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La ragazza dagli occhi diversi di Francesco Giuffrida

Racconto inviatoci da Francesco Giuffrida che rappresenta un prequel del suo romanzo “Homeron Etark”. Commenti oltre che essere ben accetti, sono addirittura richiesti da questo autore in cerca di feedback.

Questa storia inizia, come molte altre, fra le bianche braccia di una giovane donna. Ella era madre di due piccoli e futuri eroi, fratello e sorella. Di tale donna non ne richiamerò qui il nome, né tantomeno gli amori, i litigi e le primavere che la portarono a dare alla luce i propri pargoletti. Dirò soltanto che era una etark: questa è la prova che non sto per raccontare una storia di curiosi fenici, forti achei o neri numidi. Non parlerò di umani come noi, bensì tratterò una storia etark.

Costoro sono il popolo dell’Oltreoceano; abitanti della verde e quieta terra che sbuca su dal mare a ovest delle Colonne d’Ercole. Se vi trovaste faccia a faccia con un etark, certamente direste: “Oh viandante, hai gli occhi diversi per colore uno dall’altro!”; ebbene, avete notato la causa dell’esclamazione? Gli occhi! Posso perciò confermarvi che gli etark sono molto simili, per il resto, a noi figli di Zeus. Hanno due gambe e due braccia, le guance, la pancia, i capelli e il naso; si vestono come noi, con peplo e sandali; da piccoli gli piace correre e giocare, da giovani amare ed essere amati, da grandi proteggere e dare la vita. In quasi tutto siamo fratelli, eccezione per gli occhi e i Divini oggetto delle preghiere: gli etark ripongono fede in quelle che chiamano Divinità. A differenza dei nostri viziosi, estroversi e luminosi Dèi, figli e fratelli di Zeus padre, le Divinità sono silenziose e misteriose. Non appaiono facilmente agli etark, eppure ve n’è una per ogni luogo. C’è una Divinità per ogni abbraccio, focolare, amore che nasce e alberello piantato nel campo. Al contempo, però, le Divinità sono rare e preziose: rare perché, anche se tante, difficilmente ne vedrete una. Preziose, perché misteriosamente deboli e timide. Seppur potenti nello spirito, esse si mostrano solamente a uno sparuto gruppetto fra tutti i numerosi etark d’Oltreoceano; precisamente a tre fra loro: il Prescelto, l’Atta Wanax e il Wanakti.

Ma perché sto raccontando queste cose? Ebbene: la ragazza dagli occhi diversi, protagonista della nostra storia, è figlia di quella donna di cui vi ho parlato poco fa. Inoltre la ragazza in questione diverrà, un giorno, Wanakti degli etark. Era per me importante farvelo sapere; mi premeva dirvi che con il passare del tempo, lungo il tragitto prestabilito dal Fato signore, Catlyn -il nome della nostra protagonista- diverrà una persona rispettata e ammirata. Prima, però, dovrà crescere. La giovinezza che la porterà a diventare donna non ci riguarda, non è questo il luogo in cui parlarne. Qui parleremo della Catlyn fanciulla, null’altro che una comune piccola etark, una ragazza dagli occhi diversi e il cuore avido di battiti e sogni. Riprendiamo da dove ci eravamo interrotti e, prometto, d’ora in poi parleremo solo di cose interessanti.

Come ho già detto, questa storia inizia tra le braccia di una giovane madre. Ella era una comune etark: desiderosa di pace e tranquillità, nella propria vita si era prodigata affinché tale sogno potesse divenire realtà e aveva trasmesso questo tratto anche alla figlioletta, la nostra protagonista. Ora le due, madre e figlia, erano strette in un abbraccio sulla soglia di casa. La futura eroina appariva, in quell’istante, solo una fanciulla abbracciata alla madre. O meglio, la madre la stringeva forte al petto, perché a Catlyn gli abbracci non piacevano proprio…

“Sto bene mamma. Lasciami andare, Hero mi sta aspettando”, la voce di Catlyn: un sussurro, flebile e sottile.
“Tuo fratello… dovrebbe farsi abbracciare pure lui, quel bel giovanotto!”

Tutte le mattine la madre la salutava così, prima di permetterle scappare alla lezione del precettore pubblico. E ogni mattina Catlyn rispondeva: “Potevi farmi bella anche a me”, quindi veloce svincolava via e correva lungo la pietrata, la strada tutta rocce e sassolini che le buone Divinità pensarono, nei tempi remoti, apposta per far sbucciare le ginocchia ai fanciulli.

La città in cui abitava Catlyn era la più grande mai costruita dal popolo d’Oltreoceano. Non aveva nome -nessuna città etark lo ha- però è certo fosse la più grande… perché era l’unica! Ossia l’unica vera città, con tanto di mura di cinta e marmorei templi, entro i Confini abitati dagli etark. Gli altri centri abitati erano villaggi e cittadine non certo confrontabili con la ben costruita Micene, o la bianca Atene della nostra Ellade…ebbene, in tale città capitale etark, lungo quella diritta, ampia e pietrosa strada, tutte le mattine avreste visto correre la nostra ragazza dagli occhi diversi. Il suo volto si ammorbidiva in un sereno sorriso, poiché a Catlyn piacevano le lezioni del precettore pubblico. I suoi occhi, blu il destro e verde l’altro, le brillavano in viso. Inoltre alle lezioni si vedeva con tutti i propri amici. Ossia i tre amici: il biondo Tylon, l’esile Itok e la oltre ogni modo bella Lunete. Ma questa mattina…

“Bu!”

Catlyn sobbalzò, il sereno sorriso si spense sul suo viso. Stava correndo, ora saltando come un gatto. Hero si era appostato dietro l’ultimo angolo, attendendola per farle paura.

“Che le Divinità del buio facciano paura a te!” lo rimproverò lei.
Hero la guardò fingendosi serio, poi sorrise. “Dai, sorellina, andiamo.”

Non voglio dare una cattiva impressione di Hero, perciò fermo un attimo il racconto, se non vi dispiace. Il fratello di Catlyn diverrà un eroe. Coraggioso, forte fisicamente e sorprendentemente dolce di carattere nei confronti della propria sorella. Se Catlyn era solo un germoglio rispetto alla giovane donna che diverrà, lo stesso non si può dire di lui. Hero infatti era già un impavido e avvenente giovanotto! Non solo: nei confronti di Catlyn era estremamente protettivo, almeno quando non c’era una bella fanciulla -alla quale fosse interessato- nelle vicinanze; insomma, Hero considerava Catlyn più una fedelissima compagna di giochi, che una sorella minore di qualche estate alla quale fare i dispetti. Infatti, alle per lui noiosissime lezioni del precettore, le si sedeva sempre accanto. Sull’altro lato solitamente si accomodava Itok, ma non questo nuovo giorno…

“Tylon mi ha sorriso, lo sai?” bisbigliò Lunete, seduta sul seggio alla sinistra di Catlyn.

Ella era una ragazza davvero bellissima, dai capelli lunghi e dorati; figlia del Primo Fidato del popolo etark.

“E che ci faccio io?” rispose l’interpellata, giocherellando con un ciondolo di legno.

“Anche io posso sorriderti” si intromise Hero, rivolto a Lunete, prima di tentare un acerbo ammicco.

Tra quei due Catlyn si sentiva come una felce fra le orchidee, tremendamente fuori posto: “Io non lo dico quando Tylon mi sorride. Penso che se dovessimo dire qualcosa ogni volta che ci sorridiamo… insomma finiremmo come il Fidato Ghotos, braccio destro di tuo padre, Lunete. Parla sempre senza concludere nulla, dice il mio vecchio!”. A quelle parole gli altri due non seppero che rispondere, quindi tacquero. Per di più, il precettore, giovane curatore etark, era appena arrivato.

“Come ci annoiamo oggi?” mormorò Hero con un sorrisetto, guadagnandosi una gomitata da Catlyn e un’occhiata d’ammirazione da Lunete.

Borbottii e brusii di bambini, fanciulli e giovanotti si quietarono; la lezione, tenuta in un angolo dell’agorà della città, iniziò. Quella mattina il precettore parlò del Wanakti -curioso, non trovate?- ossia cosa volesse dire essere il protettore del Prescelto, avere in corpo tutto il potere delle Divinità e sulle spalle la responsabilità di un intero popolo… e bla, bla bla… a un certo punto la testa di Hero prese a dondolare, poi cadde sulla spalla destra di Catlyn; quindi scivolò giù, tra le mani raccolte sulle gambe.  “…l’Atta Wanax e il Prescelto della scorsa epoca sono appena partiti per i Confini, lo sapete. Hanno concluso il proprio ciclo. Ora il precedente Wanakti, divenuto Atta Wanax, si sta preparando per indicare la prossima coppia fra il popolo… sapete, piccoli e giovani etark, che potreste essere voi… Hero!” gridò il precettore, interrompendosi. “Cosa ho appena detto?”

Hero si risvegliò dal torpore della noia e sussultò, facendo spaventare pure Catlyn, irrigidita dall’imbarazzo. “Hai detto che… che… oh, chiedo perdono!”

“Guardate, il Primo Fidato!” esclamò un qualche fanciullo, e tutti si voltarono verso dove aveva puntato l’indice, per poi schizzare in piedi.

Solo Catlyn tenne lo sguardo basso, tentando di dimenticare quanto suo fratello avesse appena fatto. Indipendentemente dai crucci di Catlyn, il Primo Fidato stava davvero camminando poco lontano da loro, nella piazza, circondato da un gruzzolo di soldati etark in armatura, lancia, scudo e schinieri. -O quanti tremendi ricordi mi salgono dall’animo, a parlare del primo tra i Fidati. Come potrà finire così tremendamente male?- I bambini e i giovanotti presero a mormorare, bofonchiare, bisbigliare e poi parlottare ad alta voce, tant’è che il precettore si maledisse per aver scelto quel posto per la lezione.

Catlyn comprese che nessuno la stava fissando, quanto successo prima era già stato dimenticato; levò lo sguardo e scrutò un tetto sul fronte opposto dell’agorà. Le era sembrato di vedere qualcosa, e i suoi occhi si erano illuminati, diventando lucidi e incredibilmente ammalianti. Un vento leggero prese ad accarezzarla in viso. In quella confusione, scatenata dall’eccitazione degli allievi per il passaggio di un gruzzolo di soldati, solo il giovane istitutore etark aveva notato lo guardo della nostra protagonista. Così provò egli stesso a volgere lo sguardo in quella direzione e vide una civetta levarsi in un goffo volo. Solo un volatile, ma gli occhi di Catlyn brillavano comunque. Il precettore allora si volse di nuovo verso di lei e le sorrise. Poi tuonò parole antiche agli altri allievi, affinché tornassero attenti.

Quella mattina, conclusa la lezione, Catlyn tornò a casa e passò il pomeriggio al secondo piano, sotto il tetto. Con lo sguardo vagò oltre la finestra, provò a immaginare cosa ci facesse una civetta alla luce del sole. A un certo punto chiuse gli occhi e il suo intenso sorriso, che mai dimenticherò, le arrotondò il viso. Suo padre diceva che sognare a occhi aperti fa diventare stupidi… quindi meglio chiuderli prima!
Intorno a lei, invisibili, le Divinità presero fiere a ridacchiare.

La situazione finora descritta mutò qualche mese più avanti. Non che gli etark abbiano mai amato i cambiamenti, però la nostra protagonista non poté farci nulla: accadde di mattina, un giorno qualunque. Il vecchio Atta Wanax comparve innanzi agli allievi del precettore. Levò il lungo e magro braccio e puntò l’indice, ricolmo di anelli, verso Lunete. Tutti ammutolirono: la nuova Prescelta era dunque stata trovata.
In quel momento Catlyn non le era seduta vicina, bensì fra loro c’era il timido Itok, che parve svenire poiché, sulle prime, aveva pensato di esser lui il nuovo paladino delle Divinità silenziose!

Ciò che seguì si può definire come una completa frantumazione delle abitudini di cinque vite: Lunete non poté più partecipare alla normale vita da ragazza per parecchi mesi; Itok ebbe bisogno di una qualche settimana per riprendersi dal vano spavento; il biondo Tylon, innamorato di Lunete fino alla punta dei capelli, soffrì come un falco chiuso dentro una stanza buia; Catlyn pianse tutti i pomeriggi, dopo aver scoperto che i suoi pensieri per il biondo etark erano futili; infine Hero -che da sempre aveva immaginato un ruolo nei piani Divini- vide i propri sogni andare in frantumi.

Tolte queste cinque eccezioni, quelli che seguirono furono mesi molto allegri per l’Oltreoceano; vento leggero e caldo Sole alimentarono continue giornate di festa. Voglio chiudere il racconto proprio in uno di questi giorni, quando ancora gli etark erano, per un soffio di brezza, fuori dal crudele gioco dell’Illeggibile: l’Oltreoceano verdeggiava; la sfera dei mari di sopra splendeva celeste e rifletteva brune spiagge e incantevoli boschi. Stormi di bianchi volatili fendevano le rade nubi, le fiere si ritiravano oltre i Confini. Nulla di più piacevole per un etark…

“Tu sei Catlyn, giusto?” sussurrò qualcuno, alle spalle della nostra protagonista.

Nella piazza c’era un tale fracasso, una così variopinta moltitudine di etark, che Catlyn fece davvero fatica a capire chi l’avesse nominata. Era giunta lì, alla festa, con suo fratello, ma Hero non aveva quella voce… con questi pensieri nel cuore, la nostra ragazza si volse. Un etark alto e prestante era lievemente chino su di lei. Il sole gli splendeva da dietro le spalle, dando vita a un profilo forte e perfetto. Riconosciuta l’armatura, Catlyn rizzò la schiena e abbassò lo sguardo; quindi si ricordò degli ammonimenti della madre e passò veloce una mano sui capelli, per sistemarli e raccoglierli dietro le orecchie.

Il Primo Fidato sorrise e piegò sul ginocchio destro, così da poter intrecciare lo sguardo con la nostra protagonista. Lei ricambiò con un’espressione serena e annuì, un po’ in ritardo, dando risposta alla domanda di prima. Rimasero in silenzio per tanti e lunghi battiti. Il primo degli etark scrutò gli occhietti lucidi di Catlyn, e lei ammirò da vicino una delle persone che più rispettava. Tutt’intorno i rumori e gli schiamazzi della festa parvero quietarsi, alle orecchie della nostra ragazza. Silenti e non riconoscibili, le Divinità si avvicinarono a entrambi. Dubbiose, meditarono a lungo su quanto stesse accadendo.

Il Fato aveva iniziato i suoi giochi.

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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

3 Comments

  1. avatar FrancescoG ha detto:

    Grazie per averlo letto e pubblicato 🙂

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