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La figlia di mio padre – Racconto di Natale

Il retaggio di sua madre le si leggeva chiaro negli occhi, uguali ai suoi, e nelle movenze. Avrebbe preferito che non fosse così evidente: la scomparsa di Feridia era ancora viva nelle sua mente.
Una porta che sbatteva e le urla di un neonato, sua figlia. E poi l’angoscia, il dolore senza nome, il senso di impotenza che non l’abbandonava mai.
Quello era il suo fardello di ogni giorno da 25 anni.
– Papà hai paura di volare? – le parole di sua figlia lo destarono da quei pensieri.
– No, Giselle…
Sua figlia lo guardò imbronciata.
– Papà questo aereo impiegherà almeno 8 ore per arrivare a New York, le dobbiamo davvero sprecare tutte?
I suoi occhi erano fieri, limpidi, incuranti di ciò che l’aspettava. Lui la fissò soppesandola.
– Tieni questo è di tua madre, lo lasciò prima… beh, lo sai! – il tono brusco e asciutto di chi non ha alternative.
– Papà posso aprirlo solo domani, oggi non è ancora Natale!
– Non ne avremo il tempo…
– Lo so. È solo che…
Giselle non terminò la frase, sospirò e senza indugiare oltre aprì il pacchetto, all’interno una scatola di velluto nera faceva bello sfoggio di sé.
Sotto le luci artificiali e sgraziate dell’aereo, il contenuto della cofanetto sembrava ancora più sinistro. Un anello, due fialette ed una lettera.
Filippo vide sua figlia sbiancare, comprese che la ragazza aveva capito cosa le chiedeva sua madre con quel regalo.
Un veleno e il suo antidoto, una fiala bianca e l’altra nera, una condanna e la sua assoluzione. Quale sarebbe stata la scelta di Giselle, però, non poteva saperlo. Strinse forte le mani a pugno sino a farsi sbiancare le nocche, il giogo di Niklaus pian piano si stringeva e lui era ancora una volta impotente.
La ragazza finse di non notare la reazione del padre, imponendosi un autocontrollo acquistato con fatica negli anni. Ripose con cura il cofanetto nel suo bagaglio a mano, mentre la lettera scivolò in tasca, l’avrebbe aperta solo dopo aver fatto calmare il padre.
– Papà… – lo chiamò.
– Giselle… –
La ragazza lo guardò seria prima di sorridergli e intrufolasi sotto il suo braccio, per essere cullata come quando era una bambina.
I bambini e le loro richieste, erano la causa di quel viaggio, motivazione inconsapevole di ciò che le si richiedeva.
Strinse la lettera nella tasca, ne sospettava il contenuto, ma voleva rimandarne l’apertura.
– Aprila Giselle non si scappa dalle cose che non ti piacciono – nel dirlo suo padre la strinse con maggior forza, quasi per assicurarsi che era ancora lì con lui.
Aprì la lettera velocemente in modo da non pensarci ancora, la scrittura era piccola e precisa l’inchiostro di un vivido color porpora.

Caro amore mio,
ormai sarai grande e bellissima. Eh no, non lo dico perché sei mia figlia, ma perché tutte noi lo siamo, è la nostra condanna.
Saprai già chi sei, decidemmo insieme, io e Filippo, che così sarebbe stato meglio.
Vedi, caro amore, io ero una delle sue figlie più fedeli, Niklaus era il sole delle mie giornate.
Credo che anche per la guardiana delle Ere Lontane, Yulene, sia stato così.
I suoi occhi, gli occhi di Niklaus, cara Giselle, hanno cambiato la guardiana, Yulene aveva capito la nobiltà e la bontà da quello sguardo e non pensò mai che esso potesse mutare. Ed invece amore mio, io ho visto il bellissimo azzurro di quelle iridi tingersi di ombre.
Le prime macchie di oscurità comparvero alla morte della guardiana.
Penso che ormai non ci sia più bontà in lui e che consegni regali solo per continuare ad attingere al potere di Venel. Venel è un anello, ma anche molto di più. Si tratta del suo regalo di nozze, del regalo di Yulene, ma anche la fonte della sua magia e delle nostre catene.
Non illuderti amore, non puoi combatterlo, non puoi strappargli via l’anello, hai un unico bivio d’avanti a te: diventare una di noi o ucciderti.
Mi dispiace Giselle di aver preso la strada sbagliata, di non aver reciso la mia di vita e di chiedere questo a te. Ma vedi, amore, quando ho capito cosa era diventato Niklaus ero già incinta e non sono riuscita ad ucciderti.
Perdonami cara Giselle per essere stata debole ed aver amato tuo padre. Di chiederti di tentare l’impossibile….
Fidelia e se il tuo cuore lo vuole la tua mamma.

Giselle guardò le ultime lettere sbiadire al contatto con le sue lacrime. Le parole le bruciavano nella mente e consumavano anche il suo coraggio, non era migliore di sua madre avrebbe fallito anche lei. Quel pensiero la riempì di rabbia, nessuno avrebbe comandato il suo destino, così le aveva insegnato suo padre.
E prima che il cervello e il cuore potesse spingerla a fermarsi, prima che la paura potesse congelarla e far vincere Niklaus, aprì il suo bagaglio e poi la fiala nera.
La vuotò di un fiato, il padre aveva avuto occhi troppo lenti per impedirglielo. Si accorse di ciò che aveva fatto, solo quando vide la fiala vuota.
La tristezza che lesse negli occhi di Filippo era senza fine, avrebbe voluto dirgli tante cose, ma le uniche parole che formulò erano incolore, senza amore.
– Mi restano 12 ore, da adesso – non aggiunse altro, non ce l’avrebbe fatta.
Guardò nuovamente suo padre; quasi gli fece un sorriso poi tutto divenne nero.
Si risvegliò quando il viaggio era finito, erano appena atterrati. Si sentiva bene, quasi non avesse ingerito un veleno, ma sapeva che non era così. Quando l’aereo aprì il portellone recupero il suo bagaglio a mano e come un’automa seguì suo padre prima fuori dall’aereporto e poi all’interno di un taxi che li avrebbe portati nel cuore di New York.
Non si fecero accompagnare direttamente alla loro meta, ma si fermarono vicino ad un piccolo ufficio postale fuori Manhattan. Impiegarono meno di dieci minuti per farsi consegnare il pacco che si erano spediti, non potendo portarlo in aereo. Suo padre lo aprì seduta stante, gettando l’involucro nel già traboccante cestino dei rifiuti dell’ufficio. All’interno vi era una custodia da architetto nera, insospettabile contenitore per un’arma.
Uscirono e Giselle si ritrovò a puntare il suo sguardo fisso sulla schiena muscolosa da ex pugile di Filippo, non badando al resto. Quel gesto le dava sicurezza, così come l’astuccio d’architetto che si era messa in spalla, all’interno vi era la Spada dei Re. Un cimelio rubato da Fidelia, sarebbe servita solo se avessero spezzato il ciclo, se Niklaus fosse tornato mortale, se la sua decisione sarebbe divenuta definitiva.
Strinse i pugni e guardò il cielo limpido, il sole la baciò caldo e gentile, brillando un po’ in più solo per lei, sapeva che non era sola una sensazione.
Quel calore le disse che poteva illudersi, poteva pensare che alla fine avrebbe ingerito anche la fiala bianca, le serviva per poter continuare a credere possibile il suo obiettivo. Le serviva per non percorrere le orme della madre.
Camminarono per un po’, finché non fermarono un altro taxi e si fecero portare sul lato est di Central Park.
Già prima di scendere dall’auto, Giselle cominciò a sentirsi strana, irrequieta. Il padre l’aveva avvisata che quando fosse giunto il momento avrebbe avvertito una sorta di richiamo perché era accaduto lo stesso alla madre, venticinque anni prima, ma lei certo non si aspettava che avrebbe assunto quella forma di bisogno fisico pressante.
Scesa dal taxi, non attese nemmeno che Filippo pagasse la corsa che stava già incamminandosi verso la direzione che le sue viscere bramavano. I rumori della città si fecero distanti ed ovattati. L’unico dettaglio su cui riusciva a porre attenzione era la strada che percorreva per raggiungere la sua meta. Ad ogni passo sentiva di essere in ritardo. Sarebbe dovuta essere già lì, dall’uomo che l’amava come un padre e la stava aspettando.
Ancora un incrocio, e sarebbe arrivata. Poteva vedere il palazzo dov’era diretta, da dove Niklaus la stava chiamando. Alto, troppo alto. L’ascensore era così dannatamente lento mentre raggiungeva il settantaseiesimo piano, l’ultimo.
Il campanello che annunciava l’arrivo al piano fu una liberazione. Giselle abbandonò la custodia cilindrica che aveva sulle spalle e si fiondò di corsa nel corridoio. Evitò le prime tre porte ed aprì a colpo sicuro la quarta.
Si bloccò sull’uscio dinanzi ad un lussuoso loft arredato con mobili antichi.
Le luci erano accese e l’ampia vetrata sul lato opposto dell’open space forniva una vista sullo skyline della Lower Manhattan.
– Entra figlia mia. Ti stavo aspettando.
La voce, calda e profonda provenne da una poltrona difronte alle finestre.
Giselle mosse un paio di passi all’interno dell’attico e man mano che l’effetto del richiamo si affievoliva, le tornava in mente il motivo per cui era lì.
Si voltò, per cercare suo padre e lo trovò fuori della porta, bloccato da barriera azzurrina che gli impediva di seguirla. Filippo la guardava con amore e decisione mentre faceva un cenno d’assenso con la testa e le mostrò stretto nel suo pugno la custodia della Spada dei Re.
La ragazza fece per raggiungerlo, ma di nuovo quel bisogno fisico si impossessò di lei. Vide la serie di luci colorate usate per decorare i mobili della cucina sfilarle davanti agli occhi, mentre si voltava priva di volontà e seguendo con la mente quello che il suo corpo faceva senza permesso, si ritrovò accanto alla poltrona al cospetto di Niklaus e dei suoi occhi azzurri.
L’uomo le prese il mento delicatamente e studiò il suo viso.
– Sei bellissima come tua madre, figlia mia – disse con approvazione – Fidelia sarà orgogliosa di te.
Nell’udire il nome della madre, Giselle recuperò un briciolo di forza di volontà, quanto bastava per poter parlare liberamente.
– Cosa ne farai di me?
– Mi prenderò cura di te, come faccio da secoli con tua madre e le tue sorelle – disse con tono dolce Niklaus – E tu sarai una renna bellissima e mi aiuterai nel mio compito di consegnare i doni ai bambini. Fra poco ti trasformerai, non avere paura non farà male.
La lucidità abbandonò di nuovo la ragazza.
– Padre, perdonami per il dolore che ti sto arrecando! – gli disse in preda alla disperazione.
– Bambina mia, cosa potresti mai aver fatto?
– Mi sono avvelenata! – urlò tra le lacrime Giselle gettandosi tra le braccia di Niklaus – ti ho abbandonato prima ancora di averti ritrovato.
Il volto dell’uomo si trasfigurò. Allontanò da sé la ragazza e la scosse per le spalle.
– Cosa hai fatto? Perché? – le chiese fissandola con occhi spiritati.
L’effetto del richiamo sulla giovane svanì del tutto.
Di nuovo in sé, lei gli scostò le mani e fece un passo indietro.
– Per liberare le altre come me. Per porre fine a questo ciclo di sofferenza a cui ci hai condannate.
Niklaus rovesciò la poltrona con un pugno.
– Tu non sai niente! Tua madre non sa niente! Io l’ho fatto per voi! Eravate migliaia un tempo, ma il mondo non vi merita – l’urlo divenne un sussurro sommesso – solo io posso prendermi cura di voi. Solo io che ho amato vostra madre.
Giselle cadde in ginocchio tenendosi il petto.
– Stupida ragazza! Le stai condannando tutte! Senza nessuno che badi a loro, si smarriranno nel mondo e moriranno!
La giovane tirò fuori la fiala bianca, mentre il dolore al petto si faceva sempre più forte e la guardò.
– L’antidoto – disse con la voce strozzata a Niklaus.
L’uomo si precipitò su di lei e glielo strappò di mano. Stappò la boccetta e fece per ficcarglielo in gola di forza.
La ragazza reagì d’istinto e con uno schiaffo fece volar via la fiala di mano a Niklaus. Si infranse contro la parete spargendo il liquido che l’avrebbe salvata tutto intorno.
L’uomo si afflosciò su se stesso, guardando la vita scivolare via dalla ragazza. Sorrideva lei, e l’ultimo sguardo fu per suo padre, quello vero che attendeva al di là della barriera.
– Per la mamma – furono le sue ultime parole prima che gli occhi diventassero fissi e spenti.
E l’uomo che una volta era stato un uomo buono… raccolse l’ultima delle sue figlie. Il volto cianotico era ancora bellissimo e lo sarebbe stato per sempre proprio come quello di sua moglie, morta per la cattiveria umana.
Ed anche in quel momento, non era forse stata la gelosia a causare quel dolore pulsante dietro ai suoi occhi, che aumentava alla vista di quel corpo senza vita? La sua gelosia e la sua cecità… cosa era diventato lui, l’uomo più buono al mondo?
Gridò così forte da far vibrare i vetri di ogni grattacielo e scuotere ogni bambino in attesa dei suoi regali, ma non abbastanza da arginare il suo dolore: aveva perso una figlia e il mondo.
Filippo dall’ingresso dell’attico vide Giselle morire senza poter né impedirlo né starle accanto. Sua figlia era immobile e bianchissima fra le braccia di un uomo, il quale conservava solo l’aspetto di chi era stato.
Ripensò alla sua bellissima moglie che, come sua figlia, non sarebbe stata più con lui. La risata cristallina di Fidelia gli riempiva le orecchie, sovrapposto al tono serio di Giselle e lui non avrebbe ascoltato più nessuno delle due.
Davanti a se aveva l’artefice del suo destino, la sua vita spezzata e travolta per la volontà di Niklaus.
La sua immortalità però era perduta, il filo che lo teneva legato alle creature dell’Era Lontana si era spezzato con la morte di Giselle.
La barriera azzurrina era svanita nel momento stesso in cui la ragazza aveva cessato di vivere. Niklaus poteva essere ucciso.
Quella era la sua possibilità di vendetta, strinse la Spada dei Re con più forza e guardò le luci colorate riflettersi sulla lama affilata, le fissò per un lungo istante tutte quelle sfumature di oro, rosso e blu così belle… poi scattò.
L’urlo proruppe dalla sua gola liberatorio e rabbioso, mentre correndo mulinava la spada.
Vide che Niklaus si accorgeva di lui, ma l’uomo non reagì subito, prima si prese tutto il tempo di adagiare con cura Giselle sul freddo parquet, accanto alla vetrata.
Un attimo prima che la lama calasse su di lui, alzò lo sguardo.
L’arma di Filippo stridette a contatto con quella del suo contendente. Era comparsa, così dal nulla, senza emettere alcuna luce o suono. Si era semplicemente materializzata a mezz’aria, lì dove poteva parare il colpo.
Filippo fece un passo indietro mentre Niklaus si alzò in piedi ed afferrò l’elsa della sua arma.
La roteò un paio di volte, poi attaccò con la mano libera, come se brandisse una seconda spada.
Il padre di Giselle, parò istintivamente e la Spada dei Re cozzò effettivamente contro un’altra lama identica alla prima, che si materializzò allo stesso modo.
Filippo indietreggiò ancora ed il suo avversario sorrise. Un sorriso amaro e senza divertimento che però basto a riaccendere la furia della vendetta nell’uomo.
La Spada dei Re roteò sopra la sua testa e si abbatté contro le due lame gemelle di Niklaus. Una cascata di scintille sprizzò dal punto di contatto.
I due al di sopra delle loro lame si guardarono e Filippo per la prima volta comprese chi era stato davvero Niklaus e il perché una guardiana dell’Era gli avesse dato tutto quel potere.
Gli occhi di Niklaus erano di un limpido azzurro, infinitamente tristi, non erano più quelli che guardavano Giselle come una sua proprietà.
– Tu – sussurrò Filippo ormai era ben conscio dello strato d’animo dell’altro – stai soffrendo!
La sua rabbia, però, esigeva che il duello continuasse e quindi agilmente liberò la sua lama, in modo da sferrare più colpi in successione, prima da destra, poi da sinistra, sia dall’alto che dal basso, come faceva quando era sul ring. Non era esperto con la spada, ma dove mancava la tecnica sopperiva la rabbia.
Niklaus parava alternativamente con le due lame, senza riuscire a trovare lo spazio per rispondere a dovere. Filippo era veloce e si muoveva costantemente potendo contare anche sulla maggiore lunghezza della sua arma.
Niklaus con un balzo salì in piedi sul raffinato tavolo nero che troneggiava al centro del salone. Filippo lo seguì un attimo dopo poggiando prima un piede sul sedile imbottito di una sedia. Le lame si intrecciarono di nuovo mentre entrambi facevano leva per far cadere l’altro dalla tavola.
Ebbe la meglio Niklaus che assestò un calcio allo stinco del suo rivale, facendogli perdere l’equilibrio.
A Filippo mancò l’aria a seguito dell’impatto della schiena sul pavimento ma dovette riprendersi subito perché l’altro stava saltando su di lui con le lame puntate al suo petto. Rotolò di lato un attimo prima che le spade di Niklaus si conficcassero nel parquet.
Si rialzò e barcollò mezzo tramortito per l’urto. Una delle armi del suo rivale era scesa troppo in profondità e Niklaus non riusciva ad estrarla. Filippo agì d’istinto, lanciando una sedia contro il suo rivale che finì carponi un metro più in là, lontano dalla sua lama.
Si rialzò furente e caricò a testa bassa. Quanti ne aveva visti finire così Filippo nella sua carriera. Spada o non spada sapeva già cosa fare. Schivò il fendente spostandosi leggermente verso destra e con la mano libera sferrò un montante al mento dell’avversario sollevandolo qualche centimetro da terra.
Niklaus cadde di schiena lasciando andare anche l’altra lama. Filippo conosceva bene le luci danzanti che sicuramente gli annebbiavano la vista dopo un colpo del genere, tante volte era capitato anche a lui. Quando sembrò che i suoi occhi fossero di nuovo vigili gli puntò la Spada dei Re dritta alla gola
Il respiro affannato era l’unica cosa che il padre di Giselle percepiva, tutto il resto era immobile statico era così vicino alla sua vendetta, i suoi occhi fissi nel suo nemico: voleva vederli spegnersi.
Realizzò con una frazione di ritardo cosa implicasse il suo ultimo desiderio, quando però lo fece ne ebbe paura.
– Non sono migliore di te! – gridò Filippo, tenendo ben salda la presa sull’arma.
– Forse… – gli rispose l’altro con un fremito, la voce usciva strozzata poiché la gola era occlusa dalla punta della spada.
Filippo lo fissò con rabbia e paura, si chiese se Giselle non avrebbe rinnegato anche lui se avesse visto di cosa era capace. Ma sua figlia era morta e il suo assassino era nelle sue mani.
Affondò la spada un po’ in più nelle carni del suo nemico, il sangue prese a scorrere lentamente.
Niklaus si limitava a ricambiare il suo sguardo senza paura, ma con infinita tristezza.
– Ucciderai anche te stesso – sussurrò infine.
Filippo aveva la sua vedetta eppure perché non affondava la spada?
Capì, così vicino al suo traguardo, che non avrebbe mai reciso una vita. Fu una comprensione sciocca che in fondo era sempre stata nel suo cuore. Senza indugiare oltre scagliò la Spada dei Re lontano.
Nel momento stesso in cui l’elsa lasciò la sua mano, un forte calore gli esplose nel petto. Tutto bruciava, ogni fibra del suo corpo scottava, si ritrovò a volersi strappare i vestiti, mentre la sensazione di calore aumentare e dal suo punto nevralgico iniziava a brillare un luce accecante.
Poco a poco la luce l’avvolse e il fuoco sparì, si sentì ovattato e distante dal mondo, anche dal dolore.
La luce era così avvolgente, quasi lo cullava, sarebbe voluto restare avvolto in quel involucro per sempre e invece a poco a poco i contorni degli oggetti, il corpo di Gilselle, Niklaus, tutto tornò, tutto era come prima, tranne Filippo.
– Incredibile! – esplose Niklaus che si era rialzato e lo guardava serio, mentre lui continuava a controllasi il corpo e pian pian si riadattava alla più scarsa illuminazione dell’attico.
– Cosa hai detto? – chiese incredulo, fissandolo con sospetto, prima di rivolgere le sue attenzioni verso la sua lama. Forse lui non voleva più uccidere Niklaus, ma cosa poteva dire del suo nemico?
– Sciocco, non devi preoccuparti!
– Fino ad un attimo fa mi avresti ucciso.
– Anche volendo, non potrei più perché ora tu sei immortale!
Filippo esplose in una gran risata, un po’ frammentata perché ancora non riusciva a spiegarsi cosa gli fosse successo ed era sotto shock, ma rise comunque quella situazione, insomma era tutto irreale!
Si portò le mani al viso per riavviarsi i capelli, forse stava impazzendo. Ma con quel gesto capì quanto sbagliate fossero le sue analisi: Venel era al suo dito, brillava bellissimo di una calda luce dorata, vero testimone e prova dell’accaduto.
– Ora avrai compreso… – sentì la voce di Niklaus distante, alzò di scatto la testa giusto in tempo per vederlo uscire dall’appartamento. L’assassino di sua figlia stava andando via e sulle sue gambe, ma lui lo lasciò fare. Aveva alla fine fatto la sua scelta risparmiandolo, le conseguenze però andavano oltre la sua comprensione.

Ieri notte Niklaus si è ucciso, è morto solo in un vicolo buio schiacciato dai suoi ricordi. Semplicemente tutto il male inflitto era troppo per un cuore che era ritornato a battere al giusto ritmo.
Tuttavia i regali nelle vostre case sono arrivati puntuali. Stamattina tutti voi vi siete svegliati ignari e felici, sorridendo per i vostri bambini che con le loro manine paffute hanno scartato i bellissimi regali di Babbo Natale.
Proprio oggi delle ragazze molto speciali rivedono il mondo coi loro veri occhi, finalmente libere di scegliere. Tutte sono state estasiate per quanto hanno riavuto, tutta tranne una. Fidelia piange ancora ora mentre voi state leggendo, stretta alla giubba rossa del suo Filippo. Piange disperata per la morte di Niklaus e ancora di più per il sacrificio di Giselle.
Io sono Venel, custode di questa storia dal suo inizio, ho visto un uomo buono impazzire ed una ragazzina mostrare il coraggio di un leone. Ho visto tanti uomini, come voi, essere increduli e diffidenti. Anche ora, mentre state leggendo, la razionalità vuole prendere il sopravvento. Ma chi decide dove finisce la fantasia?
Un consiglio: aguzzate la vista e vedrete intorno a voi ragazze bellissime dai capelli dell’oro e lo sguardo di chi ha sofferto, ciò che resta dell’Ere Lontane e di questa storia.

Come per “Illiar, l’Elemento Mancante“, anche se l’autore accreditato è una sola persona, questo racconto natalizio è stato scritto a quattro mani da Lissa e da Alessandro.

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Lissa

secondo nome Stachanov, non riesce a stare con le mani in mano, ogni minuto in cui non si è impegnati in qualche attività è un minuto perso! Le piace dialogare con le persone e cerca di avere pochi pregiudizi, non sempre le riesce… soprattutto quando le demoliscono i suoi libri fantasy preferiti. Passione e hobby unico lettura di libri, ovviamente, fantasy, ha provato anche altri generi con scarso risultato, sempre alla ricerca di qualche nuova bella saga da scoprire, insomma, leggere è l’unica cosa che non si stancherebbe mai di fare.

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