La Mutazione

Reikar vide, attraverso gli occhi socchiusi e velati di lacrime, la casa dove era stato accolto, oltre il limitare del bosco. Il freddo gli entrava nelle ossa, le stesse ossa che gli dolevano come se fossero state tutte spezzate. In effetti quella descrizione non era molto lontana dalla realtà. Alzò lentamente la testa dalla terra e dalle foglie marce su cui era caduto e si immobilizzò per l’orrore.
Sangue, sangue ovunque.
Cercò di tirarsi su e appena appoggiò le mani davanti la faccia per fare leva vide con raccapriccio che erano intrise di sangue fino ai gomiti. Un urlo lacerò il silenzio e con orrore si accorse che proveniva da lui.
Ignorando il dolore alle articolazioni si mise seduto. Era in un incubo, doveva essere così, non c’era altra spiegazione per i pezzi sanguinolenti che lo accerchiavano, non si riusciva a capire neanche di cosa fossero, animali sperava.
Si rese conto di essere nudo, nudo e coperto di sangue e altre cose a cui non voleva pensare. Si alzò di scatto e corse come se avesse il diavolo alle calcagna, verso casa.
Il suo tutore avrebbe spiegato, gli avrebbe detto cosa stava succedendo. Quando arrivò alla porta cominciò a martellare con i pugni per farsi aprire, sapeva che James, il maggiordomo, doveva essere sveglio anche se, a quanto poteva capire la sua mente confusa, doveva essere l’alba.
Un conato di vomito lo fece piegare a metà sulla soglia, fitte lancinanti provenienti dalla schiena lo fecero urlare, le lacrime gli rigavano le guance. Sentì la pelle delle spalle, all’altezza delle scapole, lacerarsi e con suo orrore si accorse che qualcosa stava crescendo sulla sua schiena.
Dopo qualche minuto la porta si aprì e lo accolse lo sguardo gelido di James che percorse tutta la sua figura. Reikar allungò un braccio tremante, sgranando gli occhi alla vista della sua mano dove, al posto delle unghie, c’erano lunghi artigli.
Uno spasmo lo fece rotolare su se stesso, mentre un paio di ali nere come la notte lo avvolgeva.
Il suo cuore batteva all’impazzata, mentre il terrore rischiava di ucciderlo.
“Si calmi signorino Reikar, altrimenti non finirà.”
La voce di James era talmente normale da essere surreale, lui era lì che si stava trasformando in qualcosa, qualcosa di non umano e lui gli stava suggerendo di calmarsi?
La mente era avvolta da una nebbia bollente, non riusciva a parlare, a pensare, a muoversi. Dopo poco il buio lo accolse e lui lo accettò con sollievo.
Si svegliò nello studio del suo tutore, ma non sembrò lui. Era una persona completamente diversa da quella che l’aveva accolto otto anni prima, era freddo e distante. Il suo sguardo gelido si posò su Reikar facendolo tremare ancora di più.
Non lo tranquillizzò e non lo rassicurò che tutto sarebbe andato bene come avrebbe voluto. Quando gli comunicò che lui non era un essere umano, Reikar avrebbe voluto urlargli che non era vero, che stava mentendo, ma le parole non riuscivano a uscirgli dalla bocca. Ripensava a quanto gli era successo, doveva essere un incubo, si sarebbe svegliato nel suo letto e la signora Rose lo avrebbe informato gentilmente che il bagno era pronto.
Fissò lo sguardo sul giornale che era aperto sulla scrivania, dove capeggiava la notizia dell’Indipendenza dell’India dal Regno Unito. Sapeva, nonostante i suoi quattordici anni, che avrebbe significato lo spostamento di tutta la famiglia da Nagpur a Birmingham e sperava che, nonostante quelle parole che lo stavano ferendo più di mille coltelli, il suo tutore, Richard, decidesse di portarlo con lui.
“Cosa sono” chiese con voce tremante.
“Un Vanara” rispose gelido Richard.
“Cos’è?” chiese stordito.
“Una creatura, una abominio. Ho fatto una promessa a tuo padre, che ti avrei accolto fino al tuo sviluppo e ti avrei dato una spiegazione, oltre a consegnarti la tua eredità. Ora non sono più tenuto a tenerti qui con la mia famiglia. Dovrai andare via.”
Alla fine di una spiegazione abbastanza superficiale, di cui Reikar non riusciva a capire la maggior parte delle parole, Richard gli consegnò una busta e una chiave, proprio in quel momento entrò James con una valigia.
Era distrutto, spaventato e infreddolito.
“Posso lavarmi e cambiarmi prima?” chiese con un filo di voce osservandosi il corpo imbrattato di sangue.
Il suo tutore, anzi ex, fece un cenno con la testa al maggiordomo, che posò la valigia e lo accompagnò alla sua stanza.
James fece arrivare Rose con le tinozze di acqua calda e gli approntarono un bagno. La donna sgranò gli occhi quando lo vide interamente coperto di sangue, e Reikar ebbe la netta sensazione che non lo avrebbe più guardato con amore come aveva fatto fino a quel momento. Da quando era arrivato in quella casa a sei anni, ovvero otto anni prima, lei lo aveva trattato come se fosse figlio suo, ma ora vedeva la ripugnanza nei suoi occhi.
Reikar si infilò nell’acqua calda per placare i tremiti, ma non fu così fortunato. Non erano solo tremiti di freddo, ma era la paura a gelargli le ossa.
Una volta che fu lavato e vestito scese nello studio di Richard. Senza aggiungere altro lo accompagnarono alla porta, dove l’autista lo attendeva.
Tutto qui, Reikar era sconvolto, il suo mondo era sotto sopra, non sapeva ancora perché si fosse ritrovato in un lago di sangue e ora veniva cacciato via di casa come fosse un randagio. La sua mente non voleva accettare quello che stava succedendo, quindi seguì l’autista con movimenti catatonici. Lo portò fino alla stazione dei treni. Lo avevano sempre affascinato i treni, ma in quel momento non riusciva a pensare ad altro che al sangue e alla freddezza con cui il suo tutore lo aveva liquidato.
Il viaggio fu lunghissimo e stancante, cercava di mantenersi calmo perché, così gli aveva detto Richard, se si fosse agitato la Bestia sarebbe uscita fuori. Era difficile quando la notte gli incubi lo attanagliavano facendolo svegliare in un bagno di sudore con parti del corpo parzialmente trasformate. Dopo i primi due giorni decise che era meglio non addormentarsi, cadeva nell’oblio solo quando il suo corpo non ce la faceva più e in quel caso era talmente stanco che poteva dormire senza sogni.
Passarono due settimane, in cui fu sballottato dall’India fino ad arrivare in Svizzera. Molte centinaia di chilometri dovettero farli con macchine o camion, passando da territori appena usciti dalla Seconda Guerra Mondiale. Reikar si sforzava di non guardare quello che succedeva fuori, non voleva sapere dove era diretto, voleva sapere perché. Ma gli accompagnatori cambiavano ad ogni cambio di mezzo e nessuno voleva parlare con lui.
Gli fornivano carne cruda come pasti, senza fiatare. All’inizio la vista di quei pasti lo aveva fatto vomitare, ma poi la Bestia diventò affamata e si accorse che il sapore metallico del sangue non era poi così male e tranquillizzava la cosa che aveva dentro.
Si ritrovò in una casa a Zurigo, dove una donna lo accolse dicendo di essere la sua nuova governante e che da quel momento in poi sarebbe vissuto lì.
Quella notte, la prima nel nuovo letto, Reikar pianse prima di addormentarsi, pianse per la prima volta da quando era cominciato l’incubo, come se non ci fosse altro da fare, come se le lacrime potessero cancellare l’orrore che stava vivendo. Quando, esausto chiuse gli occhi gli incubi ricominciarono.
Ci mise mesi prima di poter controllare le sue trasformazioni, mesi in cui le tracce di quello che faceva venivano cancellate da uomini che non conosceva.
Spesso si ritrovava nudo e pieno di sangue nel vicolo dietro casa, in piena notte. La domestica, la Sig.ra Miles, usciva, lo avvolgeva in una coperta e lo riportava dentro, dove lo lavava e lo rimetteva a letto mentre lui si rifiutava di parlare.
Pian piano cominciò a ricordare cosa faceva la Bestia quando prendeva il sopravvento, e con grande sollievo scoprì che lo portava a cacciare nei boschi, in cerca di cervi e daini che erano i suoi preferiti.
Dopo cinque mesi ebbe il coraggio di trasformarsi di sua volontà davanti ad uno specchio, l’immagine che vi vide lo fece tremare, ma anche riempire di orgoglio.
Durante la trasformazione cresceva di una decina di centimetri, splendenti ali nere gli uscivano dalle spalle, zanne acuminate fuoriuscivano da un muso leggermente prostrato, una peluria nera avvolgeva il suo corpo quasi completamente, lasciando libero solo il petto, le spalle e parte delle braccia. Mani e piedi erano forniti di artigli e gli occhi verdi erano più vividi e sicuri.
Avrebbe abbracciato la sua natura e avrebbe domato la Bestia.

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L'assenza di corpi - Parte II
Lo Schiavo di Sangue
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Oceanografa a tempo perso, grande lettrice che non disdegna dai classici agli ingredienti dei succhi di frutta. Nutre una grande passione per il Fantasy e in questo periodo, in particolare per il Weird. Avendo personalità multiple adora i GDR e sopratutto i GRV. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2008, ma è ancora in cerca di un editore che la sopporti.
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2 Comments

  1. avatar SaraIE ha detto:

    Benvenuta a casa mia, RossellaS 🙂

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