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Recensione – Il circo della notte di Erin Morgenstern

«Avrò anche trascorso con lei poche settimane, ma la ricordo con più chiarezza di te che l’hai avuta per cinque anni. Il tempo fa questi scherzi. Non si può misurare oggettivamente. Prima o poi lo imparerai.»

 

Titolo: Il circo della notte
Titolo originale: The night circus
Autore: Erin Morgenstern
Editore: Rizzoli
Pagine: 460
Prezzo: Brossura 10,20
Reperibilità: Online e in libreria

 

DAL WEB

Londra, 1886: Appare così, senza preavviso. Le Cirque des Rêves apre al crepuscolo, chiude all’aurora. È il circo dei sogni, il luogo dove realtà e illusione si fondono: acrobati volanti, contorsioniste, l’albero dei desideri, il giardino di ghiaccio affascinano un esercito di spettatori che li insegue ovunque. Ma dietro le quinte due misteriosi rivali ingaggiano una magica sfida: due giovani allievi scelti e addestrati all’unico scopo di dimostrare una volta per tutte l’inferiorità dell’avversario. Contro ogni attesa e contro ogni regola, i due giovani si scoprono attratti l’uno dall’altra: l’amore di Marco e Celia è una corrente elettrica che minaccia di travolgere persino il destino, e di distruggere il delicato equilibrio di forze a cui il circo deve la sua stessa esistenza.

«Le storie sono cambiate, mio caro ragazzo» dice l’uomo in grigio, una traccia di impercettibile tristezza nella voce. «Niente più battaglie fra il bene e il male, niente più mostri da sterminare, nessuna fanciulla da salvare. Per quanto ne so io, le fanciulle sono per la maggior parte in grado di salvarsi da sole, almeno quelle che valgono qualcosa. Non esistono più le semplici favole, con ideali e belve e lieto fine. Gli ideali mancano di un chiaro intento o di risolutezza. Le belve assumono forme differenti ed è difficile riconoscerle per ciò che sono realmente. E non esistono più veri e propri finali, lieti o meno lieti.

Questo libro mi corteggiava da un bel po’.
Ovunque andassi, lui era lì. Ha persino fatto amicizia con delle mie conoscenze pur di essere notato (la prima a presentarmelo è stata la sorella di Gufetto).

Filmato del romanzo durante il corteggiamento

Sulla carta aveva tutto per essere il mio libro ideale: surreale, onirico, inciuci tormentati, epoca vittoriana, magia, tragedia annunciata… Eppure qualcosa mi spingeva a rimandare sempre.

«Le cose vanno avanti, si sovrappongono, si confondono, la tua storia è parte della storia di tua sorella che è parte di molte altre storie, e nessuno sa dire dove potranno condurre. La complessità del bene e del male va ben oltre una principessa e un drago, o un lupo e una bambina col cappuccetto rosso. E non è forse il drago l’eroe della propria storia? E il lupo non agisce esattamente come dovrebbero agire i lupi? Anche se forse ne esiste soltanto uno capace di travestirsi da nonna pur di trastullarsi con la preda.»

Ultimamente questo corteggiamento si era fatto serrato, per le strade di Goodreads lo vedevo ad ogni angolo e tutti, ma proprio tutti, erano d’accordo sul fatto che dovessi dargli una chance.

Più o meno è andata così

Così siamo andati a prendere un ginseng (io non bevo caffè).

TRAMA

«La caratteristica delle vecchie storie è di essere raccontate, ripetute, modificate. Ogni narratore vi aggiunge qualcosa di suo. Qualsiasi verità vi fosse nella storia originale è oggi sepolta sotto giudizi e abbellimenti.»

È un romanzo che si concentra più sul come che sul perché. Non ti fa porre domande, ma ti fornisce una serie di risposte che, per quanto possano essere poco esaurienti, ti soddisfano.
Questo penso sia dovuto alla componente molto estetica, a livello di stile narrativo e descrizioni, che stimola la fantasia del lettore e, per usare termini tecnici, lo rincoglionisce facendolo immergere in un viaggio onirico che rasenta il trip.

L’autrice mentre cerca di rincoglionirmi

le Cirque des Revês

Alcuni sorridono, altri si accigliano interrogando chi sta loro intorno. Un bambino accanto a te dà uno strattone alla manica della madre, chiede che vuol dire. «Il Circo dei Sogni» è la risposta. Poi i cancelli di ferro si aprono con un sussulto, quasi spinti da volontà propria. In un abbraccio verso l’esterno che invita la folla all’interno. Adesso il circo è aperto. Adesso puoi entrare.

Raccontata davanti ad un ginseng, la storia è piuttosto semplice: due maghi, con idee opposte riguardo la magia, si sfidano nel corso dei secoli addestrando ogni volta due giovani per una competizione, su un terreno comune. La sfida può durare anni e le varie regole, modalità e obiettivi, sono avvolti da un alone di mistero. I due disgraziati prescelti questa volta sono Celia, la figlia di uno dei due maghi sfidanti, e Marco, un orfano cresciuto dall’avversario. Che cosa complica un sfida già di per se’ estremamente complessa? Ma l’amour, ovviamente.

L’amour non scontato

Sì, lo so, il fatto che questi due tipi si innamorino suona molto trito e ritrito, ma in realtà ho apprezzato molto le motivazioni che spingono i due ad avvicinarsi.

Spoiler

Il mio lato romantico

Colpo di scena!
Ehm, no

A livello di trama, secondo me molte cose date per colpo di scena in realtà erano scontate sin dall’inizio.

Io non do soddisfazione nei colpi di scena

Spoiler

 

In generale l’obiettivo dell’autrice è fare andare avanti il lettore, guidandolo e facendogli credere che più avanti troverà le risposte che cerca. Alla fine della fiera del circo, qualcosa avrà capito, ma non tutto.

Ti faccio un esempio

«Cosa dici? Il circo sta benone.»
«Non credo… si possa notare dall’esterno. È come… una delle tue pecore. Se fosse malata, io me ne accorgerei?»
«Probabilmente no.»
«Tu invece sì.»
Bailey annuisce.

La magia in questo romanzo non viene mai spiegata, e quando non si conoscono i limiti di un concetto è facile cadere in forzature o in poca credibilità. L’autrice anche in questo è stata molto accorta, rimanendo sempre attaccata al mondo che conosciamo per spiegarci alcune cose.
In questo modo il lettore rimane saldo alla narrazione e capisce perfettamente la situazione.
La Morgenstern è riuscita a spiegarsi senza in realtà rivelare nulla davvero, è un concetto ricorrente in questo romanzo.

«Fai conto che io abbia un bicchiere di vino» dice. Un bicchiere di vino rosso le compare nella mano. «Grazie. Se prendessi questo vino e lo versassi in un recipiente con dell’acqua, o in un lago, oppure in un oceano, sparirebbe forse?»
«No, sarebbe solo diluito» risponde Marco.
«Esattamente. […]»

Come l’autrice spiega tutto

WORLDBUILDING

«Non mi avete chiesto niente sui miei artifici» dice lei, una volta certa che lui non abbia evitato l’argomento soltanto per buona educazione.
Friedrick riflette a lungo. «Perché non desidero conoscerli» dichiara poi. «Preferisco rimanere all’oscuro, per meglio apprezzare il buio.»

 

La magia

«Non c’è una sola persona fra il pubblico disposta a credere anche per un attimo che ciò che faccio sia reale» dice, gesticolando in direzione del palcoscenico. «Questo è il bello. Immagino tu abbia visto i congegni fabbricati dai sedicenti maghi per eseguire i trucchetti più banali. Sono tante capre che si ricoprono di piume per convincere il pubblico di saper volare, mentre io sono, semplicemente, un uccello. A parte riconoscere la mia superiorità, la gente non coglie la differenza.»

In questo mondo la magia è un arte segreta, conosciuta da pochissimi. Tuttavia, chiunque entrando in possesso della conoscenza giusta potrebbe impararla, il resto dipende dal talento. I prestigiatori più bravi in realtà sono dei veri maghi che fingono di fingere, non ci viene spiegato che vita conducono i maghi che disprezzano questa commercializzazione della magia.

Il circo

Siedi sul muretto, rigirandoti la pietra nera fra le dita. Il silenzio si traduce presto in quieta malinconia. Le memorie cominciano ad arrampicarsi dai più reconditi recessi della tua mente. Delusioni passeggere. Occasioni perdute e perduti ideali. Struggimento, dolore, solitudine disperata e spaventosa. Pene che pensavi da tempo dimenticate si accompagnano a ferite ancora fresche. La pietra nella tua mano pare farsi più pesante. Quando la getti nella pozza perché si unisca alle altre, ti senti più leggero. Quasi avessi lasciato andare molto più di un piccolo pezzo di roccia lucida e levigata.

Questo circo è totalmente diverso da quelli a cui siamo abituati, non ci sono animali sfruttati e maltrattati o pagliacci inquietanti.

È strutturato in una serie di tendoni dove ognuno sceglie dove entrare, e al cui interno ci si ritrova in dei mondi a parte, sempre in bianco, nero e grigio.
Ogni tendone è creato tramite la mangia d’illusione e il pubblico non lo sospetta minimamente.

La sfida

Tuttavia non è certa che, a parte prendere polvere, faccia molto altro. Non ha modo di sincerarsene: nessun barometro è in grado di misurare l’incorporeo. Non c’è termometro per il caos. Per il momento ha la sensazione di premere su un vuoto fatto di nulla.

Tralasciando i dettagli, i due protagonisti sono legati a questo circo itinerante, e dovranno ingrandirlo di continuo con nuovi tendoni, a turno, creando nuovi spazi di illusione.

PERSONAGGI

«Il passato è più facile» replica Widget. «È già lì.»
«Nelle stelle?» domanda Bailey.
«No. Sulla gente. Il passato ti si appiccica addosso come lo zucchero a velo alle dita. Alcuni tentano di spolverarlo via, però non c’è niente da fare: gli eventi e le cose che ti hanno portato dove sei ora restano lì per sempre.»

I personaggi sono davvero tantissimi, tutti ben definiti, incastrati nel loro ruolo ma al tempo stesso interessanti, tuttavia, preferisco illustrarvi solo quelli principali e che più mi hanno colpita, altrimenti uscirebbe uno dei miei soliti papiri e sto cercando di ridurre.

Il mio buonsenso quando inizio a dilungarmi

CELIA

«Mio padre sapeva esercitare lo stesso potere» rivela. «L’attraente, ammaliante seduzione. Ho trascorso i primi anni di vita guardando mia madre struggersi per lui. Lo ha amato e desiderato ben oltre il momento in cui lui aveva ormai perduto qualsiasi interesse nei confronti di lei. Finché un giorno non si è tolta la vita. Io avevo cinque anni. Una volta grande abbastanza per capire, ho giurato a me stessa che mai e poi mai avrei sofferto per qualcuno. Occorrerà ben più del tuo ammaliante sorriso per sedurmi.»

Lei mi piace molto perché è, sempre per usare termini tecnici, cazzutissima.
Cresciuta da un padre crudele, soffrendo tantissimo e senza mai un briciolo di affetto, ha sviluppato una durezza di fondo che traspare in tutto ciò che dice e che fa.

«Sono stanca di cercare di tenere insieme cose che non possono essere tenute insieme» dice Celia quando lui le si avvicina. «Di controllare ciò che non può essere controllato. Sono stanca di negare a me stessa ciò che desidero per paura di rompere cose che non sono in grado di riparare. Si romperanno comunque, nonostante tutto.»

Si ammorbidisce un po’ dopo aver incontrato Marco, ma neanche poi tanto.

«Ho trascorso gran parte della vita a lottare per mantenere il controllo di me stessa.» Celia parla appoggiandogli la testa sulla spalla. «Per conoscermi dentro e fuori, tenendo ogni cosa perfettamente in ordine. Un ordine che smarrisco quando sono con te. Questo mi fa paura, e…»
«Non devi aver paura» la interrompe Marco.
«Mi fa paura tanto quanto mi piace» continua lei, voltandosi a guardarlo. «Sapessi che tentazione ho di perdermi in te! Lasciarmi andare. Lasciare che tu mi impedisca di rompere i lampadari invece di vivere nel costante timore di farlo.»
«Potrei.»
«Lo so.»

Padre tremendo

«Mio padre mi tagliava la punta delle dita a una a una finché non sono stata in grado di guarirle tutte e dieci in un colpo solo» racconta Celia, riappendendo il pugnale al suo posto. «Si tratta perlopiù di sentire dentro di te come ogni singola parte debba combaciare, non sono mai stata capace di farlo con nessun altro.»

Hector, il padre di Celia, è davvero un personaggio crudele, senza mai un’esitazione o un ripensamento e, tuttavia, ogni tanto in lui traspare qualcosa che lo rende umano agli occhi del lettore.

«Celia» chiede senza guardarla, «perché diamo la carica all’orologio?»
«Perché ogni cosa richiede energia» recita lei obbediente, gli occhi ancora fissi sulla propria mano. «Dobbiamo infondere impegno ed energia in tutto ciò che desideriamo cambiare.»
«Molto bene.»

Mi è piaciuto tantissimo come l’autrice non abbia avuto esitazioni nel costruire le sue crudeltà, che definiranno poi il carattere di Celia.

Celia china di lato la testa e lo fissa appoggiando le mani sul tavolo. I fogli si piegano in forme elaborate: piramidi, eliche, uccelli dalle ali frusciami. Hector alza la testa, irritato. Solleva un pesante fermacarte di vetro e glielo cala su una mano, talmente forte da spezzarle il polso con uno schiocco secco. I fogli tornano fogli, riprendendo il loro posto sul piano del tavolo. «Hai bisogno di far pratica» ripete. «Manchi ancora di controllo.» Celia lascia la stanza senza una parola, tenendo stretto il polso e ingoiando le lacrime. «E per l’amor di Dio, smettila di piangere» le grida suo padre. Le ci vuole quasi un’ora per rinsaldare tutti i frammenti dell’osso.

MARCO

L’uomo lo osserva per un po’. Il bambino restituisce lo sguardo. «Immagino tu sappia leggere.»
Il bambino annuisce. «Mi piace leggere» dice. «Qui non hanno abbastanza libri. Li ho già letti tutti.»
«Molto bene.»

Questo personaggio è stato creato di proposito per essere abbastanza insignificante. Cresciuto per la maggior parte del tempo da solo, senza un minimo confronto con il mondo esterno, non ha sviluppato una personalità solida, ma solo le qualità necessarie per sostenere la sfida.
Mentre Celia aveva il padre, che per quanto crudele, la temprava e preparava al confronto, Marco è sempre rimasto sullo sfondo. Può sembrare un difetto ma in realtà è perfettamente credibile che sia così, e ho apprezzato molto il fatto che l’autrice non ce lo dica mai, ma che ce lo lasci capire.

Celia e Marco

«Ti avrei scritto anch’io, se solo avessi saputo mettere nero su bianco quello che sentivo, e che vorrei dire. Un mare d’inchiostro non basterebbe.»
«In compenso mi hai costruito sogni»

In genere, le coppie dei romanzi dopo un po’ iniziano a darmi sui nervi

. Vade retro smancerie, promesse, paroline dolci, scherzetti e pucci pucci.

Tuttavia, in questo caso, l’autrice è stata brava nel presentare una storia d’amore per niente sdolcinata o stucchevole.

«Sono abbastanza vicina per il tuo gioco d’illusione?» domanda lei.
«Se ti dico di no, verrai più vicina?»

Non ci sono sviolinate sulla bellezza o grazia di lei, o su quando sia tenebroso e forte lui. Non si parla quasi mai dell’aspetto esteriore, Marco addirittura ogni tanto cambia il suo con un’illusione. Amano entrambi leggere, capiscono e conoscono cose che nessun’altro può capire, se non chi c’è passato prima di loro, e quindi tutto il resto non ha importanza. Può sembrare poco, ma lo trovo molto più credibile di tante altre storie d’amore.
Inoltre, la modalità con cui vivono la loro storia e al tempo stesso portano avanti la sfida, mi ha fatto commuovere in più occasioni.

Illusioni per lettori romantici

Marco inizia a creare per Celia delle illusioni che possano piacerle e, siccome lei adora leggere, questo dà un duro colpo sia all’animo da lettore e sia a quello romantico.

«Guarda» le sussurra all’orecchio.
Il tessuto a strisce del tendone si irrigidisce, la stoffa si fa carta. Sulle pareti appaiono parole, lettere tipografiche sovrapposte a un testo manoscritto. Celia riesce a distinguere versi di sonetti di Shakespeare e frammenti di inni a dee greche mentre la superficie va riempiendosi di poesia, sulle pareti, sul soffitto, diffondendosi persino sul pavimento. Subito dopo la tenda comincia a dischiudersi, la carta a piegarsi e a strapparsi. Le strisce nere si estendono nello spazio vuoto e quelle bianche si animano, allungandosi verso l’alto e spezzandosi in rami.
«Ti piace?» domanda Marco.
Tutto, intorno, è di nuovo immobile, e loro due sono in piedi in una foresta buia rischiarata appena da alberi bianchi ricoperti di poesia.
Celia può solo annuire.

Quando lei riapre gli occhi, sono in piedi sul cassero di una nave in mezzo al mare. È una nave fatta di libri, con le vele di pagine sovrapposte; i flutti sono dell’inchiostro più nero. Minuscole luci punteggiano il cielo, stelle fittamente incastonate e risplendenti come il sole.
«Pensavo che, dopo tutto quel discutere di spazi confinati, qualcosa di più vasto ti avrebbe fatto piacere» sussurra Marco.
Celia si spinge fino al limitare del ponte, passando le mani sul dorso dei libri che formano il parapetto. Una brezza leggera gioca con i suoi capelli, portandosi dietro l’odore di volumi polverosi e quello più umido e intenso dell’inchiostro. Marco la raggiunge fermandosi al suo fianco, mentre lei osserva il mare notturno estendersi su un orizzonte netto, senza alcuna terra in vista. «È bellissimo»

Il mio lato romantico non è abituato, è rimasto così.

STILE

«È come se si contraddicesse» prosegue. «Quasi che amore e perdita vivessero nello stesso istante, insieme, in una specie di stupendo dolore.»

Come ho detto più volte, lo stile in questo romanzo è prettamente estetico. Molte frasi sono belle, indipendentemente da ciò che vogliono dirci, sono fluide e con ritmo e linguaggio che rimanda ai classici.

A un certo punto della serata tutti i ventagli mutano in piccoli uccelli che a stormi si alzano in volo, sfrecciando in cerchio sulla platea nel tumulto degli applausi. Poi, a uno a uno, fanno ritorno, piombando ripiegati in grembo alle legittime proprietarie. Alcune tra le signore, troppo turbate per applaudire, restano lì a rigirarsi fra le dita quegli oggetti ornati di piume e pizzi, improvvisamente dimentiche del caldo.

In generale l’autrice non punta a farci capire, quanto più a farci immergere e vedere.

“Che anno èèèèè, che giorno è?”

Una delle cose che più complicano la lettura di questo romanzo sono sicuramente i salti spazio-temporali. Questa storia si articola in molti luoghi e nell’arco di molti anni. Un capitolo è ambientato al Londra nel 1874 e parla di un personaggio, quello dopo può essere ambientato a Concord nel 1889 e parla di un altro e quello dopo ancora a New York nel 1885 dove si ritorna al primo.
Io tra i tanti difetti ho una memoria inquietante, eppure ho fatto lo stesso molta fatica a ricollegare tutto ogni volta al punto che, dopo un po’, ho smesso di guardare le date e ho continuato a leggere, lasciando che il cervello collegasse da solo mano a mano che leggevo.
Secondo me alcuni archi narrativi si potevano unire, creando meno alternanza, ma come ho già detto è chiaro che l’autrice punti a confondere, quindi diciamo che mi sono messa l’animo in pace.

«Ehi ciao lettore!»

La gente intorno a te si fa impaziente. Una marea di piedi freme, labbra sbuffano e borbottano se non sia il caso di lasciar perdere e cercare un luogo più caldo dove trascorrere la serata. Tu stesso ti dibatti nel dubbio, quand’ecco che accade.

Ci sono dei capitoli in cui è il lettore stesso il protagonista, e si muove sotto la guida del narratore visitando il circo e vedendo ciò che ci vuole mostrare.

La gente resta di stucco alla vista dei tendoni più alti. Osserva rapita l’orologio appena al di là dell’inferriata, che nessuno sa descrivere con precisione. Sull’insegna nera e bianca appesa all’entrata si legge: Apre al Crepuscolo Chiude all’Aurora «Che razza di circo è mai questo che vive solo la notte?» si chiede la gente. Eppure con l’approssimarsi del buio un folto gruppo è già in attesa, là fuori. E tu sei fra loro, naturalmente. La tua curiosità ha avuto la meglio, come d’abitudine. Fermo in piedi nella luce che scolora, la sciarpa intorno al collo tirata su per bene contro la gelida brezza della sera, sei in attesa di vedere con i tuoi occhi quel circo che apre solo dopo il calare del sole.

Non mi fa impazzire come idea, ma secondo me essere flessibili in questo caso ripaga parecchio, perché l’autrice sa quello che fa.

Metafore e similitudini

mentre il frac si libra nell’aria come un’ombra per appendersi obbediente nell’armadio.

Come ormai sapete io ho un debole per le metafore e le similitudini fatte bene. (È uno dei pochi aspetti che sperimento quasi esclusivamente da lettore, perché il mio modo di scrivere ne limita l’utilizzo al minimo, usando invece i paragoni.) È facile che mi innervosisca se noto che il loro utilizzo serva più ad un sfoggio di bravura dell’autore invece di una vera e propria utilità nella comprensione, tuttavia quando esse danno un apporto prettamente estetico, cioè vogliono spiegarci qualcosa, forse anche superfluo, ma con un tocco insolito che aiuta il lettore ad entrare in un certo mood, in quel caso è la via di mezzo che non mi disturba e, anzi, spesso apprezzo.

I nastri la seguono come una coda di cometa mentre fila veloce lungo il corridoio.

L’uomo sul palco, con barba, capelli impomatati e guanti bianchi che si muovono come uccelli contro il nero del vestito, si esibisce in semplici trucchi e scaltri giochi di prestigio.

Afferra il suo cappello a cilindro e glielo mette sulla testa, ma quello le scivola sugli occhi dubbiosi, occultandoli in una gabbia di seta nera.

Ha le mani macchiate, e tuttavia continua a fissare il sangue sull’abito di lei. Uno scarlatto che attraversa come un grido il raso avorio del vestito, dileguandosi dietro il traforo di velluto nero che lo riveste come una gabbia.

FINALE

«Grazie» mormora Poppet. «Una bella storia. È un po’ triste, però, e un po’ no.»

Tutta la parte finale è una discesa improvvisa su uno scivolo (visto? ogni tanto anch’io uso le metafore):

All’improvviso il ritmo narrativo cambia, accelerando sempre di più, e tutto si conclude prima che tu lettore ti renda conto di ciò che è davvero successo.

Il circo

«Sembrate un fantasma» osserva Bailey. Non gli viene in mente una definizione migliore. «Esattamente come mi appari tu, dunque chi di noi è reale?»

La parte che riguarda l’esito del circo è quella che mi ha lasciato più perplessa, e ho capito che tutto il rincoglionimento portato avanti dall’autrice è servito a farmelo accettare senza domande.
In realtà, dopo essermi ripresa ed essere tornata il mostro di sempre, ho notato che alcune scelte fossero state un po’ sbrigative, con pochi presupposti e, soprattutto, molto più sgraziate rispetto al livello generale.

Spoiler

Io dopo che mi sono ripresa.

Celia e Marco

Ognuno dei due continuamente attratto dall’altro. Eppure non si toccano.

Ma a livello di contenuti, a noi appassionati di inciuci interessa soprattutto come va a finire fra quei due poveri disgraziati, e qui la questione non è stata sbrigativa, è un finale costruito con molte pulci e presupposti sparsi bene in tutto il romanzo, e a livello tecnico è un bel finale, ma il mio parere personale probabilmente è un po’ fuori dal coro.

Spoiler

Conclusione

«Racconti storie?» domanda l’uomo, con un’improvvisa e quasi palpabile curiosità.
«Storie, favole, cronache da bardo» spiega Widget. «O come preferite chiamarle. Le cose di cui stavamo discutendo poco fa, oggi più complicate di quanto non fossero un tempo. Prendo brani del passato che vedo e li organizzo in racconto. Niente di importante, e non sono qui per questo…»
«È importante, invece. C’è bisogno di qualcuno che le racconti, quelle storie. Dove le battaglie sono combattute, vinte e perdute, dove i pirati trovano i loro tesori e i draghi divorano i nemici a colazione con una bella tazza di Lapsang Souchong: qualcuno deve raccontare i loro frammenti sovrapposti di narrazione.

Un romanzo surreale e visionario, che prende il lettore e lo guida attraverso un mondo di magia e illusione. Se vi lascerete andare in questo viaggio ne uscirete fuori alla fine un po’ rincoglioniti, con gli occhi lucidi e la mente infestata da migliaia di scene bellissime, assurde o inquietanti in scala di grigi, ma non ve ne pentirete.

C’è della magia in questo. È nell’ascoltatore, e suonerà in modo diverso in ogni orecchio, colpendo ognuno in modo imprevedibile. In superficie e in profondità. Puoi narrare una storia che va a innestarsi nell’anima di qualcuno, divenendone il sangue, l’io e il proposito. Quella fiaba lo smuoverà, lo spronerà, e chissà cosa mai potrebbe arrivare a fare grazie a essa, grazie alle tue parole. Che sono il tuo ruolo, il tuo dono. Tua sorella è capace di vedere il futuro, ma tu puoi modellarlo, ragazzo. Non dimenticarlo.»

 

Voto: 8,5/10

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Phèdre Banshee

Phèdre Banshee è un esserino fuori da ogni logica. Tutti i giorni attraversa il tempo e viaggia nei mondi per scrivere, sul suo grande libro, storie tragiche ma divertenti. Ha molte maschere, di cui ha la massima cura. Le guarda appese in ordine sulle pareti e ne sceglie una diversa ogni mattina, a volte anche più di una. Ne tiene una sul viso e l’altra in tasca, masticando Luoghi comuni. A chi? Non si sa. Il suo aspetto più frequente è quello di una vecchia gobba e sciatta che ondeggia tra la realtà e la pazzia, ma i denti sono sempre perfetti, perché su certe cose non scherza. Quando non è in giro a raccogliere storie, le piace leggere libri fantasy contemporanei e i vari sottogeneri; giocare ai videogame, in particolare i gdr; guardare film e serie tv per poi lamentarsi a voce alta con la tv quando i personaggi fanno qualcosa di stupido o sono troppo sdolcinati.

1 Comment

  1. avatar Federico Luchetti ha detto:

    Incuriosito? Si. Confuso già dalla sola recensione? Si. Voglia di leggerlo? Beh si.
    Mai stato un fan delle struggenti storie d’amore con annessi mal di testa, però tecnicamente qualunque cosa se scritta bene può essere interessante, e la recensione ci mette una buona parola.
    Detto questo sono anche curioso della presunta sfida secolare di due maghi circensi, estrazione di carte da orifizi improbabili o possibile sfida a chi sega in due più assistenti senza ucciderli?
    Boiate a parte sono stato ammaliato e a differenza della gaia protagonista cederò al rimorchio. 😀

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