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Recensione – Il cimitero senza lapidi e altre storie nere di Neil Gaiman

«E funziona? Sono più felici, da morti?»
Silas si lasciò andare a un largo sorriso, mostrando le zanne. «Certe volte. Ma in genere no. È come chi crede di essere felice andando a vivere da qualche altra parte, ma poi impara che non è così che funziona. Ovunque tu vada, porti te stesso con te. Capisci cosa intendo?»
«Più o meno.»

Il cimitero senza lapidi e altre storie nere di Neil Gaiman

 

Titolo: Il cimitero senza lapidi e altre storie nere
Titolo originale: M is for Magic
Autore: Neil Gaiman
Editore: Mondadori
Pagine: 217
Prezzo: ebook 6,99€ – brossura 8,93€
Reperibilità: sia online che in libreria

 

Non che fossi un credulone; semplicemente credevo in tutte le cose oscure e pericolose.

DAL WEB

Nobody Owens cade dal melo ai confini del cimitero, nel terreno sconsacrato dove sono sepolti i malvagi, e decide di donare una lapide alla strega che lo soccorre. Jack incontra un troll sotto il ponte della ferrovia e da quel momento la sua vita sarà legata a un terribile patto di morte. Un nobile cavaliere trova il Santo Graal nel salotto di una vecchina che non ha alcuna intenzione di spostarlo dal suo grazioso caminetto. Tra l’horror, il fantasy e il giallo hard boiled, undici racconti inediti per rabbrividire e sorridere. Racconti che, come scrive lo stesso Gaiman, sono “viaggi fino all’estremo opposto dell’universo che puoi fare con la certezza di essere di ritorno per l’ora di cena”

Pensavate di esservi liberati di me eh?

Torno ad appollaiarmi da queste parti dopo un periodo molto incasinato. Ci sono state molte novità, soprattutto a livello lavorativo, che hanno scombinato i miei tempi, e ho avuto molta difficoltà a gestire tutto. Ho trascurato lettura, scrittura, recensioni e serie tv. Il mio ossigeno, in pratica.

Ma ovviamente sono un’adulta, non è la prima volta che cambio ritmo e faccio lo stesso tipo di lavoro da qualche anno, quindi ho gestito il periodo di stress in modo calmo e maturo.

Più o meno è andata così.

EDUCAZIONE SIBERIANA E AGOGHÉ

IL ROMANZO

Ricorda:
i giganti hanno un sonno troppo profondo;
le streghe sono spesso tradite dai loro appetiti;
i draghi hanno una debolezza,
da qualche parte, sempre;
i cuori possono essere ben celati,
e li tradisci con la tua lingua.

Avevo letto questo libro anni fa, e non mi aveva lasciato granché, al punto da ricordare un solo racconto su undici, l’unico che mi era piaciuto.
La mia impopolare perplessità nei confronti di Neil Gaiman e il numero ridotto di pagine mi hanno convinto a dargli una seconda possibilità.

Mi sa che avrei dovuto fare come i Volturi…

IL CIMITERO SENZA LAPIDI

«Sono Bod.»
«Il bambino vivo?» chiese lei.
Bod annuì.

Bod è un bambino che vive in un cimitero, cresciuto dai fantasmi che lo popolano. Un giorno capita nella zona sconsacrata e incontra il fantasma di una ragazza, morta perché accusata di stregoneria. La ragazza si lamenta del fatto di non possedere nemmeno una lapide, e Bod decide di trovare un modo per comprargliela.

Sapete qual è il problema di Gaiman con i racconti, secondo me? Promette troppo. Crea una nuvola di fuffa e alza le aspettative a livelli altissimi, per poi rifilarci qualcosa che non è mai nulla di che. Ho avuto lo stesso problema con Trigger Warning, sembrava il libro del secolo e invece i racconti mi hanno lasciata indifferente, che è molto peggio di quando un libro non ti piace perché, in quel caso, almeno te lo ricordi.


Questo racconto è stato inserito a fini commerciali, perché tratto dal romanzo Il figlio del cimitero (Recensione di Nymerios QUI), è una cosa che Gaiman fa spesso, come inserire racconti usando i personaggi di American Gods.
Si vede parecchio che è un pezzo di qualcos’altro e non un racconto a sé, perché molti personaggi non vengono né spiegati né descritti, quindi noi non sappiamo chi abbiamo davanti e questo ostacola la comprensione. E in generale, nonostante dovesse essere un assaggio per attirare al romanzo, non mi ha colpito granché.

IL PONTE DEL TROLL

Ma sotto il ponte, ad aspettarmi, c’era un troll. […] «Ti ho sentito, Jack» sussurrò, con una voce simile al vento. «Ti ho sentito fare clippete cloppete sopra il mio ponte. E ora mi mangerò la tua vita.»

Sotto un ponte, un bambino incontra un troll, intenzionato a mangiarsi la sua vita. Il bambino lo convince ad aspettare, dicendo che ancora non aveva vissuto e che sarebbe tornato in futuro, in modo da offrirgli una vita più sostanziosa da mangiare.

Questo è il racconto che più mi è piaciuto, sia la prima volta che adesso. Parla del significato della vita e di cosa vuol dire davvero sprecarla o viverla, inoltre offre vari spunti sulla natura intrinseca delle persone.

Spoiler

CAVALLERIA

Vicino al libro, posto su un fianco, c’era il Santo Graal. Aveva un minuscolo adesivo tondo attaccato alla base con sopra scritto a pennarello il prezzo: trenta pence. […] «Questo è bello» gridò a Marie.
La ragazza si strinse nelle spalle.
«Starebbe proprio bene sul caminetto.»

Una vecchietta compra per pochi spiccioli il Santo Graal in un negozio dell’usato, un cavaliere bussa alla sua porta e cerca di convincerla a darglielo per portare a termine la sua missione.

Questo racconto mi ha sorpreso perché, nonostante la semplicità della trama, ti spezza il cuore. Ho apprezzato l’accuratezza dell’autore nell’elencare tutte le azioni della vecchietta, per sottolineare come tutto faccia parte di una routine collaudata negli anni e, soprattutto, questa scena che coglie del tutto alla sprovvista e che a me ha fatto venire gli occhi lucidi. Non ricordo che sia successo la prima volta, quindi è anche bello vedere come certe cose ci facciano un effetto diverso a seconda del periodo in cui vengono lette.

Spoiler

NON CHIEDETELO A JACK

La scatola a sorpresa di Jack era sepolta sotto bambole, trenini, pagliacci, stelle di carta e vecchi trucchi di magia, marionette storpie con i fili irrimediabilmente aggrovigliati, costumi per travestirsi – qui i brandelli di un vestito da matrimonio di chissà quanto tempo fa, lì un cappello di seta nera incrostato di anni e di stagioni – e finti gioielli, cerchi e trottole e cavallucci di legno rotti. Sotto tutta quella roba c’era la scatola di Jack.

Non vale manco la pena impegnarsi tanto a raccontare, per quanto questa storia è povera di contenuti.  C’è una scatola di un pupazzo a molla, in soffitta, i bambini fanno delle prove di coraggio per avvicinarsi alla scatola, il pupazzo a molla è un cattivone indemoniato che dice cose brutte e forse porta sfiga, i bambini una volta adulti non vogliono più saperne, e la scatola passa ai proprietari successivi.

COME VENDERE IL PONTE DI PONTI

«E così mi state dicendo che la vendita del Ponte di Ponti – o di qualsiasi altro edificio famoso che voi non vendereste – non può avere queste caratteristiche? Signori. Signora. Lasciate che vi racconti la mia storia.»

Una gilda di grandi truffatori si vanta delle proprie conquiste, poi arriva un tizio che si vanta di aver portato a termine la truffa più conosciuta e presa in giro, e ci spiega come ha fatto.
Dopo aver letto Gli inganni di Locke Lamora (Recensione QUI) è davvero difficile che una truffa mi affascini, specie se raccontata in modo piuttosto lento e scialbo.

OTTOBRE SULLA SEDIA

Aveva letto libri, giornali, riviste. Sapeva che, se scappi, a volte incontri gente cattiva che ti fa cose brutte; ma aveva letto anche delle fiabe, per cui sapeva che in giro c’erano pure persone gentili, accanto ai mostri.

I mesi dell’anno prendono forma umana, si siedono a turno su un ceppo nel bosco e raccontano una storia. L’unica decente è quella di Ottobre, il capo della combriccola.
La sua storia parla di un bambino che, stanco dei dispetti dei fratelli maggiori, decide di scappare di casa. Lungo la via incontra un fantasma, e per la prima volta scopre cosa vuol dire avere un amico.

Sembra figo eh? Invece no.
Gaiman perde pagine su pagine a spiegarci quanto era terribile la vita del bambino, cosa che potevamo benissimo immaginare da soli, e dedica al rapporto bambino-fantasma pochissimo spazio, rendendo quindi il finale ancora meno credibile.
Come soggetto funzionava bene e dava un sacco di spunti, infatti ho letto che dalla buona risposta del pubblico a questo racconto Gaiman poi ha scritto Il figlio del Cimitero. Perché sì, Gaiman oltre che fare pubblicità alle sue opere nelle raccolte di racconti, crea al tempo stesso un depliant di soggetti e, in base alla risposta del pubblico, capisce cosa è più commerciale e lo sviluppa.

AVIS SOLEUS

«[…] Abbiamo mangiato tutto quello che si poteva mangiare.»
«Sciocchezze! Ci sono diverse centinaia di cose che non abbiamo ancora assaggiato»

La storia dell’Araba Fenice raccontata in chiave culinaria. Anche qui, troppe pagine per un soggetto di poca sostanza, che non prende per niente.

IL PREZZO

I vagabondi e i barboni hanno dei segnali che lasciano sui pilastri dei cancelli e sugli alberi e le porte, per permettere ai loro simili di sapere qualcosa sulla gente che vive nelle case e nelle fattorie dove passano durante il loro vagabondare. Credo che i felini lascino segnali simili; come spiegare altrimenti i gatti che per tutto l’anno si presentano alla nostra porta affamati, pulciosi e abbandonati?

Una famiglia accoglie tutti i gatti disgraziati dei dintorni, uno in particolare esce la notte e ogni mattina viene trovato sempre in pessime condizioni. Durante il periodo di convalescenza del gatto, alla famiglia capitano le peggiori sfortune, ma appena il gatto si riprende e torna fuori a farsi ridurre in fin di vita, la fortuna per la famiglia riappare. Il padrone del gatto decide di scoprire quale sia l’animale a ridurre così il gatto.

Anche qui, fighissima come premessa, ma nella pratica tutto viene spiattellato senza grazia o suspense. E di per sé la causa è anche banale, la reazione del padrone un po’ meno. Diciamo quindi che è carino come racconto, ma il finale è raccontato malissimo.
E soprattutto, io non riesco a capacitarmi di come Gaiman sia riuscito a farmi dimenticare addirittura una storia con protagonista un gatto. È quasi un talento direi, visto quanto adoro i gatti.

COME PARLARE CON LE RAGAZZE ALLE FESTE

«No che non lo sarà» replicai, anche se avevo perso la battaglia da ore, e lo sapevo.
«Sarà fantastico» disse Vic per la centesima volta. «Ragazze! Ragazze!
Ragazze!»

Due adolescenti si imbucano ad una festa per rimorchiare, senza rendersi subito conto che le invitate non sono umane.
Ho apprezzato che Gaiman sottolinei di continuo quanto poco gli uomini ascoltino davvero quando si tratta di ormoni, visto che queste tipe svelano i segreti dell’universo e ‘sti due furetti pensano se abbracciarle o se offrire loro da bere, è divertente come cosa, ma finisce lì. Il finale è volutamente criptico, nel senso che l’autore sembrava non sapesse bene come concludere la storia e quindi chiude baracca e burattini di colpo. Carini i discorsi delle tipe aliene, ma avrei voluto un po’ più di ciccia e meno fuffa.

Spoiler

IL CASO DEI VENTIQUATTRO MERLI

Controllai negli archivi dei giornali le notizie sulla morte di Dumpty. Un attimo se ne stava seduto su un muro, l’attimo dopo era per terra in pezzi.
Tutti i Cavalli del Re e tutti gli Uomini del Re erano arrivati sul luogo del delitto in un istante, ma Dumpty aveva bisogno di qualcosa di più radicale di un intervento di pronto soccorso. Venne convocato un medico di nome Foster – un amico di Dumpty dei tempi di Gloucester – anche se non mi risulta che un medico sia in grado di farti granché quando sei morto.

La filastrocca di Humpty Dumpty trasformata in un giallo poliziesco, con tutti i personaggi sotto forma di cibo o altri personaggi di filastrocche.
Carina come idea, ma probabilmente avrei apprezzato di più la cosa se fossi stata inglese e quindi queste filastrocche avessero fatto parte della mia infanzia. Di sicuro c’erano anche molti giochi di parole e strizzatine d’occhio che non ho potuto cogliere anche per via della traduzione.

ISTRUZIONI

Ricordati il tuo nome.
Non perdere la speranza:
quel che cerchi sarà trovato.
Dai fiducia ai fantasmi.
Confida che quelli che hai aiutato ti aiutino a loro volta.
Dai fiducia ai sogni.
Dai fiducia al tuo cuore, e alla tua storia.

 L’ultimo non credo si possa definire un racconto, quanto più una poesia che prende spunto da alcuni racconti precedenti. Davvero molto carina.

C’è un verme nel cuore della torre;
ecco il motivo per cui crolla.
Quando raggiungerai la casetta,
il luogo da cui era cominciato il tuo viaggio,
la riconoscerai, anche se ti parrà molto più piccola
di come la ricordavi.

STILE

Dalla cima si poteva vedere il mondo intero. A est, il cielo cominciava a rischiararsi. Tutto era sospeso nell’attesa. La notte stava terminando e il mondo tratteneva il fiato, preparandosi a ricominciare di nuovo.

Quindi, ricapitolando: C’è chi scrive dei racconti perché ha delle ispirazioni e, guidato dalla passione, vuole raccontare delle storie, e c’è chi invece utilizza la forma del racconto per fare sfoggio delle sue abilità tecniche, pubblicizzare le sue opere, creare depliant commerciali in modo che il pubblico stesso decida la sua pappa pronta e vincere facile promettendo il mondo e più, per poi ridurre tutto ad una montagna di fuffa. Non credo serva dirvi in quale delle due categorie io collochi Gaiman.

Il mio parere riguarda solo le raccolte di racconti, perché non ho ancora letto un suo romanzo e penso rimedierò a breve.
Gaiman a livello tecnico ci sa fare, solo che spesso si perde nel suo volerlo dimostrare. E spesso tutta questa tecnica arzigogolata non è accompagnata da una sostanza altrettanto forte a livello di trama o elementi.

LA PAPPA PRONTA

«Intendi dire che si suicida?» chiese Bod. Aveva circa otto anni, occhi grandi e una grande curiosità, e non era stupido.

Ma lascialo decidere a noi se è stupido o no. Spesso Gaiman per velocizzare le cose dà al narratore l’ingrato compito di dirci cosa pensare o di trattarci da tonti che non ci arrivano.

 E c’era davvero qualcosa che si avvicinava dal vialetto, in direzione della casa. Lo vedevo dal binocolo, chiaro come il giorno.
Era il Diavolo.
Non avevo mai visto il Diavolo prima, e, pur avendo scritto in passato di lui, se costretto avrei ammesso che non ci credevo affatto, se non come figura immaginaria, tragica e miltoniana. Ma la sagoma che si avvicinava dal vialetto non era il Lucifero di Milton. Era il Diavolo.

Ma perché non hai creato un minimo di suspense? Una descrizione ad effetto? Lasciare che fossimo noi a capire? Niente, pappa pronta.

 

LO STILE DI NARRAZIONE CAMBIA A SECONDA DEL PROTAGONISTA

Una cosa che ho apprezzato dello stile di Gaiman è il suo riuscire a cambiare registro narrativo a seconda del protagonista del racconto. Sacrifica lo stile personale, ma rende più efficace il racconto perché aiuta il lettore ad immergersi meglio.

Aveva denti taglientissimi. Un alito che odorava di foglie ammuffite e della parte-di-sotto delle cose.

Non vuol dire una cippa, ma ci sta perché è un bambino il personaggio.

 

Mi lanciò uno sguardo che avrebbe fatto ansimare come un mantice anche una zucca e che mi mandò il battito cardiaco alle stelle. Aveva lunghi capelli biondi e un corpo che avrebbe fatto scordare a Tommaso d’Aquino tutti i suoi voti. Io dimenticai il mio proposito di non accettare mai casi da una dama.

Ispettore noir

 

Parlarono di Myron e Bernice, e di Ronald, il nipote della signora Whitaker – lei non aveva avuto figli – e della loro amica, la signora Perkins, che era in ospedale per la sua anca, povera cara.

Signora anziana

 

BELLE FRASI MA COMPLESSE

Salì sul fianco della collina, dove un picnic di circa trent’anni prima aveva lasciato il segno sotto forma di un grande melo.

Le similitudini sono la specialità dove l’autore dà il meglio di sé, facendoci vedere quanto è bravo nelle acrobazie linguistiche. Sono carine, ma per essere comprese costringono il lettore a soffermarsi, il che le rende meno immediate ed efficaci.

Non mi stancherò mai di ripeterlo: Metafore e similitudini sono degli strumenti dello scrittore per far capire meglio un concetto difficile, non un’occasione per dar sfoggio della nostra fantasia a ghirigori.

Restai sorpresa di quanto mi venne facile, la maledizione. Fu come ballare, quando i tuoi piedi si adattano subito a un nuovo ritmo che le tue orecchie non hanno mai sentito e la tua testa non conosce, ma ballano fino all’alba

Abanazer Bolger aveva occhiali spessi e una costante espressione di leggero disgusto, come se avesse appena scoperto che il latte che aveva messo nel tè era andato a male, e non riuscisse a togliersi di bocca quel sapore acido.

Mia nonna cammina insieme a me fino a un ponte e mi solleva per farmi vedere il treno, che ansima ed emette vapore come un drago di acciaio nero.

E ovviamente prima o poi fa un’acrobazia troppo azzardata, si perde e cade.

I capelli erano lunghi come quelli di uno di quei pelosi bambolotti di plastica di mia sorella, e gli occhi sporgenti.

Faccio fatica a capire con quali bambolotti potesse giocare la sorella.

Ma Gaiman sa essere anche umile, infatti quando per sbaglio fa una similitudine semplice e di immediata comprensione, si scusa:

E il suo goffo modo di muoversi, simile a quello di un cerbiatto che sta imparando a camminare da solo (cosa che suona sciocca, e di cui mi scuso)

DETTAGLI INUTILI PER CARATTERIZZARE

Aveva i capelli tagliati cortissimi. Non le stavano bene.

Io in genere odio le informazioni inutili (infodump) ma per quanto riguarda i racconti, mi rendo conto che senza qualche informazione che aiuti a caratterizzare i personaggi, tutto assumerebbe una piega piatta. Quindi, finché sono informazioni pertinenti e di facile comprensione, anche se inutili, diciamo che chiudo un occhio.

Il ciondolo che aveva al collo, e che ne dichiarava l’appartenenza all’Alto Consiglio della Corporazione dei Mercanti di Gemme, per un attimo gli rimase attaccato alla pelle sudata per poi tornare a penzolare liberamente.

Quando ho compiuto tredici anni ho smesso di esprimere desideri vedendo le stelle cadenti, ma prima, ogni volta che ne vedevo una, l’unica cosa che chiedevo era poter avere un fratello.

«Grazie, Joe. Sei stato di grande aiuto.» Gli allungai una banconota da dieci dollari. «Per l’informazione ricevuta» dissi, e aggiunsi: «Non spenderteli tutti subito.»
Nella mia professione, sono le battutine come queste a mantenerti sano di mente.

Si girò di scatto, più bianca di tutta la sfilza di cadaveri nei quali ho finito per imbattermi nel mio mestiere.

Però ovviamente Gaiman non sa stare fermo, e anche qui con un’acrobazia troppo azzardata fa un capitombolo:

 C’erano delle piccole perline d’inquietudine avvolte intorno al suo polso, e parlando le sgranava.

Ma che vuol dire? Si stava tormentando il polso? E dillo così, no?

CONCLUSIONE

Uno sfoggio neanche troppo sottile delle abilità tecniche dell’autore, non affiancate purtroppo da qualcosa di realmente sostanzioso. Leggerò un suo romanzo per vedere se qualcosa cambia dalle raccolte di racconti.

Visto che sono racconti di qualità molto diverse, ho preferito valutarli singolarmente e poi fare una media per il romanzo in sé:

Il cimitero senza lapidi 6/10
Il ponte del Troll 9/10
Non chiedetelo a Jack 2/10
Come vendere il Ponte dei Ponti 3/10
Ottobre sulla sedia 4/10
Cavalleria 7/10
Il prezzo 6/10
Come parlare con le ragazze alle feste 4/10
Avis Soleus 3/10
Il caso dei ventiquattro merli 6/10
Istruzioni 8/10

 

La media è quindi intorno al 5, che alzo a 5,50 solo per la presenza de Il ponte del Troll, infatti vi consiglio la lettura di questo libro giusto per quel racconto.

Voto: 5,50/10

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Phèdre Banshee

Phèdre Banshee è un esserino fuori da ogni logica. Tutti i giorni attraversa il tempo e viaggia nei mondi per scrivere, sul suo grande libro, storie tragiche ma divertenti. Ha molte maschere, di cui ha la massima cura. Le guarda appese in ordine sulle pareti e ne sceglie una diversa ogni mattina, a volte anche più di una. Ne tiene una sul viso e l’altra in tasca, masticando Luoghi comuni. A chi? Non si sa. Il suo aspetto più frequente è quello di una vecchia gobba e sciatta che ondeggia tra la realtà e la pazzia, ma i denti sono sempre perfetti, perché su certe cose non scherza. Quando non è in giro a raccogliere storie, le piace leggere libri fantasy contemporanei e i vari sottogeneri; giocare ai videogame, in particolare i gdr; guardare film e serie tv per poi lamentarsi a voce alta con la tv quando i personaggi fanno qualcosa di stupido o sono troppo sdolcinati.

4 Comments

  1. avatar Nymerios ha detto:

    “Sembra figo eh? Invece no.” XD
    Carina l’idea di dare un voto a ogni singolo racconto, io non ci ho mai pensato per le mie recensioni. Purtroppo il problema delle antologie è che alcuni racconti sono decenti e altri fanno schifo. In questo caso non penso che leggerei un libro di cui solo un racconto è valido.

    Grazie per aver linkato la recensione ^_^ non sapevo ci fosse un pezzetto di quel libro qui.

    La parte dello stile mi è piaciuta molto, è super dettagliata! Sei andata a scovare tutti i tipi di metafore/similitudini XD ed è vero che alcune sono becere, mentre è assurdo che quando ne fa una semplice senta il dovere di scusarsi.

  2. avatar Fabio ha detto:

    Recensione molto curata, come sempre 🙂
    Il racconto sul gatto mi ha incuriosito molto e lo leggerò sicuramente

  3. avatar Elena ha detto:

    Bellissime le gif a tema “Nope” e quella di Fitzbo! Bentornata mia cara, mi è mancato vederti “demolire” libri e racconti. In effetti se non riesce ad essere interessante un racconto con protagonista un gatto, deve esserci un problema serio. Ok, non possono essere tutti all’altezza dell’ispettore Mitch, però.. Devo ammettere che anche a me sono venuti gli occhi un po’ lucidi leggendo la storia della vecchietta, poteva essere un bel racconto quello, peccato.

  4. avatar Federico ha detto:

    Tralasciando la curiosità che mi ispirano certi racconti ammetto che l’interesse più puro viene generato dalla recensione stessa, ogni volta che lanci il tuo guanto inquisitore , soprattutto verso autori apprezzati dai più.
    Quindi penso che lo rimedierò, anche solo per constatare quello che hai già fornito a noi poveri plebei xD
    In ogni caso, di “Come parlare alle ragazze alle feste” esiste la graphic novel XD Che volpone il vecchio Neil

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