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Recensione – Il Signore delle Anime di Greg Keyes

Quarant’anni dopo gli eventi di Oblivion, l’impero di Tamriel è minacciato da una misteriosa città fluttuante le cui il signore delle anime - Lande Incantate ombre generano una terrificante armata di non-morti. Ancora provato da una scoperta devastante, il principe Attrebus continua la sua missione, dal destino apparentemente già segnato, alla ricerca di una spada magica che racchiude la chiave per la distruzione dei micidiali invasori. Nel frattempo, nella Città imperiale, Colin la spia trova le prove di un inganno al cuore dell’impero sempre che il suo cuore non lo tradisca prima. E Annaïg, intrappolata ad Umbriel, è diventata schiava del suo oscuro signore e della sua insaziabile sete di anime… Come faranno questi tre improbabili eroi a salvare Tamriel, se non riescono nemmeno a proteggere se stessi?

 Il Signore Delle Anime (Lord of the Souls: An Elder Scrolls Novel, 2011), è ambientato nell’universo di Elder Scrolls  il mondo fantasy creato da Bethesda Softworks per i suoi giochi di ruolo. Al libro il Signore delle Anime precede il volume La Città Infernale (The Infernal City) entrambi scritti dall’autore statunitense J. Gregory Keyes conosciuto in Italia per il ciclo Regni di Spine e Ossa composto da 4 volumi.

Il Signore Delle Anime fa parte di quella tipologia di libri – passatemi il termine, ibridi – che riprendono, personaggi e ambientazioni dai giochi di ruolo. Personalmente le poche esperienze che ho avuto con questo tipo di narrazione non sono state delle più felici, perché sostanzialmente un lettore che non è un assiduo frequentatore del mondo viedeoludico o che magari non conosce quel videogioco in particolare, si trova a non apprezzare tutte le sfaccettature della storia narrata o nei casi peggiori a non capire proprio. Questa è una grandissima limitazione che esclude – idealmente no, ma nei fatti si – una grande fetta di lettori di fantasy. Comunque sia il trend di libri ripresi dai giochi di ruolo non accenna a diminuire, sintomo di come questi ultimi siano migliorati a livello narrativo: belle storie e ottime ambientazioni, molto particolareggiate.

La storia de “Il Signore delle Anime” si sviluppa seguendo filoni narrativi diversi:

  • L’avventura di Attrebus e Sul
  • Il Principe Attrebus che si getta in avventure rocambolesche per salvare il suo regno e provare a se stesso di essere all’altezza del suo ruolo. Attrebus è accompagnato da un dunmer, un elfo oscuro,animato dalla vendetta, di nome Sul.
  • L’avventura di Annaïg
  • Annaïg è intrappolata sulla città volante di Umbriel, impegnata, insieme all’argoniano Mere-Glim, nella missione di sabotare la città.
  • L’avventura di Colin e Arese
  • Questa è una storia di spionaggio, Colin ed Arese cercano di scoprire se Umbriel ha degli alleati nella Città Imperiale.
  • L’avventura di Mazgar
  • La lotta dei soldati imperiali contro l’esercito dei non-morti risvegliati da Umbriel, la guerra contro i “sacchi di vermi” è impari.

Tutte queste trame secondarie procedono  parallelamente nell’evolversi delle vicende fino ad intrecciarsi molto bene nel finale. Il filo conduttore che lega tutte queste trame secondarie è quello del romanzo di formazione nell’accezione più classica, con i suoi leitmotiv principali: l’eroismo, la nobiltà d’animo e dei sentimenti come l’amore e l’amicizia, la lotta tra Bene e Male, la fedeltà alla patria e alla causa.  Quindi la trama principale è costituita da queste storie secondarie, una scelta narrativa che mi piace molto ma che difficilmente – nella lettura di altri testi che hanno questo tipo di narrazione – riesce a concludersi facendo incastrare perfettamente i tasselli delle rispettive storie. Bene, trovo che invece ne Il Signore Delle Anime questo sia avvenuto in modo soddisfacente, dando anche a tutti i personaggi un finale degno.

I Personaggi

Molto sfaccettati e caratterizzati, a livello psicologico, i personaggi principali; quelli che ho preferito sono Annaïg, Sul e Mazgar, mentre purtroppo Attrebus, a cui sono dedicati diversi capitoli, non è riuscito a staccarsi dal solito clichè del principe che deve diventare eroe per forza. Annaïg mi è piaciuta per la sua intelligenza fine, Sul per il suo sangue freddo, Mazgar – alla quale purtroppo sono dedicati pochi capitoli (troppo pochi!) – è una guerriera e a me le guerriere piacciono sempre. Anche gli antagonisti mi sono piaciuti, i Daedra, divinità di natura molto umana, descritti come la massima rappresentazione dei difetti e delle debolezze degli uomini

Stile

Senza infamia e senza lode, abbastanza nella “norma”, i dialoghi sono spesso un po’ banali e l’autore purtroppo non si spreca a descrivere le diverse razze che incontriamo nel corso della storia. Per esempio cita: elfo oscuro, argoniano, Guardiarossa e Khajiit senza descriverli, se non giocassi a Skyrim non saprei come immaginarli.

Ma alcuni passi mi sono piaciuti :

Erano atterrati in un campo di trifoglio bianco, un prato nel mezzo di un bosco che sembrava essere uscito direttamente da un quadro di Lythandas di Dar-Ei. Ma come per il cielo, uno sguardo ravvicinato rivelava foglie avvizzite e contorte e strane zone all’apparenza fuse su cui gli occhi non riuscivano a focalizzarsi. Sotto il profumo dei fiori di campo, il vento trasportava un sentore di profondo sfacelo, come di un mondo in cancrena.

“È stato diverso”, disse Attrebus con un’occhiata a Sul. “Andare a Oblivion non mi aveva mai dato questa sensazione prima”.

“Perché non ci siamo andati”, disse Sul. “Ci hanno evocati”

Attrebus colse un movimento con la coda dell’occhio e si voltò verso di esso.  Un piccolo cane bianco li osservava dal ciglio della radura, dove il sentiero si allontanava nei boschi.

[…]

Seduto a capotavola su un grande trono di legno c’era quel che sembrava un ragazzo di circa tredici o quattordici anni, nonostante l’assenza di una camicia gli facesse esibire un addome sporgente che sarebbe stato appropriato per un vecchio beone. Qualcosa simile a un corno di capra si protendeva sopra al sopracciglio destro, ma sopra al sinistro c’era una piaga suppurante. Teneva i piedi nudi sul tavolo incrociati all’altezza delle caviglie e sul viso era disegnato un sorriso crudele. La cosa più peculiare erano gli occhi. Per qualche motivo Attrebus non riusciva a metterli a fuoco, ma l’impressione che gli davano era contraddittoria: sembravano vuoti, ma in un modo che comunque conteneva un’espressività senza limiti.

Quando il ragazzo vide Sul e Attrebus, rise. Un suono spettrale, quasi un’imitazione di una vera risata, nonostante sembrasse comparirvi una sfumatura di autentica follia.

Il difetto grande di questo libro, oltre alle poche descrizioni delle diverse razze, è la descrizione confusionaria dei combattimenti specialmente quelli che implicano la magia, spesso e volentieri ero disorientata dopo averli letti, la lettura ne è rallentata.

In conclusione, il libro non è male, la storia è anche avvincente ma lo sconsiglio se non si ha una minima infarinatura del mondo di Elder Scrolls, la lettura potrebbe risultare faticosa in quel caso. Al contrario se avete il cervello “asfaltato” completamente dalla saga di videogames della Bethesda, andate in giro e vi presentate a sconosciuti dicendo “Piacere Dovahkiin“, beh potreste trovarlo interessante.

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Gioia Riccardi

« Penso che la cosa più misericordiosa al mondo sia l'incapacità della mente umana di mettere in relazione i suoi molti contenuti. Viviamo su una placida isola d'ignoranza in mezzo a neri mari d'infinito e non era previsto che ce ne spingessimo troppo lontano. Le scienze, che fi­nora hanno proseguito ognuna per la sua strada, non ci hanno arreca­to troppo danno: ma la ricomposizione del quadro d'insieme ci aprirà, un giorno, visioni così terrificanti della realtà e del posto che noi occupiamo in essa, che o impazziremo per la rivelazione o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di una nuova età oscura. » H.P. Lovecraft, Il Richiamo di Cthulhu 1928.

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