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Shameland – Capitolo 12: I Tarocchi

– ATTENZIONE: I CONTENUTI DI SHAMELAND SONO RIVOLTI A UN PUBBLICO DI MAGGIORENNI. –

Shameland è una storia ironica, dissacrante e spesso volgare. Mette a nudo l’indecenza del fantasy degli ultimi tempi e non ha paura di farlo nella maniera più dura e diretta possibile.

Questo disclaimer è d’obbligo sia per avvisare i deboli di cuore, sia tutti i nostri lettori non ancora in età da patente che forse è meglio che cambino articolo, prima di ritrovarsi davanti contenuti disturbanti o troppo espliciti.

È anche vero che da quando si trovano orde di fan in visibilio per il trono di spade, sembra che il sesso (esplicito), le stragi (con smembramenti) e il turpiloquio (gratuito) siano stati sdoganati nella letteratura, ma noi preferiamo avvisare lo stesso. Per questo motivo, proseguire nella lettura, rappresenta una implicita accettazione di questo avviso e dei contenuti che potreste trovare

Il cancello di Kap-Dekaz si innalzava davanti a loro: un enorme portone di legno rinforzato con assi di metallo. Era tra due torrioni in pietra, con in cima due trombe giganti che rilucevano colpite dai raggi del sole.
Cane Pazzo strinse Teschio di cazzo tra le mani.
«Vuoi buttare giù tutto?»
Rimase in silenzio mentre ascoltava la risposta.
«Cosa hai nel teschio? Dove lo trovo un lanciarazzi?» si voltò verso Glandalf «vecchio coglione, non è che hai un lanciarazzi da far comparire?»
La voce dello stregone fu coperta da un suono grave, interrotto dal rumore di scariche elettriche, proveniva dalle trombe.
«No… che… lanciarazzi… la porta costa!» disse una voce metallica. «Un secondo che apro il cancello. Alfooonse!»
Ci fu il clangore di ingranaggi che venivano messi in moto, seguiti dal tintinnio di catene. Con un rumore sordo il cancello si alzò, scoprendo la vista della città a Cane Pazzo e ai suoi compagni.
Il ciccione guaì.
«Non voglio entrare» disse. «Mio padre mi ammazza.»
«Entra o ti ammazzo io» lo minacciò Cane Pazzo. «Tu devi abbaiare!»
La strada asfaltata partiva dal cancello e proseguiva dritta fino a una villa con un colonnato bianco. Ai lati, sugli edifici, lampeggiavano frecce al neon, alcune viola, altre blu, altre cambiavano colore passando dal rosso al giallo, erano grandi quanto una facciata di un palazzo.
Cane Pazzo fece un passo, ma il braccio di Glandalf gli impedì di proseguire oltre.
«Che cazzo fai?»
«Devi stare attento. Il Signore Oscuro ha posizionato baccelli ovunque» e indicò delle palle di cartapesta rossa sospese qualche metro sopra la strada. Il ciccione abbaiò e annuì con la testa.
Cane Pazzo si liberò dalla stregone spingendolo via.
«Ma che cazzo dici? Bacetti?»
«Prescelto, dovete stare attento, siete la nostra unica speranza!» Edward lo prese per una spalla, Cane Pazzo, voltandosi, gli sferrò una gomitata sullo sterno, il licavampitropo si piegò in due per il dolore, e fu allora che lo colpì con una ginocchiata sul naso.
Cadde a terra all’indietro e sbatté la testa, la faccia ricoperta di sangue.
«Ma! Cane Pazzo! Cosa hai fatto?» lo redarguì Glandalf.
Cane Pazzo si incamminò, ignorando i due scassacazzo. Fece cinque passi e qualcosa sopra la sua testa esplose, si coprì il capo d’istinto con le mani e chiuse gli occhi. Non sentì il dolore atteso. Quando li riaprì si ritrovò ricoperto da stelle filanti.
«Eccoti i tuoi bacetti, Glandalf, cagasotto…» disse ad alta voce, e ricominciò a camminare seguendo l’unica direzione suggerita dalle frecce. Con la coda dell’occhio vide lo stregone sorreggere il licavampitropo per un braccio, aveva un’aria preoccupata, dietro la sua tunica a stelle si nascondeva il ciccione, aveva la bocca spalancata mentre arrancava a gattoni.
“Quello ha paura di tutto.”
Teschio di cazzo gli mandò una scarica elettrica lungo la mano.
«Hai ragione, sono proprio dei cagasotto.»
Il teschio fece tintinnare la mandibola in risposta, Cane Pazzo scoppiò a ridere.
«Se avanza del tempo sì, ce lo mangiamo.»
Un’altra palla di cartapesta esplose in una nuvola di coriandoli. E quella seguente fece cadere a terra un telo bianco con sopra delle lettere rosse, Cane Pazzo proseguì, fino al colonnato, e salì i gradini che portavano alla dimora del Male™.

Il Signore Oscuro™ tirò un pugno contro la scrivania.
«Alfonse! Perché non si ferma a leggere gli striscioni? Ci ho messo così tanto per estrarre il sangue di vergine con cui fare quelle scritte!»
Alfonse si avvicinò con il vassoio del tè, posò la teiera e la tazzina sulla scrivania accanto allo schermo del pc, e poggiò su un piattino tre zollette di zucchero.
«Signore…»
Il Signore Oscuro™ tossì.
«Signore Oscuro™» si corresse Alfonse «non vi ricordate?»
«Cosa?»
«Il Prescelto™ non sa leggere.»
Il Signore Oscuro™ tirò un pugno sulla scrivania con tale violenza che lo schermo sfarfallò.
Premette il tasto rosso dell’interfono: «Segretaria gnocca, appunta questo: per il prossimo Prescelto™ istituire un sistema scolastico nel Deserto dei Prescelti™. Forse uccidere un Prescelto™ istruito vale ancora più punti… perché non ci ho pensato prima? Maledizione!»
Rimase qualche secondo con il dito sul tasto rosso, attendendo una risposta che non arrivava, osservò il fumo della teiera contorcersi mentre si librava in aria e si mescolava con essa.
«Segretaria gnocca?»
Interrogò Alfonse con lo sguardo, l’orchetto si strinse nelle spalle.
«Sarà ancora distrutta da ieri sera» si vantò il Signore Oscuro™ con un sorriso beffardo. Prese la teiera e si riempì la tazza, mise dentro una zolletta e l’osservò sciogliersi nel caldo infuso. «Sai, Alfonse, ci ho dato dentro proprio di brutto! Credo di averla fatta sanguinare!» e scoppiò a ridere. Notò, però, che Alfonse si era limitato a un sorriso di circostanza.
“Forsa ha ragione il Prescelto™, questo branco di stronzi ride solo perché li pago, cioè… perché gli do da mangiare. Infingardi traditori.”
«Che c’è? Non ti fa ridere?»
«Nono, come no» Alfonse si mise il vassoio davanti al petto, come uno scudo. «È che oggi non mi sento molto bene.»
«Ma come no? Oggi devi sentirti bene! È un gran giorno! Finalmente oggi ucciderò il Prescelto™ e alzerò la Coppa Evil! Anzi, sai che ti dico, vieni vicino a me e goditi l’entrata a palazzo del principe dei coglioni e la sua combriccola di idioti.» “Tra cui c’è anche mio figlio, cosa ho fatto di male per meritarmi un simile flagello?”
Schiccò le dita e una sedia in legno spartana apparve al suo fianco.
«No, grazie, mio Signore Oscuro™, mi fanno male le gambe, non mi va di sedermi.»
«Ma è un motivo in più per accomodarti un po’, ultimamente sei sempre in giro, non avrai più avuto un attimo per te!» il Signore Oscuro™ gli rivolse un’occhiata glaciale. «Siediti.»
Alfonse deglutì. «Va… va bene.» barcollò fino alla sedia e, aiutandosi con le mani, vi balzò sopra, mugugnò e si morse un labbro.
«Vedi che ti senti già meglio?»
«Sì. Vero.»
Il Signore Oscuro™ bevve un sorso di tè e osservò lo schermo. Erano dentro. Il Prescelto™ salì la scalinata principale e nel frattempo parlava col teschio che stringeva tra le mani.
“Quel fesso non sa che sono oltre cinquantamila gradini” pensò il Signore Oscuro™, e un sorriso malvagio comparve sul suo volto.
«Siccome non ho voglia di vedermi questo rincoglionito per sei ore, mando il mondo avanti veloce, d’accordo, Alfonse? Se tu te lo vuoi guardare lo lascio.»
«No, no, mandate pure avanti veloce.»
Il Signore Oscuro™ schioccò le dita e il mondo andò avanti veloce fino a che il Prescelto™ non fu in cima alla scalinata, davanti a lui si stagliavano tre porte d’oro massiccio. Tre strade. Tre scelte per l’eroe.
Arcibald era steso sull’ultimo gradino, immobile, il cuscino sulla pancia che andava su e giù. Il Signore Oscuro™ sentì la rabbia crescergli dentro nel vedere il proprio erede in quelle condizioni.
«Quel dannato imbecille! Una cosa doveva fare! Una!» rimarcò il concetto alzando l’indice. «Crepare con onore in battaglia, ma lui no, manco quello! Quel ragazzo mi da solo delusioni…»
Glandalf e il tipo peloso raggiunsero il Prescelto™, che sembrava indeciso, continuava a guardare prima la porta di sinistra, poi quella al centro, e poi quella a destra; e ricominciava.
Il Signore Oscuro™ premette il pulsante verde dell’interfono: «Mi sentite? Se mi sentite fate cenno di sì con la testa.»
Glandalf e il peloso annuirono, Cane Pazzo si grattò la zona pubica.
«Bene, ho creato questa prova per darvi l’illusione di avere una scelta, in realtà tutte e tre le porte portano allo stesso posto, perciò muovete quel culo! Non ho tutto il giorno, domani c’è la premiazione!» e sollevò il dito dal pulsante con aria soddisfatta.

Cane Pazzo guardò Glandalf. «Dove andiamo?»
«Prendiamo la centrale, tanto una vale l’altra.» Lo stregone attraversò la porta, sempre reggendo Edward, che continuava a perdere sangue dal naso. Furono inghiottiti da una pozza d’oscurità non appena varcata la soglia.
«Cane ciccione, muoviti» ordinò il Prescelto™, ma quello non rispose, rimase supino ad annaspare senza dire una parola.
«Fanculo.» Prese la porta centrale che si richiuse con uno schianto non appena fu entrato nella stanza oscura. Un forte odore di incenso che gli solleticò le narici. Starnutì.
«Dove siamo?» chiese Edward, da qualche parte alle sue spalle.
«Teschio di cazzo, tu vedi?» Cane Pazzo gli accarezzò la calotta cranica. «Non avere paura, ci sono io con te.»
Una fiamma si accese davanti a lui, flebile e tremolante, e come un sussurro portato via dal vento, si estinse.
«Devono avermi venduto quelle candeline da mettere sulle torte di compleanno, dannazione…» disse una voce femminile nell’oscurità. Rumore di tacchi. Un click. La stanza fu illuminata da lampade al neon, era vuota, salvo eccezione per un tavolino e due sedie.
La donna era alta, gambe affusolate, indossava degli autoreggenti neri e un corpetto di pizzo bianco che le teneva su il seno abbondante. Il rossetto era anch’esso nero, così come i suoi lunghi capelli. Si sedette al tavolo e con una mano invitò Cane Pazzo a fare altrettanto.
«Prescelto™, è un piacere per me incontrarti, dopo tutti questi anni.» Estrasse da sotto il tavolo un mazzo di carte e le aprì a ventaglio sul tavolo. «Io sono la Profetessa sexy, oppure, se preferisci, chiamami Sgnaccherona.»
Cane Pazzo si sedette e poggiò Teschio di cazzo sul tavolo, rivolto verso la strana donna.
«Bello, posso toccarlo?» gli chiese lei.
«Attenta che morde.»
«Oh, sono sicura che con me farà il bravo, vero?»
Teschio di cazzo si lasciò accarezzare il cranio senza batter mandibola.
«Sei proprio un bravo teschietto, sì…» Sgnaccherona fece un paio di grattini sulla mandibola.
«Gli piaci» affermò Cane Pazzo.
«Ne ero sicura» si sistemò sulla sedia. «Ora veniamo a noi. Sei qui perché io l’ho predetto, perché eri predestinato, e qui, ora, riceverai altre tre profezie. Ti leggerò i tarocchi.»
La donna batté le mani.
La parete bianca alle sue spalle scorse di lato e tre uomini entrarono nella stanza. Erano identici tra loro, indistinguibili. Tutti e tre pelati, con gli occhi a mandorla, stesso naso piccolo, stesse labbra sottili, ed erano vestiti con la stessa tunica marrone.
«Chi sono questi?»
«Ma come “chi sono”?» esclamò Sgnaccherona con tono stupito. «I tarocchi.»
Il primo dei tre fece un passo avanti, fece un gran sorriso e disse: «Io sono il Plescelto™.»
Il secondo lo imitò: «Io sono il Signole Osculo™.»
Anche il terzo avanzò, gonfiò il petto e disse: «Io sono lo Stlegone™.»
I tre gemelli arrivarono accanto a Sgnaccherona, si inginocchiarono, e poggiarono la testa sopra al tavolino. La profetessa fece scorrere i palmi delle mani sulle teste pelate.
«Oh sì… lo vedo… il tuo futuro…»
Cane Pazzo si voltò verso Glandalf, si coprì la mano con la bocca e sussurrò: «qui sono tutti coglioni.» Il vecchio annuì alzando gli occhi al cielo.
«Prescelto™!» tuonò Sgnaccherona. «Il tuo futuro… presto capirai che chi hai sempre combattuto non è il tuo vero nemico.» Ebbe uno spasmo al collo, gli occhi le divennero bianchi «il tuo nemico, capirà che tu non sei il suo vero nemico. E il tuo amico si rivelerà un nemico, ma meno nemico del vero nemico che dovrai affrontare, che non è il nemico che hai affrontato sino ad ora.»
Cane Pazzo annuì. «Tutto chiaro. Posso andare a uccidere qualcuno ora?»

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Shameland - Capitolo 11: Supposte di Metallo
Shameland - Capitolo 13: Lo scontro quasi finale
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