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Recensione – La Nave di Teseo di J.J. Abrams

Questa è una storia, naturalmente, e una storia che ha ben poco a che fare con la verità, se non per manipolarla.

La nave di Teseo - Lande IncantateTitolo: La Nave di Teseo
Titolo originale: S. Ship of Theseus
Autore: J. J. Abrams; Doug Dorst
Traduttore: Enrica Budetta
Editore: Rizzoli
Pagine:  456
Prezzo: Copertina rigida con custodia – € 35,00
Reperibilità: Sia online che in libreria

DAL WEB

Un libro, due lettori, un mondo di pericolo e desiderio… Una giovane bibliotecaria trova per caso un libro lasciato fuori posto da uno sconosciuto: un lettore intrigato, rapito dalla storia e dal suo misterioso autore, come rivelano le note che ha appuntato a margine. Lei gli risponderà con note di suo pugno, dando inizio a un singolare dialogo che li condurrà insieme in un mondo sconosciuto. Il libro: La nave di Teseo, l’ultimo, discusso romanzo di V.M. Straka – autore prolifico quanto enigmatico – nel quale un uomo senza passato viene rapito e imbarcato a forza su una strana nave dal terrificante equipaggio e lanciato verso i pericoli di una missione ignota. L’autore: Straka, oscuro e discusso protagonista di uno dei più grandi misteri del mondo; rivoluzionario di cui nulla si conosce se non le parole che ha scritto e le teorie elaborate sul suo conto. I lettori: Eric e Jennifer, un ricercatore e una studentessa indietro con gli esami, entrambi chiamati a scelte cruciali per capire chi sono e che cosa vogliono diventare, e quanto saranno in grado di mettere le proprie passioni, ferite, paure l’uno nelle mani dell’altro. “S.” ideato, concepito, realizzato dal regista J.J. Abrams e scritto dal romanziere Doug Dorst, è il diario di due persone che si incontrano tra i margini di un libro per ritrovarsi invischiate in una lotta mortale tra forze sconosciute: un viaggio nell’universo della parola scritta che risucchierà i suoi lettori in una rischiosa spirale…

L’ultima cosa di cui un uomo senza ricordi ha bisogno sono dei terribili ricordi nuovi

Quando si tratta di libri, è facile incuriosirmi aggiungendo delle novità o cose insolite; basta anche qualche disegno, illustrazione o foto. Potete quindi immaginare quale sia stata la mia reazione quando sono venuta a conoscenza di questo libro: Appunti sulle pagine, lettere, articoli di giornale, fotografie, documenti… Tutto in relazione ad una storia e da toccare con mano.

Dato il prezzo elevato, è finito in fondo alla mia lista desideri e le possibilità che lo comprassi erano minime. Ma poi, con mia enorme sorpresa, l’ho ricevuto in regalo qualche mese fa.

Io quando mi regalano un libro (o del cibo)

Giungere ad un parere preciso non è stato per niente semplice e, nonostante abbia riflettuto, riletto, appuntato, segnato, schematizzato e fotografato ogni cosa, non credo che potrò mai raggiungere un’idea definitiva. Ci sarà sempre una piccola parte di me che si chiederà se è davvero tutto o se mi sia sfuggito qualcosa. Ma penso che questo faccia parte del gioco. Un gioco mooolto studiato, che adesso cercherò di illustrarvi punto per punto.

L’IDEA

Io non parto mai prevenuta con un libro. Quando lo inizio, può essere sia il romanzo della mia vita che una schifezza pazzesca. Eppure, mano a mano che andavo avanti con le pagine, una sensazione molto strana e sgradevole si è fatta strada sempre di più nella mia testa, e ogni cosa ha contribuito a confermare la presenza di un elemento molto insidioso: la fuffa.

Quel furbacchione dell’autore ha scritto un romanzo che, più che essere un prodotto finito, è molto più simile ad una prima stesura: pieno di difetti, di eccessi e cose inutili o senza senso.

Quindi che cosa si fa, quando il tuo romanzo è un susseguirsi di fuffa e cliché allucinante?

“Si riscrive, cercando di correggere?”
“No.”

“Lo si fa rivedere da un esperto?”
“Ma assolutamente no, io sono J.J Abrams, mica un comune mortale!”

“E quindi, cosa facciamo?”
“…Giustificherò ogni difetto, facendo credere al lettore che sia fatto di proposito; inoltre, creerò due groupie che, con i loro commentini, confonderanno il lettore fino a convincerlo che il romanzo sia sensazionale. Creeremo un’Illusione di capolavoro!”

Geniale! Geniale!

L’ILLUSIONE DI CAPOLAVORO

Vi spiego con un esempio che cosa intendo per “Illusione di capolavoro”:

Sgrumt è seduto in un bar. Con un cucchiaino gira, in senso antiorario, il suo caffè annacquato. Ha lo sguardo fisso alla finestra e osserva una senzatetto che si scaccola, seduta sul marciapiede oltre la strada. Ad un tratto, Sgrumt tossisce e scatarra sul caffè.

Voi acquistereste una cosa del genere? Io non credo.

Ma se io organizzassi una campagna pubblicitaria, in cui la critica, i giornali e la pubblicità iniziassero a dire che Sgrumt potrebbe essere in un bar, oppure lo sta solo immaginando; che lui non mescola solo il caffè, il roteare antiorario del cucchiaino può rappresentare la sua lotta quotidiana contro il mondo che va sempre in una sola direzione, o forse contro il tempo stesso che avanza; la senzatetto che si scaccola potrebbe rappresentare il suo futuro, o magari un passato, o forse addirittura l’amore della sua vita.

Già iniziamo a vederlo con occhi diversi, ma sono tutte cose che vi ha detto la mia campagna pubblicitaria. Quei significati, non li avete colti mentre leggevate di Sgrumt.

Infatti, dopo esservi convinti ad acquistarlo ed essere tornati a casa, ciò che vi ritrovate fra le mani è solo un tizio di nome Sgrumt che scatarra nel caffè.

Se il romanzo ha un messaggio e/o più di uno strato di lettura, essi devono essere subito comprensibili mentre lo si legge e devono essere facilmente raggiungibili dal numero più alto di persone. Tutto il resto, è solo marketing. Non ci deve mai essere una seconda o terza fonte, che spiega o ti dice cosa devi vedere in un romanzo. Un libro serve a farti pensare da solo, con la tua testa. Se devi ascoltare qualcun altro che ti dice cosa e come devi pensare, allora tanto vale accendere la televisione.

STRUTTURA

Questo romanzo è una storia nella storia, quindi, benché nel nostro mondo sia tutta un’idea di J.J. Abrams, nel mondo del libro questo romanzo è stato scritto da M.V. Straka, uno scrittore misterioso; tradotto da F.X. Caldeira, persona molto devota a Straka; commentato molti anni dopo, infine, da Eric e Jen, che cercheranno di risolvere il mistero della vera identità di Straka.

Il romanzo è quindi costituito dalla storia principale, cioè quella del romanzo; e da una storia parallela costituita dai commenti scritti dai personaggi Eric e Jen che lasciano sulle pagine del libro.

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Inoltre è presente: una premessa di una decina di pagine a inizio romanzo e delle note a fondo pagina, tutto da parte di F.X. Caldeira.

«Se Straka è morto» ha chiesto qualcuno, «allora dov’è il suo corpo?» Che importanza ha? Se i suoi resti mortali sono sepolti da qualche parte, allora sono diventati parte della terra nella sua interezza. Se sono nell’acqua, allora riempiono i nostri oceani e cadono su di noi come pioggia dalle nubi. Se sono nell’aria, allora li respiriamo proprio come inspiriamo aliti di vita dalle sue opere. V.M. Straka non era solo un cantastorie: era una storia. E una storia è resiliente, proteiforme, eterea.

COME SI LEGGE?

WP_20160411_002 E’ forse la domanda più gettonata, quando si parla di questo libro. Appena gli ho dato una sfogliata, ho capito che il pericolo maggiore sarebbe stato quello di essere influenzata dai pareri di Eric e Jen, quindi ho deciso di leggere prima il romanzo, e dopo tutti i loro commenti.
Impresa per nulla semplice.
I miei occhi si muovevano come un flipper per evitare e schivare tutti i commentini, perché la loro presenza è molto frequente e molesta.
Alla fine, dopo svariati mal di testa, mi sono ridotta a creare, in stile art-attack, un para-commentini.

LA (S)COMODITÀ

Non esiste un modo comodo di leggere questo libro. In qualunque posizione, i numerosi documenti presenti fra le pagine faranno di tutto per uscire e, se ci riusciranno, dovrete andare su internet a ricercare la pagina in cui si trovavano, perché altrimenti sarà impossibile leggerli al momento giusto e la confusione aumenterà.
Quindi immaginate la scena: Io che con una mano tengo fermo il para-commenti e con l’altra tengo chiuse strette le pagine, per non far uscire i documenti. Ogni volta che devo mettere una linguetta o appuntare qualcosa, uso le dita come pressa e al tempo stesso come segnalibro; ma si rivelerà tutto inutile, perché, ogni volta che chiuderò il libro e guarderò a terra, troverò qualche documento caduto che mi guarderà con aria di sfida. C’è chi impazzisce per molto meno.

Per rendere questa recensione più chiara possibile, parlerò prima del romanzo e dopo della storia derivante dai commenti di Eric e Jen, seguendo quindi lo stesso ordine in cui il libro andrebbe letto.

IL ROMANZO

I tre ragazzi che finora hanno lanciato pezzi di mattoni contro le cupole di vetro luminose si rifugiano in un vicolo quando arriva l’uomo con il soprabito. Trattenendo a stento le risatine per la loro marachella, aspettano che passi. Nessuno dei tre si prende il disturbo di guardarlo in faccia: in fondo, che è per loro? È un adulto e, pertanto, un mero rappresentante senza volto dell’ordine e del giudizio. È il colpo del randello di un poliziotto; è lo schiaffo che li aspetta a casa; è la fine di tutti i possibili brividi; perciò va evitato. A parte questo non è da prendere sul serio, deve essere deriso e poi dimenticato.

 

PERSONAGGI

S.

S. annuisce. Una benedizione della sua amnesia: non ricorda nessun legame con altre persone e, così, niente legami di cui temere la rottura, da riallacciare una volta persi. Che fortuna essere insensibile a cose del genere, ignorare il dolore provato da qualcun altro per lui.

È il protagonista del romanzo, un uomo che ha perso la memoria e l’unica cosa che vuole è scoprire chi è davvero.  Fra tutte le trovate geniali e furbacchione dell’autore, con lui si è superato: Col fatto che ha perso la memoria e non ha la più pallida idea di chi sia, l’autore ci marcia su e lo usa senza criterio, perché ogni incongruenza e contraddizione la può giustificare fino allo sfinimento con “Lui non sa chi è, quindi non ha nulla a cui aggrapparsi o a cui fare riferimento.”

Risultato? Un personaggio talmente anonimo da dare sui nervi; vuoto al punto da impedire anche di interessarsi alle sue vicende; talmente finto da non riuscire a prenderlo sul serio.

Tuttavia, ho notato anche due lati di lui molto interessanti e del tutto inaspettati, dati i presupposti:

TRAE CONCLUSIONI SU CHI ERA, IN BASE AL MODO IN CUI AFFRONTA LE SITUAZIONI

S. sente la mente rallentare, sopraffatta, sente le sue reazioni attenuarsi. […] Quello che si ritrova a fare, quello che vede fare a se stesso, come se fosse fuori da sé, è osservare le persone sull’altopiano, sbigottito, passivo e per niente eroico. Si rende conto che chiunque sia stato prima di ritrovarsi nell’Antico Quartiere, non era un soldato, una spia, un rivoluzionario, un assassino né niente del genere. Era – ed è – un pover’uomo, niente affatto preparato per una situazione come questa.

Questo suo lato purtroppo è solo accennato, infatti, queste due citazioni sono le uniche presenti sull’argomento. Se lo avessero sviluppato di più, forse ci saremmo trovati davanti un personaggio molto più interessante e singolare. Ma anche solo per la presenza di questi due lati, non riesco a bocciarlo del tutto.

«Ti porterò io» gli dice S. Non vuole farlo, ma lo farà.
«Non puoi» replica Pfeifer.
«In due possiamo» gli dice S. E capisce di non essere il tipo di uomo particolarmente incline a rischiare la propria vita per offrire un simile aiuto, ma è disposto a farlo. La forza di questa scoperta, e forse la sua enormità, lo sorprende.

L’IMPORTANTE È PROVARCI

S. sa di essere un fallimento continuo, però sente di doverci provare lo stesso. Questo suo lato compare molto tardi nella trama, forse troppo, al punto che il lettore forse non ne rimane colpito quanto dovrebbe.

Si ricorda Sola nei margini, che gli dice di andare avanti quando la risolutezza vacilla, di risalire il fiume e fare ciò che crede vada fatto. I suoi sforzi non saranno sufficienti, ma possono benissimo essere necessari. Anche se adesso non può fermarlo – e potete scegliere voi a cosa si riferisce quel «Io»: la distruzione del Territorio, le campagne militari e le armi che riducono in cenere le città e le popolazioni in fantasmi, il baratto della vita di un uomo con il profitto di un altro uomo, ciò che lascia i bambini senza padre, madre o casa – il suo compito è provarci. L’origine di questo imperativo, di questo dovere, rimane per lui un mistero quanto l’origine del simbolo, ma non lo rende meno vero.
Taraqachi. Forse è questo che significa: colui che prova.

SOLA

Sembra che la sua solitudine pubblica le piaccia; c’è una grazia naturale nella sua postura eretta e nella semplicità del suo abbigliamento, […] nella calma con cui volta le pagine, nel modo in cui si porta il dito alle labbra e tiene lo sguardo fisso, nel bel mezzo del baccano, probabilmente contemplando una riga che ha già letto. A suo agio da sola e tranquillamente ignorata. Un’anima gemella? Forse – se non per l’uomo che è o che è stato, almeno per il genere di uomo che non gli dispiacerebbe essere.

Sola è l’unica persona con cui S. sente un legame, e cercarla sarà il suo obiettivo principale. Come personaggio è introdotto bene, ma tutto il resto scivola via in situazioni blande e dialoghi poco incisivi. È impossibile inquadrarla, ci sono talmente pochi elementi da non riuscire a farsi un’idea, nonostante sia il personaggio chiave della storia.

Anche qui, l’autore ha provveduto a giustificare la cosa con “S. è confuso”, ma dal momento che il narratore è onnisciente, non ci sono scuse se un personaggio ha lo stesso impatto emotivo dell’acqua tiepida, nel lettore.

MAELSTROM

È l’unico personaggio che riesce a farsi apprezzare, rispetto al piattume generale.
Non si capisce bene il suo ruolo, a parte quello evidente di capitano della nave, ma ha un’unica caratteristica interessante, che gli permette di rimanere impresso al lettore: Il suo modo di parlare.
Più che spiegarlo penso sia meglio mostrarlo e, siccome io ho avuto difficoltà a tradurre qualche frase nel corso del romanzo, per sicurezza tra parentesi metterò la traduzione.

«Tu come ti chiami?»
M’agg’levé miño nom, [me lo sono levato il mio nome] dice l’omone. Fa un cenno verso l’equipaggio che si trascina a poppa della nave. S’ann levé sois nom. Nom sont desgraça. [Si sono levati i loro nomi. I nomi sono disgrazia.]
«Eppure io ne ho uno. A quanto pare.»
L’omone sorride. Ha i denti arrotondati, come piccole lapidi gialle piantate irregolarmente in gengive del colore della terra. Desgraça, [disgrazia] ripete. Ha un accento strano – più che provenire da un posto specifico sembra tirato su con un mestolo da uno stufato transoceanico di pronunce e difetti linguistici.

STENFALK, CORBEAU E OSTRERO

Sono tre dei quattro operai che S. incontra durante una manifestazione, fuori dalla fabbrica in cui lavorano. Saranno i compagni di S. per un periodo della storia.
Perché li ho messi insieme? Semplice, perché hanno tutti gli stessi difetti, al punto che è impossibile prenderli separatamente.

Per dimostrarlo, basterà che io riporti alcune frasi a caso dette da loro, senza indicare chi le ha dette.

«Ecco perché le persone come Vévoda hanno sempre un vantaggio» dice …, strofinandosi il naso. «Su quelli come noi. Perché noi abbiamo la maledizione di credere che la gente conti qualcosa. È molto, molto più facile piegare il mondo alla tua volontà se piegare il mondo è ciò che conta di più per te.»

«Questo,» dice «è proprio lo scopo dei falò da bivacco. La condivisione di storie. C’è un legame spirituale tra il fuoco e la narrazione.»

«Certo» risponde …, «ma so anche quanto vale il mio intuito, e quanto sia pericoloso metterlo in dubbio. Senza intuito, il mondo diventa un posto piatto, asfittico, dove il cambiamento è impossibile.»

«Ai mercenari interessa solo una cosa» sbotta il giovane.
«O forse ci sta trattenendo mentre i suoi compagni si sparpagliano lungo tutto il fronte del porto»

Notato qualcosa di strano? Vi illustro ciò che ho notato io.

POCO CREDIBILI

Queste persone vivono in condizioni modeste, quasi povere, e hanno passato tutta la loro vita a lavorare in una fabbrica.

«Tu e Stenfalk state insieme da molto?» chiede S.
[…] «Ci conosciamo da molto tempo,» dice Corbeau. «Io sono stata in fabbrica per dieci anni – che buffo, mi sembra strano usare il tempo al passato – e lui era già lì quando sono arrivata.

Un operaio, a quei tempi, aveva un’istruzione minima o forse nemmeno quella, inoltre la fabbrica forniva un lavoro alienante con turni di lavoro massacranti. Non è per nulla credibile che degli operai parlino in questo modo. Dovrebbero avere un linguaggio pratico, quasi spicciolo, rozzo; invece hanno una proprietà di linguaggio e una sicurezza d’espressione da fare invidia ad uno studioso.

IDENTICI FRA LORO

E’ impossibile capire chi ha parlato o se le frasi appartengono alla stessa persona, perché i personaggi non sono per niente caratterizzati. Tutti parlano allo stesso modo, tutti sanno e dicono le stesse cose.

PFEIFER

«Non far finta di non accorgertene. Non c’è più. Va così. Ami, poi perdi, poi muori. Anche se sopravvivi, muori. Pensa a Ostrero: non sopportava di stare senza sua moglie e i suoi figli. Ha perso la testa. E ora tocca a lei. Non è più la stessa di stamattina. E non lo sarà mai più.»

L’unico degli operai che è riuscito a spiccare un po’ è lui. Parla poco, ma quando lo fa lo si riconosce subito per il suo cinismo ed è leggermente più rozzo rispetto agli altri.

«Sappiamo che esplode» dice Pfeifer. «Sappiamo che può fare grossi buchi nel mezzo del nulla. Sappiamo che odora proprio come il buco del culo del diavolo.» 11

Questa è forse l’unica frase davvero fatta bene e caratterizzante, e il traduttore/autore giustamente provvede a scusarsi.

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Inoltre, ovviamente, l’autore furbacchione non si smentisce mai nemmeno qui.

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TRAMA

La storia, come avete capito, non è all’altezza delle aspettative, e nemmeno del prezzo così alto. È un susseguirsi di fuffa e cliché senza sosta, dà proprio l’idea che l’autore non si sia impegnato più di tanto. Inoltre, dovevo per forza leggerlo di giorno, perché altrimenti facevo davvero fatica a rimanere sveglia.

Tuttavia, gli argomenti chiave del romanzo vengono ripetuti talmente tante volte e in mille modi diversi, che è impossibile non notarli. La Nave di Teseo, parla della ricerca della propria identità e della libertà di poter scegliere a cosa voler credere.

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LA NARRAZIONE

Il narratore del romanzo è forse uno dei più odiosi con cui abbia mai avuto a che fare. È tutto quello che non dovrebbe essere ed è di sicuro l’elemento che più penalizza questo romanzo.

IL NARRATORE ONNISCIENTE

Il narratore è incentrato su S., ma al tempo stesso vaga nella scena, raccontandoci fatti del tutto inutili di cui S. non verrà mai a conoscenza e che non influenzano minimamente la trama. Inoltre, confonde molto le idee e stona tantissimo. Perché, se S. non conosce e non ricorda nessuno, il fatto che il narratore invece conosca tutto e tutti non ci fa immedesimare nel protagonista.

Qui è come parla di un personaggio del tutto inutile, che compare giusto il tempo che S. percorra una via:

Una donna dai fianchi larghi è fuori da casa sua – un edificio stretto di mattoni alto quattro piani e coperto da uno strato nero di licheni – e appende un cartello che offre STANZE IN AFFITTO. È la moglie di un capitano partito quattro anni fa su una nave diretta verso una terra lontana. Sarebbe dovuto tornare otto mesi fa e il loro conto in banca è in rosso, così lei ha iniziato ad accogliere e nutrire marinai disgraziati e coperti di ponfi in aggiunta ai suoi tre famelici figli, che sognano tutti di seguire il padre e di partire alla volta dell’ignoto. Nessuno di loro sa ancora che le ossa dell’uomo sono sepolte a milleseicento metri sott’acqua, alcune sotto un mucchio di legname dalle parti di Capo Fortuna, un posto di cui non hanno sentito parlare, e altre sparpagliate per miglia e miglia dai saprofagi oceanici. (Questo è ciò che accade, naturalmente: gli uomini si perdono, gli uomini svaniscono, gli uomini vengono cancellati e rinascono.)

 

NARRATORE CHE ENTRA NEL PUNTO DI VISTA DEI PERSONAGGI

Anche qui, del tutto inutile e appesantisce solo una trama già straripante di cose inutili.

[Il capitano, personaggio del tutto inutile] Si tira su il colletto, curva le spalle contro la pioggia e s’incammina lungo le strade buie, mentre cocci dei lampioni gli scricchiolano sotto i piedi. Digrigna i denti irritato; che tempi!
Fa un cenno a un uomo dall’aspetto miserevole con un soprabito scuro e un cappello di feltro; l’uomo lo ignora e lo supera in fretta, il che lo innervosisce ancora di più. Che ne è stato del cameratismo e della civiltà, del saluto amichevole, delle chiacchiere tra concittadini? Quest’uomo è senz’altro diretto verso una delle taverne del porto dove si riuniscono i personaggi più dubbi, ubriaconi privi di morale, rifiuti della società, persone con cui il capitano non si sognerebbe mai di avere a che fare. Scuote la testa, mentre l’irritazione per l’affronto dello sconosciuto ancora lo attanaglia. Ecco un altro ubriacone che finirà come tutti gli altri. Una vita sprecata.

IL NARRATORE CI DICE COSA FARE E COSA PENSARE

Attaccato al manubrio c’è un cestino di filo metallico, fatto anni fa dal padre e adesso striato di ruggine.
Guardate il cestino. Non fate attenzione all’uomo in tutta che emerge dalla massa, infila un pacchetto di carta nel cestino e poi si mischia di nuovo alla folla e scompare dalla storia.

Queste citazioni fanno parte delle pagine che, più di tutte, hanno messo a dura prova la mia sopportazione. Se non odiassi abbandonare i libri, probabilmente dopo questo orrore lo avrei gettato dalla finestra.

E’ una narrazione molto cinematografica, che resa su un libro, però, ha come unico risultato quello di dare sui nervi.

In corsivo grassetto riporto ciò che ho scritto nei miei appunti mentre leggevo, giusto per farvi un’idea. (Sì, io parlo anche con i libri.)

Cercate di tenere lo sguardo sul cestino, anche quando S. arriva al molo, ansimando e tossendo, con i piedi ormai sanguinanti, e si fa largo verso la pedana, dove Stenfalk e gli altri discutono spartendosi una mela ammaccata. Ciò che conta non è il fatto che i cinque si disperdono nella folla lungo il molo, cercando disperatamente un Detective con addosso una tuta da lavoro. Ciò che conta davvero è che mentre voi vorreste chiamarli, gridare attraverso la pagina, indirizzare la loro attenzione alla bomba nel cestino della bicicletta, ovviamente non potete farlo.

Per la verità io tifo più per la bomba. Se vi cancella tutti in un colpo solo, voglio assistere eccome.

Non spostate lo sguardo dal cestino, nemmeno dopo lo scoppio, perché i frammenti voleranno a caso in mezzo agli operai che scappano, gridando e agitando il pugno nel loro debole e inutile assembramento. (Comunque la bomba è piccola e rozza, perciò tutti i Detective saranno al sicuro fuori dal suo raggio, e inoltre in questo modo l’esplosione sarà più facilmente imputata a un operaio arrabbiato – probabilmente un anarchico o un rosso, sapete come sono fatti questi qui – invece che a un provocatore professionista al soldo del costruttore di armamenti in più rapida espansione al mondo.)

No, non lo sappiamo, ma meno male che il narratore ci tiene a farcelo sapere…

Di nuovo: tenete gli occhi fissi sul cestino, se proprio volete tenerli aperti.
È meglio che non vediate S. venire sbalzato dall’esplosione come una bambola di pezza. Quante punizioni può sopportare questo corpo? Potreste chiedervi. E con così tante cose ancora da fare? Non volete vedere la sua espressione che si allenta per un intervallo di tempo così angosciosamente lungo – anche se notereste che il suo corpo resta integro – e certamente non volete vedere la sua faccia quando riprende conoscenza, insieme alla certezza che quella sua esitazione fuori dalla centrale elettrica è ciò che ha permesso all’attentatore di raggiungere il molo in tempo per sistemare l’ordigno e svanire. E non volete osservare il molo dopo l’esplosione, cercando quel bambino di undici anni. Questo, al di là di tutto il resto, è sicuro.

Veramente la mia unica preoccupazione è che ho ancora 300 pagine da leggere e già non sopporto nessuno, nemmeno il protagonista. Quindi se saltate tutti in aria e il libro finisce qui mi fate solo un favore

Il parere dei groupie?

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IL PARERE NON RICHIESTO DEL NARRATORE

Parlano, il ragazzo piegandosi verso di lei, la ragazza facendo un mezzo passo indietro, mantenendo la distanza, il che sorprende S., perché il senso di scene come questa non è che due persone – due corpi, due anime – si uniscano? E dentro il suo alone sonoro di spari attutiti e sofferenze, la ragazza sul molo scuote la testa, la scuote di nuovo (che gesto enfatico!), gli sbatte un fascio di fogli contro il petto, e ora è il ragazzo a fare un passo indietro, sorpreso.

IL NARRATORE CHE GIUSTIFICA I PERSONAGGI

Potreste dire che S. può incolpare solo se stesso, che è sua la scelta di combattere questa battaglia, come sua è quella di vivere una vita di sonno vigile o di veglia sonnolenta, di essere soddisfatto con Sola nei margini dei suoi manoscritti invece che tra le sue braccia, e potreste avere ragione. Ma dovete anche capire che dentro di lui si verifica un attrito, nel quale le opzioni e le scelte e persino i desideri vengono frantumati in pezzi sempre più piccoli finché la loro esistenza non può più essere confermata dall’osservatore, dal peso o dalla dislocazione, ma solo dalla fede. Finché il desiderio diventa il fantasma.

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I CLICHÉ

Dopo avervi mostrato la fuffa, penso sia il caso di riportarvi i cliché più allucinanti e banali che mi hanno fatto alzare gli occhi al cielo.

Il riflesso sull’acqua che cambia (molto in stile Il Re leone)

Si ferma sul bordo della pozzanghera e forse è uno scherzo della luce o uno scherzo delle ombre o uno scherzo di questa città sbilenca, ma per uno stranissimo istante la luce riflessa sulla superficie prende la forma dell’immagine del volto di una donna. E poi altrettanto rapidamente, l’immagine scompare, e la pozzanghera è di nuovo solo una pozzanghera, con qualche striatura luminosa e un luccichio iridescente che ne unge la superficie.

Il gatto che soffia al tuo passaggio…

… E si ritrova in una strada ancora più stretta, dove un gatto malconcio lecca vorace una pozzanghera, fermandosi per rizzare il pelo e soffiare mentre l’uomo con il soprabito gli passa vicino.

…e anche una scimmia

Ora, mentre il proprietario chiude il cassetto e il suonatore s’infila in tasca il suo misero guadagno, l’uomo con il soprabito scuro passa accanto alla vetrina del negozio. (I due non se ne accorgono, ma la scimmia, sdraiata sulla soglia, scopre i denti e soffia.)

Le gambe da cerbiatto

Si leva con cautela dall’amaca – le gambe gli tremano come quelle di un cerbiatto appena nato – poi si avvolge meglio nel soprabito per combattere il freddo.

La storta alla caviglia mentre ti stanno inseguendo

Stanno attraversando di corsa un basso corridoio quando Pfeifer urla e la torcia si allontana vorticando da lui, un piccolo globo di luce che rimbalza e sbatte contro la roccia irregolare. S. lo raggiunge e lo trova che impreca e si stringe la caviglia destra.

Una storia di paura raccontata di notte nel bosco, intorno al fuoco con, naturalmente, lo spavento improvviso

Stenfalk narra di una leggenda della regione settentrionale in cui è cresciuto: quella di Hjaarn, una creatura assetata di sangue che si mostra di rado, che ruba e divora il bestiame. Finite le bestie, passa alle figlie dei fattori, lasciando che i genitori ne ritrovino le ossa in mucchi ordinati. Allora i fattori, indignati e terrorizzati, si uniscono e si dirigono verso l’innevato bosco di pini per dare la caccia alla creatura. La loro ricerca non porta a niente per molte settimane. Una notte, una morsa gelida stringe la foresta e gli uomini – affamati, assetati e preoccupati di morire di freddo – si accalcano tutti in una grotta di ghiaccio. Sentono un fruscio nell’oscurità alle loro spalle poi…
…Stenfalk emette un grido strozzato…
…e S. ha un sussulto, con l’adrenalina che gli schizza nelle vene, Corbeau per poco non casca dal tronco su cui è seduta, Pfeifer o Ostrero lanciano grida acute di sorpresa, al che Pfeifer cerca di coprire il suo con un colpo di tosse.
Stenfal ridacchia e batte le mani mentre gli altri inveiscono contro di lui.

LE FORZATURE

Se i cliché lasciano intendere quanto l’autore sia con poche idee o voglia, le forzature dimostrano quanto poco impegno ci abbia messo nel costruire una narrazione decente.

 

Momento di stasi e salto narrativo

L’autore ha finito quello che aveva da dire e non sa come fare per passare a tutt’altra scena, quindi cosa fa? Naturalmente fa svenire il protagonista. Il narratore onnisciente potrebbe continuare a raccontarci, visto che fino a quel momento ci ha raccontato anche la storia di ogni muro ma, stranamente, in questo caso non ha niente da dirci.

Il gigantesco marinaio sembra calmo, ma la bizzarria sua, dei suoi compagni silenziosi, di questo folle collage che è la nave e della stessa presenza di S. su di essa, gli provoca una fitta di panico. Sente il cuore battergli più in fretta e la colonna vertebrale farsi di ghiaccio. Lui – il presunto S. – non ha controllo su chi o dove o perché è. È come se stesse cadendo di nuovo, cadendo nell’oscurità, senza niente cui credere a parte la crudele efficacia della forza di gravità.
Le ginocchia cedono e crolla sul ponte.

La memoria che va e viene a piacimento dell’autore

Il narratore ci ripete in continuazione che S. non ricorda nulla. Ci ripete fino allo sfinimento che lui è un guscio vuoto, non ha fondamenta su cui basare la percezione di se stesso. In questo modo può usarlo come vuole, perché con questa scusa non c’è bisogno di caratterizzarlo e ogni sua contraddizione, azione assurda o poco credibile si può giustificare col fatto che nessuno, nemmeno lui sa chi è. Eppure, l’autore riesce a dimostrarsi un vecchio volpone anche in questo caso.

Leggiamo questi paragrafi:

[…] c’è una grave complicazione che inficia tutti i piani di fuga di S.: non sa se è un buon nuotatore o se addirittura sa nuotare. Ha una vaga, atavica sensazione di possedere una qualche connessione con l’acqua – e ricorda anche quelle voci dell’Antico Quartiere e vorrebbe che non si fossero zittite – ma è riluttante a credere che sarà in grado di tuffarsi e non affondare e basta come un sasso.

Il pomeriggio del terzo giorno, l’omone gigantesco senza cuciture – la cui barba ha ispirato a S. il soprannome di Maelstrom – compare davanti al portello e guarda in basso verso di lui. La barba arriva a sfiorare il primo piolo della scala.

Si risiede a terra, schiacciandosi contro la solidità di un tramezzo. Piegandosi in avanti, prega una sfilza di santi in cui non crede di far sì che l’incantesimo della nausea passi in fretta.

Ognuna di esse sembra mostrare una persona diversa, ma S. non può esserne certo, visto che quasi tutte sono sfocate, scattate a distanza in luoghi pubblici (sui gradini di un edificio; nei bar; nelle stazioni; su delle navi) Le poche in cui le facce sono fotografate da vicino e messe a fuoco sembrano provenire da documenti governativi di qualche tipo.

Quindi, questi tizio non si ricorda una cippa quando conviene all’autore, non ricorda nemmeno di saper nuotare; però, se serve a fare andare avanti la trama, sa riconoscere un documento governativo e arriva a ricordarsi addirittura di Edgar Allan Poe.

Sì, lo so che la perdita della memoria è soggettiva e con tante variabili, ma stranamente, le poche cose che S. ricorda, servono sempre a far risparmiare all’autore qualche sforzo.

Il “No perché no”.

L’autore non si risparmia di presentarci scelte narrative banali e forzate, per dare alla trama il risvolto che vuole lui. Forse, quello che non ha capito, è che chiunque abbia letto più di un libro immagina perfettamente cosa succederà dopo

Ciò di cui vuole parlare davvero S. – sebbene anche questo potrebbe non avere alcuna utilità pratica – sono i Racconti dell’arciere. Quando però cerca di tirare fuori l’argomento – dopo che Stenfalk ha bevuto un po’ d’acqua, riposato e ripreso fiato – Corbeau scuote la testa: non ora.

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Il “Sono diventato cieco all’improvviso”

Tutto questo non ha senso, naturalmente – come può una linea nera imporsi su un paesaggio? – e questa è proprio l’obiezione che S. sta per fare quando il bruciore al dito si fa insopportabile e lo costringe a riconoscerlo. Si esamina lo stivale. La suola sotto l’alluce non esiste più, la parte che lo circonda è diventata nera e scivolosa, proprio come ogni filo d’erba che lo stivale ha toccato mentre cammina.

Ma quanto bisogna essere stupidi, per non notare che stai lasciando una scia nera dietro di te? Soprattutto quando ti sei girato una cinquantina di volte per vedere a che punto erano i tuoi inseguitori?

Il “Ma sì, tanto il tempo funziona a nostro piacimento”

L’autore si è prefissato un preciso numero di informazioni che i personaggi devono apprendere, e mette in pratica i suoi piani senza minimamente curarsi del tempo che ci vuole per una determinata azione, piegandolo ai suoi comodi.

[I personaggi stanno cercando in modo disperato di fuggire ai loro inseguitori] Poi il passaggio si apre in un grande anfiteatro a mezzaluna, con un altare sopraelevato e le pareti coperte a trecentosessanta gradi da un caleidoscopico vortice di immagini (che anche alla luce tremolante della torcia di un uomo in fuga è facilmente riconoscibile come un mito della creazione, uno scontro epico tra figure alate nel cielo e lupi terrestri, che vorticano e si avvolgono gli uni agli altri, tuffandosi, ruzzolando e scoppiando in un’ultima cornice di armonia e grazia proprio sopra l’altare: una figura umanoide con una corona di piume e una coda di volpe, in equilibrio su una sola gamba sulla sommità acuminata di una montagna, circondata da gocce trasparenti e dal cielo – una posizione di certo precaria, ma il viso del personaggio esprime solo serenità, non paura né apprensione.

Ma quando mai? Se stai fuggendo per salvarti la vita fai fatica anche a ricordare come si respira, e se stai correndo vuol dire che passi accanto alle pareti per non più di un secondo. Come hanno fanno a notare tutte queste cose in un tempo così ridotto?

Il Deus ex machina balordo

A fine romanzo l’autore si è reso conto che, con le cose giostrate in quel modo, seguendo la logica non avrebbe mai potuto ottenere il finale che voleva, quindi, ha pensato bene di inserire una forzatura balorda e nonsense per salvare la situazione.

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IL FINALE

Nelle ultime 200 pagine, la storia già dall’inizio traballante si lascia andare in un vortice di nonsense. Sembra che l’autore si sia stancato di scrivere e quindi si sforzasse ancora meno di prima per creare qualcosa di decente.

La cosa che più mi ha fatto innervosire, è che l’autore è consapevole di tutto, non solo dei difetti, ma anche del nonsense generale, quindi non fa altro che prenderci in giro e ce lo dice chiaramente:

Il “Non ti sforzare di capire”

A cosa serve tutto questo miscuglio di immagini, parole, voci, nonsense, deliri, sogni febbricitanti, soliloqui e abiette bugie? Cosa sta facendo, riga dopo riga, pagina dopo pagina? Cosa stanno facendo gli altri marinai? Qual è, esattamente, la natura dei volumi che si accumulano in quelle casse? S. non lo sa dire. Ma in qualche modo sente che lui, Sola e l’equipaggio stanno lavorando un’unica cosa che arriva ovunque. Il suo compito è continuare a mettere parole sul foglio, lasciando accumulare piccole rivelazioni. Rilassati, gli sussurra Sola. Non c’è bisogno che tu capisca.

Beh per la verità dopo 300 pagine sarebbe quantomeno carino capirci qualcosa…

Il “Perché sì. Che cosa chiedi a fare?”

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Il “Voglio creare un simbolo ma non è uscito molto bene”

«Segui la scimmia» gli dice Anca mentre si stacca dalla sponda con il remo.
S. non è sicuro di cosa voglia dire, ma non è sorpreso. È ovvio che ci sia una scimmia. C’è sempre una scimmia.
 

Qui ammetto di aver riso. Per la disperazione, più che altro.

La figura della scimmia compare più volte nel libro, ma è inserita in modo talmente blando da dimenticarla subito. Quindi, quando l’autore tira fuori una frase del genere, l’unica cosa che puoi fare è ridere.

Vediamo i groupie cosa dicono:

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Eh ti pareva.

STILE

IL RACCONTATO

Sul pontile sopra di lui echeggia un gran trambusto: grida, fischi e minacce, piedi che pestano e bastoni che sbattono pesantemente sulle tavole di legno, voci amplificate che guidano cori. Lo slogan che risuona più frequentemente e con maggiore intensità è: Diteci dove sono. Diteci dove sono. Non sa niente del conflitto in atto, naturalmente, ma si ritrova a essere dalla parte dei dimostranti, quelli che hanno perso la propria gente. Anche per lui è stato così. Ha perso tutti, compreso se stesso.

L’autore ha uno stile poco incisivo. Molti passaggi vengono raccontati invece che mostrati, come se tutto fosse una ripresa dall’alto.

La calca è più fitta vicino all’ingresso di quella che sembra la parte più vecchia della fabbrica e nel mezzo s’innalza una pedana improvvisata e sbilenca su cui un uomo e una donna stanno l’uno accanto all’altra – i capi di questa sommossa, a quanto pare. Si rivolgono a turno alla folla attraverso un megafono, invitando alla perseveranza e alla moderazione. Hanno entrambi la voce roca per lo sforzo. Nel muoversi si sfiorano le spalle, un’intimità impressionante e inattesa in una situazione come questa. Sembrano a loro agio nel gestire la folla arrabbiata e pronta a esplodere, e anche nel fronteggiare la spaventosa falange di crumiri, che quasi certamente nascono armi sotto i pesanti soprabiti. Se non fosse per la presenza calma e carismatica dei due, immagina S., la situazione avrebbe già potuto prendere una piega drammatica.

 

TERMINI INUTILMENTE RICERCATI

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Lo stile dell’autore è molto semplice. Quindi, quando inserisce dei termini che non fanno parte di quel tipo di registro, la cosa salta subito all’occhio e stona terribilmente.

Se c’è qualche turpitudine cui il nome Straka non sia stato associato alla stampa popolare, […] io non ne sono a conoscenza.

Ma l’attenzione allo Scrittore e non alla sua Opera va a disdoro di entrambi.

Io ho ben poco interesse nel discettare su quale sia il «candidato» – plausibile, fantastico o come che sia – più accreditato per l’identità di Straka.

Decine di personaggi bipedi dall’aspetto lupigno – abbozzati, solo orecchie, denti e code su corpi stilizzati – che si trovano davanti… cosa? S. non lo sa.

Ripensa alle fosse piene di ossa sulle montagne, quei doppi quinconci anneriti.

 

LE NOTE INFODUMP INUTILI (?) E ODIOSE DEL TRADUTTORE.

Dal punto di vista prettamente organizzativo, la confusione regna sovrana in questo libro: Le note di F.X. Caldeira sono infodump allo stato puro: troppe informazioni inutili ai fini del romanzo, che servono soprattutto a convincerci che “Straka sa quello che fa”, ma che in realtà fanno solo innervosire perché, ogni volta, bisogna interrompere la lettura per andare leggere un paragrafo inutile.

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Ovviamente hanno anche un’altra funzione, al di là di quella che l’autore ha scelto di attribuire per non farle considerare inutili: Servono a convincerci dell’autorevolezza di Straka e a dare spessore al romanzo. Perché, se una frase è senza senso, dire che si rifà ad un altro romanzo che noi non abbiamo letto, ci dà automaticamente l’illusione che l’autore sappia quello che fa. Ma questo naturalmente suonava male in termini di marketing, quindi il nostro J.J. ha pensato bene di trasformare ogni infodump in un “possibile codice”

E uno indossa persino gli stivali del morto. 4

4 A Straka piaceva molto estrapolare immagini centrali da opere precedenti per riutilizzarle nei progetti su cui stava lavorando in quel momento. I più attenti ricorderanno che in “Le scarpe alate”, quando Emydio Alves viene catturato dall’esercito del Visconte, è spogliato delle scarpe d’ordinanza e messo a lavorare vicino a una ex stazione di posta con indosso «gli stivali di un morto».

 

In un romanzo ogni cosa va dimostrata, non raccontata. Ma questo implica spesso molto impegno e una gran fatica per ottenere un buon risultato. Quindi molto più semplice darci istruzioni precise in quattro righe inutili su come dobbiamo vedere una determinata scena.

Corbeau stringe la presa sulla mano. «Guarda avanti» gli sussurra. «Rilassati. Fingi di essere un corpo e un’anima sola con me.» 7 

7 Lettore, assumiamo esplicitamente che questo rapporto è inteso come un rapporto cameratesco, di reciproco sostegno di fronte a un letale nemico comune. Straka non tollerava coloro che richiedono un’epica storia d’amore quando il personaggio maschile e quello femminile si limitano a scambiarsi un’occhiata, o si tengono per mano ex abrupto. Probabilmente, anzi, questo chiarisce perché Straka non abbia inteso fare di S. un rivale in amore di Stenfalk.

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A volte, nemmeno i suoi groupie riescono a giustificarlo.

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I COMMENTI DI ERIC E JEN

2012. Eric dimentica il suo libro in biblioteca; Jen lo trova, legge i suoi appunti e decide di aggiungere anche le sue impressioni. Da qui inizierà una bizzarra chiacchierata di penna lungo tutte le pagine del libro. Analizzeranno ogni pagina e rileggeranno il libro più volte cercando indizi, codici e informazioni sul traduttore F.X.Caldeira e sulla vera identità dell’autore del libro: V.M. Straka

Struttura temporale complessaWP_20160503_029

Non solo le note di Eric e Jen riempiono ogni pagina in modo molto molesto, ma hanno diversi livelli temporali in base al colore della penna con cui sono state scritte.

Grigio matita: Annotazioni di Eric da adolescente.

Penna blu e pennarello nero: Prima rilettura

Penna gialla e verde: Seconda rilettura

Viola e rosso: Terza rilettura

Infine useranno entrambi il pennarello nero

Questo cosa significa? Che in una stessa pagina possono essere presenti annotazioni di tutti questi colori, quindi il lettore deve riuscire a destreggiarsi e a far quadrare ogni cosa nella sua testa.

Spoiler 1: Linea temporale dei commenti

Una storia dai tanti volti

Ci sono tanti modi di interpretare la loro storia attraverso i commenti, e mano a mano che si va avanti potrebbe succedere di giungere a conclusioni che vi faranno rivalutare tutta la loro storia e, forse, anche un po’ il romanzo.

Non c’è una soluzione precisa a cui arrivare, ognuno sceglie di credere a quella che preferisce e, quella a cui sono giunta io, mi è piaciuta talmente tanto da risollevare questo libro di qualche punto.

Ci sono arrivata quasi scherzando, leggendo un loro scambio di battute ho ridacchiato pensando “Vuoi vedere che…?” All’inizio ho riso, ma poi il brividino che è sceso lungo la mia schiena ha dimostrato che, forse, ci ero già arrivata da molto prima e non me ne ero resa conto. E vi assicuro che, se la vedete al mio modo, il brividino è assicurato.

Sono tre grandi spoiler ma, dato che questo è un romanzo pieno di difetti, iniziare a leggerlo con una determinata consapevolezza potrebbe portarvi ad apprezzarlo un po’ di più.

Quindi, volete il mio consiglio? Leggeteli.

Spoiler 2: L'identità di Straka

Spoiler 3: Eric e Jen

Ripeto che sono opinioni del tutto personali e dettate soprattutto da sensazioni. Non dimentichiamoci che l’autore è un furbacchione, quindi forse sono infine caduta in uno dei suoi giochetti. Ma una cosa è certa: Non cercherò informazioni in rete o altre teorie. Uno dei punti fondamentali del romanzo è Scegliere in cosa voler credere, ed io ho scelto.

Le due facce

Dal momento che la storia di Eric e Jen ha varie interpretazioni, credo che la cosa migliore per darvi un’idea sia riportarvi i pezzi che mi sono piaciuti di meno e quelli che ho apprezzato.

Il peggio

SEGUI L’HACKER. C’È SEMPRE UN HACKER.WP_20160503_039

Quando bisogna cercare varie informazioni, la scelta più ovvia e banale è quello di dare ad un personaggio delle abilità da Hacker, come se fosse una cosa da poco e tutti ne fossero in grado. Come in questo caso, Jen ha a disposizione solo un computer e riesce a scoprire l’inimmaginabile.

CIAO MI CHIAMO JEN E HO 5 ANNI

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Jen in molti punti sembra un bambina, al punto da dare sui nervi.

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Prima o poi mi ridurrò anch’io così…

ME LA CANTO E ME LA SUONO

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L’autore che si fa i complimenti da solo. E sapete cosa mi fa più innervosire?

Che in effetti è una bella frase.

Il meglio

Dall’immagine non si nota molto, ma la stampa è fatta bene al punto che si vedono dei segni di matita cancellata.

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E queste sono le parti che più mi sono piaciute. (Potete cliccarci sopra per poterle leggere meglio)

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CONCLUSIONE

La parola più calzante per questo romanzo è “Troppo”. Troppi commenti, troppe pagine, trama troppo confusionaria, troppa fuffa, troppi cliché, troppe forzature, troppo raccontato, troppo infodump e, soprattutto, troppe le volte in cui l’autore ci prende in giro. Con questo voglio negare che sia geniale nel giustificarsi e nel raggirarci? Assolutamente no.

I commentini servono al loro scopo, perché se non fosse stato per Eric e Jen, probabilmente avrei bocciato senza pietà questo libro, invece proprio non me la sento. O almeno non del tutto.

Se ne avete la possibilità, anche facendovelo prestare, fate un tentativo. Ci sono alte possibilità che rimaniate delusi, ma io rifarei tutto solo per quel brividino che ha sconvolto tutto.

Voto: 6/10

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Phèdre Banshee

Phèdre Banshee è un esserino fuori da ogni logica. Tutti i giorni attraversa il tempo e viaggia nei mondi per scrivere, sul suo grande libro, storie tragiche ma divertenti. Ha molte maschere, di cui ha la massima cura. Le guarda appese in ordine sulle pareti e ne sceglie una diversa ogni mattina, a volte anche più di una. Ne tiene una sul viso e l’altra in tasca, masticando Luoghi comuni. A chi? Non si sa. Il suo aspetto più frequente è quello di una vecchia gobba e sciatta che ondeggia tra la realtà e la pazzia, ma i denti sono sempre perfetti, perché su certe cose non scherza. Quando non è in giro a raccogliere storie, le piace leggere libri fantasy contemporanei e i vari sottogeneri; giocare ai videogame, in particolare i gdr; guardare film e serie tv per poi lamentarsi a voce alta con la tv quando i personaggi fanno qualcosa di stupido o sono troppo sdolcinati.

3 Comments

  1. avatar Nymerios ha detto:

    Tra le cose che a pelle mi avevano affascinato di questo libro rientrano le note a margine. Non pensavo fossero così tante, e così intricate, addirittura scritti in tempi diversi! Per quanto questa caratteristica sia intrigante (anche se pesante da seguire), dalla trama, dai personaggi e dallo stile che descrivi… beh, non penso che comprerei mai questo libro. Il prezzo inoltre è altissimo! Ma è davvero troppo WTF, mi annoierei subito e penserei di aver sprecato soldi.

    Ottima recensione comunque!

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