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“Le descrizioni” o “Le acerrime nemiche dell’aspirante scrittore”

Nella scrittura, presto o tardi, finirete per incappare in un problema non da poco: le descrizioni. Preparatevi, queste signorine vi faranno passare ore amare di attenta riflessione.
Le descrizioni infatti (intese in senso lato: di luoghi, di personaggi, di situazioni, di sentimenti, ecc.) sono uno dei punti in cui più facilmente si rischia di scivolare nella banalità o, ancor peggio, nella noia; questo perché esse sono, per definizione, il punto in cui la trama viene messa “in pausa”, giacché occorre illustrare al lettore qualcosa di specifico.
In simili casi anche il basilare concetto di “show, don’t tell” può venire meno, poiché per descrivere una stanza non ci si potrà esimere dal raccontare quello che c’è in essa, senza alcuna presenza di azioni o eventi da “mostrare”.
(Quest’ultimo concetto non è del tutto vero, ma andiamo per gradi.)

Innanzitutto, è evidente che la narrazione, in senso generale, sia un “riassunto” della realtà. È impossibile spiegare e illustrare qualsiasi cosa sia presente all’interno di una vicenda; questo perché il mondo reale è un infinito insieme di elementi che percepiamo attraverso i sensi, irriproducibile nella sua totalità. Se pensiamo infatti a qualsiasi frase, ci renderemo conto che noi, essendo umani e avendo tempi limitati, non possiamo dire tutto.
La narrazione, perciò, è un lavoro di sottrazione, poiché il linguaggio stesso è un continuo processo di sottrazione.

Quando esprimiamo concetti apparentemente precisi e netti, come ad esempio “prendi la penna blu sul tavolo”, stiamo facendo un lavoro riassuntivo sul reale, poiché quello che vediamo è un universo colmo di dettagli, mentre noi, tramite le parole e i sensi, focalizziamo l’attenzione sui soli elementi d’interesse; inoltre, anche questi elementi d’interesse, vengono ricondotti a “descrizioni generali”.

Se volessimo provare a essere perfetti e tentassimo di costruire una copia della realtà utilizzando il linguaggio, saremmo costretti a dire: “prendi con le dita della mano destra la penna biro blu, di plastica, con il tappo lievemente smangiucchiato, poggiato al bordo destro di quel tavolo rotondo, quello con la tovaglia a fiori un poco consunta – ma non troppo consunta, se paragonata alla tovaglia a righe che ora è nel cassetto.”
È evidente che parlare in questo modo sia impossibile (e anche inutilmente prolisso), ma è altrettanto evidente che questo sproloquio, per quanto possa essere dettagliato, non esprime ancora tutta la realtà; noi, infatti, pur avendo parlato molto, non abbiamo detto come sia questa cucina, né in quale casa essa si trovi, di quale via, di quale città, di quale paese, di quale continente, e non sappiamo neanche chi ci abiti, e così via.

Lo ripeto: se si comincia a riflettere su questo, ci si accorge ben presto che il linguaggio è per sua natura semplificatorio: non può raccontare la realtà nella sua completezza.

Se dunque il linguaggio è parziale, di conseguenza la narrazione lo sarà a propria volta.
Nel corso del tempo sono stati scritti libri che hanno tentato di dire “tutto”, di raccontare la maggior quantità possibile di reale; pensate a Proust, a Musil, a Joyce: autori che hanno scritto opere gigantesche con il chiaro intento di sminuzzare la realtà per racchiuderla in un libro; eppure, anche nel loro caso, così come nel mio esempio più su, quello che hanno ottenuto erano descrizioni molto dettagliate e prolisse, certo più belle e poetiche del mio esempio, ma comunque lontane dalla realtà effettiva.

A cosa serve capire questo concetto?
Torniamo finalmente alle descrizioni. Se il linguaggio non può raccontare tutto, in una descrizione non potremo infilare ogni cosa; la vera domanda dunque sarà: cosa occorre infilarci?
La risposta sembra semplice: occorre ovviamente inserirci soltanto gli elementi che determinano al meglio l’oggetto descritto.

E qui potreste dirmi: grazie al cavolo (e avreste ragione).
Ma riflettiamo.
Se stiamo descrivendo una stanza, non potendo dire tutto, dovremo fare attenzione a dire quantomeno le cose “giuste”.
Questi elementi “giusti” si possono ordinare in due gruppi: quelli di trama e quelli di atmosfera.

Se due personaggi stanno litigando in una cucina rossa e, al termine del litigio, si accoltellano tra loro, determinano già quali siano gli elementi necessari da inserire nella descrizione.

Quali?
Verrebbe da pensare: i coltelli.
Sbagliato. O meglio, non necessariamente giusto.
Che in una cucina ci siano coltelli, infatti, è naturale; inserirli nella descrizione li farebbe subito saltare all’occhio, inducendo il lettore a comprendere che essi serviranno a qualcosa nel meccanismo narrativo. Se invece non servissero, poiché i due personaggi andranno a scannarsi altrove, notare i coltelli sarebbe inutile tanto quanto dire che c’erano cucchiai.
Diverso è il caso in cui ci sia un coltello specifico, che crea “trama”, che magari è stato regalato dalla nonna, o che è un ricordo della zia, o quello che vi pare, poiché esso sarà un elemento narrativo.

Ciò che invece non si può evitare di inserire in una descrizione è l’atmosfera della stanza.
Ogni luogo ha un’atmosfera, determinata da odori, colori, suoni, luci, ecc. Non determinare l’atmosfera di un luogo, farà apparire la vostra scena sospesa in una sorta di limbo.
Per fare un esempio: se la cucina è rossa, con un frigorifero metallizzato e un cane sotto al tavolo, il lettore allestirà in un determinato modo la scena “teatrale” in cui si muoveranno gli attori; viceversa, in una cucina tutta bianca, senza animali, con un odore di detersivo al limone, il lettore immaginerà un altro tipo di atmosfera; e così via.
Imparare a capire quali siano gli elementi utili, quelli da non escludere dalla descrizione, non è facile, né ci sono regole assolute per determinarlo. Molto concerne il gusto personale dello scrittore: come nella realtà, del resto, ogni persona nota cose diverse.

L’unica regola da seguire rimane quella di non dire cose banali: se si sta descrivendo una cucina, dire “sul tavolo c’è una tovaglia” è banale; dire invece che “sul tavolo c’è una tovaglia con il disegno di un cervo e di una scimmia” può essere utile, o quantomeno crea un’immagine nella mente del lettore.
Ecco infatti che arriviamo al faro che dovrà guidare le vostre scelte: tra tutti gli elementi possibili, scegliete soltanto quelli che creano un’immagine. Non ammucchiate dettagli insulsi: pochi (se vi sentite dei Proust, anche tanti), ma buoni.
E siate, soprattutto, specifici! Non dite mai: “c’era un tavolo e una sedia di legno”; dite piuttosto: “c’era un tavolo tondo di ferro con accostata una sedia di legno scuro, entrambi coperti dall’odore del pollo nel forno”, oppure non dite proprio nulla.

E lo “show don’t tell”?
Il “mostrare” e “non raccontare”? Dov’è andato a finire?
Premesso che a tutto c’è un limite, anche nelle descrizioni però dovete cercare di non far passare l’ambiente o i dettagli come semplici constatazioni, ma piuttosto farli agire come se fossero dotati di volontà.
Esempio: “Un piatto profumato” è un nome col suo aggettivo, noioso e indifferente; “un piatto che emana profumo” sta invece facendo qualcosa, pare quasi vivo.

Ma si può andare anche oltre, e cioè: descrivere senza che il lettore se ne accorga.
Come è possibile? Sfruttando i movimenti e le azioni dei personaggi, senza “bloccare” la trama; ogni gesto determinerà allora lo spazio, un oggetto, un’atmosfera, e a quel punto il lettore “vedrà” l’ambiente senza che voi gli abbiate messo davanti un paragrafo intero di descrizioni.

Se riuscirete ad arrivare a quest’ultimo livello, vorrà dire che le vostre capacità di scrittura saranno arrivate a un tale grado che non avrete più bisogno di questi miei articoletti.

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Ha scritto il suo primo libro all'età di otto anni (un'orribile copia di Jurassic Park) e da allora non ha più smesso di sprecare inchiostro, nel tentativo di emulare i suoi inarrivabili punti di riferimento. Collabora con alcuni siti di interesse letterario, oltre a questo blog. Ha affrontato i misteri dell'autopubblicazione, alcuni premi letterari e una piccola pubblicazione in cartaceo, ma continua a scrivere continuamente per raggiungere il suo vero obbiettivo: scrivere continuamente.
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2 Comments

  1. avatar Andrew Next ha detto:

    L’altro rischio si chiama “infodump”. Quello delle descrizioni, intendo. Capita pure che lo scrittore principiante abbia chiara in mente la scena da rappresentare, dalla tovaglia a quadri che nasconde il tavolo sgangherato della cucina alla macchina del gas in ghisa coi rubinetti d’ottone resi opachi da anni di grasso e di sugo mai pulito, ma che si perde a descrivere le blatte tra le commessure del pavimento e le ragnatele sulla lampada in ferro battuto che pende dal soffitto prima di arrivare, una pagina dopo, al tipo con la mannaia in mano, il cadavere fatto a pezzi sul tavolo e il sangue che cola sul pavimento.

    Io sarei scappato dopo le prime due righe, quindi anche questa descrizione è troppo lunga. L’assassino è meglio se ti acchiappa subito, le spiegazioni rimandate a dopo che ti avrà immobilizzato ben bene, magari sottolineate dalla mola che affila la mannaia.

    “Senza emozioni, ma che vita è?
    Il serial killer cerca proprio te!
    E’ una fortuna tu lo sai perché?
    Se lui t’acchiappa noia non ce n’è!”
    (cit: il ruggito del coniglio)

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