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Recensione – La Strada di Cormac McCarthy

Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso. Capisci? E tu non ti puoi arrendere. Io non te lo permetterò.

La strada - Lande Incantate Titolo: La Strada
Titolo originale: The road
Autore: Cormac McCarthy
Editore: Einaudi
Pagine: 218
Prezzo: ebook 7,99€ – brossura 10,20€ – copertina rigida 15,30€
Reperibilità: Online e in libreria

DAL WEB

Un uomo e un bambino viaggiano attraverso le rovine di un mondo ridotto a cenere in direzione dell’oceano, dove forse i raggi raffreddati di un sole ormai livido cederanno un po’ di tepore e qualche barlume di vita. Trascinano con sé sulla strada tutto ciò che nel nuovo equilibrio delle cose ha ancora valore: un carrello del supermercato con quel po’ di cibo che riescono a rimediare, un telo di plastica per ripararsi dalla pioggia gelida e una pistola con cui difendersi dalle bande di predoni che battono le strade decisi a sopravvivere a ogni costo. E poi il bene più prezioso: se stessi e il loro reciproco amore.

Ricordati che le cose che ti entrano in testa poi ci restano per sempre, gli disse. Forse dovresti rifletterci.
Però certe cose uno se le dimentica, no?
Sì. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare.

Oggi facciamo i seri regà.
Più o meno.

Questo mio periodo di assenza è stato causato soprattutto dalla dipartita del mio adorato tablet Roger (sì, io do i nomi agli oggetti) che, dopo anni di onorato servizio, ha deciso di non poterne più. Negli ultimi tempi sveniva di continuo ed io cercavo di rianimarlo con strane manovre, ma dopo un po’ mi sono arresa all’evidenza.

Io mentre cerco di rianimare Roger

Attualmente la mia libreria è nel caos, non solo per i soliti problemi di sovraffollamento e mancata integrazione tra Classici e Contemporanei o tra Balordi e Preferiti. C’è stato un evento che ha scatenato il panico tra la mia popolazione cartacea: l’arrivo di questo individuo.

(il pancino che vedete è del mio gatto coinquilino, ma si possono anche separare)

Lui è Truzzo, prende il nome dalla custodia sobria ed elegante, che si riesce a vedere anche da chilometri (tra l’altro vedendola mi avete detto tutti che mi si addice proprio, ma che idea avete di me proprio non lo so… Ovviamente scherzo, la adoro. Ma il nome rimane quello).

Purtroppo, per mancanza di tempo, non posso più leggere e recensire alla vecchia maniera, con il libro cartaceo, le linguette per le frasi (che il mio gatto tenterà di mangiare) e il quaderno di appunti. Mi serviva qualcosa di più immediato, e Truzzo è stata la soluzione migliore.

Come mi stanno guardando ultimamente tutti i libri cartacei

TRAMA & WORLDBUILDING

Sono scomparsi tutti tranne me e si sono portati via il mondo. Domanda: che differenza c’è fra ciò che non sarà mai e ciò che non è mai stato?

Avevo adocchiato questo libro già da un po’, ma in passato la componente drammatica in un libro o film spingeva il mio animo da bimba di 7 anni ad arretrare. Tuttavia, ultimamente la mia metamorfosi si è conclusa e, diventando un mostro impavido che nulla teme e nulla stringe, mi sono avvicinata a questo libro con una certa baldanza.

Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c’è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un’origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te.

La storia è molto semplice. Padre e figlio sono in viaggio per raggiungere un posto più caldo prima che arrivi l’inverno. Questo viaggio non si rivelerà facile, perché le risorse scarseggiano e la maggior parte degli esseri umani, spinti dalla sopravvivenza, “si sono spenti” diventando dei cannibali senza scrupoli.

Già allora tutte le riserve di cibo erano esaurite, e la terra era sconvolta dai massacri. In breve tempo il mondo sarebbe stato popolato da gente pronta a mangiarti i figli sotto gli occhi, e le città dominate da manipoli di predoni anneriti che scavavano gallerie in mezzo alle rovine e strisciavano fuori dalle macerie in un biancheggiare di occhi e denti, reggendo reti di nylon piene di scatolame bruciacchiato, come avventori negli spacci dell’inferno. Il soffice talco nero si spandeva a sbuffi per le strade come inchiostro di seppia sul fondo del mare, il freddo scendeva lento e faceva buio sempre più presto, e i disperati che frugavano alla luce delle torce sul fondo dei dirupi lasciavano nello strato di cenere ombre morbide che si richiudevano dietro di loro silenziose come occhi. Per le strade i pellegrini sprofondavano, cadevano e morivano e la terra avvolta nel suo lugubre velo continuava ad arrancare intorno al sole, ignota e smarrita come qualsiasi altro pianeta sconosciuto nella remota oscurità circostante.

Per quanto possa sembrare semplice come storia, mi ha tenuto incollata a Truzzo (sì lo so, fa ridere) e l’ho finito in poco tempo, nonostante fosse un carico emotivo non indifferente.

I giorni si trascinavano uno dopo l’altro, innumerevoli e innumerati. Sulla superstrada, in lontananza, lunghe file di macchine carbonizzate e arrugginite. I cerchioni nudi delle ruote su un ammasso grigio di gomma fusa e solidificata dentro anelli anneriti di fil di ferro. I cadaveri inceneriti ridotti alle dimensioni di bambini e appoggiati sulle molle scoperte dei sedili. Diecimila sogni sepolti dentro i loro cuori bruciacchiati. Andarono avanti. Percorrevano quel mondo senza vita come criceti sulla ruota. Le notti immobili come la morte, e più nere ancora.

SCENE FORTI

Se li mangeranno, vero?
Sì.
E noi non li potevamo aiutare altrimenti avrebbero mangiato pure noi.
Sì.
Per questo non li potevamo aiutare.
Sì.
Ok.

Non credo sia un libro adatto alle persone impressionabili. Per quanto l’autore non si accanisca mai, racconta tutto con una semplicità disarmante. E penso sia giusto così.

Era stato espulso da una comune e gli avevano tagliato le dita della mano destra. Cercava di nasconderla dietro la schiena. Una specie di spatola carnosa.

Io sono un mostro misantropo che ha visto più film horror che persone, quindi nulla mia ha sconvolto.

Eccomi

Ma, basandomi su una sensibilità normale, ho nascosto e classificato le scene che più mi sono rimaste impresse.

Scene mediamente forti
Scene molto forti

SPUNTI DI DISCUSSIONE

Gusci di uomini senza fede che avanzavano barcollanti sul selciato come nomadi in una terra febbricitante. La rivelazione finale della fragilità di ogni cosa. Vecchie e spinose questioni si erano risolte in tenebre e nulla. L’ultimo esemplare di una data cosa si porta con sé la categoria. Spegne la luce e scompare. Guardati intorno. Mai è un sacco di tempo. Ma il bambino la sapeva lunga. E sapeva che mai è l’assenza di qualsiasi tempo.

Al di là della storia e dello stile, ciò che più offre questo romanzo al lettore sono degli spunti interessanti su cui riflettere:

Fin dove saresti disposto ad arrivare, pur di sopravvivere?

Noi non mangeremmo mai nessuno, vero?
No. Certo che no.
Neanche se stessimo morendo di fame?
Stiamo già morendo di fame.
Hai detto che non era così.
Ho detto che non stavamo morendo. Non che non stavamo morendo di fame.
Ma comunque non mangeremmo le persone.
No. Non le mangeremmo.
Per niente al mondo.
No. Per niente al mondo.
Perché noi siamo i buoni.
Sì.
E portiamo il fuoco.
E portiamo il fuoco. Sì.
Ok.

 

Quanto i ricordi belli possono arrivare a pesare, in un periodo difficile? Diventano una risorsa oppure un impedimento?

Nelle fredde notti invernali, quando il temporale faceva andare via la luce, io e le mie sorelle stavamo seduti qui davanti al fuoco a fare i compiti. Il bambino lo guardava. Lo guardava seguire il richiamo di spettri che lui non poteva vedere. Papà, adesso è meglio che andiamo, disse. Sì, disse l’uomo, ma non si mosse.

 

Se ci trovassimo in una situazione simile, gli elementi umani come la compassione, l’altruismo e la voglia di ricominciare, andrebbero persi per sempre?
Il fuoco, cioè l’anima, è qualcosa che si perde, si assopisce o è qualcosa che puoi semplicemente mettere da parte? Forse, alcuni nascono senza?

Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.

Se davanti a te tutto fosse perduto, se non ci fosse anche la più minima scintilla di speranza, cosa faresti? Ti arrederesti, o continueresti per la tua strada?

Anche se uno sapesse cosa fare, non saprebbe cosa fare comunque. Non saprebbe se lo vuole fare o no. Cosa farebbe lei se fosse l’ultimo rimasto? Cosa farebbe se la colpa fosse sua? Lei vorrebbe morire? No. Ma forse vorrei essere già morto. Quando uno è vivo la morte ce l’ha sempre di fronte.

 

PERSONAGGI

L’unica cosa che posso dirti è che non sopravviverai per te stesso. Lo so perché io non sarei mai arrivata fino a qui. Le persone che non hanno nessuno farebbero bene a imbastirsi qualche fantasma decente. Dargli il soffio della vita e convincerlo a proseguire con parole d’amore. Offrirgli ogni minima briciola e proteggerlo dal male con il proprio corpo.

I due protagonisti non hanno nome, vengono sempre definiti come “l’uomo” e “il bambino”. Questo anonimato non ha impedito all’autore di caratterizzarli e dare loro un background. Penso che la scelta si possa ricondurre alla metafora che questi due personaggi rappresentano.

L’UOMO

Tu sei molto coraggioso?
Insomma, così e così.
Qual è la cosa più coraggiosa che tu abbia mai fatto?
L’uomo sputò un grumo di catarro e sangue sulla strada. Alzarmi stamattina, disse.

Dell’uomo non sappiamo nulla ma, al tempo stesso, grazie allo stile meraviglioso di McCarthy estremamente mostrato, sappiamo che lui prima dell’apocalisse era un medico e che era un uomo molto tranquillo, persino debole, schiacciato dal carattere forte della moglie. Ha un sensibilità che non gli permette di accettare davvero il presente ed affrontarlo, quindi si rifugia nei ricordi del “prima”. Ed è proprio questa la sua debolezza: lui, a differenza del bambino, sa che esisteva un “prima”.

Nel film l’Uomo viene interpretato da Viggo Mortensen

IL BAMBINO

A volte il bambino gli faceva domande sul mondo, che per lui non era nemmeno un ricordo. L’uomo rifletteva a lungo su come rispondere. Non c’è nessun passato. A te come piacerebbe? Ma poi smise di inventarsi le cose perché neanche quelle erano vere e raccontarle lo faceva star male. Il bambino aveva le sue fantasie. Come sarebbe stato nel Sud. Altri bambini. Lui cercava di tenerle a freno ma senza troppa convinzione. E chi al posto suo?

Lui è nato nei giorni dell’apocalisse, non conosce un mondo diverso da quello attuale, sembra quasi che per lui il padre venga da un altro mondo. Trovandosi ad essere cresciuto dal padre, con storie e insegnamenti consoni al mondo civilizzato, sviluppa una sensibilità molto grande, che lo rende sì “portatore del fuoco” come lo definisce il padre, ma al tempo stesso spaventato dal mondo e incapace di adattarsi. Insieme, sono al tempo stesso cura e malattia.

I CATTIVI

Un esercito in scarpe da ginnastica che avanzava incespicando. In mano pezzi di tubo lunghi un metro avvolti in strisce di cuoio, assicurati al polso con un cordoncino. Dentro alcuni di questi tubi scorrevano catene che avevano all’estremità corpi contundenti di ogni tipo. Passarono sferragliando, con l’andatura dondolante dei giocattoli a molla. Barbuti, l’alito che evaporava attraverso le mascherine.
Shh, disse l’uomo. Shh.
La falange che seguiva i primi era armata di aste o lance guarnite di nastri, le lunghe lame ricavate da sospensioni di camion rimodellate sull’incudine di qualche rozza fucina più a nord.

Seguendo sempre il punto di vista dell’uomo, gli altri esseri umani li vediamo da lontano e dall’esterno. C’è una scena in cui alcuni guidano un camion, e l’uomo si chiede con che cosa lo alimentino, non lo sappiamo nemmeno noi. Proprio come l’uomo, che pensa di essere l’unico buono rimasto insieme a suo figlio, anche noi subito ci convinciamo di questo. E il fatto di temere che i protagonisti incontrino qualcun altro, chiunque, è davvero interessante.

Di seguito venivano una serie di carri trainati da schiavi in catene, carichi del bottino di guerra, e dopo ancora le donne, forse una dozzina, alcune incinte, e infine, di scorta, un gruppetto di catamiti, troppo poco coperti per quel freddo, dotati di collare e aggiogati insieme.

Io ogni volta che spuntavano persone.

STILE

Freddo e silenzio. Le ceneri del mondo defunto trasportate qua e là nel nulla da lugubri venti terreni. Trascinate, sparpagliate e trascinate di nuovo. Ogni cosa sganciata dal proprio ancoraggio. Sospesa nell’aria cinerea. Sostenuta da un respiro, breve e tremante. Se solo il mio cuore fosse pietra.

Ho voluto leggere questo libro anche perché McCarthy viene consigliato come lettura in molti manuali di scrittura, e ne hanno parlato anche ad un corso di scrittura che ho frequentato. Esperienza davvero bella, ho assimilato un sacco e spesso sono rimasta incantata da frasi belle, al di là del contenuto, frasi scritte con padronanza che mi hanno spinto a rileggerle più volte.

I DIALOGHI

Il bambino si rigirò nelle coperte. Poi aprì gli occhi. Ciao papà, disse.
Sono qui.
Lo so.

A McCarthy non piace la punteggiatura, la usa pochissimo, eppure la sua scrittura incisiva e precisa non fa confondere il lettore. A volte manca una virgola dove dovrebbe esserci, ma questo non intacca la comprensione.

Cenere che aleggiava sopra la strada e grappoli di cavi ciechi che penzolavano dai pali della luce anneriti gemendo piano nel vento. Una casa bruciata in una radura e più in là una distesa di praterie livide e desolate e una montagnola fangosa di terra rossa grezza con dei lavori stradali lasciati a metà.

I dialoghi non esistono. Ci sono delle semplici frasi. Al massimo si va a capo quando cambia l’interlocutore e nemmeno sempre. Non mi ha dato fastidio, inoltre penso sia una scelta motivata per rendere tutta la narrazione “nebbiosa”, fusa con l’ambiente circostante.

Si fermarono a osservarla dalla strada. Penso che dovremmo andare a vedere, disse l’uomo. Giusto un’occhiata. Si aprirono un varco fra le erbacce che si sbriciolavano alloro passaggio.

Noi moriremo?
Prima o poi sì. Ma non adesso.
E stiamo sempre andando a sud.
Sì.
Per stare più caldi.
Sì.
Ok.
Ok cosa?
Niente. Così.
Adesso dormi.
Ok.
Ora spengo la lampada. Va bene?
Sì. Va bene.
E dopo un altro po’, nel buio: Ti posso chiedere una cosa?
Sì, certo che puoi.
Tu cosa faresti se io morissi?
Se tu morissi vorrei morire anch’io.
Per poter stare con me?
Sì. Per poter stare con te.
Ok.

Ma è un buon posto per fermarsi?
Be’, in genere la gente non si ferma sulle colline. E noi non vogliamo che la gente si fermi.
Quindi per noi è un buon posto.
Secondo me sì.
Perché noi siamo furbi.
Sì, però stiamo attenti a non crederci troppo furbi.
Ok.

DETTAGLI

Tutto bene?, chiese l’uomo. Il bambino annuì. Poi si incamminarono sull’asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l’uno il mondo intero dell’altro.

Spesso, ciò che rende originale o più realistica una narrazione, sono i dettagli. Il giusto particolare messo nel posto gusto. E anche in questo l’autore non si risparmia.

Il bambino si era dipinto delle zanne sulla mascherina con dei pastelli che aveva trovato e andava avanti senza lamentarsi.

 

[…] In corrispondenza della bocca le mascherine erano già grigie.

SIMILITUDINI e METAFORE

In quei primi anni le strade erano affollate di profughi imbacuccati dalla testa ai piedi. Protetti da maschere e occhialoni, seduti fra gli stracci sul bordo della strada come aviatori in rovina.

Le similitudini e metafore sono qualcosa di meraviglioso, non sempre hanno la funzione di chiarire un concetto difficile, ci sono più per questioni estetiche, ma se sono fatte così bene ci passiamo sopra e ce le teniamo volentieri.

 

Profonde gole di pietra dove l’acqua sgocciolava e mormorava. I minuti della terra scanditi nel silenzio, le sue ore, i giorni, gli anni senza sosta.

La sponda era costeggiata da betulle che si stagliavano pallide come ossa contro il colore scuro dei sempreverdi alle loro spalle.

Le lunghe volute di cemento dei raccordi autostradali come rovine di un immenso luna park sullo sfondo dell’oscurità in lontananza.

Di giorno il sole esiliato gira intorno alla terra come una madre in lutto con una lanterna in mano.

Occhi cerchiati di sporcizia e profondamente incavati. Come un animale nascosto dentro un cranio che guarda fuori attraverso le orbite.

Chinò la testa poi accese l’accendino e protese la fiammella verso il buio come un’offerta.

 

FINALE

Devi portare il fuoco.
Non so come si fa.
Sì che lo sai.
È vero? Il fuoco, intendo.
Sì che è vero.
E dove sta? Io non lo so dove sta.
Sì che lo sai. È dentro di te. Da sempre. Io lo vedo.

Il finale è prevedibile a grandi linee dalla prima pagina; è una cosa che immagini. Tuttavia questo non lo rende scontato, perché gli interrogativi sono davvero tanti. Un finale molto intenso, straziante ma che tuttavia ti lascia un bel ricordo.

Spoiler

CONCLUSIONE

Lui ci provava a parlare con Dio, ma la cosa migliore era parlare con il padre, e infatti ci parlava e non lo dimenticava mai. La donna diceva che andava bene così. Diceva che il respiro di Dio è sempre il respiro di Dio, anche se passa da un uomo all’altro in eterno.

Un romanzo che ti dà più domande che risposte, scritto benissimo e denso di significati da trovare in base al proprio percorso. Se volete leggere un distopico realistico, cupo, che scavi nelle vostre certezze e paure, non posso fare altro che consigliarvelo.

Voto: 8,5/10

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Phèdre Banshee

Phèdre Banshee è un esserino fuori da ogni logica. Tutti i giorni attraversa il tempo e viaggia nei mondi per scrivere, sul suo grande libro, storie tragiche ma divertenti. Ha molte maschere, di cui ha la massima cura. Le guarda appese in ordine sulle pareti e ne sceglie una diversa ogni mattina, a volte anche più di una. Ne tiene una sul viso e l’altra in tasca, masticando Luoghi comuni. A chi? Non si sa. Il suo aspetto più frequente è quello di una vecchia gobba e sciatta che ondeggia tra la realtà e la pazzia, ma i denti sono sempre perfetti, perché su certe cose non scherza. Quando non è in giro a raccogliere storie, le piace leggere libri fantasy contemporanei e i vari sottogeneri; giocare ai videogame, in particolare i gdr; guardare film e serie tv per poi lamentarsi a voce alta con la tv quando i personaggi fanno qualcosa di stupido o sono troppo sdolcinati.

3 Comments

  1. avatar Fabio ha detto:

    Storia molto interessante. Ho visto il film, senza aver letto il libro, ma ne hai parlato talmente bene che lo leggerò volentieri, magari anche per scoprire alcuni fatti che nel film non sono presenti 🙂

  2. avatar Federico Luchetti ha detto:

    Bello vero, se a un profano come me è strapiaciuto il film, il libro non mancherà di interessarmi.
    Gli esempi portati dello stile narrativo sono un altro più, il formicolino sottopelle (che sentiamo tutti quando ci fomentiamo nceprovate) cresce dopo ogni parola, sto tizio è bravo >_>.
    Bel lavoro di recensione e analisi, siori e siori un applauso!

  3. avatar Elena ha detto:

    Stavolta ci ho messo veramente taaaanto a leggerla, lo so, sono una persona orribile XD

    comunque sembra un bel libro, scritto molto bene ( e non lo dico solo per il confronto con l’ultima recensione XD) e che offre tanti spunti di riflessione interessanti, dal simbolismo del “portare il fuoco” al limite che le persone possono raggiungere (e talvolta superare) per sopravvivere.
    Quando mi riprenderò da TWD, e sarò di nuovo in grado di affrontare il genere post-apocalittico, penso proprio che lo comprerò!!
    Ps: RIP Roger

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