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Licantropi nella Letteratura – Dall’Antichità alla Prima Guerra Mondiale

LICANTROPI NELLA LETTERATURA

Dall’Antichità alla Prima Guerra Mondiale

La letteratura sui licantropi, come quella sui vampiri e i fantasmi, è sterminata, pertanto è impossibile stilare un elenco esaustivo. Ci limiteremo a indicare i romanzi e i racconti che hanno, a modo loro, marcato il tempo, segnalando primati e elementi di originalità.

Abbiamo già visto come nell’Antichità alcune opere, per quanto non fossero incentrate sui licantropi, descrivano tali figure. Non si tratta di romanzi in senso moderno del termine, ovviamente, bensì di poemi, epici o meno, raccolte di novelle e favole e altri componimenti in prosa o versi. Qualche nome, per ricordarli: l’Epopea di Gilgamesh, le Metamorfosi di Ovidio (che propongono una versione del mito di Licaone), il Satyricon di Petronio (durante il racconto della cena di Trimalcione), le Favole di Iginio e altri autori classici già citati negli articoli precedenti.

Spostandoci nel Medioevo, vale la pena ricordare il meraviglioso Canto della Schiera di Igor, un poema epico anonimo scritto in antico slavo, capolavoro della letteratura russa, purtroppo poco conosciuto e studiato nell’Europa Occidentale. Redatto alla fine del XII secolo, racconta la fallita campagna militare dello knjaz Svjatoslav II di Kiev contro i Polovcy (popolazione nomade dei Cumani), stanziati nella parte meridionale del fiume Don. Nel poema, reperibile in rete, viene citato il sanguinario principe stregone di Polock: Vselav Brjačislavovič. Di lui, si diceva fosse in grado di trasformarsi in lupo durante la notte e correre da Kiev a Tmutorokan.

Viktor Vasnetsov, dipinto - Lande Incantate

Dipinto di Viktor Vasnetsov raffigurante il campo di battaglia dopo la sconfitta delle truppe di Igor.

Sempre di Età Medioevale sono i lais, una particolare forma fissa della poesia, diffusi soprattutto nelle attuali terre di Francia e Germania. Maria di Francia fu autrice prolifica di lai, lasciandocene ben dodici, di cui uno, il Lai di Bisclavret, interessante ai fini della nostra analisi. Scritta nel XII secolo, questa poesia racconta di un Cavaliere di Artù, barone di Bretagna, che ogni mese scompare per qualche giorno, senza che nessuno sappia dove va. Sotto le continue insistenze della moglie, le rivela di essere un licantropo e che deve nascondere i suoi vestiti in un luogo sicuro per recuperarli alla fine della luna piena e tornare umano. La moglie, disgustata, cospira con un altro cavaliere che ruba i vestiti al marito durante la trasformazione, costringendolo a rimanere in forma lupesca. Seguono varie disavventure, in cui il lupo Bisclavret dimostra di essere mansueto, conquistando la fiducia di Re Artù, finché l’inganno non viene svelato permettendogli di tornare uomo. Da notare che in Le Morte d’Arthur, capolavoro tardomedievale di Sir Thomas Malory, viene citata una vicenda simile, quella di Sir Marrok che, come raccontato da Maria di Francia, fu tradito dalla moglie e costretto a mantenere la forma lupina per sette anni.

Soffermandoci sull’etimologia del termine Bisclavret, alcuni critici hanno notato che tale termine (licantropo, in bretone) viene usato da Maria di Francia in maniera concorrente e complementare rispetto a garwaf, l’equivalente in francese normanno, ma con dei distinguo fondamentali: Bisclavret non è violento come gli altri licantropi e l’apposizione della lettera maiuscola del nome indica che è unico, e non una categoria.

Mari di Francia, miniatura - Lande Incantate

Maria di Francia in una miniatura del XII secolo.

Un altro celebre lai, simile a quello di Bisclavret, è il bretone Melion, anch’esso datato alla fine del XII secolo. Di autore anonimo, racconta le vicende di Melion, un Cavaliere di Re Artù, che si tramuta in un lupo per capriccio di una dama, usando un anello magico della moglie, una particolarità di quest’opera..

Concludiamo la rassegna medievale con un poema francese del XIII secolo: il Guillaume de Palerme, che racconta di Alfonso, un principe spagnolo mutato in lupo per stregoneria dalla maligna matrigna. È un licantropo benevolent, gentile, che aiuta i due protagonisti, amanti clandestini, e che alla fine sarà liberato dalla maledizione, tornando a essere umano.

Andando avanti nel tempo, abbiamo già citato l’Historia de Gentibus Septentrionalibus, di Olaus Magnus, che comunque non è un’opera di narrativa. La letteratura sui licantropi attraversa un periodo buio, determinato dall’oscurantismo della prima Età Moderna e dal clima di caccia alle streghe diffuso tra Sedicesimo e Diciassettesimo Secolo, dove si diffondono più che altro favolette morali (Cappuccetto Rosso!) trattati e manuali di demonologia e simili. Un macabro esempio è il Malleus Maleficarum, il Martello delle Streghe, redatto nel 1487 dai frati domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Kramer, per estirpare il paganesimo, e la stregoneria, dalla Germania, e usato poi dall’Inquisizione come libro di fede in tutta Europa. Mirato a smontare tutte le false credenze pagane, il trattato non ammette l’esistenza della licantropia, in quanto questi “lupi che talvolta rapiscono gli uomini e i bambini delle case e li divorano dileguandosi con grande astuzia” sono semplicemente lupi che, per vari motivi, diventano violenti. Tra i motivi ovviamente c’è la stregoneria, che li fa possedere dal demonio.

Il vero e proprio avvento della narrativa sui licantropi si verifica nell’Ottocento, in pieno clima letterario gotico. Infatti nel 1824 lo scrittore irlandese Charles Robert Maturin pubblica The Albigenses, un romanzo di sapore gotico in cui è presente una vicenda marginale, di una non meglio identificata creatura ringhiante che rosicchia un cranio in un cimitero.

Di poco successivo “The White Wolf of the Hartz Mountains“, un estratto del romanzo The Phantom Ship del capitano inglese Frederick Marryat (1839) incentrato su una demoniaca femme fatale che si trasforma in lupo. Dobbiamo aspettare ancora qualche anno per avere la prima opera di narrativa interamente dedicata al licantropo, ossia: Wagner the Wehr-wolf, di Georg William Reynolds (1846-1847). È un romanzo molto lungo, uscito a puntate in settantasette fascicoli, incentrato su Fernand Wagner, un anziano misantropo che stringe un patto con il diavolo per avere la giovinezza e la vita eterna. In cambio, però, ogni notte di luna piena diventa un licantropo.

Due anni dopo vede la luce Sidonia von Bork, die Klosterhexe, romanzo del pastore luterano Johannes Wilhelm Meinhold (1849), tradotta poi in inglese da Lady Jane Francesca Eglee (madre di Oscar Wilde) con il titolo Sidonia the Sorceress. È dedicato alla nobildonna Sidonia von Bork, che alla fine del Sedicesimo Secolo era stata accusata di licantropia e di aver seminato morte e distruzione in Pomerania. Secondo il critico Andrew Barger, compilatore di The Best Werewolf Short Stories 1800-1849: A Classic Werewolf Anthology (Bottletre Books, 2010), Sidonia è di fatto la prima licantropa della letteratura, per quanto la sua natura bestiale sia comunque legata all’immagine romantica tedesca della femme fatale.

Sidonia von Bork di Edward Burne-Jones - Lande Incantate

Sidonia von Bork di Edward Burne-Jones, 1860 (museo Tate Britain)

Anche in Francia nascono storie sui licantropi: Le meneur de loups, romanzo di Alexander Dumas padre (1857), incentrato su questa figura fantastica di uno stregone che, come un pastore di lupi, ha il potere di controllarli, dicendo loro chi uccidere. Sempre in terra francese nasce Hugues-le-lup, romanzo di Erckmann-Chatrian (nome con il quale pubblicarono due scrittori alsaziani Emile Erckmann e Alexandre Chatrian) del 1859, dove si racconta di un medico chiamato a soccorrere un uomo malato in un oscuro castello.

Non è un romanzo, ma da segnalare The book of Were-Wolves, di Sabine Baring-Gould (1865), un saggio ponderoso che influenzò persino Stoker nella redazione del suo Dracula, disponibile in rete.

Fioriscono a fine Ottocento tantissimi racconti (short-stories), soprattutto in Inghilterra, a tema licantropico. Un genere, quello del racconto, a cui molti scrittori celebri si sono sempre dedicati con interesse e passione, considerandolo nient’affatto inferiore alla creazione di un romanzo lungo. Proponiamo qualche esempio.

Le loup”, racconto di Guy de Maupassant del 1882, pubblicato sulla rivista Le Gaulois e poi nella raccolta Clair de Lune (1884): racconta di un lupo colossale dal pelo grigio, quasi bianco, grosso come un uomo e con gli occhi rossi indemoniati, che nell’inverno del 1764 aggrediva le persone, divorando bambini, senza avere paura di nessuno.

Olalla”, racconto di Robert Louis Stevenson pubblicato per la prima volta nel numero di Natale 1885 di The Court and Society Review, poi nel 1887 nell’antologia The Merry Men and Other Tales and Fables: la storia è raccontata in prima persona dal protagonista, un soldato ferito che incontra Olalla e la sua famiglia, una donna fascinosa ma che nasconde un terribile segreto di famiglia. Più che licantropo, l’atteggiamento della madre di Olalla, e della sua stirpe, ricorda quello di un vampiro, interessato a bere il sangue umano.

Olalla, di Robert Louis Stevenson - Lande Incantate

Olalla, di Robert Louis Stevenson

E ancora: “The Mark of the Beast”, originale racconto di Rudyard Kipling del 1888, in cui il protagonista, Fleete, viene morso da un prete lebbroso in India, per punirlo di un oltraggio recato al tempio del dio scimmia Hanuman, e trasformato in licantropo: affina i sensi, mangia carne cruda e diventa forte e veloce come un lupo; “The Werewolf”, racconto di Clemence Annie Housman del 1896, forse la prima scrittrice a confrontarsi col tema, proponendo una tormentata storia d’amore e guerra tra due fratelli, uno alto e bello, innamorato di una licantropa, e l’altro che invece vorrebbe ucciderla.

Chiudono l’Ottocento i racconti: “The Werewolves”, di Honoré Beaugrand (1898): nelle foreste del Canada vive una tribù di indiani che soffre di licantropia (tra le idee originali: i licantropi possono essere uccisi non dalle pallottole, bensì incidendo una croce sulla loro fronte o bagnandoli con l’acqua santa, in quanto sono uomini che non hanno esplicato i loro doveri pasquali per sette anni o indiani non convertiti); “The White Wolf” (1898), novella della scrittrice inglese Edith Nesbit, contenuta nella raccolta Storie di lupi mannari, con il titolo “Pelliccia bianca”, sebbene, secondo alcuni critici, il racconto sarebbe stato scritto da Clemence Annie Housman; e “Loup garou!”, dello scrittore inglese Eden Phillpotts (1899), ambientata sull’isola di Dominica, nelle Indie Occidentali, dove i licantropi sono temuti dai nativi.

Ad eccezione di Dracula, di Bram Stoker (1897), dedicato al principale antagonista del licantropo, ossia il vampiro, sebbene l’abilità del conte di trasformarsi in lupo possa essere stata ispirata all’autore dal saggio di Baring-Gould, l’unico altro romanzo di fine secolo che presenta elementi licantropici è The Black Douglas (1899), dello scozzese S. R. Crockett, che ha ispirato i warg di Tolkien. Nell’opera è presente una strega francese La Meffraye che ha anche poteri di mutaforma, potendo diventare una licantropa.

The Black Douglas, romanzo di S. R. Crockett - Lande Incantate

The Black Douglas, romanzo di S. R. Crockett

Non un’opera in prosa, ma da ricordare anche “A ballad of the were-wolf”, una ballata scozzese degli anni Novanta dell’Ottocento, scritta da Rosamond Ball Marriott Watson (Graham. R. Tomson).

Il Novecento si apre con alcuni racconti sul tema del lupo mannaro, simili, in verità, alle atmosfere e ai cliché già messi su carta nel corso del secolo precedente. Non vi saranno grandi variazioni sul tema se non dopo la Prima Guerra Mondiale che, da questo punto di vista, come da molti altri, sarà un vero e proprio spartiacque.

The Undying Thing”, racconto di Barry Pain (1901), è una delle migliori storie sui licantropi di sempre, come pure “Father Meuron’s Tale”, del prete Robert Hugh Benson (inserita nell’antologia A Mirror of Shalott, 1907), in cui una donna che presenta segni evidenti di licantropia viene esorcizzata per salvarla. Completa la triade di racconti primo-Novecenteschi, “The Camp of the Dog”, dello scrittore britannico Algernon Blackwood (1908): una spy story licantropica in cui John Silence affronta un licantropo.

I romanzi del primo Novecento non sono particolarmente interessanti, ma li citiamo per completezza. A Roman Mistery, opera d’esordio dell’inglese Richard Bagot (1902), vede una donna inglese sposare un nobiluomo italiano che ha rinchiuso il fratello in una cella, poiché affetto da licantropia. Gabriel-Ernest (del 1907), racconto lungo di Hector Hugh Munro, noto anche con lo pseudonimo di Saki (1907), è la storia di un ragazzino ritrovato in un bosco, che nient’altro è se non una bestia selvaggia. L’autore tornerà sul tema licantropico dopo la Prima Guerra Mondiale, con il romanzo The interlopers (1919), in cui due uomini, rappresentanti di due famiglie in lotta tra loro, giungono a una pacificazione grazie all’intervento di alcuni licantropi.

Più interessante For the Soul of a Witch, romanzo del 1910 di J. W. Brodie-Innes, la cui capricciosa eroina alterna due personalità: quella di una mistica e quella di un’adoratrice del diavolo che diventa un licantropo. Scritto a fine Ottocento, ma pubblicato soltanto postumo, nel 1914, il romanzo Vandover and the Brute, dell’americano Frank Norris, analizza il graduale decadimento di un uomo che immagina di essere fisicamente mutato in un lupo e, per questo, corre nudo ululando “wolf, wolf!”.

Da segnalare il volume Werwolves, dell’eccentrico Elliott O’Donnell (in italiano: Come diventare un lupo mannaro), del 1912, non un romanzo bensì un manuale sulla licantropia spacciato per un’esperienza realmente vissuta, tuttora famoso e ristampato.

Copertina di Werwolves, di Elliott O'Donnell - Lande Incantate

Copertina di Werwolves, di Elliott O’Donnell

Concludiamo con uno sguardo alla produzione italiana, misera in verità, ridotta alla novella Male di luna, di Luigi Pirandello (pubblicata nel 1913 sul Corriere della Sera, poi inserita nel volume Dal naso al cielo, ottava delle Novelle per un anno): Sidora ama il cugino Saro ma è costretta a sposare Batà, su pressione della madre, che però è malato di licantropia, intesa come melanconia cerebrale, in quanto da bambino venne lasciato sotto la luna, quindi prese la malattia. Pirandello vuole mettere in luce la superstizione popolare, non creare una storia gotica o di terrore.

(1788)

Licantropi italiani
Licantropi nella Letteratura - Il Novecento
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