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Io odio il Natale

«Io odio il Natale.» Sbottò Vittorio – per la centesima volta almeno – fissando cupamente l’enorme albero addobbato che faceva bella mostra di sé nel giardino della villa.
«Tu odi tutto.» Replicò sua madre, che caracollava qualche metro dietro di lui. «Dovresti essere grato agli zii per permetterti di passare le feste a casa loro. Ti rendi conto di che fortuna hai? Quanti tuoi amici possono vantarsi di passare il Natale con gente di questo livello?»
Gli squittii della donna proseguirono per vari minuti ancora, ma il ragazzo aveva smesso di ascoltarla: la verità era che avrebbe di gran lunga preferito passare la serata con la sua ragazza – una graziosa biondina con una quinta abbondante – piuttosto che con quella collezione di mummie in colletti inamidati. Ed era quasi certo che anche il padre avrebbe preferito essere in qualunque altro posto piuttosto che lì, con gli strani parenti della moglie.
I suoi genitori erano una coppia talmente male assortita da essere quasi comici. Lei, piccola e grassa, con una odiosa vocetta stridula, si ostinava caparbiamente a indossare abiti che costavano molto più di quanto il modesto impiego alle Poste del marito potesse permettersi, in nome di parentele altolocate che non sembravano però troppo disposte ad allungare aiuti economici alla loro illustre esponente. Lui, alto e secco, talmente silenzioso da far pensare ogni tanto fosse muto, sembrava avere due uniche funzioni nella vita, tutte legate alla moglie: portarle i pacchi quando faceva shopping e pagarle i conti.
Per quanto strani comunque, i suoi genitori non erano nulla in confronto agli zii Rossellini. Tanto per cominciare, nessuno sembrava avere davvero idea di quale lavoro facessero. E questo era solo l’inizio: si sarebbe potuto continuare parlando della collezione di antichi strumenti di tortura dello zio, o di tutti quei ragazzi di a malapena vent’anni che circondavano costantemente la zia. Vittorio preferiva però evitare di pensare troppo a queste cose: non aveva nessuna intenzione di conoscere di quegli strani parenti più dello stretto necessario. Zii da parte di madre, zia Greta e zio Baldassarre, pur con le loro eccentricità – o forse anche grazie a esse – rappresentavano tutto ciò che sua madre aveva sempre sognato e si era sempre illusa di avere: erano ricchi in modo quasi disgustoso, guardati con rispetto e timore da tutto il vicinato e invidiati a denti stretti da quei pochi abbastanza facoltosi da potersi permettere un posto nella loro ristretta cerchia di conoscenti. Come sua madre fosse riuscita a farsi ammettere in quella casa era un vero mistero, ma Vittorio di certo non era stupito nel vedere con quanta veemenza cercasse di piacere ai suoi occupanti.
Tuttavia, lui non condivideva il suo entusiasmo. Quell’ambiente di ricchi snob lo disgustava e zio Baldassarre gli dava i brividi. Il modo in cui lo fissava gli dava i brividi: ogni tanto pareva quasi volesse mangiarlo.
Con un sospiro, Vittorio superò un porticato che condivideva il cattivo gusto dell’albero di Natale, per poi entrare nella grande villa addobbata a festa.
Di solito la sua famiglia aspettava almeno un paio d’ore prima di avere l’onore di scambiarsi gli auguri con i padroni di casa, che sembravano perennemente impegnati a salutare qualcun altro o dare ordini alla servitù. Non quella volta. Il ragazzo aveva avuto appena il tempo di rabbrividire alla vista di una orripilante scultura a forma di renna in cristallo che si era ritrovato stretto in un caloroso abbraccio da parte dello zio, con sia Greta che gli sorrideva raggiante da dietro la spalla del marito.
«Carissimo Vittorio!» Esclamò lo zio, battendogli poi ripetute pacche sulle spalle. «Bello dello zio, quanto sei cresciuto! Non è cresciuto tantissimo, tesoro?» Aggiunse, in direzione della moglie.
Zia Greta si illuminò di un sorriso quasi materno.
«È un uomo ormai.» Convenne.
Per qualche strana ragione, Vittorio sentì un brivido freddo corrergli lungo la schiena.
«Ed è così intelligente, sapete!» Si intromise sua madre, con una strana luce febbrile negli occhi. «I voti più alti dell’intero corso! Ha già ricevute offerte di stage da ospedali prestigiosi.»
«Ah, è così…» Mormorò distrattamente zio Baldassarre, che però sembrava non prestare alcuna attenzione al blaterare di sua madre.
I suoi occhi nerissimi soppesavano Vittorio, valutandolo.
«Quanti anni hai?» Chiese d’improvviso, continuando il suo silenzioso esame.
«Venticinque.»
«E dimmi un po’… ho sentito che ti vedi con una compagna di corso. È vero?»
«Si che è vero.» Sbottò Vittorio, bruscamente.
Di colpo aveva iniziato a sentirsi a disagio. Come faceva Baldassarre a sapere della sua ragazza? Non lo aveva detto a nessuno!
Ma non ebbe il tempo di rimuginare troppo su quegli interrogativi: la strana coppia lo stava fissando in un modo che gli fece accapponare la pelle. Così come la domanda non era piaciuta a lui, così la sua risposta non era andata a genio ai due zii, a quanto sembrava. Greta e Baldassarre si lanciarono infatti una lunga occhiata, a cui seguì uno sguardo velenoso all’indirizzo di sua madre, che si fece piccola piccola sotto al peso della loro disapprovazione.
«Vedo che tua madre non ti ha ancora spiegato cosa ci si aspetta da un esponente della nostra famiglia.» Commentò la zia, asciutta. «Imperdonabile da parte sua non vigilare sul tuo buon nome.»
Vittorio la fissò, senza capire. Membro della famiglia? Buon nome?
Baldassarre lo prese quindi sotto braccio, conducendolo lentamente verso una delle numerose stanze sul retro.
«Ragazzo mio,» cominciò, con un tono di eccessiva famigliarità, «non credere che non capisca, eh? Sei un uomo. Divertirsi un po’ con le ragazze: chi non l’ha fatto alla tua età?! Ma tu capisci… sei un Rossellini. Ci si aspetta che tu scelga la tua compagna… in un certo modo.»
Vittorio si girò istintivamente verso la madre, che però non accennava a seguire i due. Se n’era rimasta all’entrata, a fianco del suo grigio consorte, ad ascoltare la zia – che non stava di certo facendo loro gli auguri di Natale, a giudicare dal suo gesticolare irato.
Nessuno lo avrebbe aiutato in quella surreale conversazione.
«Non mi piacerebbe proprio l’idea che il nome Rossellini, un giorno, venisse sfoggiato da una ragazza non all’altezza. Mi capisci, Vittorio?»
Il ragazzo non capiva.
«Io non sono un Rossellini.»
Baldassarre sorrise, aprendo una porta che dava su un piccolo studio, stranamente elegante e sobrio rispetto al resto della casa.
«Non ancora.» Replicò con calma, facendogli segno di sedersi davanti a una robusta scrivania in mogano. «Ma questa situazione potrebbe cambiare molto presto: Greta sta discutendo giusto ora dell’adozione con tua madre.»
«A-Adozione?» Rantolò Vittorio, cercando di capire cosa diavolo stesse succedendo.
«Ti teniamo d’occhio da un bel po’, Vittorio.» Spiegò lo zio, estraendo un bicchiere dal ripiano dei liquori. «E non solo noi: tutti quelli che contano nella famiglia stanno osservando i tuoi progressi.»
Posò il bicchiere sulla scrivania, ed estrasse un fermacarte d’argento da un cassetto.
«Ora abbiamo deciso che meriti anche tu di far parte della gente che conta.»
Sotto lo sguardo pietrificato del ragazzo, Baldassarre si incise un polso, e lasciò che alcune gocce del suo sangue vi cadessero dentro, annaffiando poi il tutto con una generosa quantità di whisky.
«Benvenuto in famiglia, Vittorio.» Esclamò, porgendogli il bicchiere.
Il ragazzo fece un salto indietro.
«Tu sei completamente pazzo!» Sbottò, mettendo più distanza possibile tra sé e lo zio.
Avrebbe urlato, se solo non fosse stato troppo sconvolto per trovare la voce. Bere sangue?! Che razza di maniaco era quello?!

«Il ragazzo è un po’ timido, tesoro?»

La voce apparteneva alla zia Greta, così come le braccia che di colpo si serrarono sulle sue in una morsa.
Come aveva fatto a entrare senza che lui se ne accorgesse?
«Ah, la nostra Maria Carolina adorerà il suo fidanzato!» Esclamò con voce sognante.
La sua presa era acciaio.
«Maria Carolina?» Ripeté, intontito.
«Oh, si, la fidanzata che ti abbiamo scelto: sarà tutto ufficializzato una volta sbrigate le carte per l’adozione.»
Di colpo, il sangue nel bicchiere gli sembrò un problema da nulla. Maria Carolina. La figlia degli zii, anche se non assomigliava per nulla a nessuno dei due. L’aveva vista quasi tutti i Natali da quando aveva memoria: la prima volta in cui si erano incontrati lei aveva sei anni e aveva tentato di dargli fuoco con un accendino. Ora ne aveva venti di anni, e quasi tutti i membri della servitù di casa Rossellini portavano cicatrici a causa degli “scherzi” di Maria.
«Si tratta di una Rossellini puro sangue.» Intervenne Baldassarre, in tono orgoglioso. «I vostri figli saranno di certo incredibilmente dotati.»
«F-Figli?»
Lo zio gli fu di nuovo davanti, porgendogli il bicchiere.
«Bevi.» Ingiunse. «Bevi ed entra nella Famiglia.»
La mano destra della zia si serrò intorno alla sua gola con una forza inumana.
«Si tratta del primo sorso verso l’immortalità, piccolo. Il primo sorso sulla strada per il vero potere.»
Lo afferrò per i capelli, spingendolo a terra, in modo che si trovasse in ginocchio davanti a Baldassarre.
«C’è una sola cosa che ti manca per essere davvero degno del cognome che stai per portare: il rispetto verso la tua famiglia e verso le tradizioni.»
Sua zia era una donna minuta: non poteva avere una forza simile. Era scientificamente impossibile.
«Ma noi ti insegneremo queste due cose – e sarà con questo primo sorso che le imparerai.»
Baldassarre gli portò il bicchiere alle labbra.
Lo stava ora fissando con occhi accesi di bagliori rossastri, del tutto spogliati dell’umanità che li aveva animati fino a qualche minuto prima.
In quel preciso istante, Vittorio capì con assoluta chiarezza di non trovarsi in mezzo a esseri umani: i suoi strani zii, qualunque cosa fossero, non erano in nessun modo appartenenti alla sua stessa specie.
Terrorizzato, buttò giù l’alcool corretto con il sangue in un sorso solo.
E si stupì di trovarlo di proprio gusto.
La zia Greta lasciò la presa, sorridendo.
«Benvenuto tra di noi!» Esclamò. «I prossimi mesi saranno davvero elettrizzanti, te lo prometto. Non vedo l’ora di presentarti a zio Diego Giovanni e agli altri! Non stavano più nella pelle all’idea di vedere la nostra Maria sposata!»
Vittorio non rispose. Era frastornato e non vedeva l’ora di uscire da quella stanza, anche se sospettava che non sarebbe servito a liberarlo degli zii. O forse genitori, ormai?
«Avrai parecchio da fare, figliolo.» Lo ammonì lo zio, aiutandolo ad alzarsi. «Ma, se farai tutto come si deve e obbedirai, un giorno potrai essere esattamente come noi.»
A quelle parole, a Vittorio venne da vomitare.
«Buon Natale!» Esclamò la zia, abbracciandolo con affetto.
La sua pelle era fredda come quella di un cadavere.
Vittorio contemplò per un attimo le sue possibilità. Fuggire fino alla fine della Terra, oppure sposare una pazza sadica, farci probabilmente dei figli, ed essere il galoppino di una coppia di creature non umane con un feticismo per il sangue – con come ultimo traguardo per i suoi sforzi il diventarlo a sua volta, a quanto sembrava.
«Io odio il Natale.» Replicò, rassegnato.

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Spiriti Vendicativi - Speciale di Natale
Natale a Fairy Oak
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Vivo vicino alla bella Venezia e faccio la scrittrice e sceneggiatrice. Da quando ero molto piccola, ho sempre inventato mondi fantastici, e ora mi sforzo di dar loro forma su carta. Ho studiato prima al liceo classico, poi all'università Ca' Foscari di Venezia (lingue orientali). Ho una grande passione per il Giappone e il mondo dell'intrattenimento in genere, nonché per gli stili di abbigliamento un po' particolari.
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