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Sangue Virginale – Parte II

La testa sembrava volerle scoppiare, sentiva un rimbombo sordo nelle orecchie e aveva gli occhi impastati che faticava ad aprire.
L’odore ramato del sangue le giunse talmente forte da farle venire la nausea, socchiuse gli occhi per capire dov’era finita, l’ultima cosa che ricordava era che stava facendo la spesa.
Poi ricordò tutto.
Le ragazze, il sangue e quegli psicopatici. Spalancò gli occhi quando ricordò l’enorme zampa e le ali membranose sopra di lei.
Si trovava distesa sul tavolo a cui non avrebbe mai voluto essere legata e capì perché si sentiva così debole quando individuò i tagli sui polsi. Era diventata il loro cibo, come aveva detto uno dei due. L’idea le fece torcere le budella.
Nel suo campo visivo entrò quel viso dai lineamenti stupendi. I capelli biondi gli arrivavano sulle spalle dando un’immagine un po’ retrò dell’individuo. Sarebbe stato perfetto in un’armatura medievale. I profondi occhi scuri la stavano studiando, ora le pupille non avevano nulla della cosa spaventosa che aveva visto, lui le sorrideva dolcemente e le accarezzò la guancia.
“Sta tranquilla, tra poco tutto sarà terminato”
Jasmine cercò di sottrarsi a quella carezza così intima e dolce, ma lui non glielo permise.
“Cosa sei?” chiese con voce tremante.
Lui scosse leggermente la testa.
“Come ti ho già detto, non vuoi saperlo. Ora chiudi gli occhi e riposa, la morte sarà dolce.”
Jasmine non voleva chiudere gli occhi. Sapeva che se avesse obbedito a quell’ordine la sua vita sarebbe finita, ma una strana sonnolenza si irradiò in tutto il suo essere trascinandola verso l’oblio.
Il suo ultimo pensiero fu che morire così alla fine non era male, come addormentarsi per sempre, come la bella addormentata delle favole senza nessun principe a svegliarla.
Si svegliò di soprassalto inspirando forte l’aria con i polmoni che le bruciavano come quando si trattiene il fiato per troppo tempo. Aveva un sapore strano nella bocca riarsa, simile alla liquerizia. Non riusciva a mettere a fuoco quello che aveva davanti, era tutto molto buio, ma una cosa le saltò subito in testa.
Non era legata.
Balzò giù dal tavolo e la testa prese a girarle vorticosamente.
“Piano, hai perso molto sangue. Devi andartene prima che tornino”
Quella voce sconosciuta, maschile, nell’oscurità la fece sobbalzare.
“Chi sei?” chiese con un filo di voce.
“Nessuno di importante, ora scappa. Il tunnel è alla tua destra, lo troverai sgombro. Sbrigati, l’altra ragazza è già andata.”
Jasmine era combattuta, da una parte voleva scappare da quel posto da brividi più velocemente possibile, dall’altra voleva combattere e arrestare quegli psicopatici.
Ma aveva ragione lo sconosciuto, era troppo debole per fare qualsiasi cosa che non fosse scappare e poi poteva avvertire la centrale e far arrivare i rinforzi.
Annuì al buio, inconsciamente, e si incamminò verso la via di fuga descritta dall’ombra che le aveva parlato. Si sentiva tremendamente debole, ma si fece forza per andare avanti, focalizzando la sua attenzione solo a mettere un piede davanti all’altro.
Dopo pochi passi sentì un refolo d’aria che le solleticava il viso e lo seguì, rendendosi conto che vedeva una fievole luce lontana. Si ritrovò nella stazione fantasma in cui si era svegliata la prima volta, c’era solo una lampada accesa e sentiva ancora l’aria fresca che arrivava da un altro tunnel di fronte a lei. Lo seguì e dopo aver percorso un paio di gradinate si ritrovò all’aperto, in una zona di Berlino che non riconosceva. Era notte e c’era una leggera pioggerellina, il freddo le tagliò il viso facendola tremare, aveva il fiato corto per aver salito le scale nelle sue condizioni. Si sfregò le mani sulle braccia in cerca di un po’ di calore, le avevano tolto i vestiti lasciandola in maglietta intima e pantaloni.
Camminò per alcuni isolati cercando di orientarsi, il freddo la stava facendo congelare, i denti le battevano senza sosta e gli occhi erano colmi di lacrime non versate che le impedivano di mettere bene a fuoco quello che aveva intorno. Sentiva i familiari rumori all’interno delle case, tv accese, risa di bambini, rumori di piatti. Dopo quelle che le sembrarono ore, ma che dovevano essere minuti, trovò un punto di riferimento, si trovava in Mollstraße, in pieno centro di Berlino. Era sicura che non ci fossero stazioni della metro in quella zona per almeno altri cinque o sei isolati. Conosceva la zona per l’alta criminalità registrata, per lo più furti e borseggi, poco più avanti avrebbe trovato degli alberghi.
Entrò nel primo che le capitò, il Mercure Berlin Alexanderplatz, una donna in elegante tailleur scuro l’accolse con un sorriso dietro il bancone di legno della reception, prima di registrare mentalmente le condizioni in cui si trovava, a quel punto balzò fuori per andare ad aiutarla a sedersi su delle comode poltrone che erano lì nella hall.
Non ebbe difficoltà a farsi dare un telefono.
La voce di Rupert per poco non la fece piangere di felicità.
“Capo sono io, ho bisogno di soccorsi, mi trovo al Mercure di Alexanderplatz”
“Buon Dio, finalmente! Arriviamo, stai ferma lì”
La receptionist si fece in quattro per darle soccorso, in effetti non doveva essere un gran bel vedere piena di sangue, con i polsi tagliati e in maglietta intima con solo quattro gradi fuori.
Venne avvolta in una calda coperta di pile e le fecero bere un tè caldo mentre il medico dell’albergo le medicava le ferite ai polsi.
Nonostante le sue insistenze riuscirono ad arrivare alla stazione fantasma solo due ore dopo, sperava di riuscire a beccare quegli psicopatici e non si fece lasciare indietro neanche sotto minaccia di licenziamento. Ripercorrere quei tunnel le fece scendere i brividi freddi lungo tutta la schiena. Non era ancora in perfetta forma, ma era in grado di stringere la pistola e fare da guida in quei cunicoli.
Trovarono il luogo come lo aveva lasciato, ora illuminato dalle forti luci alogene della polizia. Non c’era nessuna traccia dei suoi rapitori, ma i tavoli erano lì, con i secchi vuoti sotto di essi. L’idea che quegli esseri stessero pasteggiando con il suo sangue le fece salire la bile in gola.
Purtroppo trovarono anche l’altra ragazza.
Evidentemente non era riuscita a trovare il cunicolo giusto per scappare ed era sta catturata nuovamente e svuotata del suo sangue. Giaceva sul divano, come addormentata, con la pelle bluastra e il sangue secco sui polsi.
Jasmine si sentì in colpa, avrebbe dovuto cercarla e portarla via con lei, sarebbe dovuta rimanere lì a bloccare i rapitori. Nonostante la sua mente le dicesse che non era in condizioni di fare niente del genere, non riusciva a darsi pace.
La nottata non era ancora terminata, venne portata alla centrale per fare la sua deposizione. I colleghi la guardavano con compassione e questo le faceva ribollire il sangue. Le bruciava il fatto che non fosse riuscita ad arrestare quei serial killer, anche se continuavano a ripeterle che senza la sua testimonianza non avrebbero mai potuto sapere che erano più di uno e come agissero. Quello avrebbe permesso ai suoi colleghi di restringere il campo, ma dentro di lei sapeva che non li avrebbero trovati.
Sapeva, anche se non l’aveva detto, che quelli non erano umani, erano altro. Inoltre, uno dei due aveva chiaramente detto che sarebbero partiti, quelle creature avrebbero seminato terrore da qualche altra parte e lei non avrebbe potuto farci nulla.
Stremata e frustrata giunse finalmente a casa che mancavano un paio d’ore all’alba.
Il suo appartamento vuoto le sembrava una calda ricompensa per quello che aveva subito quel giorno. Aveva ancora freddo nelle ossa, decise quindi per un bel bagno caldo prima di mettersi a letto. Il capo le aveva dato un paio di giorni di permesso per riprendersi, ma lei gli aveva risposto che sarebbe tornata al lavoro l’indomani, nel turno di notte.
Quando uscì dal bagno mezzora dopo, avvolta nel caldo del suo accappatoio capì subito che non era da sola nella stanza in penombra.
Un brivido freddo le scese lungo la colonna vertebrale mentre scrutava le ombre. Sentiva gli occhi su di se, ma non riusciva a capire da dove.
“Ciao Jasmine, mi sei mancata”
La voce antica che le stava parlando era quella del suo carceriere.
Una mano calda le accarezzò la nuca mentre avvertiva il calore del corpo dell’uomo alle sue spalle.
Jasmine chiuse gli occhi e sospirò.
“Come mi hai trovata?”
“Ho il tuo sangue dentro di me, potrei trovarti ovunque.”
“Perché?”
“Sempre a fare domande, vero?”
Le mani dell’uomo si strinsero sulle sue spalle.
“Ti do la possibilità di vestirti, prendi qualcosa di caldo”
Tremante Jasmine fece come le aveva detto, era sicura che non sarebbe riuscita a scappare questa volta.
“Mi ucciderai?”
Chiese quando fu pronta e lui le si parò davanti, nella penombra i suoi occhi cominciarono a cambiare. Le iridi nere divennero gialle e la pupilla si assottigliò verticalmente.
“Penso che lo desidererai con tutta te stessa.”
Enormi ali membranose e nere uscirono fuori dalla sua schiena mentre l’avvolgeva nel suo abbraccio.
Si avvicinò alla finestra e l’aprì mentre la teneva ancora contro il suo corpo.
“Spero ti piaccia volare.”
Le disse sollevando il labbro in un ghigno e rivelando le lunghe zanne bianche.
Jasmine tremò contro il suo corpo.
“Cosa sei?”
La creatura rise di gusto, un suono cavernoso che la fece tremare nel profondo.
“Un drago”
Le sussurrò nell’orecchio prima di prendere il volo dalla sua finestra nel buio della notte.

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Oceanografa a tempo perso, grande lettrice che non disdegna dai classici agli ingredienti dei succhi di frutta. Nutre una grande passione per il Fantasy e in questo periodo, in particolare per il Weird. Avendo personalità multiple adora i GDR e sopratutto i GRV. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2008, ma è ancora in cerca di un editore che la sopporti.
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