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Shameland – Capitolo 11: Supposte di Metallo

– ATTENZIONE: I CONTENUTI DI SHAMELAND SONO RIVOLTI A UN PUBBLICO DI MAGGIORENNI. –

Shameland è una storia ironica, dissacrante e spesso volgare. Mette a nudo l’indecenza del fantasy degli ultimi tempi e non ha paura di farlo nella maniera più dura e diretta possibile.

Questo disclaimer è d’obbligo sia per avvisare i deboli di cuore, sia tutti i nostri lettori non ancora in età da patente che forse è meglio che cambino articolo, prima di ritrovarsi davanti contenuti disturbanti o troppo espliciti.

È anche vero che da quando si trovano orde di fan in visibilio per il trono di spade, sembra che il sesso (esplicito), le stragi (con smembramenti) e il turpiloquio (gratuito) siano stati sdoganati nella letteratura, ma noi preferiamo avvisare lo stesso. Per questo motivo, proseguire nella lettura, rappresenta una implicita accettazione di questo avviso e dei contenuti che potreste trovare

L’esplosione ricoprì Cane Pazzo di terra, aveva un fischio nelle orecchie che copriva ogni altro rumore. Pochi passi alla sua destra, una voragine grande quanto un ippopotagrifo si era aperta nel terreno.
Un novo boato percorse la pianura. Una fiammata uscì da una canna di quelle strane scatole di metallo, la supposta di ferro esplose a un palmo dal suo naso, ma una barriera invisibile lo protesse. Le fiamme arancioni e rosse si abbarbicarono su di essa, e si spensero.
«Cane Pazzo, abbiamo perso» sentenziò Glandalf raggiungendolo al fianco.
«Lorrreto.»
«La magia non ti salverà!» gridò Saltim attraverso gli altoparlanti. «Equipaggiate i missili termobarici!»
Cane Pazzo sentì una presa che si stringeva intorno al suo polpaccio: era la sua nuova, obesa, cagna.
«Ti prego! Ti prego! Fai qualcosa non voglio morire!» gridò il ciccione, la sua puzza di merda e piscio eccitò Cane Pazzo. Avrebbe voluto affondare i denti nel grasso collo, era così vulnerabile e predisposto a essere una cena… non c’erano prede del genere nel deserto.
«Siamo rimasti solo noi tre, i carri armati sono troppo potenti per noi» lo stregone aveva un’aria stanca. Altre supposte di metallo si schiantarono contro la barriera magica, le fiamme si alzarono fino al cielo.
«Non reggerà ancora per molto.» Glandalf accese la pipa, se la mise in bocca, ed espirò fumo dalle narici. «Mi mancherà questo sapore.»
«Non voglio morire!»
«Lorrreto.»
Le fiamme sulla barriera scemarono, Cane Pazzo scorse un’ombra muoversi sul campo di battaglia.
«Incredibile!» esclamò Glandalf, la pipa che penzolava da un angolo della bocca, «Edward è ancora vivo!»
L’ombra sgusciò tra i corpi ammassati di orchetti e criceti mannari, oltrepassò con un balzo un orso di peluche e puntò dritto verso le scatole di ferro.
«Fuoco!» ordinò re Saltim. Il boato dei cannoni fece saltare un battito al cuore di Cane Pazzo. Dove c’era l’ombra si sollevarono fiamme e fumo. Il Prescelto™ rimase fermo, ad aspettare che la coltre di polvere si diradasse; secondo dopo secondo, il vento la portava via, e l’ombra era ancora lì, in piedi. I contorni divennero netti: il muso allungato che puntava verso il cielo, annusando qualcosa che solo lui poteva sentire, le due orecchie a punta tese, l’ampio torace che si alzava e abbassava al ritmo del respiro affannoso, e le snelle gambe, leggermente piegate, come se stesse per scattare da un momento all’altro.
Il licavampitropo ululò al cielo, spiegando le ali di pipistrello.
Cane Pazzo imbracciò il fucile, tirò un calcio in faccia al ciccione piagnucolante che gli si era appiccicato alla gamba come una cozza, e oltrepassò la barriera di corsa. Sparò un colpo in direzione dei carri, poi un altro, e un altro ancora.
«AUUUUUUUU!» ululò.
I proiettili scintillarono sulla carrozzeria delle scatole di ferro, senza procurare altri danni.
Cane Pazzo ringhiò, ricaricò il fucile e premette il grilletto. Lingue di fumo si alzarono dalla canna del fucile, che partì in alto per il rinculo. Il proiettile brillò sotto la luce del sole, passò accanto all’orecchio del licavampitropo, si infilò nel buco nero della canna di quello strano mezzo.
La scatola esplose.
Il cielo si oscurò.
Anche la scatola accanto saltò in aria con una fiammata, e quella accanto ancora, le scatole sopravvissute indietreggiarono, sollevando polvere.
Cane Pazzo sparò ancora, senza sosta, accompagnava ogni pressione del grilletto con un colpo in avanti della testa. Il licavampitropo si mise su quattro zampe e partì all’inseguimento.
«TADA-TADADADADA-TADADADADA-TADADADAAAAAAA! TADA-TADADADADA TADADADADA-TADADADAAAAAAAAAA!» la voce proveniva dall’alto. «Alfonse, adoro l’odore dei carri armati fatti saltare in aria al pomeriggio.»
Cane Pazzo alzò lo sguardo: una colossale ombra nera occupava il cielo sopra al campo di battaglia, sembrava un uccello gigante e a Cane Pazzo venne l’acquolina in bocca, sparò due colpi nella sua direzione, ma non lo abbatté.
«Alfonse, questo Prescelto™, è proprio il principe dei coglioni! Se non ci fossi io sarebbe già morto trecento volte! Meno male che sono previdente e gli ho affiancato quel vecchio citrullo!» la risata malvagia si propagò nell’aria.
«Signore Oscuro™, guardate che avete lasciato il microfono acceso. La vedete quella spia verde?»
«Porca puttana, Alfonse, quando cazzo me lo dici?»
«Se posso, Signore Oscuro™… Il mio nome è Eriberto…»
«Decido io come cazzo ti chiami. Ora stacca il microfono che devo cantare mentre uccido la gente, aggiunge punti sadismo. Quarantaquattro gatti…» La voce gracchiò e si interruppe.
Delle supposte di metallo caddero dal cielo, con un rombo di tuono l’intera formazione di scatole di ferro si trasformò in uno spettacolo pirotecnico, colonne di fuoco si levarono dalle carcasse metalliche.
«Hai visto come li ho presi, Alfonse? Boom! Sono troppo forte, cazzo, quanto sono forte!»
«Signore, avete riattivato il microfono, il tasto per i cocktail è quello di destra.»
«Ce lo vogliamo mettere un disegnino, una scritta, qualcosa che faccia capire a cosa serve?»
«Ma, Signore Oscuro, c’è il simbolo del microfono, vedete…»
«Ah! Quello non è un calice di champagne?»
«No, è un microfono.»
«E io pensavo fosse un calice.»
Ci furono attimi di silenzio, interrotti solo dallo scoppiettio delle fiamme che crepitavano. Cane Pazzo le fissava, ipnotizzato.
«Muoviti, Prescelto™» disse la voce dal cielo «ho sprecato molti Dollari Dannati™ per salvarti le chiappe! Alfonse, fai partire la sigla di Doraemon, che quella mi gasa di brutto! Ci rivedremo, Prescelto™!»
L’enorme oggetto volante liberò il cielo dalla sua presenza, sotto la luce del sole, le fiamme non sembravano più così imponenti.
Il licavampitropo tornò alla propria forma umana, e Cane Pazzo si tolse Teschio di Cazzo da dosso. Glandalf si avvicinò a lui con sguardo serio, dietro allo stregone, trotterellava il ciccione. Due rivoli di sangue raggrumato gli scendevano dalle narici fino agli angoli della bocca, come dei baffi.
“Non così! Non così!”
«Cammina a quattro zampe! Subito!» gli ordinò Cane Pazzo, e lui si mise prono e cominciò ad avanzare, anche se più che camminare a quattro zampe, strisciava a terra. Si muoveva scoordinato, agitando le braccia e le gambe come una tartaruga ribaltata sul dorso.
«Prescelto™» disse lo stregone «è tempo della battaglia finale. Sei pronto?»
«Ma quando si mangia? È da stamattina che non tocchiamo cibo.»
«Molto presto eseguiremo il sacro barbecue, e tutto sarà finito» si intromise Edward, era rimasto nudo dopo la trasformazione, nonostante fosse in forma umana, i peli gli ricoprivano tutto il corpo.
«Ti invidio» gli disse Cane Pazzo.
«E perché mai? Io invidio voi, mio Prescelto™» rispose con un inchino.
«Con tutto quel pelo avrai un sacco di pulci addosso.»
«Beh… sì. Qualcuna ogni tanto.»
Cane Pazzo si leccò i baffi. «Sono squisite, posso mangiarne un po’?»
Edward lo fissò con aria stranita, annuì, timido.
«Ma certo. Ora però è tempo di incamminarci verso Kap-Decaz, potrete gustarvele lungo il tragitto.»
«Io vengo con voi?» chiese il ciccione strisciante, ansimava e il suo viso era ricoperto di sudore, sangue e terra.
«Abbaia, cazzo, abbaia!»
Il ciccione abbaiò.
«Tu che dici, Teschio di cazzo, può venire? Non è tanto bravo come cane…»
Teschio di cazzo, appollaiato sulla sua mano destra, annuì.
«Sapevo che avrei dovuto accettare il ruolo di cattivo in Shadowhunter o come si chiama. Che io sia dannato, per le palle di Morgana! Ora capisco perché la paga qui era così alta…» sospirò Glandalf, espirò un anello di fumo. «Forza, mettiamoci in marcia. E poniamo fine a questa dannata storia.»

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Shameland - Capitolo 10: Il dominatore dei Tuoni
Shameland - Capitolo 12: I Tarocchi
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