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“Show don’t tell” alla fine cosa vuol dire?

Una delle indicazioni “universali” nel campo della scrittura arriva dai corsi di scrittura anglosassoni ed è il celebre “show, don’t tell”. Solitamente viene tradotto come “mostra, non raccontare” e a livello intuitivo è un concetto abbastanza semplice e chiaro.
Esso esprime un’idea che qualunque narratore (che abbia l’obiettivo di creare scene interessanti) dovrebbe seguire.
Il concetto, detto in parole povere, sembra quasi banale: invece di assillare il lettore con lunghe spiegazioni e indicazioni generiche sui personaggi, occorre porgli davanti direttamente una scena che illustri le azioni dei personaggi (le loro relazioni!), così che da queste si deduca poi tutto il necessario. Se la scena è ben scritta, infatti, il lettore comprende da solo quali sono i punti importanti e le caratteristiche della situazione.

(In questo argomento scuse del tipo “i lettori non mi capiscono” non sono accettabili. Se un lettore è un lettore normale, cioè in grado di comprendere frasi di senso compiuto, dovrà capirvi. Se non lo fa, il problema è in voi scrittori, non in lui.)

Ma facciamo un esempio di questo benedetto “show, don’t tell”.
Ipotizziamo che si sta introducendo un personaggio misterioso: egli ha in mente un qualche sotterfugio.
Lo scrittore che si limita a “raccontare”, scriverà:
Giunse allora Gianni, un mago incappucciato che sorrideva malignamente ed era famoso per i suoi intrighi di corte”.
Pessimo, e non perché il mago si chiama Gianni (o non solo per quello). Il problema vero di questa “storia” è che si è già detto al lettore cosa debba pensare di Gianni: lo si sta invitando infatti a non fidarsi del personaggio, e lo si sta facendo tramite una descrizione che non è una vera descrizione, ma soltanto un riassunto delle caratteristiche di Gianni importanti ai fini della trama.

Per “mostrare” queste caratteristiche senza “raccontarle” invece è importante far trapelare quanti più elementi possibili dalle semplici azioni del personaggio, e maggiori sono i dubbi (soprattutto nel caso di un personaggio losco), maggiore è il realismo (vi ricordate il secondo “trucchetto” dell’articolo precedente?)
Dunque, per “mostrare” si dovrà scrivere qualcosa del genere:
«Benvenuti!» esclamò il mago Gianni non appena gli eroi entrarono. «Il nostro re vi aspettava da tempo.»
Tutti ricambiarono con un sorriso e un inchino.
L’uomo allora alzò le sopracciglia con aria colpevole. «Perdonatemi se non vi abbiamo già preparato un banchetto, ma rimedieremo al più presto. Per adesso accomodatevi nelle vostre stanze.»
«E quando vedremo il re?» domandò il Cavaliere Ughino.
«Non appena si alzerà dal suo giaciglio. Ora sta riposando.»
Gli eroi annuirono e si allontanarono.
Non appena furono tutti usciti dal salone, il sorriso sparì dal volto del mago Gianni.
Sussurrò:
«E riposerà per sempre… così come voi…»

Ovviamente anche questo secondo esempio è abbastanza brutto, ma quantomeno dimostra, o “mostra”, il carattere losco del mago Gianni senza che il narratore ne dia alcun giudizio. Qualsiasi lettore, nel momento in cui legge i comportamenti conclusivi del personaggio, comprende subito che c’è sotto qualcosa di poco chiaro.

Il concetto del “show, don’t tell” appare dunque facilmente comprensibile, ma metterlo bene in atto è tutta un’altra storia (a meno che non ci si accontenti di pessimi risultati come nel mio secondo esempio).
Quali sono dunque quegli elementi necessari per “mostrare” al lettore una scena senza “raccontargliela”?
Ve ne indicherò due che, pur non essendo esaustivi, a parer mio sono un buon punto di partenza per chi è alle prime armi.

1 – bandite il passato imperfetto dalla vostra penna. L’imperfetto è una forma che appare indeterminata, utile soltanto quando si narrano eventi generali in un punto indefinito del tempo, oppure quando si raccontano eventi continuati.
Ad esempio:
Marco andava in bicicletta” è un’azione in corso di svolgimento, in cui non succede nulla. Ci si aspetta per ovvia conseguenza un evento, qualcosa che determini meglio la storia (“andava in bicicletta, quando cadde in un fosso… ecc.”)
Al contrario, se si usa il passato remoto, da subito si crea un senso di azione immediata simile al tempo presente.
Marco andò in bicicletta” è netto, è un’azione, appare come una scelta, una decisione del personaggio, e non come un suo passeggiare generico.
(Il passato prossimo bruciatelo. I casi in cui può essere utile all’interno di una narrazione romanzesca sono così pochi che è meglio escluderli.)

2 – Usare il passato remoto però non è certo sufficiente. L’elemento fondamentale è mostrare le azioni del personaggio che determinano un comportamento non solo esteriore, ma anche interiore. Non bisogna però esagerare con i dettagli, altrimenti si rischia di cadere nell’infodump, cioè nell’accumulo di informazioni superflue che possono distrarre il lettore.
Bisogna perciò imparare a scegliere tra quei comportamenti con cui un personaggio si determina nelle relazioni con gli altri, e “mostrare” quelli.
Riprendiamo l’esempio precedente:

“[Il mago Gianni inizia parlando in modo molto amichevole] «Benvenuti!» esclamò il mago Gianni non appena gli eroi entrarono. «Il nostro re vi aspettava da tempo.»
Tutti ricambiarono con un sorriso e un inchino.
L’uomo allora alzò le sopracciglia con aria colpevole. [Il mago Gianni assume un’aria colpevole. Egli dunque si sta accusando di qualcosa, ma la frase che poi dice rende la sua “colpevolezza” una sciocchezza da poco.] «Perdonatemi se non vi abbiamo già preparato un banchetto, ma rimedieremo al più presto. Per adesso accomodatevi nelle vostre stanze.» [Chiedendo perdono, appare dunque come una persona educata e a modo.] «E quando vedremo il re?» domandò il Cavaliere Ughino.
«Non appena si alzerà dal suo giaciglio. Ora sta riposando.»
Gli eroi annuirono e si allontanarono.
Non appena furono tutti usciti dal salone, il sorriso sparì dal volto del mago Gianni.
Sussurrò:
«E riposerà per sempre… così come voi…»
[Il brusco cambio di comportamento finale porta al lettore un piccolo shock, un punto di rottura che mostra il vero io del personaggio Gianni in modo interessante, ed evita le spiegazioni del narratore.]”

Naturalmente solo con pazienza e con ripetuti tentativi si può arrivare a scrivere scene cariche di pathos sfruttando soltanto i comportamenti dei personaggi. Costruirle meccanicamente è un buon modo per cominciare, ma, studiando e scrivendo in continuazione, con il tempo si comincerà a prendere dimestichezza con questo famoso “show don’t tell”, sino ad arrivare al punto in cui lo si avvertirà quasi a pelle, in modo intuitivo e non più meccanico.

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Ha scritto il suo primo libro all'età di otto anni (un'orribile copia di Jurassic Park) e da allora non ha più smesso di sprecare inchiostro, nel tentativo di emulare i suoi inarrivabili punti di riferimento. Collabora con alcuni siti di interesse letterario, oltre a questo blog. Ha affrontato i misteri dell'autopubblicazione, alcuni premi letterari e una piccola pubblicazione in cartaceo, ma continua a scrivere continuamente per raggiungere il suo vero obbiettivo: scrivere continuamente.
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4 Comments

  1. Bell’articolo come sempre, Micalone!

    L’imperfetto non lo ritengo da “bannare”, anche se dipende molto dallo stile che si vuole imprimere alle pagine. In certi momenti mi piace fare un contrasto imperfetto-passato remoto per rendere l’idea di qualcosa che avviene dentro, o al contempo, di qualcosa che stava già avvenendo; un azione che interviene in un continuum.

    Qui la mia protagonista galleggiava priva di sensi a pochi passi da una spiaggia, e la descrizione di ciò è all’imperfetto. Gli eventi che si immettono nel continuo temporale sono poi narrati al passato remoto:

    “[…]
    Ci fu un momento nel quale Catlyn riacquistò i sensi. Galleggiava con il volto rivolto al cielo stellato. Le nubi parevano essersi diradate, la tempesta finita. Grida si levavano intorno a lei, ma non erano di dolore o paura, i timbri delle voci erano cavernosi, decisi e rassicuranti. Non riuscì a identificare di chi fossero, neppure a comprendere le parole lanciate al vento: non erano di lingua ellena.
    Il suono soave delle onde calme e basse la circondava, le entrava nei timpani e poi usciva, entrava e usciva, freddo ma delicato… era il rumore della dolce risacca vicina alla spiaggia. Non riusciva a muoversi, però l’Atlantide aveva perso, si era ritirato di fronte alla sua tenacia.
    Qualcosa le passò sotto la schiena, facendole riaffiorare il ventre e poi le ginocchia. Sentì un respiro caldo e profondo sopra di sé. Due braccia possenti la cinsero alla schiena e sotto le gambe. Un odore che mai aveva inspirato la rilassò e le corse giù nei polmoni, liberandola dal bruciante salato marino.
    Si sentì sollevare dall’acqua, gocce fredde le scivolarono sulla pelle fino alle punte delle dita di mani e piedi. Percepì rumori diversi, di passi sulla sabbia, di onde contro scogli e relitti. Sbuffi di cavalli, correre di zoccoli e lo strepitare accogliente di un falò. Poi di nuovo passi, sulle sterpaglie. Il soffice frusciare di una pesante tenda… infine la quiete e il caldo.
    Vide un volto…
    […]” © Homeron Etark

  2. avatar Andrea Micalone ha detto:

    Ciao Francesco,

    ti ringrazio.

    In effetti, forse sono stato troppo brusco nel dire di “bandire” l’imperfetto. Come dico anche nell’articolo è un tempo utile nelle descrizioni, nelle azioni continuate e in altri casi. Avrei fatto meglio a dire di “limitarlo quanto più possibile”.
    Ti ringrazio per il tuo commento che mi ha permesso di chiarire. 😀

  3. avatar Andrew Next ha detto:

    Imperfetto e passato prossimo.
    Poverini! Che ti hanno fatto di male?
    Se devi inserire qualche bell’effetto in background come fai?
    Cioè:
    La pioggia sferzava le finestre, il vento sibilava e ululava mentre tentava di spalancarbe le imposte con raffiche furiose. L’uomo dal cappello piumato incrociò la propria lama contro quella del capo delle guardie e solo allora si accorse che aveva un dito in più.
    “La tua corsa finisce qui” disse il capitano.
    “Mi nombre es Indigo Montoya” rispose l’uomo dal cappello.
    “Montoya? Che buffo: ho ucciso un uomo con lo stesso nome più di vent’anni fa”
    “Hai matado mi padre… preparate a morir!”

    Il dialogo l’ho pescato dalla Storia Fantastica, quando Indigo Montoya trova l’assassino di suo padre, la tempesta è opera mia. Sicuramente poteva essere resa meglio, ma son tutti imperfetti… e che altro ci vuoi mettere in questo frangente? La tempesta accompagna tutta la scena del duello.

    Il passato prossimo invece serve nella narrazione “al presente” quando occorre inserire cambi d’azione rapidissimi o una quasi-contemporaneità:
    “Ed ecco che compare a bordo campo Platinì con la maglia numero 11, ha iniziato il riscaldamento e sembra che scalpiti per entrare subito… secondo te chi sostituirà il mister”
    “Le scelte sono molte, ma mi sembra che Bonini abbia dato tutto il suo contributo alla squadra: è ora di inserire una punta un più… attenzione! La Juve ha tentato il contropiede, si proietta sotto lo specchio della porta giallorossa e lascia partire una fucilata contro la porta difesa da Tancredi… Parata! Bettega si farà venire i capelli bianchi per questo! Una incredibile parata di Tancredi blocca il goal del raddoppio bianconero…”
    “Io non ho capito come ha fatto Tancredi a volare fino all’incrocio dei pali”
    “Uno scatto di reni incredibile, Tonino, ha portato il portiere giallorosso a parare l’imparabile, questo riapre i giochi e infatti è ora la Roma guidata da Falcao a scattare in avanti”

    Se interessa: la partita finirà 2 a 3 per la Roma e da juventino ho rosicato come pochi, ma la prova di Tancredi fu epica.

    Dunque sono tempi verbali da tenere da parte e da usare senza abusare, più che da bandire. Basta avere chiaro in testa la sequenza degli eventi e dare ad ognuno il tempo corretto.

  4. avatar Andrea Micalone ha detto:

    Come dicevo anche in un commento precedente, ho forse esagerato nell’utilizzare il termine “bandire”, ma dopotutto anche nell’articolo dico che l’imperfetto è utile “quando si narrano eventi generali in un punto indefinito del tempo, oppure quando si raccontano eventi continuati”, come appunto avviene nel caso dell’esempio fatto da te. Ad esempio: “la pioggia sferzava le finestre” è un evento che dura per un periodo di tempo, e non avrebbe senso scrivere “la pioggia sferzò le finestre”, poiché si avrebbe in tal caso la sensazione che la pioggia cada tutta in blocco e all’improvviso (evento che però può comunque avvenire, e per rendere l’effetto torna allora utilissimo il passato remoto).

    Per quanto riguarda invece il passato prossimo, in un contesto narrativo romanzesco esso può essere inserito soltanto in casi molto particolari, perciò in questo articolo indirizzato ad aspiranti autori ho preferito escluderlo quanto più possibile.

    Grazie comunque anche a te per avermi permesso di chiarire ancor meglio! 🙂

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