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Recensione – Tra il bene e il male – Angeli dell’Apocalisse di Jackie Morse Kessler

Angeli dell'apocalisse tra il bene ed il male - Lande Incantate

 

Titolo: Tra il bene e i male
Serie: Angeli dell’apocalisse
Autore: Jackie Morse Kessler
Editore: Newton Compton
Pagine: 211
Prezzo: ebook 4,99€ – brossura 5,81€
Reperibilità: Online e in libreria

 

 

Il peso dà sostanza; il peso ti permette di puntare i piedi e affrontare la tempesta incombente.

 

DAL WEB

Lisabeth ha diciassette anni e odia la sua vita. I genitori la ignorano, le amiche non la capiscono e il suo fidanzato sembra non accorgersi di quello che lei desidera veramente. Perché lei vuole solo essere bella, magra e sicura di sé. Così il cibo diventa l’unico nemico sul quale scaricare ansie e sofferenze, e lo specchio il giudice più temuto.
Ma poi, un giorno, accade qualcosa di straordinario: il mondo intorno a Lisabeth scompare e al suo posto si presenta Morte, un giovane dall’aspetto sfuggente e tenebroso che la nomina Carestia, Terzo Cavaliere dell’Apocalisse. Le affida un destriero nero, una bilancia e una missione: riportare l’equilibrio sulla terra. Così, in sella al suo splendido cavallo, in un viaggio tra verità e sogno, Lisabeth troverà il coraggio per affrontare le miserie del mondo, diventerà capace di guardare la realtà con occhi nuovi e imparerà a combattere i demoni della sua vita.

Va bene, lo ammetto, leggendo questa trama sembra volessi vincere facile nel trovare un libro balordo.
Il primo paragrafo racchiude tutto quello che in genere odio in un romanzo, infatti, quando l’ho ricevuto in scambio, ero pronta a rimetterlo tra gli scambiabili senza remore. Ma poi ho letto la frase sul retro:

Per la prima volta l’anoressia viene raccontata attraverso il linguaggio magico del fantasy. […]

Questo dettaglio mi ha convinto a fare un tentativo. Perché gli argomenti seri, raccontati in chiave leggera e surreale mi sono sempre piaciuti. Pensavo potesse essere una lettura leggera ma intelligente.

 

LA NOTA DELL’AUTRICE

Questa sezione è stata inserita alla fine del libro, ma credo sia meglio leggerla subito, per farci un’idea precisa di quanto in realtà l’autrice abbia vissuto l’anoressia in prima persona.

Ho notato subito un bug:

Lisa esisteva davvero. Anche se aveva un altro nome. Anche se era completamente diversa, in realtà.
Per un breve periodo, io e Lisa siamo stata ottime amiche. […] E un’estate mi ha parlato dei suoi problemi alimentari. Lisa era bulimica. E ben presto lo divenni anch’io.
Per me, la bulimia fu un fatto passeggero. Durò poco meno di un anno. Per tutto il tempo non feci altro che ingozzarmi e liberarmi (per me, solo vomito autoindotto, niente lassativi o superallenamenti). […]

Notato qualcosa?

L’anoressia non viene nemmeno nominata. Sia l’autrice che l’amica erano bulimiche. Non mi addentrerò nell’argomento specifico perché non mi compete, ma spero sia chiaro per tutti che la bulimia sia una malattia totalmente diversa.

TRAMA

Sorseggiò, realizzando che almeno per quanto riguardava il cibo, era capace di sentire qualcosa. Forse l’emozione era amara e odiosa, ma era meglio del vuoto in cui sembrava indugiare.

Come ho già scritto, l’unico motivo per cui ho iniziato questo romanzo, è stato per leggere dell’anoressia. Volevo percepire, anche solo lontanamente, qualcosa di personale, di vissuto, volevo sfiorare il marcio che nei libri scolastici non c’è. Ho pensato: “In genere i romanzi che trattano un’esperienza raccontano qualcosa che non si può trovare da nessun’altra parta, quindi magari anche questo potrà lasciarmi qualcosa.”

 

ANORESSIA SCOLASTICA

Uno dei problemi principali di questo romanzo è proprio il punto chiave: La malattia.

L’autrice ci propone un elenco infinito di sintomi e aspetti, come se fosse un semplice elenco o un libro scolastico. Alle superiori studiai questa malattia e, ripensandoci adesso, questo libro non mi ha lasciato niente di più di quello già sapevo. Non c’era anima, non c’era marcio, non c’era vissuto in questi sintomi. E non sto dando solo la colpa al fatto che l’autrice non l’ha vissuta in prima persona, perché, uno scrittore che si sa immergere davvero, può farti vivere quello che desidera.

 

Tendenze suicide

Lisa non voleva lasciare niente in disordine. Anche se fosse riuscita ad andare in overdose come aveva pianificato in origine, sarebbe morta nel suo letto, in maniera composta. Lisa faceva del suo meglio per essere diligente.

 

Perdita di capelli

Lisa sentì il campanello, e maneggiò freneticamente la spazzola tra i capelli. Vennero via altre ciocche. Insieme a quelle che aveva pulito dallo scarico della doccia, era sorpresa di avere pulito dallo scarico della doccia, era sorpresa di avere ancora i capelli in testa: ultimamente, stava facendo la muta come un cane da pastore in piena estate.

 

Brividi di freddo continui

Si sistemò nel letto, avvolgendosi nelle principesche coperte rosa per ripararsi dal freddo. Ultimamente aveva sempre freddo, e fame. Anche se le piaceva il senso di fame, odiava rabbrividire. Ogni volta che cercava di smettere di tremare, le battevano i denti. E quando li stringeva per farli smettere, ricominciava a tremare. Era una cospirazione del suo corpo.

 

Cattive amicizie

«Come ti ho detto, il tuo subconscio ha senso dell’umorismo. Andiamo, Carestia? Tu? Non mangi mai cibo spazzatura. Fai esercizio tutti i giorni».
Era vero. Più volte al giorno. Lisa raddrizzò la schiena e sbatté altro impasto sulla teglia.
«Questa non è Carestia», continuò Tammy. «È il contrario di Carestia. Tu sei in salute».
[…]
Lisa non era mai riuscita a far risalire niente. L’unica volta che ci aveva provato, si era sentita soffocare. […] Non aveva parlato a Tammy del suo colossale fallimento. Come avrebbe potuto? Tammy era disciplinata quando si trattava di cibo. Riusciva a tirare su una ciambella in trenta secondi. Non che Lisa avesse mai assistito, né cronometrato. Ma glielo aveva detto Tammy, orgogliosa, le prime volte in cui si erano confidate, molti mesi prima.

 

Chiunque cerchi di aprirle gli occhi è un nemico

Senza volerlo, Lisa ricordò le ultime parole che le aveva detto Suzanne – Suzanne, lei, la sua cosiddetta migliore amica, la sua ex amica d’infanzia. La settimana scorsa, Suzanne non aveva detto che Lisa era in salute. No, Suzanne l’aveva definita con una parola, dicendo fondamentalmente che aveva un problema mentale.
«Hai bisogno di aiuto», le dice Suzanne.
«Non è vero!»
«Sei malata, Leese, non te ne accorgi?»
«Sei pazza!» Lisa si preme le mani sulle orecchie, ma questo non le impedisce di sentire l’ultima cosa che Suzanne ha da dire, con la voce tremante e rotta dalle lacrime: «Tu sei anoressica, Lisa».
Lisa strinse le labbra, sorpresa da un accesso di rabbia tanto inusuale quanto breve. La sensazione rifluì, svanì, lasciandosi dietro un dolore sordo, una fitta di perdita. Aveva problemi con il cibo. Lo sapeva. Ma non era anoressica. Era ridicolo.

 

A James non piaceva Tammy. Lisa non riusciva a capire il perché. Tammy era divertente e intelligente e comprensiva. La pancia le ribolliva dalla rabbia. A volte James sapeva essere molto cattivo.
Ma era un ragazzo. I ragazzi non capiscono le cose che capiscono le ragazze; o almeno non come le capiva Tammy. Tammy era una buona amica. Fedele, completamente, non come Suzanne.
 

Negazione

“Non sei abbastanza ossuta da essere anoressica, sussurrò la voce Magra. Se fossi anoressica, non avresti ancora la pancia che ti straborda sopra i jeans.”
Lisa immaginò di passare le dita sulla curva dell’addome, reso più prominente dai jeans a vita bassa che indossava. E sì, la pancia le spuntava ancora.
“Le anoressiche non hanno le maniglie,” disse la voce Magra. “Tu non sei anoressica. Sei solo grassa.”

 

Depressione

Per quanto perdesse peso, Lisa sarebbe sempre stata grassa. Lo sapeva e basta. Sapeva anche che il pensiero avrebbe farla sentire triste, o arrabbiata, o… be’, qualcosa. Ma non si sentiva in nessun modo, se non scavata dentro. Vuota.

 

Odiare il proprio riflesso

Si vide nello specchio, la Lisabeth Lewis che odiava più di qualsiasi altra cosa: grassa e spaventata, che teneva disperatamente di mascherare i suoi difetti con vestiti goffi e un velo di trucco. Persino con la giacca, non poteva nascondere la sua mole, la pura pesantezza della sua figura. Dio, come le era venuto in mente di uscire in quello stato?

 

Insicurezza

Gli abbracci erano cosa rara nella sua famiglia. E le ci erano volute due settimane di appuntamenti con James per abituarsi al suo tocco disinvolto. Poi, il rapporto fisico con lui era diventato una prova di recitazione. Le piaceva quel che facevano, ma non riusciva proprio a credere che lui volesse stare con lei. Ogni volta che James la toccava, lisa doveva fingere di essere degna del suo affetto. Era spossante.

 

Allenamenti sfiancanti

Praticava quel culto lì ogni giorno, due volte al giorno. Lisa afferrò l’iPod dal caricabatteria, optò per la playlist da allenamento, poi si arrampicò sulla bicicletta e iniziò il suo rituale del sudore – e fanculo alla sua maglia di cashmere e agli stivali. Non importava cosa indossasse: bastava che si sfiancasse, e sarebbe stata benissimo.

 

Fissazione per il peso

Allontanò la bilancia dal muro e la posizionò sul pavimento di piastrelle del bagno: nel punto in cui avrebbe potuto leggere più accuratamente il peso, scelto dopo un gran numero di tentativi ed errori. Quando fu sul punto esatto del pavimento, Lisa recitò una breve preghiera. Poi salì.
E lo fece ancora, per assicurarsi che il numero fosse corretto.
E lo fece una terza volta, perché il rito prevedeva tre tentativi.
Con un accenno di esultanza – quarantacinque grammi più magra della mattina precedente! – Lisa rimise la bilancia al suo posto.

 

L’unico sintomo in cui ho avvertito un briciolo di anima è stato questo, l’unico che si discostava leggermente dall’aridità di un libro scolastico.

Non si accorse che stava piangendo finché una lacrima non le indugiò all’angolo della bocca. Tirò fuori la lingua, leccandola avidamente; dolcezza salta, pura, senza calorie.

 

PICCOLO ANEDDOTO

Ora vi racconto un fatto realmente accaduto. Si, si lo so che faccio recensioni troppo lunghe e devo darmi una mossa, ma penso che il concetto base possa servire.

Quando stavo per iniziare a scrivere questa recensione, c’erano un paio di amici, Aquilotta e Gufetto, appollaiati nelle vicinanze a farmi compagnia. Mentre io mettevo sul fuoco il calderone, cercavo il badile e lo spray anti-forzature, Gufetto aveva preso questo libro e da un po’ di tempo lo stava spulciando, leggendo pagine e capitoli a caso. Quando Aquilotta mi ha chiesto se il romanzo mi fosse piaciuto, le ho risposto che, in tutto il romanzo, solo una scena mi era piaciuta davvero e secondo me meritava di essere letta.
Subito il mio amico appollaiato torna indietro di qualche capitolo e mi porge il romanzo aperto in un punto preciso. «Scommetto che è questa.»

Lisabeth Lewis chiuse gli occhi.
Un attimo dopo, Carestia li riaprì.
Il suo sguardo nero seguì Tammy nel bagno, guardò la ragazza che si tirava indietro i capelli raccogliendoli in una coda di cavallo e avvolgendola in una crocchia in cima alla testa, vide Tammy togliersi la maglietta e sporgersi nella vasca da bagno per aprire l’acqua. L’acqua si riversò, acqua vitale e il suo suono riempì il bagno. Tammy si tolse il reggiseno e si sbottonò i jeans.
Carestia guardava con occhi spietati, sapendo che la ragazza non voleva ritrovarsi vomito sui vestiti perché l’odore non sarebbe mai venuto via. Con la mano sinistra, Tammy si aggrappò alla tazza di porcellana. Con l’indice e il medio della mano destra si solleticò la gola. Visto che non riusciva a vomitare, la ragazza andò al rubinetto del lavandino e ingollò acqua. Poi ci riprovò.
L’acqua sgorgò fuori, portando con sé un po’ di cibo. Tammy rinfilò le dita. Questa volta, venne su il latte a chiazze bianche. Si reggeva forte alla tazza mentre vomitava. Quando il cibo smise di tornare su, si sciacquò le dita le lavandino, poi si riaccovacciò davanti alla tazza di porcellana.
Carestia vide il cibo vomitato galleggiare nella tazza come un mucchio di vermi affogati, sentì il cibo spruzzato dalla bocca della ragazza. A Tammy colava il naso. Aveva le lacrime agli occhi. Le ginocchia minacciavano di cedere. Carestia sentì tutto.
Scivolò nel ritmo della routine: inserisci le dita, vomita, sciacqua, ripeti. Tammy tirava lo sciacquone quando nella tazza c’era più cibo rigurgitato che acqua. Si sciacquava le dita e si soffiava il naso, Tammy sapeva che non sarebbe stato un problema non lavarsi le dita finché non avesse proprio finito, ma non riusciva a ricacciarsele in gola ancora rivestite di cibo non digerito. Faceva troppo schifo.
Carestia sapeva cosa stava pensando Tammy; sentiva la sua gola bruciare per gli acidi gastrici, l’esofago indebolirsi fino al punto di rottura, lo smalto dei suoi denti che si erodeva. Tammy, indifferente alle sue reazioni corporee, infilava e rimetteva. Una grande massa ci cibo solido si riversava dalla sua bocca. Con tutte e due le mani afferrava la tazza mentre il suo corpo si agitava in preda agli spasmi. Patatine e pasticcini e cioccolata insozzavano il water. Tocchi marroni schizzavano e spruzzavano acqua sul viso di Tammy, colpendole le ciglia. Tirò di nuovo lo sciacquone, pulendosi le palpebre e il naso.
Carestia, implacabile, testimoniava.
Ci vollero quindici minuti dall’inizio alla fine. Quando Tammy ebbe finito, sprofondò all’angolo, con le ginocchia a petto le braccia incrociate intorno alle gambe. Si strofinò le mani sulle braccia, le dita rovinate dall’esposizione costante all’acido gastrico. Appoggiò la testa al muro mentre respirava a singhiozzi stentati. Le guance le si rigarono di lacrime, e gli occhi sguazzavano nell’infelicità.
[…] Tammy non aveva affatto tutto sotto controllo. Era una recita, una bugia. Lisa l’avevo visto a ogni scarica di cibo parzialmente digerito che aveva colpito il viso dell’amica. Aveva sentito la sua agonia, il disgusto di sé, il bruciante desiderio di essere magra. Aveva disciplina solo perché le abitudini alimentari le governavano la vita. Quello non era controllo. Era una resa.
Lisa capiva tutto fin troppo bene.

Ecco l’anima di cui parlavo. Ecco il marcio e il vissuto vero, quello che un libro scolastico non può darti. E guarda caso, l’unica scena intensa di tutto il romanzo è proprio quella che tratta della bulimia, la malattia che l’autrice ha vissuto in prima persona. L’anoressia, in questo romanzo, non viene trattata con neanche un briciolo della stessa intensità.

Che cosa dimostra questo aneddoto?
Che il mio amico sa cosa mi piace? Certo.
Che dico di voler fare recensioni più corte e poi mi metto a raccontare aneddoti e a ricopiare pagine e pagine? Sicuramente.
Ma soprattutto, dimostra che una scena intensa e fatta bene si riconosce subito in mezzo alla mediocrità, non solo da una rompiballe come me, ma anche da un esterno che legge questo libro senza neanche troppa attenzione.

 

PERSONAGGI

Se fosse stato solo il problema dell’anoressia scolastica, probabilmente questo libro avrebbe avuto un voto più alto, perché avrebbe potuto essere un modo diverso di conoscere questa malattia. Ma qui i problemi vanno ben oltre.

Morte

Il cavaliere Bianco non disse nulla mentre il Cavaliere Pallido strimpellava su una chitarra acustica, suonando una melodia straziante che mischiava speranza e disperazione in parti uguali. Morte cantava parole scritte da un cantante scomparso da tempo. La musica si fermò presto, e l’ultimo verso fu cantato. Solo allora Pestilenza parlò.
«Alla fine», disse, «è tutto ciò che siamo? Ma vuol dire davvero qualcosa?».
Morte sorrise. «Sì, se hai l’animo di un poeta».

Lui è il personaggio che ha il controllo della trama. Tutto si muove con lui. E un personaggio del genere non può essere così anonimo e insulso. L’autrice ha preso una brutta copia di Kurt Cobain, gli ha dato un cavallo e gli ha messo in bocca una serie di frasi viste e riviste.

L’unica guizzo di caratterizzazione l’ho letto qui:

«Se puoi viaggiare in questo modo, che te ne fai di un cavallo?»
«Mi tiene compagnia.»

 

Guerra

«Ah, quindi sei tu quella nuova», disse una voce di donna, tagliente e crudele, una voce capace di accoltellarti e lasciarti lì a sanguinare.
Lisa si voltò e vide un Cavaliere, un vero Cavaliere, con tanto di armatura, seduto su un cavallo color ruggine. La luce del sole si rifletteva sulla lama nuda della spada nel pugno guantato del Cavaliere.
Fissando l’arma scintillante, Lisa ebbe all’improvviso molta, molta paura.
«Ciao, ragazzina», disse il Cavaliere, e anche se il suo volto era coperto dall’elmo, Lisa percepì che il Cavaliere – la donna – stava sorridendo a trentadue denti. «Io sono Guerra».

Lei è la cattivona di turno, un misto tra una dea greca e una burina sulla tuscolana alle 2 del pomeriggio.

«Vedi di non pestarmi i piedi, ragazza, o te li taglio».

 

Voce Magra

“E sei grassa”, protestò la voce negativa, la voce Magra, la migliore amica di Lisabeth e il suo peggior giudice, quello che le sussurrava nel sonno e la tormentata da sveglia.

Questa voce nella testa della protagonista rappresenta l’anoressia. La tortura di continuo, dicendole cosa deve e non deve fare. Anche qui, è un elemento abbastanza blando, che non scava in profondità e non ha nulla per essere ricordato.

Guardò storto la bilancia. Illuminata dalla luna lì, sul comodino, riluceva in modo allettante. Lisa non sapeva se considerarla minacciosa o soltanto pacchiana, gialla come se fosse fatta di formaggio.
“Formaggio cheddar, trenta grammi, annunciò la voce Magra. Centoquattordici calorie virgola tre. Nove virgola quattro grammi di grassi. Quaranta minuti di cyclette.”

Spoiler

 

Madre ipercritica

«Quella maglia ti sta troppo grande», commentò la madre. Lisa si innervosì. Sua madre faceva sempre così: criticava. Non andava mai bene niente, niente era mai perfetto. Era cresciuta con il costante ambiguo complimento: «Se solo perdessi cinque chili, saresti così bella» be’, aveva perso ben più di cinque chili, ma ora la critica si rivolgeva alla sua pelle giallastra o ai capelli flosci o al suo abbigliamento.

Lei è la causa di tutto, secondo la protagonista. È la classica madre assente e ipercritica, che però, fra tutte le cattiverie, riesce a dire una cosa giusta:

«Un litigio» ripeté sua madre, poi schioccò la lingua. «Onestamente, anche se fosse un vero litigio, e probabilmente non lo è, non è una guerra da vincere, Lisabeth»
Guerra.
«Non si tratta di vincere», continuò la signora Lewis. «Si tratta di comunicare. Di uscire dal tuo punto di vista e provare quello degli altri. Ci sono altre persone qui oltre a te, sai.»

Ovviamente la protagonista non ha minimamente capito quello che intendeva, ma non potevamo aspettarci altrimenti, a breve vedrete perché.

 

Mezzanotte

«Allora, che nome darai al tuo destriero?».
«Credo… che mi piacerebbe chiamarlo Mezzanotte»
«Be’», disse Morte, «almeno non hai scelto Muffin».

Lui è il personaggi che ho preferito di più. Nulla di eccezionale, ma il fatto che il destriero di un Angelo dell’Apocalisse abbia pensieri così allegri e pensi solo alle praline l’ho trovato divertente.

Nel giardino, il cavallo fece un altro profondo sospiro. Anche se voleva di nuovo girovagare – sentire gli zoccoli calpestare terreni morbidi mentre la chioma e la coda danzavano nel vento, assaggiare le delizie che il mondo aveva da offrire – il suo cavaliere non era ancora pronto.
Il cavallo abbassò le orecchie, come se volesse fare spallucce. Non era un problema aspettare in giardino, non proprio. Dopo tutti i posti in cui era stato, non gli dispiaceva fare una piccola pausa.
Guardò i rododendri, con i verdi che lasciavano il posto ai rossi mentre l’autunno avanzava, e sospirò. Carini, certo. Ma non buoni come le praline.

Il fatto che, fra tutti, io abbia preferito il cavallo la dice lunga sulla qualità generale dei personaggi.

 

Lisa

Vi ho lasciato il peggio meglio per ultimo.
Lisa è malata, quindi ha comportamenti non di facile comprensione e che possono dare sui nervi, ma qui la malattia non centra, si va ben oltre, con pensieri del tutto inverosimili e stupidi.
Io ho una grande pazienza, ma vi assicuro che per tutto il romanzo avrei voluto prendere la protagonista a badilate senza pietà.

 

Colpi di badile

Chiudendo e riaprendo gli occhi, Lisa alzò lo sguardo e vide morte che le sorrideva. La parte di lei governata dagli ormoni non poté fare a meno di notare quanto diavolo fosse carino. Il resto di lei gridava che i suoi ormoni avevano una, ah ah, pulsione di morte.

Hai davanti a te la morte e l’unico pensiero che ti viene è quanto sia carino e fai una battuta mentale becera?

 

«Mi sa che sto per vomitare», disse la donna con voce aspra, il corpo disidratato.
L’uomo, sentendosi male anche lui, iniziò a sudare. Ingollò la bevanda.
La donna si alzò di colpo dalla sedia e corse via coprendosi la bocca con la mano.
L’uomo tentò disperatamente di fermare un cameriere per chiedere altro da bere. Non aveva mai avuto tanta sete in tutta la sua vita.
A Lisa piacevano i loro accenti. Forse erano inglesi o scozzesi o australiani: non riusciva a distinguere. Ma di sicuro erano di uno di quei posti dove le parole si arrotolavano su e giù per le colline e la lingua diventava qualcosa di sexy.

Cioè, questi si stanno sentendo male e te pensi ai loro accenti sexy? Ma che centra?

 

 

Fissando il Cavaliere (Cavaliera? Qual era il genere esatto per un Cavaliere dell’Apocalisse?)

Ma penso che la lingua corretta vada bene per chiunque.

 

 

Lisa pensò ad alcune cose che James faceva con lei quando si sentiva affettuoso – e in fondo era un normale diciassettenne, quindi succedeva piuttosto spesso – e poi cercò di immaginarsi Morte che faceva le stesse cose con quel Cavaliere donna con l’armatura.
Ok, bleah.
Il pensiero di Morte e questa donna giunonica che facevano… be’ qualsiasi cosa insieme era abbastanza da farle desiderare una doccia. Di brutto. Morte era sexy (Dio santo, quanto aveva bisogno di andare in analisi per aver concepito quel pensiero? Non era neanche una dark, per amor del cielo) ed era quasi simpatico quando non era spaventoso. Ma quella donna, che lo faceva con Morte? Era proprio una robaccia. Tanto per cominciare, era così grossa che avrebbe potuto spaccare la schiena di Morte. Se avesse stretto quelle gambe intorno alla vita di Morte lo avrebbe schiacciato come una noce.
Forse a Morte piacevano le maniere forti.
Sì aveva proprio bisogno di andare in analisi, concluse Lisa.

Ma io credo che nemmeno quella servirebbe a qualcosa. Non servirebbe nemmeno il badile.

Ecco, giusto per sfogo personale

Diretta alla periferia, superando i sassi sparsi e i campi inondati e i fiumi fangosi, file di donne marciavano con ceste di vimini e fagotti giganteschi in equilibrio sulle teste, in cammino verso il lavoro o forse il mercato. A Lisa venne in mente il film della Disney Biancaneve e i sette nani, quando i nani cantano “Ehi ho” mentre escono dalla miniera di diamanti.

Niente, questa è proprio andata.
Quale persona, con un briciolo di cervello, penserebbe una cosa del genere davanti a delle donne africane che muoiono di fame?

 

 
Osserviamo il pathos di questa scena:

Si sentiva così: qualcosa stava cercando di uscire dalla sua pancia ad artigliate, e si stava portando dietro le viscere.
La testa le pulsava, aveva la bocca secca, ed ebbe solo un pensiero: doveva farlo uscire.
Caracollando fuori dal letto, si sforzò di reprimere un capogiro e barcollò verso il bagno. Una volta dentro, si tirò giù il pigiama e le mutandine e si sedette sul water.
E per l’ora successiva, lottò con un lancinante movimento intestinale, pregando Dio di farle passare il dolore e giurando che avrebbe chiesto a Tammy dei lassativi. Tammy sapeva tutto su questo genere di cose.
Quando ebbe finito, tirò lo sciacquone tre volte e si lavò le mani fino a farsi raggrinzire i polpastrelli. Poi prese una salvietta all’hamamelis della madre e si tamponò il sedere per assicurarsi di essersi pulita bene. Poi tirò fuori di nuovo lo sciacquone e si lavò ancora le mani. Stava sudando ma non era un problema: forse stava perdendo peso con l’acqua.

La cosa che più mi ha urtato i nervi sapete qual è? Non l’evacuazione di per sé, ma l’accanimento dell’autrice nel sottolineare tutto il rituale di pulizia successivo, come se avesse voluto dirci: “Sì, il mio personaggio ha la diarrea, lo so, è bizzarro, nessuno ha mai avuto la diarrea; ma è ancora un signorina per bene, che odia queste cose, lo giuro.”

 

Bla, bla, bla. Lisa aveva cercato di discutere, ma in realtà si era divertita non poco a vedere quella creatura, prima incombente e minacciosa, e adesso “Piena di strepito e furia e senza significato”, come dice Shakespeare.

Eh certo. L’autrice cinque minuti prima l’ha fatta andare in diarrea e adesso le fa citare Shakespeare.

STILE

L’idea di questo romanzo ha un ottimo potenziale. Se sviluppata nel modo giusto, poteva uscire un romanzo di tutto rispetto.
Ma, semplicemente, l’autrice non ne è in grado.

 

Descrizioni insipide

All’inizio, era troppo impietrita per fare altro che aggrapparsi come se fosse questione di vita o di morte, stringendo le cosce finché non furono due blocchi rigidi, gli occhi, strizzati. Ma qualche minuto di cavalcata dopo, si accorse che non sarebbe stata disarcionata e calpestata, e lo stomaco le si calmò. […] Allentò piano la sua stretta mortale, rilassando le ginocchia. Il cavallo, con suo estremo sollievo, la premiò rallentando la corsa. Lì nel cielo, Lisa trovò il suo equilibrio. L’ansia sfumò gradualmente nell’eccitazione. Lisa sorrise. Per la prima volta nella sua vita, stava cavalcando. E non un cavallo qualsiasi: era in groppa a un possente destriero, che si levava dove osavano le aquile.

Sì, ma qualcosa di utile no? Il vento che ti sferza? Il senso di vertigine? Che cosa vedi?
State volando. Almeno un minimo di panorama puoi descriverlo.
…Niente, il nulla cosmico.

 

Narrazione fuori da ogni logica temporale

— si lanciò in avanti, con la spada alta e già pronta al fendente che avrebbe dilaniato Lisa. Lisa si gettò di lato un attimo prima che l’arma calasse su di lei. Colpì il terreno fangoso e girò su se stessa, portandosi la bilancia al petto, poi si rimise in piedi, con il simbolo del suo ruolo davanti a lei, scintillante di potere. Ebbe tempo di notare tre cose.
La prima: non era morta. Anzi, si muoveva come una specie di super ninja. Ed era una cosa spettacolare. Se non fosse stata così concentrata per evitare di farsi ammazzare, si sarebbe messa a ridere dalla gioia.
Seconda cosa: indossava un completo nero da togliere il fiato, con tanto di cappello, guanti e stivali. Chi avrebbe mai detto che Carestia potesse avere un look così cool?
Terza cosa: i due cavalli stavano lottando, con zoccoli e denti, e se Lisa non voleva essere calpestata a morte avrebbe fatto bene a tenersi lontana, sulla sinistra, rispetto a quello che era diventato un vero campo di battaglia.

Tralasciando il fatto che questa tizia mentre rischia la vita pensa alle stupidaggini, perché ormai abbiamo ampiamente visto che non c’è speranza; ma a menare un fendente ci vogliono pochi secondi, e lo stesso tempo devi impiegare tu per schivare. Non c’è il tempo materiale di pensare a tutte queste cose e dubito che avresti la lucidità mentale necessaria. Una ragazzina non proprio sveglia, che non ha mai lottato in vita sua, al massimo può pensare “Oddio.oddio.oddio” ma più di questo è del tutto fuori tempo.

 

Informazioni inutili

Lisabeth non aveva intenzione di diventare Carestia. Aveva una relazione sentimentale con il cibo, e non le erano mai piaciuti i cavalli (anche se quando aveva otto anni aveva chiesto un pony; era un classico delle ragazzine).

Ma quanto sono fastidiose queste parentesi? Non solo spezzano la narrazione, ma danno anche informazioni inutili, che annacquano una trama già scarsa.

Già, pensò, appoggiando la bilancia sul comodino, vicino a un bicchiere d’acqua mezzo vuoto (che era appoggiato su un sottobicchiere) e una pila di pillole bianche (che invece non lo erano),

 

Flashback insulsi

Lei e James sono ancora solo amici, seduti con Suzanne e gli altri, il solito gruppo, tutti a ridere dello stupido film horror che hanno appena visto, e James prende le patatine e finge che siano canini e fa finta di mordere il collo di Lisa che sta morendo dal ridere…

Sì, immagino.

 

FINALE

Mi è piaciuta l’evoluzione del ruolo di Carestia ma, anche in questo caso, l’ho visto molto più in linea con la bulimia che con l’anoressia.

Spoiler

Il finale vero e proprio, invece, mi ha lasciata di stucco, è stato uno dei peggiori mai letti, perché rappresenta una forzatura immane, per far finire il romanzo in un certo modo, quando ogni cosa spinge verso un altro.

Spoiler

 

Conclusione

L’intenzione era buona, ma il risultato è un romanzo davvero molto scarso. Se volete farvi qualche risata con un romanzo balordo questa potrebbe essere una buona opzione, altrimenti, il mio consiglio è di passare oltre.

Voto: 4/10

 

Dalla nota dell’autrice:

I disordini alimentari non sono affascinanti. Sì, ci sono tonnellate di celebrità magre (e troppo magre) là fuori, sulle copertine delle riviste, in televisione, nei film. Ma questo non cambia nulla. I disordini alimentari rovinano la vita. E di sicuro le persone non possono spegnerli e riaccenderli come se fossero semplici interruttori. I disordini alimentari sono una malattia.
I disordini alimentari fanno schifo.
Se avete problemi di disordini alimentari – sia che vi riduciate volontariamente alla fame, sia che vomitiate, sia che vi sfianchiate con l’esercizio fino a non riuscire più a camminare, sia che mangiate fino a scoppiare – sappiate questo: non siete soli.
E potete trovare l’aiuto che cercate.

 

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Phèdre Banshee

Phèdre Banshee è un esserino fuori da ogni logica. Tutti i giorni attraversa il tempo e viaggia nei mondi per scrivere, sul suo grande libro, storie tragiche ma divertenti. Ha molte maschere, di cui ha la massima cura. Le guarda appese in ordine sulle pareti e ne sceglie una diversa ogni mattina, a volte anche più di una. Ne tiene una sul viso e l’altra in tasca, masticando Luoghi comuni. A chi? Non si sa. Il suo aspetto più frequente è quello di una vecchia gobba e sciatta che ondeggia tra la realtà e la pazzia, ma i denti sono sempre perfetti, perché su certe cose non scherza. Quando non è in giro a raccogliere storie, le piace leggere libri fantasy contemporanei e i vari sottogeneri; giocare ai videogame, in particolare i gdr; guardare film e serie tv per poi lamentarsi a voce alta con la tv quando i personaggi fanno qualcosa di stupido o sono troppo sdolcinati.

3 Comments

  1. avatar Fabio ha detto:

    INIZIO SPOILER
    Quindi alla fine il corriere/Morte si ricorda che deve consegnare ancora pacchi, corre via e tutto torna magicamente a posto? XD
    FINE SPOILER

    Le mie frasi preferite sono state:

    -Lei è la cattivona di turno, un misto tra una dea greca e una burina sulla tuscolana alle 2 del pomeriggio.

    -Sì, il mio personaggio ha la diarrea, lo so, è bizzarro, nessuno ha mai avuto la diarrea; ma è ancora un signorina per bene, che odia queste cose, lo giuro.

    Comunque bella recensione, il libro se scritto in modo adeguato avrebbe potuto sensibilizzare molte persone e apprezzo il fatto che l’autrice ci abbia provato.

  2. avatar Federico ha detto:

    Risate assicurate con questo capolavoro, mi è quasi dispiaciuto questa volta, perché è comunque il lavoro di una persona che poteva essere sviluppato in maniera estremamente più complessa e personale e invece badilate a gogo per il mio e il vostro diletto XD

  3. avatar Calvinator2 ha detto:

    fantastica la scena della diarrea ahahhahahhah

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