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Shameland – Capitolo 7: A Cena con il Nemico

– ATTENZIONE: I CONTENUTI DI SHAMELAND SONO RIVOLTI A UN PUBBLICO DI MAGGIORENNI. –

Shameland è una storia ironica, dissacrante e spesso volgare. Mette a nudo l’indecenza del fantasy degli ultimi tempi e non ha paura di farlo nella maniera più dura e diretta possibile.

Questo disclaimer è d’obbligo sia per avvisare i deboli di cuore, sia tutti i nostri lettori non ancora in età da patente che forse è meglio che cambino articolo, prima di ritrovarsi davanti contenuti disturbanti o troppo espliciti.

È anche vero che da quando si trovano orde di fan in visibilio per il trono di spade, sembra che il sesso (esplicito), le stragi (con smembramenti) e il turpiloquio (gratuito) siano stati sdoganati nella letteratura, ma noi preferiamo avvisare lo stesso. Per questo motivo, proseguire nella lettura, rappresenta una implicita accettazione di questo avviso e dei contenuti che potreste trovare

Le carcasse degli orsi e i cadaveri degli orchetti erano ammassati per tutta la pianura intorno alle due torri.
Squalo-stronzo2 era su di giri. Ne aveva falciati a centinaia.
«Avete potuto vedere la grazia delle mie gesta?» gridò con voce rauca. «Quei manigoldi sono stati mietuti come grano in una giornata d’inverno!»
«La mietitura si svolge in luglio.» Puntualizzò Dump.
«Arrrr! Vossignoria perdonerà la mia ignoranza, che nondimeno sottintende una futura gloria imperitura nell’avvenire!»
«Ma come cazzo parla?» bisbigliò Cane Pazzo a Retoric.
«Non saprei» rispose lo spadaccino. «Ha delle corde vocali o no?»
«Che cazzo c’entra adesso?» il Prescelto™ si accigliò «Ti vuoi impiccare? E dove le trovo delle corde che parlano?»
«Ah! Corde che parlano!» Bella, la regina degli elfhy, o di quello che ne restava, scavalcò una morbida carcassa d’orso; il muso della bestia sembrava felice, in pace.
«Conosco un mago che usa delle corde che parlano!» continuò la regina. «Se vi servono posso procurarvele.»
«No, grazie, Brunilda» rispose Glandalf. «Abbiamo tutto ciò che ci occorre.»
«Bisogna però riprenderci le due torri» osservò Leylap. «Sono di un’importanza strategica incredibile, non possiamo lasciarle nelle mani degli sgherri del Signore Oscuro™.»
«Le armate del Signore Oscuro™ staranno facendo razzia di ogni cosa, stuprando e uccidendo senza alcuna pietà, dobbiamo intervenire subito!» Bella era rossa di rabbia.
«Ho un’idea» Dump si aggiustò gli occhiali sul naso, i suoi occhi furono attraversati da un bagliore. «Ma vi avverto, miei compari: non potrò garantirvi che tornerete sulle vostre gambe a casa.»
«Cioè torneremo sulle mani?» chiese Cane Pazzo.
«Può darsi. O c’è chi uscirà da quelle torri con i piedi in avanti.»
«Dici? Io penso sia scomodo camminare in quel modo.» Cane Pazzo provò a fare qualche passo tenendo i piedi in avanti e incurvando la schiena all’indietro, ma restare in equilibrio era difficile, non capiva proprio perché qualcuno sarebbe dovuto uscire in quel modo da una torre.
“Sono tutti strani qui…”
Cane Pazzo guardò con occhi pieni di rabbia Leylap che stringeva ai suoi seni Teschio di cazzo, lei gli mandò un bacio.
«Se lo vuoi, vieni a prendertelo.»
«Porca puttana, donna, ridammi il mio fottuto teschio o giuro che te lo strappo dalle mani e lo uso per dipingere una caverna!» pestò i piedi a terra.
«E a me cosa dovrebbe fregare?»
«Uso il tuo fottuto sangue! Ridammelo!»
«Leylap, ridagli il teschio.» Glandalf, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, si intromise per calmare gli animi.
«Teschio di cazzo» lo corresse Cane Pazzo.
«Ridagli Teschio di cazzo.»
«Ma…»
«Niente ma, mi sono rotto i coglioni di questa storia, Ippoppino è morto a causa di questa fottuta guerra. Non permetterò che altri soffrano. Ridagli ciò che è suo.»
Leylap esitò, poi porse Teschio di cazzo a Cane Pazzo, che glielo strappò dalle mani.
«Tranquillo, è tutto finito. Sei di nuovo con me ora» gli sussurrò.
«E ora sentiamo il piano» ordinò il vecchio stregone.
«Bene.» Dump assunse un’aria solenne. «Sappiamo tutti che l’unico modo per entrare nelle torri sono le due porte, e che un assalto frontale sarebbe un suicidio grazie agli avanzatissimi sistemi difensivi degli elfhy. Magia Arkhana™ pura. Perciò noi li aggireremo.»
«Come?» chiese Bella.
«E un attimo che te lo dico» sbuffò Dump. «Dicevo, li aggireremo sfruttando un’esca, che ci permetterà di entrare all’interno. Dovremo essere veloci e letali. Dobbiamo prepararci subito.»
Dump osservò le torri e fece una smorfia disgustata.
«Solo Dio sa quali nefandezze e atti di assoluta malvagità si stanno compiendo tra quelle mura. Gli orchetti sono creature senza cuore, senza pietà, e senza coscienza. Sono delle macchine di morte.»

Gonorren strinse forte la zampa di Babby, il suo orsacchiotto da guerra.
Come lui, anche gli altri suoi commilitoni erano abbracciati ai loro, tremanti e terrorizzati; i più sfortunati, non avevano alcun orsacchiotto da abbracciare.
La stanza era buia, illuminata solo da candele, qualche orchetto piangeva per le ferite, qualcun altro perché aveva perso qualcuno di caro. Gonorren si riteneva fortunato a non aver fatto amicizia: non avrebbe patito la mancanza di nessuno. Eccetto Babby, ovviamente.
I passi del Pelato risuonavano lungo il corridoio, e, a ogni passo, la paura cresceva nell’orchetto. Lui voleva che combattessero ancora.
“Dannazione a me che non ho seguito Katarrat nell’altra torre.” Imprecò tra sé e sé.
Il Pelato entrò con le braccia dietro la schiena e le testa alta, fece scorrere il suo sguardo da avvoltoio su tutti gli orchetti, fino a fermarsi proprio su Gonorren.
L’orchetto deglutì.
«Tu» lo indicò il Pelato. «Devi organizzare questa manica di sbrindellati entro stanotte, quando porteremo una nuova offensiva al Prescelto™ e alla sua banda di dementi.»
Un brivido attraversò la schiena di Gonorren, strinse più forte la calda zampa di Babby.
«M-m-m-m-ma signore, noi non ci vogliamo più combattere con quello lì. È un demone. L’avete visto? Quello è completamente fuori di testa. Uccide senza pensare. È un mostro, e ci fa paura.»
Il labbro superiore del Pelato tremò.
«Tu farai quello che ti viene ordinato, sacco di merda, o sbatto te e il tuo amico di acari dritti nella sala delle lavagne.»
Nella stanza calò il gelo, Gonorren si sentiva gli occhi di tutti puntati addosso.
«Signore, non voglio andare» pianse. «Ti prego, signore, quelli ci massacrano! Noi siamo solo poveri orchetti! Perché nessuno pensa mai agli sgherri del Signore Oscuro™? Anche noi abbiamo famiglia, amici, parenti, ambizioni! Manny, ad esempio, vuole diventare un grande osteopata, Franklin sta studiando per suonare il flauto, e Zanny sta preparando la tesi per la sua laurea sulle dinamiche comportamentali e analisi dei comportamenti degli orchetti in età avanzata.»
«Confermo, signore. Sono a un passo dalla Laurea del Male™.»
«Ma sei hai fatto un corso online!» gridò Manny.
«Cosa c’entra? Credi che non si studi lo stesso»
«Online…»
«Una laurea è una laurea.»
«Voglio vedere se facevi l’osteopata se potevi laurearti online…»
«Basta!» gridò il Pelato, gelò con lo sguardo i due contendenti e poi si rivolse a Gonorren: «Hai due ore di tempo. Vedi di darti una mossa.»
«Signor Pelato, siamo venuti qui per offrirvi un dono in segno di rispetto!» la voce proveniva da fuori, era quella di uno dei demoni.
“Signore Pelato, non fidarti!” pensò, ma non riuscì a parlare, le labbra gli tremavano troppo. Il Pelato uscì dalla stanza, Gonorren lasciò la zampa di Babby e lo seguì. Il Pelato aprì la porta principale della torre e uscì fuori, l’orchetto rimase dentro, osservando la scena, sbirciando oltre lo stipite della porta.
Uno dei demoni, quello basso con gli occhiali, era accanto ad un carro che conteneva un gigantesco ippopotagrifo, l’animale aveva una mela in bocca ed era circondato da foglie di insalata. Emanava un ottimo odore di carne allo spiedo. A Gonorren venne l’acquolina in bocca.
«Un piccolo dono per voi!» disse il demone. «Cenate e riprendete le forze!»
«Gonorren!» tuonò il pelato. «Vai a prendere il carro e portalo dentro!»
Seppur la paura lo bloccasse, la fame era troppa, così uscì fuori, sollevò il carro e l’ippopotagrifo e se lo caricò sulle spalle. Diede un’occhiata al demone e nel suo sguardo percepì qualcosa che gli fece gelare il sangue.
“Verremo uccisi tutti, sono mostri.”
La paura non lo abbandonò nemmeno una volta dentro, neppure dopo che la pesante porta in legno rinforzato fu richiusa alle sue spalle. Portò il carro nella sala grande dove gli orchetti si stavano radunando per la cena. Grida di giubilo e applausi si levarono alla vista di quel ben di Dio.
«Avete visto?» chiese il Pelato. «I demoni, come li chiamate voi, vi temono, ci temono. Ci hanno offerto questo nella speranza di rabbonirci in vista di prossimi scontri, ma noi saremo senza pietà!»
Gli orchetti non sembravano convinti. Gonorren osservava i loro occhi pieni di paura e sapeva quel che stavano pensando.
“Tanto a combattere ci andiamo noi… senza fucili o bacchette magiche…”
«Mangiate e bevete! Stanotte si festeggia!» disse il Pelato e gli orchetti esplosero in grida di festa. Saltarono sui tavoli, rovesciarono caraffe colme di vino e si avventarono sull’ippopotagrifo brandendo coltelli, forchette, e qualcuno persino un mestolo.
Gonorren afferrò un’ala bruciacchiata e la mangiucchiò, era buona, forse si era sbagliato, forse non sarebbe davvero morto quella sera…
“I demoni forse hanno davvero paura di noi…”
Non fece in tempo a finire di formulare quel pensiero che la pancia dell’ippopotagrifo si squarciò dall’interno. Un orchetto che gli era proprio davanti scappò via gridando e lanciando per aria bicchieri.
Una luce azzurra esplose dall’interno dell’apertura. Un secondo dopo i demoni erano nella sala da pranzo, che fu riempita dal rombo del mitragliatore dello squalo-demone. Gonorren aveva ancora la bocca aperta per la sorpresa quando l’orchetto davanti a lui fu colpito da un proiettile, le cervella schizzarono dal cranio proprio nella sua bocca.
Poi lo vide.
Il demone con la testa di teschio e il fucile.
Gonorren si voltò e senza guardarsi alle spalle scappò, il suo istinto lo portò nella stanza dove si trovava Babby, si chiuse la porta alle spalle e si nascose tra le zampe dell’orsacchiotto da guerra.
“È solo un sogno. Adesso il demone se ne va.”
Ma la porta si aprì e il demone con la testa di teschio apparì nella penombra, gli occhi rossi come il sangue.
Babby ruggì e gli si avventò contro, Gonorren non fece tempo a fermarlo, l’orsacchiotto era veloce. Ma il demone di più.
La gommapiuma si sparse sui muri di tutta la stanza, Babby crollò a terra.
Il demone avanzò verso Gonorren che ormai era incapace di controllare il suo corpo, scosso da tremiti e dal pianto.
Il demone si chinò davanti a lui e lo fissò con i suoi occhi rossi, si avvicinò a pochi millimetri dal suo viso, poi la mandibola si aprì e una lingua rosa leccò la guancia dell’orchetto.
«Lorrreto» disse il demone teschio. Si alzò e gli diede le spalle.
Fu allora che Gonorren trovò la forza di afferrare una pala da terra, che era lì ma non aveva mai visto prima, e di colpire sulla nuca il demone.
Il colpo fu così forte che ne sentì il riverbero anche nelle proprie braccia e spalle.
Osservò incredulo il demone teschio steso a terra ai suoi piedi e scoppiò in una risata isterica.
«L’ho catturato! Ho catturato il demone!»

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Shameland - Capitolo 6: La battaglia delle cinque cazzate
Shameland - Capitolo 8: Cane Pazzo e la camera dei beoti
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