rose più di quello che aveva vissuto sino a quel momento. Una luce violetta cominciò a pulsare dal medaglione di Kimi.
L’esplosione di luce non fu immediata, ma pian piano si diffuse al corpo della gatta. Più la luce si stendeva, liquida sul pelo di Kimi, più il bagliore acquistava intensità sino ad illuminare tutta la cella di Rose di un viola intenso percorso da onde irregolari tendenti al blu.
Istintivamente Rose chiuse gli occhi, abbagliata. Quando li riaprì Kimi era dentro la prigione con lei, anche se le mancava la coda. Un urlò si fermò in gola alla ragazza, quando vide la parte mancante.
Un secondo urlò la strozzò letteralmente quando si accorse che l’estremità di Kimi veniva ricostruita poco alla volta dai bagliori viola che diventavano sempre più fiochi, fino a spegnersi del tutto.
– Ecco come fai ad entrare ovunque senza passare dalla porta, gatta pestifera! – esclamò Rose con entusiamo, dopo aver ripreso abbastanza fiato.
– Miao!
Poi, prima che il coraggio le mancasse e mille pensieri la assalissero, slacciò la fialetta dal collo della gatta. Movimento veloce e fluido. L’importante era non fermarsi. Se fosse stata veloce i dubbi non l’avrebbero raggiunta e l’indecisione non l’avrebbe fatta esitare.
Rose fu veloce.
Stappò la fiala e trangugiò il contenuto tutto di un fiato, con lo stesso impeto con cui un assetato avrebbe fatto con dell’acqua.
Lo stordimento arrivò all’istante, l’avevano avvisata, ma nonostante ciò il mondo prese a girarle intorno. Scoppiò a ridere, mentre ritrovava l’equilibrio. Non aveva senso ridere in quell’occasione, ma non riusciva a fermarsi. Si sentiva diversa, instabile. Le percezioni alterate, i pensieri ottenebrati: era un come trovarsi nel corpo di un’altra persona. Si guardò le mani che ondeggiavano davanti alla sua vista appannata. Erano le sue, ma non le sentiva tali. Un formicolio si diffuse dal petto a tutto il corpo ed il senso di spostamento cessò. Era quello il segnale.
Senza attendere oltre, la ragazza appoggiò entrambi i palmi sulle sbarre della cella poi chiuse gli occhi, cercando la concentrazione sfuggente in quel momento dove tutto si colorava di verde.
All’inizio non percepì nulla, solo i passi silenziosi di Kimi e i topi che fuggivano. L’avevano avvisata che controllare una barriera poteva essere ostico all’inizio. Non si diede per vinta, facendo lunghi respiri scavò sotto la superficie dei suoni noti e sentì finalmente un ronzare ritmico costante. Nuovo entusiasmo misto a soddisfazione fluì liquido nelle vene della ragazza, aveva trovato ciò che cercava: la risonanza della barriera alchemica, la sua barriera.
Percorse con la sua energia l’onda che si propagava in quelle sottilissime pareti verdi. Individuò il punto di origine in un attimo e spinse mentalmente contro di esso.
Usando la risonanza trovata, modellò le barriere in modo che esse si ritraessero, le delimitò ad un piccolo angolo della cella. Il processo fu lento e costò sudore e fatica alla già provata Rose. Tuttavia quando la ragazza poté infilare la mano tra le sbarre metalliche senza problemi per aprire il chiavistello e sgattaiolare fuori da quell’opprimente prigione, lo sforzo sostenuto le sembrò minuscolo in confronto alla soddisfazione provata.
Il prezzo della libertà non è mai abbastanza salato e Rose lo comprese appieno osservando dall’esterno quello spazio limitato che non avrebbe più voluto rivedere.
– Miao! – il disappunto della gatta tagliò l’aria come un coltello.
Rose scoppiò in una risata argentina e accovacciatasi coccolò per qualche istante Kimi.
– Hai ragione, scusami Kimi. Te le sei meritate.
La ragazza continuò ad accarezzare la gatta per un minuto, poi si rimise in piedi percorrendo a passo deciso il corridoio isolato in direzione delle scale.
Chi l’avesse vista in quel momento avrebbe scorto determinazione e coraggio nei suoi lineamenti contratti e induriti dalla vendetta. Anche gli occhi, di una tonalità più scura del solito, esprimevano la sua voglia di rivalsa.
Salì le scale velocemente appiattendosi contro la parete solo dopo che ebbe raggiunto il pianerottolo. Dopo di esso altre scale sarebbero seguite che deviavano verso destra e terminavano con un cancello dove c’erano tre guardie.
Quando era stata portata nelle prigioni, Rose aveva osservato ogni minimo dettaglio utile.
Trasse un profondo respiro ripassando il piano: doveva rendere innocui i suoi tre carcerieri, prima che un quarto, quello addestrato contro gli alchimisti ritornasse nei sotterranei. Lo faceva ogni due ore, per cui aveva tempo.
Doveva però, per prima cosa, procurarsi un arma.
Esaminò l’ambiente circostante cercando qualcosa di diverso dalla nuda pietra, poi si ricordò delle due grosse maniglie di ferro rotonde che sporgevano dalle pareti. Con estrema precisione si accostò ad ognuna di esse e ricavò dei semicerchi metallici. Li soppesò per un momento con aria critica, forse erano troppo pesanti, ma non aveva molte altre alternative. Valutò quale sarebbe stata la forma migliore da dargli e dato che nel suo addestramento non vi erano nozioni per alcun tipo di arma, optò per un semplice, ma efficace, manganello rudimentale. Finalmente armata, Rose salì le ultime scale che la separavano dallo scontro.
La ragazza poggiò la schiena alla parte, accanto al cancello. Avvicinandosi sentì il parlottare sommerso dei tre uomini, non doveva badarci se voleva eseguire bene cosa stava per fare. Si inginocchiò sul pavimento poggiando i palmi sulla pietra cercando le giuste vibrazioni, le trovò quasi al primo colpo. Iniziò subito a far crescere dei ganci di pietra ai piedi degli uomini, dovette infondere molta energia nel gesto sia per la distanza, sia per velocizzare il processo. Appena fu certa che i tre uomini fossero bloccati, toccò la serratura del cancello e la fuse completamente, non aveva tempo per i lavori di precisione.
– Ragazzina! Ferma! – La voce gracchiante del primo uomo quasi la sorprese, ma non permise né a lui né agli altri tre di spaventala. Veloce calò il suo manganello tra il capo e il collo delle tre guardie sedute intorno al tavolo, stando bene attenta a non finire a portata di braccia.
Mentre l’ultimo dei tre cadeva svenuto con la fronte sul tavolo lei aveva già iniziato a correre verso l’uscita della stanza per prendere altre scale.
Non se lo aspettava, non così presto almeno. Lo vide sbucare dall’angolo a sinistra che puntava dritto verso di lei la pistola in pugno: probabilmente le urla dei tre uomini era arrivate fino al piano superiore. L’uomo sparò due colpi mentre si trovava ancora lontano. Lei ebbe i riflessi svelti e rotolò via un attimo prima. Si fermò accovacciata innalzando un sottile strato di pietra dal pavimento, quanto bastava per proteggersi da eventuali nuovi colpi, in realtà era poco più di un rettangolo spesso pochi centimetri a centro della stanza, ma servì a deviare anche il terzo ed il quarto proiettile.
– Ne hai ancora un’altro attento non sprecarlo! – suggerì Rose con una sicurezza che non le apparteneva.
– Non è l’unica arma dell’arsenale di un cacciatore, bambolina…
– Neanche del mio – sussurrò la ragazza.
Abbandonò il riparo del muro e l’uomo sparò ancora, ma Rose fu più veloce: l’ultimo proiettile si conficcò nella parete alle sue spalle.
Aveva un solo attimo per colpire, il tempo che avrebbe impiegato l’uomo a gettare l’arma e sfoderare la spada.
Innescò una trasformazione nel manganello e lo scagliò contro di lui con tutte le forze che possedeva. Il ferro dell’arma si sfaldò formando una serie di scaglie metalliche dai bordi frastagliati e taglienti dirette verso il cacciatore. Aveva puntato alla spalla dell’uomo, per renderlo inoffensivo, ma la distanza era troppa e la sua mossa troppo azzardata. Alcune schegge caddero prima di colpire il bersaglio, altre rimbalzarono sull’armatura che teneva nascosta sotto il farsetto nero. Solo due ferirono l’uomo. Una alla mano, che aveva alzato per ripararsi il viso, l’altra al collo, pochi centimetri sopra l’armatura. Un fiotto vermiglio fuoriuscì dalla gola dell’uomo prima che si inginocchiasse tenendosi le mani premute sul collo. Tento di parlare, ma tossì sangue, poi cadde riverso su un fianco.
La ragazza lentamente si avvicinò alla sua vittima. Osservò la chiazza rossa che si allargava ai suoi piedi ed il viso cinereo dell’uomo contratto in un momento di agonia, un spasmo, poi ancora un altro. La fissava con rancore ed odio dagli occhi ormai quasi spenti.
Il cacciatore produsse ancora un sospiro acuto e raschiante, angosciante più degli altri. Il dolore chiaro in quell’ultimo respiro, poi morì e Rose rimase lì a fissare il primo uomo a cui aveva tolto la vita.

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Capitolo 12 - Fuochi d'artificio
Capitolo 14 - Venti di Vendetta - Parte II
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Lissa

secondo nome Stachanov, non riesce a stare con le mani in mano, ogni minuto in cui non si è impegnati in qualche attività è un minuto perso! Le piace dialogare con le persone e cerca di avere pochi pregiudizi, non sempre le riesce… soprattutto quando le demoliscono i suoi libri fantasy preferiti. Passione e hobby unico lettura di libri, ovviamente, fantasy, ha provato anche altri generi con scarso risultato, sempre alla ricerca di qualche nuova bella saga da scoprire, insomma, leggere è l’unica cosa che non si stancherebbe mai di fare.

2 Comments

  1. avatar RossellaS ha detto:

    Bel capitolo, azione e finalmente vediamo di cosa è capace rose!

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