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Recensione – La Confraternita del Pugnale Nero #2 Quasi Tenebra di J. R. Ward

Mary si fermò, reclinò il capo all’indietro e guardò in su. Poi, lentamente, allungò il braccio verso il cielo con la mano piatta davanti a sé. Chiuse un occhio.
«Che cosa stai facendo?» chiese lui.
«Stringo la luna nel palmo.»
Rhage si chinò, seguendo con lo sguardo la traiettoria del suo braccio. «Già, è vero.»

Titolo: Quasi tenebra
Serie: La Confraternita del Pugnale Nero
Autore: J. R. Ward
Editore: Rizzoli
Pagine: 417
Prezzo: 16,00€
Reperibilità: Online e in libreria

 

 

Dal web

Nella città di Caldwell ci sono uomini che hanno sacrificato il cuore e l’anima a un’entità malvagia, l’Omega. In cambio hanno ottenuto l’eterna giovinezza e una missione: sterminare tutti i vampiri che da secoli popolano la città. Per difendersi dalla voglia di morte dei lesser, i vampiri più forti e coraggiosi si sono riuniti nella Confraternita del Pugnale Nero. Mary ha trent’anni, è umana e non sa nulla della guerra che insanguina Caldwell. Non sa nemmeno che Rhage, occhi verdi, corpo perfetto, è uno di quei vampiri guerrieri, segnato da una maledizione che lo trasforma in un mostro terrificante ogni volta che perde il controllo. Ma tra Mary e Rhage scoppia un amore irresistibile, più forte delle leggi che impediscono a un vampiro di amare un’umana, più forte della malattia che ha di nuovo colpito Mary. L’amore potrà sconfiggere la morte?

Ma quanto sono balorde le trame che scrivono per la Confraternita? Ogni volta per me cercare di essere credibile è una faticaccia.

La faccia era contorta in una smorfia di dolore, le labbra ritratte sopra le…
Le si raggelò il sangue nelle vene.
Zanne.
Due lunghi canini spiccavano in mezzo agli altri denti.
Aveva le zanne.
Doveva essersi lasciata sfuggire un’esclamazione perché lui farfugliò: «Te l’avevo detto di non guardare».
«Dio santo» mormorò lei. «Dimmi che sono finte.»
«No, non lo sono.»
Mary indietreggiò lentamente fino a toccare il muro.
«Ma tu che cosa… sei?» chiese con voce strozzata.
«Niente sole. Strani dentacci.» Rhage trasse un profondo respiro. «Prova un po’ a indovinare.»

Comincio subito col dirvi che questa è una recensione dedicata al secondo romanzo della Confraternita, e avrà l’obiettivo di farvi capire se per voi vale la pena continuare a leggere questa saga.
Eviterò di ripetermi troppo, quindi se non lo avete già fatto, vi invito a leggere la recensione del primo romanzo della Confraternita (QUI), in quanto dà anche un approfondimento sul worldbuilding e in generale sulla saga.

Credit by Saxon-Blake

Nonostante ci sia una trama di fondo, ogni romanzo si concentra su due protagonisti diversi. Se nel primo volume il focus era su Wrath e Beth, questa volta seguiremo da vicino Rhage e Mary.

Gli parve di sentire un singhiozzo e spostò un po’ le dita per riuscire a vederla in faccia. Non stava piangendo. No, non Mary. Lei era troppo forte per quello.
Lui no, invece. Aveva le lacrime agli occhi.

Non vi mentirò, in questi giorni è stato più difficile essere cupamente allegra come al mio solito, quindi ho pensato che, forse, tornare a casa con un libro della Confraternita potesse fare al caso mio, e in effetti non sbagliavo.

Si può dire che La Confraternita del Pugnale Nero sia l’unica saga che seguo con vero interesse e per cui aspetto “scalpitando” (mi piace questa parola) le uscite. Da poco è infatti uscito il 14° romanzo, “La Bestia”, che parla per la seconda volta di Rhage e Mary, questo è il secondo motivo per cui ho deciso di rileggere “Quasi tenebra” proprio adesso.

SESSO, TAMARRAGGINE E MAI UNA GIOIA

Era così mastodontico, con tutto quel cuoio nero addosso! E con la faccia quasi completamente in ombra era più minaccioso che bello.
E lei stava seriamente pensando di aprire la porta? Doveva essere matta anche lei.

Partiamo subito con gli elementi che tanto vi piacciono. Esattamente come nel primo volume, anche qui la Ward non si risparmia dal regalarci un sacco di scene tamarre, e penso siano fondamentali per compensare i temi molto forti e drammatici.

Temi forti

«Ehi, Rhage, dobbiamo levare le tende.»
Il vampiro alzò la testa, le labbra serrate e gli occhi socchiusi.
Butch alzò le mani. «Non ti sto mica rompendo le scatole per il gusto di farlo. Ha chiamato la “nave appoggio”.»
Rhage indietreggiò con un’imprecazione. La brunetta ansimava, ma non erano ancora arrivati al dunque. I calzoni di pelle di Hollywood erano dove dovevano essere.
Mentre Rhage arretrava, la donna gli si avvinghiò addosso realizzando tutt’a un tratto che il migliore orgasmo della sua vita stava per uscire di scena. Con un gesto fluido lui le passò la mano davanti al viso e lei si bloccò, come paralizzata. Poi si guardò attorno, spaesata.

DESCRIZIONI TAMARRE

Ovviamente fra tutti i personaggi il punto di vista ideale per la tamarragine è quello di Butch, il poliziotto noir dall’animo grezzo che avete conosciuto nella precedente recensione.

In quella tenuta, il vampiro era un vero schianto persino agli occhi di un etero DOC come Butch. Vedere il mondo dei vampiri attraverso i suoi occhi è sempre divertente.
Con i capelli biondi tagliati corti sulla nuca e più lunghi sul davanti e gli occhi verde-azzurri che ricordavano il mare delle Bahamas, quel figlio di puttana sfidava le leggi della fisica, tanto era bello. Messo vicino a lui, Brad Pitt sembrava un candidato per un reality di infima serie.

 

SESSO TAMARRO

Il sesso, al pari della tamarraggine, è un elemento chiave della saga e contribuisce a creare il giusto equilibrio, inoltre, a differenza di molte scene di sesso inutili che tempestano i romanzi fantasy per adulti, quelle della Ward hanno sempre uno scopo, possono servire per caratterizzare un personaggio, fornirci qualche informazione o fare il punto della situazione della coppia.
Dal momento che ogni romanzo ha dei protagonisti diversi, anche l’intensità e la tamarraggine cambia di libro in libro. In questo romanzo non ce ne sono molte, ma non vuol dire che non spupazzano eh, ma che la Ward non si sofferma perché non c’è nulla che serva a caratterizzare.

Vari tipi di spupazzamenti

 

Le sue pupille divennero bianche e lui cominciò a fare un verso simile alle fusa di un gatto, dimenando i fianchi. L’erezione si piegò in cima allo stomaco, il glande che arrivava all’ombelico e anche più su.

TRAMA

«[…] E il dolore… il dolore cambia le persone.»
Poco ma sicuro. Gli sembrava di essere invecchiato di almeno un secolo da quando l’aveva conosciuta.

Anche questa volta mi tocca riscrivere la trama, per renderla un minimo più credibile, e non mi impegnerò nemmeno poi tanto, giusto per far capire che basta davvero poco a scrivere qualcosa che non faccia scappare chi ha un minimo di cervello:

Sono passati tre mesi dagli eventi del primo libro. I Fratelli hanno deciso di trasferirsi tutti nella residenza di Darius, un posto molto grande e isolato, quindi facile da difendere. Vishous ha dato il meglio di sé con le protezioni tecnologiche, rendendola una vera e propria fortezza.

Da quando Wrath era asceso al trono, due mesi prima, Tohr era il capo ufficiale della confraternita e l’unico a non abitare insieme agli altri guerrieri. La sua shellan, Wellsie, aspettava il loro primo figlio e non aveva la minima intenzione di traslocare in un posto abitato da un branco di scapoli. Come darle torto?

Questa volta osserviamo Rhage, un gran bel figaccione che segue la bellezza classica del principe biondo con occhi chiari.

«E tu che lavoro fai?»
«Un po’ di tutto.»
«L’attore? Il modello?»
Lui scoppiò a ridere. «No. Sarò anche decorativo, ma preferisco rendermi utile.»

Ma come al solito c’è una fregatura: La Bestia.
Rhage infatti ha fatto incavolare la Vergine Scriba e lei, essendo una divinità molto calma ed equilibrata, ha pensato di condannarlo a 200 anni di maledizione, con una bestia feroce che esce al suo posto ogni volta che lui perde il controllo.

Che cosa succede? Nella sua vita compare Mary, un’umana che ha appena scoperto di essere di nuovo malata di leucemia.

«Mary, qui è lo studio della dottoressa Della Croce. Vorremmo che passassi per un controllo, a parte la solita visita trimestrale. Ti dispiacerebbe chiamare per fissare un appuntamento appena senti questo messaggio? Ti verremo incontro con gli orari. Grazie, Mary.»
Mise giù il ricevitore.
Il tremore partì dalle ginocchia e risalì su per i muscoli delle cosce. Quando arrivò allo stomaco, Mary prese in considerazione l’idea di correre in bagno.
Un controllo. Ti verremo incontro con gli orari.
È tornata, pensò. La leucemia era tornata.

Ripeto la domanda già posta: Era così difficile scrivere una trama del genere, al posto di quell’orrore?

PERSONAGGI

Poi però la realtà riprese subito il sopravvento risucchiandogli la gioia dal petto. I miracoli non succedevano, non a lui. La sua buona sorte si era esaurita prima ancora che si rendesse conto di averne una. O, piuttosto, era stato come scavalcato dalla fortuna. In un modo o nell’altro, quell’uomo vestito di pelle nera, piovuto lì dal nulla per offrirgli una via di fuga dalla topaia in cui viveva, era troppo bello per essere vero.

I personaggi sono il punto forte di questa autrice, più di una volta mi sono ritrovata a prendere spunto o annotarmi qualcosa, perché crea personaggi davvero invidiabili. Sono così reali che diventano come delle vere e proprie persone, che ti sembra di conoscere e da cui senti il bisogno di tornare, ogni tanto.

RHAGE

Forse il discorso si sarebbe concluso più alla svelta se avesse tenuto la bocca chiusa? Probabilmente no. Quando cominciava, Rhage non la smetteva finché decideva che non ne poteva più. Parlava come uccideva.

Da amante del cupo, Rhage è forse quello tra i fratelli che mi ha sempre preso di meno. Bellissimo, simpatico, sensibile, passato lineare a parte qualche marachella in gioventù che gli è costata una bestia come lato oscuro. Non basta a folgorarmi.


La bestia

METODI PER CONTRASTARE LA BESTIA

La violenza e il sesso erano le sue uniche due valvole di sfogo, e lui le utilizzava come un diabetico usa l’insulina: un flusso costante di entrambe contribuiva a non fargli perdere il controllo. Ma non funzionava sempre. E quando Rhage perdeva la calma, le cose si mettevano male per chiunque, compreso lui stesso.

Rhage stesso ammette quanto questa maledizione lo abbia aiutato nel diventare più riflessivo e a capire le conseguenze delle sue azioni, e ho trovato credibile che lui debba trovare dei modi un po’ esagerati per calmarsi. Quello che meno ho apprezzato è il suo continuo odio per questi metodi, lo fa apparire troppo perfetto.
Ora, io capisco che la Ward con Rhage abbia voluto incarnare il principe azzurro, e che abbia preferito andare per gradi, introducendo i personaggi davvero disgraziati più avanti, in modo da avere un pubblico già preso e quindi più difficile da far fuggire; ma amando i personaggi imperfetti e sapendo di cosa è capace questa autrice, dico che c’è di meglio.

MARY

Non aveva neanche il look della festaiola: capelli insignificanti pettinati all’indietro e raccolti con un elastico; maglione irlandese color panna lavorato a mano, caldo e sformato; comodi pantaloni color cachi e ballerine marroni consumate sulla punta. Sembrava quasi la madre che non sarebbe mai stata.

Ecco uno dei capolavori della Ward. Se con Rhage ha preferito andare sul sicuro, con Mary si è superata, creando un personaggio per nulla scontato, complesso e profondo.

PSICOLOGA E VOLONTARIA

Che fosse giunto il momento di tornare a lavorare con i bambini? Dopotutto era quello in cui era specializzata. Quello che le piaceva fare. Quello che nutriva il suo spirito. Lavorare con i pazienti autistici aiutandoli a trovare un modo per comunicare le aveva procurato ogni genere di gratificazione; e quell’interruzione di due anni non era dipesa da lei.

Mary amava il suo lavoro e lo ha dovuto sospendere per cercare un lavoro più leggero, a causa delle cure per la leucemia due anni prima, nel frattempo fa volontariato al Telefono Amico per la prevenzione dei suicidi. Il suo corpo si sta ancora riprendendo dai trattamenti che ha subito quando la chiamano per dirle che la leucemia è tornata una seconda volta.

Il suo primo contatto con il volontariato era stato da utente. Ora, a distanza di tre anni, rispondeva al telefono ogni giovedì, venerdì e sabato sera. Lavorava anche durante le vacanze e sostituiva i colleghi quando ne avevano bisogno.
Nessuno sapeva che anche lei aveva chiamato il Telefono Amico, in passato. Nessuno sapeva che aveva la leucemia. E se adesso doveva ricominciare a combattere con il suo sangue, si sarebbe tenuta per sé anche quello.

Da questa presentazione, l’impressione del lettore è quello di trovarsi davanti ad una santa, una vittima senza macchie, votata al benessere altrui e alla solidarietà, una bella principessa per il nostro principe. Invece la Ward va più a fondo di così, uscendo del tutto dagli stereotipi. Mary nonostante quello che fa e che le è capitato non è perfetta, anzi, è tremendamente umana. E questo rende il suo personaggio meraviglioso.

Mary fa volontariato, sì, ma perché lo fa?

Tutto quel silenzio orribile, opprimente.
Dio, quanto avrebbe voluto tornare agli uffici del centralino. Aveva bisogno di sentire le voci sommesse degli altri volontari, i telefoni che squillavano, il ronzio delle lampade al neon sul soffitto…
Perché in mancanza di distrazioni la sua mente partoriva immagini terribili: letti di ospedale, aghi, flebo. In una spaventosa istantanea mentale vide se stessa con la testa calva, la pelle grigia e gli occhi infossati fino a non sembrare più lei, fino a non essere più lei.

Perché concentrarsi sugli altri le impedisce di pensare ai suoi problemi, è una via di fuga, non solo una vocazione. Quanti sarebbero disposti ad ammetterlo?

Mary ha scelto di fare la psicologa, sì, ma perché?

«E tu stai eludendo la mia domanda. Perché hai scelto quel tipo di lavoro?»
La risposta stava nella lotta ingaggiata da sua madre contro la distrofia muscolare, pensò Mary. Dopo avere visto quello che stava passando la mamma, aiutare gli altri a trovare un metodo per superare i loro limiti era stata una specie di vocazione. Forse anche un modo per scrollarsi di dosso un po’ di senso di colpa per il fatto di essere sana, mentre la salute di sua madre era così compromessa.

Quanto è scomoda una verità del genere? Poteva tranquillamente dare una risposta scontata, invece l’autrice ha deciso di darci una panoramica molto più profonda. Sono questi i paragrafi che mi fanno amare la passione e la cura che la Ward ci mette nel creare i suoi personaggi.

Non provava nessun senso di pace. Nessuna forma di accettazione. Tutto quello che sentiva era… rabbia.
Non voleva andarsene. Non voleva lasciare l’uomo che amava. Non voleva rinunciare al terribile caos della vita.
Basta, fermate tutto, pensò. Che qualcuno… fermi tutto questo.

BASSA AUTOSTIMA

Si lasciò sfuggire un gemito. Oh, grandioso. Non si era fatta prendere dal panico, in compenso era sprofondata nell’autocommiserazione fino al collo. E quella merda era una melma viscida e disgustosa.

Mary non è bella, dice spesso di non essere niente di speciale e di avere il corpo martoriato da tutte le terapie che ha subito. Questo ha leso nel profondo la sua autostima, rendendole quasi impossibile da credere che un uomo bellissimo come Rhage possa interessarsi a lei.

All’improvviso lui la guardò. I suoi occhi erano di un blu elettrico così brillante, così vivido da sembrare quasi al neon. Ma sembrava non la vedessero.
Mary si sentì svenire lo stesso. Quell’assoluta mancanza di reazioni non era una sorpresa, pensò: gli uomini come lui non si accorgevano delle donne come lei. Era nella natura delle cose.

Ma anche qui, la Ward va più a fondo di così, mostrandoci l’ammirazione che spesso sfocia in invidia morbosa che Mary ha per Bella, una vampira bellissima:

Per un attimo Mary si concesse il lusso di guardare il mondo attraverso gli occhi perfetti di Bella. Di camminare sulle sue gambe perfette. Di gettarsi sulle spalle i suoi capelli perfetti.
Quelle fantasticherie erano un ottimo diversivo. Decise che sarebbe andata a New York a pavoneggiarsi sulla Quinta Strada sfoggiando un vestito favoloso. No, anzi, sulla spiaggia. Sarebbe andata in spiaggia con un bel bikini nero. Che diamine, magari addirittura in tanga nero.
Okay, okay, adesso stava diventando un filino morbosa.
Però sarebbe stato bellissimo, almeno una volta nella vita, vedere un uomo che la guardava con occhi adoranti… ammaliato. Sì, era quella la parola giusta. Le sarebbe piaciuto che un uomo rimanesse ammaliato da lei.
Purtroppo non sarebbe mai accaduto. Quel momento della sua vita, di giovinezza, bellezza e fresca sensualità, era passato. Non c’era mai stato, in verità. E adesso era una trentunenne come tante, ma grazie al cancro aveva avuto una vita tutt’altro che facile.

PENSIERI PUNGENTI

Ogni sentimento ha più lati, e l’invidia di Mary a volte sfocia in pensieri sarcastici o pungenti, spesso seguiti da un senso di colpa improvviso, che mi hanno fatto ridere un sacco. Ho adorato ritrovare l’ironia cupa di Mary.

L’uomo si avvicinò alla direttrice di sala e la squadrò come per prenderle le misure. La rossa lo guardò battendo le palpebre, incredula e stupefatta, ma poi evidentemente i suoi recettori di estrogeni si misero in moto. Si tirò i capelli in avanti per assicurarsi che lui li notasse e poi sporse un fianco all’infuori: pareva quasi se lo fosse scardinato dall’anca.
Non preoccuparti, pensò Mary. Ti vede, tesoro.

La cameriera tornò e andò a piazzarsi vicinissima ad Hal, mancava poco che gli si sedesse in braccio. E, chi l’avrebbe detto?, si era data un’altra passata di lucidalabbra. Sembrava che la sua bocca si fosse fatta fare un cambio dell’olio con il Glamorous Pink o il Coral in Gold o qualcos’altro con un nome altrettanto ridicolo.
Mary scosse la testa, sorpresa di scoprirsi tanto stronza.

«Non buttarla sulla galanteria, per favore. Preferisco chiacchierare del più e del meno.»
«Sono sincero, non galante. Chiedi ai miei fratelli. Faccio gaffe in continuazione.»
Perché, non era figlio unico? Quella sì che doveva essere una famigliola degna di essere immortalata in fotografia.

«Da chi…» Mary si schiarì la gola «… berrai?»
«Ci ho pensato bene. Non voglio nessuna di quelle che ho posseduto.»
E questo avrebbe ristretto il numero a quante? Cinque donne? Forse sei?
Scrollò la testa, dandosi della stronza.

RHAGE E MARY

La voce di lui era come carta vetrata. «Devo dirti una cosa.»
Sono un vampiro. Sono un guerriero. Sono una bestia pericolosa.
Alla fine di questa serata scorderai di avermi mai incontrato.
E il pensiero che non sarò nemmeno più un ricordo nella tua mente mi fa sentire come se mi avessero pugnalato in pieno petto.
«Che cosa c’è?»
Le parole di Tohr riecheggiarono nella sua testa. È più sicuro per lei.
«Niente» disse, slacciando la cintura di sicurezza e scendendo dalla macchina. «Non è niente.»

Esattamente come con Wrath per il primo libro, Rhage funziona molto meglio in compagnia di Mary.

Primo incontro
Sviluppo
«Rhage... io non sto bene.»
Spoiler

BUTCH

Non riuscì a trattenere una risata. Cristo, la vita lo aveva condotto in un’infinità di posti, quasi tutti orribili, ma non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi a vivere con sei vampiri guerrieri. O di fiancheggiarli nella lotta che avevano ingaggiato per proteggere la loro specie, costretta a vivere in clandestinità e quasi in via di estinzione. Per qualche misterioso motivo, tuttavia, sentiva che il suo posto era lì, con la Confraternita del Pugnale Nero. Lui, Vishous e Rhage formavano un terzetto fantastico.

E riecco uno dei personaggi che più mi regala sorrisi e risate. Butch si sta ambientando bene nella Confraternita, e le sue continue analisi e descrizioni su ambiente e persone sono tra le migliori in assoluto. Lo avevamo lasciato nel primo romanzo con dei buoni presupposti di inciucio con Marissa, ma la loro storia viene messa in pausa e verrà raccontata nel quarto libro, “Senso”.

Fissazione per i vestiti

JOHN MATTHEW

Lui annuì e poi le sue mani cominciarono a svolazzare. Stava usando il linguaggio dei segni.
Mary fu riportata di colpo alla sua vecchia vita, quando aveva insegnato ai pazienti autistici a usare le mani per comunicare.
Leggi le labbra oppure riesci a sentirmi? gli chiese a gesti.
Il ragazzo rimase impietrito. Chissà, forse non si aspettava che lei lo capisse.
Ci sento molto bene. Ma non riesco a parlare.
[…]
Sembrava abituato a sentirsi dire da tutti di levarsi dai piedi.
«No» disse Mary. Lui annuì una sola volta e si voltò, come per andarsene. «Voglio dire, siediti pure qui. Vicino a me.»
I ragazzo si avvicinò lentamente, quasi aspettandosi che lei cambiasse idea.
Ma poi, vedendo che Mary si sedeva e rimetteva i piedi nell’ acqua, si tolse le scarpe da tennis logore, si arrotolò i pantaloni sformati e scelse un punto a circa un metro da lei.
Dio, quanto era piccolo.

John Matthew è un vampiro in pre-transizione, muto, che vive nei basifondi ed è ignaro delle sue origini e della sua razza. Facendo amicizia con Mary, verso cui ha un grande istinto protettivo, entra in contatto con Fratelli. Tohrment, insieme alla sua shellan Wellsie, decideranno di prenderlo con loro.

Tohrment e Wellsie

La sua storia è tra le mie preferite in assoluto e, per apprezzarla al meglio, bisogna essere a conoscenza di un fatto che per sicurezza metterò sotto spoiler.

Spoiler

«Come ti chiami?»
John Matthew.
Mary sorrise, pensando che avevano qualcosa in comune. «Due profeti del Nuovo Testamento.»
Mi hanno chiamato così le suore.
«Le suore?»
Seguì una lunga pausa, quasi il ragazzo fosse combattuto su quello che doveva dirle.
«Eri in un orfanotrofio?» suggerì lei in tono gentile. Ricordava che ce n’era ancora uno, in città, gestito dall’ordine di Nostra Signora della Misericordia.
Sono nato in un gabinetto alla stazione degli autobus. Il custode che mi ha trovato mi ha portato da Nostra Signora. Sono state le suore a scegliere come chiamarmi.
Mary trattenne una smorfia. «Ah, e adesso dove vivi? Sei stato adottato?»
Lui scosse la testa.
«Famiglia in affido?» Ti prego, Dio, fai che ci siano dei genitori affidatari. Dei bravi genitori affidatari affettuosi e solleciti. Brava gente che lo ha fatto sentire importante anche se è stato abbandonato.
Il ragazzo non rispondeva. Mary scrutò i suoi vecchi vestiti e l’espressione ancora più vecchia sul suo viso. Non aveva l’aria di aver conosciuto molte cose belle.
Alla fine lui mosse le mani. Io abito sulla Decima Strada.
Allora era un abusivo, occupava un edificio dichiarato inagibile, oppure era l’inquilino di qualche tugurio infestato dai topi. Era già un miracolo che fosse tanto pulito.

PRE-TRANSIZIONE

Era il suo patrimonio genetico a fare schifo. A ventitré anni compiuti era alto un metro e sessantotto scarsi e pesava quarantasei chili. Non si faceva ancora la barba. Non aveva peli sul corpo. Non aveva mai avuto un’erezione.
Effeminato. Debole. E, quel che era peggio, immutabile. Erano dieci anni che aveva sempre la stessa altezza e lo stesso peso.
La monotonia sempre uguale della sua esistenza gli pesava tantissimo, lo sfiniva, lo logorava. Ormai aveva perso ogni speranza di riuscire a trasformarsi in un uomo, e l’accettazione di quella realtà lo aveva invecchiato. Si sentiva vecchissimo in quel fisico mingherlino, come se la sua testa non c’entrasse niente con il resto del corpo.

Ogni vampiro in pre-transizione è così, ma John non lo sa ed è rassegnato a rimanere così per sempre. La sua disillusione è un tratto caratteristico che ho apprezzato tantissimo.

ABUSI

Erano passati dieci mesi, da allora, e ancora non riusciva a sopportare il contatto dei jeans sulla pelle. Avrebbe buttato via volentieri tutte e quattro le paia che possedeva, se avesse potuto permetterselo. Invece si era limitato a bruciare il paio che indossava quella sera, e sotto i calzoni aveva cominciato a portare dei mutandoni lunghi anche d’estate.
Quindi no, gli uomini non gli piacevano per niente.
Forse quello era un altro dei motivi per cui reagiva come reagiva alle donne. Sapeva come dovevano sentirsi: un bersaglio, solo perché avevano qualcosa che qualcuno più forte di loro voleva portargli via.

John ha subito uno stupro da parte di un senzatetto, questo fatto lo ha profondamente segnato e condizionerà molte delle sue scelte anche in futuro. Anche qui la Ward ha reso benissimo come certe cose ritornino, specie se non si ha il coraggio di affrontarle.

LA CENA

Questa scena mi commuove ogni volta che la leggo. John essendo in fase di pre-transizione non può mangiare molte cose, lui pensa di essersi preso qualche malattia e, non sapendo cosa fare, si riduce quasi al digiuno. Poi Tohrment lo porta a cena a casa sua e di Wellsie.

John guardò tutto quel ben di Dio. In tavola non c’era niente che il suo stomaco fosse in grado di reggere. Forse poteva dire semplicemente che aveva già mangiato…
Wellsie gli mise davanti un piatto fondo. Riso in bianco con sopra una specie di salsina pallida. Il profumo era delicato, ma appetitoso.
«Questo ti rimetterà a posto lo stomaco. C’è dentro un pizzico di zenzero» spiegò la donna. «E la salsa è ricca di grassi, così metterai su un po’ di peso. Per dessert ti ho preparato un budino di banane. Va giù bene e contiene un sacco di calorie.»
John fissò il cibo. Quella donna sapeva. Sapeva esattamente ciò che non poteva mangiare. E ciò che invece poteva mangiare.
Il piatto che aveva davanti divenne sfocato. John batté le palpebre in fretta, poi freneticamente. Serrò le labbra con forza, stringendo le mani in grembo fino a far scrocchiare le nocche. Non doveva scoppiare a piangere come un bambino. Si rifiutava di fare una figuraccia del genere.
«Tohr? Ti dispiacerebbe lasciarci un minuto da soli?» disse Wellsie in tono pacato.
Si udì il rumore di una sedia che veniva scostata dal tavolo, poi John sentì sulla spalla una mano solida. Il peso si sollevò e passi pesanti uscirono dalla stanza.
«Adesso puoi smettere di trattenerti. Se n’è andato.»
John chiuse gli occhi e si accasciò su se stesso, lasciando scorrere le lacrime.

VISHOUS

Uscendo, Vishous si fermò sulla porta. «Gli hai detto del tuo nome?»
Lei voltò la testa di scatto. «Come, scusa?»
«Rhage. Lo sa?»
Le venne la pelle d’oca. «È ovvio che lui sa il mio nome.»
«No, il motivo per cui ti chiami così. Dovresti dirglielo» precisò Vishous. Poi si accigliò. «No, non l’ho trovato in internet. Come avrei potuto?»
Incredibile, era esattamente quello che lei stava per… «Leggi nel pensiero?»
«Quando voglio, e a volte anche quando non ho altra scelta.» Detto questo girò sui tacchi, chiudendo la porta senza fare rumore.

Ecco il mio cicciolo preferito, ovviamente il Mai una gioia per eccellenza. Ci sarà un intero libro dedicato a lui, quindi non mi dilungo. In questo romanzo spiccano molto le sue capacità di leggere nel pensiero e preveggenza.

«Dev’essere bello sapere tutto in anticipo» bofonchiò. «O, almeno, credere di saperlo.»
Mentre si voltava per rientrare nel tunnel, Vishous lo trattenne per il braccio. Gli occhi di diamante di V, solitamente calmissimi, erano socchiusi e adirati. «Quando dico che non sbaglio mai non è perché sono un egocentrico esaltato. Prevedere il futuro è una maledizione, fratello. Credi che mi piaccia sapere come moriremo?»
Rhage trasalì e Vishous sorrise, gelido. «Già, riflettici. E poi pensa che l’unica cosa che non so è il quando, perciò non posso salvare nessuno di voi. Adesso vuoi dirmi perché dovrei andare in giro a vantarmi di questa maledizione?»
«Fratello, mi dispiace…»
Vishous espirò con forza. «Non fa niente. Senti, perché non vai dalla tua femmina? È tutto il pomeriggio che ti pensa. Senza offesa, ma sono un po’ stufo di sentire la sua voce nella mia testa.»

BELLA

Bella aprì il forno, diede una sbirciatina alla cena e gettò la spugna.
Che pasticcio.
Con l’aiuto di un paio di presine tirò fuori il polpettone. Quel poveretto si era ritirato dai bordi della teglia: tutto nero in superficie, era rinsecchito e pieno di fessure. Praticamente immangiabile, di sicuro più adatto a essere usato come materiale edilizio che non come pietanza. Qualche altra dozzina di arrosti insieme a un po’ di malta e avrebbe potuto costruire quel muretto intorno al terrazzo che desiderava da tempo.

Bella è una vampira di origini aristocratiche, vicina di casa di Mary. Ha insistito col fratello maggiore nel voler abitare da sola, non sa cucinare, fa una vita molto ritirata e scrive ogni cosa che le capita nei suoi diari.
Si prende una scuffia per uno dei fratelli, indovinate chi?
Zsadist
, lo “sfregiato senza anima.”
A prima vista può sembrare la classica ragazza ricca in cerca di un brivido, ma la Ward nel prossimo libro avrà modo di approfondire meglio, anche in seguito ad una cosa che le capita nel finale di questo romanzo.

ZSADIST

«Come ti chiami?» mormorò.
Lui inarcò un sopracciglio prima di riportare lo sguardo sul fratello. «Io sono quello cattivo, nel caso tu non l’abbia capito.»
«Volevo sapere il tuo nome, non la tua vocazione.»
«Essere una carogna è più una compulsione, in realtà. E il mio nome è Zsadist. Mi chiamo Zsadist.»

Zsadist è il Fratello più disastrato, quello che più ha toccato il fondo. In questo romanzo ha più spazio, e sin può iniziare a scorgere quanto profondamente gli abusi sessuali, subiti sin da piccolo, lo abbiano segnato.

Gli tornò tutto alla mente. Le violenze sessuali, l’umiliazione, i decenni di molestie e abusi di ogni genere. Finché non aveva perso la cognizione del tempo, finché di lui non era rimasto più niente. Era come morto, a parte l’incessante battito del cuore e il meccanico pompare dei polmoni.

Zsadist è terrorizzato al solo pensiero che qualcuno possa provare attrazione sessuale per lui; ha estrema difficoltà nell’esprimere quello che prova al di fuori della rabbia e spesso questo lo paralizza o lo fa sfociare in attacchi di panico; punisce se stesso di continuo, mangiando poco, privandosi di ogni svago, distruggendosi in palestra, ripetendosi di continuo quanto lui sia infimo o crudele e, quando raggiunge il fondo, passa anche all’autolesionismo fisico, nel quale a volte coinvolge anche il fratello gemello Phury.

NESSUNA SPERANZA

A quanto pareva, Zsadist era stato rapito alla sua famiglia quand’era ancora in fasce e venduto come una sorta di schiavo. Il centinaio di anni trascorsi in cattività gli avevano tolto tutto ciò che possedeva di anche solo lontanamente umano… o meglio, vampiresco. Adesso non era altro che un groviglio di oscure emozioni intrappolate in un guscio irrimediabilmente rovinato. Se ci tenevi alla vita, gli stavi il più possibile alla larga.

Una cosa che mi ha sempre lasciata perplessa è che nessuno dei Fratelli sembra avere fiducia in un suo miglioramento, nemmeno il suo gemello Phury che per lui ha un amore e una devozione senza limiti. Il lettore, invece, appena lo sente cantare nel primo libro, capisce che una piccola scintilla è rimasta, e in questo romanzo anche Mary riesce a scorgere qualcosa…

«Entri o te ne vai?» Quando lui non rispose, Mary disse: «Stanotte dev’essere stato un inferno per te».
Il vampiro sollevò in un ringhio il labbro deturpato. «In tutta la mia vita, tu sei l’unica ad aver pensato che non mi diverte far male alla gente. Cosa sei, il tipo Madre Teresa? Sempre pronta a vedere il bene nei bestioni che hanno sofferto o altre stronzate del genere?»
«Non ti sei offerto volontario per farti fare quella cicatrice sulla faccia, giusto? E sono pronta a scommettere che ce molto di più sotto quella scorza da duro. Quindi, come ho detto, stanotte dev’essere stato un inferno.»
Il vampiro socchiuse gli occhi fino a ridurli a due fessure, e una folata gelida attraversò la stanza come se avesse soffiato l’aria proprio contro di lei. «Attenta, femmina. Il coraggio può essere pericoloso.»

…e Bella invece lo vede chiaramente.

Zsadist e Bella

PHURY

«Con Phury tutte le strade portano al suo gemello, Zsadist. Sì, lo so che quei due non si assomigliano per niente.» Rhage le diede una spintarella e Mary ricominciò a scendere le scale.
«Come mai zoppica?»
«Ha una protesi. Ha perso metà della gamba sinistra.»
«Oh, santo cielo. E com’è successo?»
«Se l’è maciullata con un colpo di pistola.»
Mary si fermò di botto. «Un incidente?»
«No, l’ha fatto apposta. Dai, Mary, possiamo finire di parlarne dopo?» disse Rhage prendendola per mano e trascinandola giù per le scale.

Phury è il gemello di Zsadist, e vive la sua vita in relazione al fratello, lacerato dai sensi di colpa per non essere stato rapito lui da bambino al suo posto. Il suo personaggio mi ha lasciato spesso perplessa, quindi sono curiosa di rileggere il suo libro.

LAYLA

«Berrò dal polso» disse. «E tu non devi toccarmi.»
Layla sgranò gli occhi, sgomenta. Questa volta, quando chinò il capo, sembrava più per vergogna che per deferenza. «Sono stata lavata a dovere per l’uso. Puoi controllare, se lo desideri.»
Mary si tappò la bocca con la mano. Era spaventoso che quella donna si considerasse un oggetto.

Layla è una delle Elette, un gruppo di vampire dal sangue purissimo, votate e utilizzate nei tempi antichi per procreazioni programmate, che contribuivano al rinfoltimento continuo della razza. Adesso che tutte le usanze sono andate perdute, questo gruppo di fanciulle vive nella dimensione della Vergine Scriba, lontane da tutto e da tutti.
Il suo personaggio viene introdotto in questo romanzo e sarà molto interessante vedere il suo sviluppo a contatto con il mondo esterno.

MR O

«Voglio che mi chiami David.»
«Ma certo» disse lei sorridendo mentre si slacciava il cappotto lasciando intravedere il petto nudo. «Come vuoi chiam…»
Lui le tappò la bocca con la mano e cominciò a stringere. Smise solo quando si accorse che la donna aveva gli occhi fuori dalle orbite.
«Di’ il mio nome» ordinò.
La lasciò andare e restò in attesa. Vedendo che era in iperventilazione tirò fuori il coltello e glielo premette contro la gola.
«Di’ il mio nome.»
«David» articolò lei con un filo di voce.
«Dimmi che mi ami.» La donna esitò e lui le fece un taglietto nel collo con la punta del coltello. Il sangue colò lungo il lucido metallo della lama. «Dillo.»
I seni flaccidi della donna, così diversi da quelli di Jennifer, si alzavano e abbassavano al ritmo affannoso del suo respiro. «Io… io ti amo.»
Lui chiuse gli occhi. La voce era tutta sbagliata.
Non era quello di cui aveva bisogno. Per niente.
La sua collera crebbe fino a livelli incontrollabili.

Mr O è uno dei capi esecutivi della Lessening Society, la società con lo scopo di annientare la razza dei vampiri. Volevo spiegarvi meglio cosa sia un lesser, ma penso che Butch possa farlo meglio:

Lesser

Sui Lesser non mi dilungo tanto perché durano poco e cambiano di continuo, salvo rari casi, ma Mr O spicca per la sua deviazione sempre più fuori controllo.

Cominciava a innervosirsi. La femmina non aveva ancora ripreso del tutto conoscenza e ormai erano passate diciotto ore. I dardi con cui l’aveva colpita erano stati calibrati per un maschio, ma a quel punto avrebbe dovuto essersi già ripresa.
Temeva di averle procurato una commozione cerebrale.
Dio, era proprio come ai vecchi tempi. Lui e Jennifer che se le davano di santa ragione, e poi lui che si agitava per paura di averle fatto troppo male. Mentre la ripuliva, le medicava sempre con cura le ferite in cerca di ossa rotte e tagli profondi, e non appena era sicuro che Jennifer stesse bene, faceva l’amore con lei anche se era ancora mezza rintronata. Venire mentre le stava sopra, sull’onda del sollievo derivante dalla consapevolezza di non essersi spinto oltre il limite, era sempre stata la goduria più grande.

OMEGA

L’Omega lo aveva condotto in luoghi sconosciuti del suo io, luoghi la cui scoperta lo aveva lasciato scioccato. Luoghi di paura e di ripugnanza verso se stesso. Di totale umiliazione e abbrutimento. E adesso che era tutto finito aveva la sensazione di non avere più la pelle, di essere completamente esposto e vulnerabile, una ferita aperta solo per caso in grado di respirare.

L’Omega è il fratello della Vergine Scriba, che ha votato la sua esistenza eterna alla distruzione della razza creata dalla sorella. Non potendo creare, toglie, a tutti i livelli. Si serve degli umani togliendo loro l’anima, i bei ricordi e scava nella loro mente creando voragini, e ogni tanto stupra i suoi sottoposti. Così, perché lui può.
La fregatura con lui è che anche se uccidi un Lesser, la sua essenza torna da lui, non si estingue. Quindi gli basta depositarla in un altro umano. Questo problema avrà una svolta nel quarto libro.

VERGINE SCRIBA

«Che silenzio» mormorò la Vergine Scriba. «Insolito, per te.»
«Voglio scegliere le parole con cura.»
«Saggio, guerriero. Molto saggio. Visto il motivo per cui sei qui.»
«Lo sapete già?»
«Niente domande» sbottò lei. «In verità, comincio a essere stufa di doverlo rammentare in continuazione ai membri della confraternita. Forse, al tuo ritorno, vorrai avere la compiacenza di ricordare l’etichetta anche agli altri.»
«Le mie scuse.»

Lei è la divinità creatrice della razza, instabile e fulminata come poche.

Odia che le si pongano domande e non sa nemmeno lei ciò che vuole davvero. La adoro perché, una volta tanto, le divinità sono rappresentate non come onniscienti e pervase da calma primordiale. La Vergine Scriba è molto umana, e in questo romanzo lo dimostra di nuovo, riguardo il motivo della maledizione di Rhage:

Spoiler

Inoltre rileggendo il romanzo una seconda volta ho scoperto una “metonimia narrativa” (Ho imparato l’altro giorno questo termine tecnico, suona figo eh?) o come la chiamo io, pulce, riguardo Vishous.

Pulce Vishous

FRITZ

Quando udì ululare le sirene della polizia stradale, rise ancora più forte.
«Chiedo scusa, signora» disse il doggen lanciandole un’occhiata. «Ma devo sfuggire alla polizia e forse ci sballotteremo un po’.»
«Vola via come il vento, Fritz.»
Il doggen premette qualcosa e tutte le luci interne ed esterne dell’automobile si spensero. Poi la Mercedes emise un rombo che a Mary ricordò il giro in mezzo alle montagne che aveva fatto nella GTO di Rhage. Be’, salvo che allora avevano i fari accesi.


Il doggen Fritz è la certezza di questa saga, perché è prevedibile
. E in una saga piena di fulminati oltre ogni immaginazione, rivaluti molto le qualità dell’essere prevedibili. Tu sai già che sarà sempre gentile e premuroso con i protagonisti. Io ogni volta che compare mi vengono gli occhi lucidi, perché è un personaggio che nella sua semplicità ti rimane impresso.

Si aggrappò alla cintura di sicurezza e gridò per sovrastare lo stridore degli pneumatici. «Dimmi che hai una visione notturna perfetta o roba del genere!»
Fritz le rivolse un sorriso calmissimo, neanche stessero facendo quattro chiacchiere in cucina. «Oh, sì, signora. Perfetta.»

STILE

Santo cielo, i suoi occhi non c’entravano niente con la melodiosa cadenza della voce. Erano gli occhi di una guerriera.
Grigio ferro, incorniciati da ciglia dello stesso colore dei capelli; erano gravi, seri, gli ricordavano i maschi reduci da una battaglia. Erano straordinariamente belli nella loro forza.

Riguardo lo stile ho ne ho parlato abbondantemente nella prima recensione, soprattutto per quanto riguarda il la fusione con i personaggi (si può inserire sotto la definizione di Stile indiretto libero, tra un po’ inizierò a tirarmela) che si può definire unico nel suo genere.

FUSIONE

Come sempre, il personaggio migliore con cui apprezzare questo stile è Butch.

«Tu mi conosci. Sono sempre affamato.»
Già, be’, per sua fortuna c’era una sfilza infinita di donne ben felici di soddisfare le sue esigenze. E perdio se ne aveva: Rhage non beveva e non fumava, ma passava da una femmina all’altra con estrema disinvoltura. Butch non aveva mai visto niente del genere.
E sì che non frequentava molti chierichetti.

Poi nella stanza entrò Zsadist, il gemello di Phury. Aveva deciso di arrivare puntuale, ma perlomeno andò a mettersi in un angolo, lontano dagli altri. Cosa che a Butch andava benissimo, perché quel bastardo lo rendeva nervoso.
La faccia sfregiata di Z e i suoi lucidi occhi neri erano solo la punta dell’iceberg della sua stranezza. I capelli rasati a zero, i tatuaggi intorno al collo e ai polsi, i numerosi piercing: tutto in lui sapeva di minaccia, e a sostenere quell’impressione generale c’era l’odio viscerale da cui era animato. Nel gergo delle forze dell’ordine quel tipo costituiva una triplice minaccia: freddo come il ghiaccio, viscido come una serpe e imprevedibile al massimo grado.

Riguardo lo Stile, con la Ward alzo proprio le mani. Nei prossimi libri devo impegnarmi ancora di più a vedere se ne sbaglia una.

TANTISSIME INFO IN POCHE RIGHE

Il granaio ristrutturato sorgeva ai margini dei terreni di una vecchia fattoria, e lei aveva avanzato un’offerta d’acquisto un quarto d’ora dopo averlo visitato con un agente immobiliare. All’interno i locali erano piccoli e accoglienti. Era… bello.
Motivo per cui l’aveva acquistato quattro anni prima, subito dopo la morte di sua madre. Aveva avuto bisogno di qualcosa di bello, all’epoca, oltre a un radicale cambiamento di scenario. Il granaio era tutto ciò che la casa della sua infanzia non era stata. Qui le assi di pino del pavimento erano color miele, tirate a lucido e senza macchie. I mobili venivano da Crate and Barrel, freschi di mobilificio, niente roba vecchia o rovinata. I tappetini erano in fibra d’agave, a pelo corto e con i bordi scamosciati. E tutto, dai copridivani alle tende, dalle pareti ai soffitti, era bianco panna. Detestava le tinte scure.

La Ward è riuscita a condensarci l’intera infanzia e giovinezza di Mary in poche righe e non tornerà più sull’argomento, adoro il dono della sintesi.

DETTAGLI

Lui scosse la testa. «Hai freddo?»
«Ehm, no.» Mary si guardò le mani. Le aveva affondate in grembo al punto di avere le spalle ingobbite. Il che spiegava perché Hal pensava che stesse congelando. Cercò di rilassarsi. «Sto benone.»

I dettagli sono una delle specialità dell’autrice nel caratterizzare i personaggi, e spesso sono molto sottili perché sembrano inutili, invece servono.

Fermo accanto a Mary, si arrotolò le maniche della camicia contando i suoi respiri lenti, regolari. Sembrava così piccola, su quel divano, ancora più piccola ora che quei fieri occhi grigi da guerriera erano nascosti dietro le palpebre e le ciglia. Si sedette accanto a lei e con delicatezza la spostò per prenderla tra le braccia.

«Tu sei… una di loro?»
Bella si lasciò andare pesantemente su una sedia al tavolo della cucina. «Vuoi dire se sono diversa da te?»
«Uh-uh.»
Bella lanciò un’occhiata all’acquario. Sembrava sempre tutto così tranquillo, lì dentro, pensò.
«Sì, Mary. Sì, sono diversa.»

Niente chiacchiere futili sul tempo o sull’approssimarsi delle vacanze. La dottoressa sapeva bene che Mary detestava quel genere di conversazioni.

BELLE SIMILITUDINI

Mary lo guardò in faccia. Aveva un sorrisetto sciocco stampato sulle labbra, quasi fosse felice per il solo fatto di essere lì. Come un animale incatenato per tanto tempo in cortile che finalmente ha il permesso di entrare in casa.

Lavorare come buttafuori aveva messo a frutto la sua stazza e la sua vena di crudeltà, ma non era molto divertente: gli ubriachi tendevano a non reagire, e menare uno privo di conoscenza era stimolante come picchiare una mucca.

ELEMENTI CARATTERISTICI DEI PERSONAGGI

Questa è una finezza che si può iniziare ad apprezzare a partire dal secondo volume. Lo stile della Ward ci inserisce dietro gli occhi del personaggio che racconta, e può capitare che questo personaggio non conosca la Confraternita, mentre noi sì, quindi come creare un collegamento con noi in modo da farci capire subito il personaggio con cui abbiamo a che fare e apprezzare quindi un punto di vista esterno? Con degli elementi che associamo subito al personaggio, sono sempre gli stessi e tuttavia non sono mai forzati, perché sono stati scelti con cura e sono molto meglio delle banali descrizioni fisiche.

Rhage/Lecca lecca

Mentre V tornava in camera sua, Rhage tirò fuori dalla tasca un Tootsie Roll Pop, strappò l’involucro rosso che lo avvolgeva e se lo infilò in bocca.

Vishous/ Tabacco, sigaretta rollata e berretto dei Red Sox

Vishous uscì a sua volta, accendendosi una delle sue sigarette rollate a mano. Aspirò una lunga boccata. «Noi due ce ne staremo qui fuori in corridoio. Nel caso ti serva il nostro aiuto.»

Vishous si sistemò il berrettino dei Sox. «In garage. Credo ci sia qualcosa in garage. Però, Rhage, amico, si può sapere che cos’hai in mente?»

Beth/gatto

Mary guardò alle spalle di Rhage e vide una donna scendere la scalinata. Sembrava assolutamente normale: lunghi capelli neri, blue-jeans, dolcevita bianco. Tra le sue braccia un gatto nero faceva le fusa con un suono simile a quello di una macchina da cucire. La donna attraversò con passo deciso il capannello di uomini, che si scostarono per lasciarla passare.

FINALE

Gli parve di sentire un singhiozzo e spostò un po’ le dita per riuscire a vederla in faccia. Non stava piangendo. No, non Mary. Lei era troppo forte per quello.
Lui no, invece. Aveva le lacrime agli occhi.

Il finale del secondo libro è strettamente collegato all’inizio del terzo, in questa saga i finali sono molto relativi.

CONCLUSIONE

Una saga tamarra e al tempo stesso di una drammaticità molto alta. Un equilibrio perfetto tra personaggi meravigliosi e trama a lungo raggio. Lo consiglio anche solo per le new entry di Mary e John Matthew e per le vecchie entry come Vishous e Zsadist. Meglio di come lo ricordavo.

Voto romanzo: 8/10
Voto saga: 9/10

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Phèdre Banshee

Phèdre Banshee è un esserino fuori da ogni logica. Tutti i giorni attraversa il tempo e viaggia nei mondi per scrivere, sul suo grande libro, storie tragiche ma divertenti. Ha molte maschere, di cui ha la massima cura. Le guarda appese in ordine sulle pareti e ne sceglie una diversa ogni mattina, a volte anche più di una. Ne tiene una sul viso e l’altra in tasca, masticando Luoghi comuni. A chi? Non si sa. Il suo aspetto più frequente è quello di una vecchia gobba e sciatta che ondeggia tra la realtà e la pazzia, ma i denti sono sempre perfetti, perché su certe cose non scherza. Quando non è in giro a raccogliere storie, le piace leggere libri fantasy contemporanei e i vari sottogeneri; giocare ai videogame, in particolare i gdr; guardare film e serie tv per poi lamentarsi a voce alta con la tv quando i personaggi fanno qualcosa di stupido o sono troppo sdolcinati.

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