Home » Storie e racconti » L'Antro della Strega » La Chiesa delle Tre Croci – Parte I

La Chiesa delle Tre Croci – Parte I

I sudici corridoi erano a malapena illuminati. Forme scure strisciavano negli angoli e non erano solo ratti o insetti.
Quelle catacombe contenevano cose oscure, che avevano preso vita dal terrore e dal sangue delle creature che vi erano state imprigionate. Creature immonde che non potevano essere contenute nei piani superiori del castello, dove si trovavano le altre meno pericolose.
Toccava a lei controllare che il sistema di contenimento, come lo chiamava Pà, fosse a posto.
Eccole.
Avevano avvertito la sua presenza e cominciavano ad agitarsi, presto sarebbero iniziati i lamenti e gli insulti.
Aveva già la pelle d’oca perché non le piaceva scendere lì sotto, ma era necessario e solo lei era in grado di farlo. Pà diceva che era a causa del suo sangue blasfemo e questo era l’unico modo per espiare le sue colpe.
Non che avesse mai fatto male a qualcuno, ma bastava essere nata una Le Varelse.
Controllò i sigilli partendo dal primo, si punse il dito con il coltello rituale trattenendo un gemito e ripercorse le linee scavate nei mattoni come aveva fatto negli ultimi quindici anni.
La prima volta che Pà l’aveva portata lì aveva solo cinque anni e le aveva insegnato le parole da dire come una cantilena che si impara a scuola. Era una lingua strana, cruda, gutturale, che non capiva. All’epoca le creature erano impazzite per l’odore del suo sangue e avevano cominciato a urlare parole oscene e a dimenarsi. Alcune erano strisciate fin dove poteva vederle, terrorizzandola.
Quella notte erano cominciati gli incubi che non l’avevano più abbandonata.
Doveva scendere lì sotto una volta al mese, la notte di luna nuova e ripetere quel rituale di confinamento.
Il giorno dopo cominciava con terrore il conto alla rovescia.
Un sibilo la distolse dai ricordi, era troppo vicino.
Fece istintivamente un passo indietro mentre un artiglio spuntava fuori dalle ombre per ghermirla. Il sigillo crepitò dando alla creatura una scossa di nera energia, ma quella non si ritrasse.
Stava forzando la barriera e sapeva che era debole. Questo era il momento più critico, quando la forza del confinamento si indeboliva in attesa del suo sangue.
Doveva sbrigarsi.
Corse verso il secondo sigillo squarciandosi il dito con la lama per la fretta, strinse i denti per il dolore che scacciò con violenza per concentrarsi sulla sua magia.
“Riptik ibnakis, vir Neik stokver” gridò mentre lo ripassava.
Gocce di sangue macchiarono i suoi jeans e le mattonelle luride.
Le urla si alzarono, ormai era una cacofonia di suoni, mentre gli abomini si lanciavano verso di lei nella speranza che la barriera si rompesse.
Artigli, zanne e occhi serpentini spuntarono da tutte le parti mentre lei correva da un sigillo all’altro.
Ne mancava solo uno, aveva il respiro affannato e il cuore batteva furioso nel petto.
Tre metri, due metri, ecco l’ultimo sigillo e doveva farcela.
Allungò la mano sanguinante sopra l’incisione, ma qualcosa le afferrò la caviglia facendola cadere. Il terrore le serrò la gola.
Un tentacolo viscido si era avvinghiato al suo polpaccio destro, mentre la creatura ricoperta di muco nero come il petrolio la osservava con occhi piccoli e cattivi. La bocca irta di zanne era spalancata, pronta a lacerare la sua morbida carne.
Stava per morire.
Ecco la sua fine, dilaniata da quelle creature che sarebbero state libere di tornare a infestare la Terra.
Non voleva morire, non era ancora pronta.
Urlò con quanto fiato aveva in gola “Solvite!”. La preghiera che Pà le aveva insegnato nel caso in cui fosse stata in pericolo.
Il tentacolo scoppiò imbrattandole il corpo e il viso. Scalciò fino ad arrivare al sigillo facendo gocciolare il suo sangue e urlando le parole per sigillare il rituale.
Le urla si fecero rabbiose, le creature sbattevano contro la barriera sfrigolando. Un tanfo di morte e malattia si diffuse nell’aria, ma lei era già stata catturata dal buio a cui si abbandonò.

Artigli, zanne, sangue ovunque, doveva scappare. Stava affogando nell’oscurità, non riusciva a muovere le gambe, si guardò le mani e vide con orrore che erano intrise di sangue. Urlò, ma dalla sua bocca non uscì alcun suono e più tentava di urlare più l’oscurità l’avvolgeva.
Qualcuno la stava chiamando, ma lei non poteva muoversi, c’erano tentacoli che la avvinghiavano, attorno alle braccia, alle gambe e anche al ventre. Uno dei tentacoli si insinuò nella sua bocca soffocandola, il terrore le faceva battere freneticamente il cuore in petto mentre le si gelavano le ossa.
L’oscurità era ormai ovunque.
La luce squarciò le tenebre e si rese conto che poteva respirare, una figura luminosa si stava avvicinando spazzando via il buio ed il sangue.
Cercò di capire chi fosse e si rese conto che era nel suo letto.
Accanto a lei c’era una donna con il camice bianco che la stava scuotendo da una spalla chiamandola.
“Bree! Bree! E’ un incubo, svegliati!”
Chiuse di nuovo gli occhi rilassandosi, la donna smise di scuoterla e cominciò ad accarezzarle i capelli.
“Povera Bree, riposa. Non dovrebbero succederti queste cose” disse con voce gentile.
“E’ il suo compito! E’ il suo Purgatorio. Deve farlo perché è malvagia!” la voce di Pà si fece strada nelle tenebre dell’incoscienza.
“E’ solo una bambina!” la donna, Cecile, cercava di difenderla come sempre, anche se ormai aveva vent’anni e non poteva certo definirsi una bambina. Da tempo l’aveva eguagliata in altezza, per non parlare delle curve morbide che tentava sempre di nascondere in ampi vestiti.
“La figlia di Satana ha solo questo modo per redimersi!”
Cecile rimase in silenzio, sapeva di non poterla spuntare senza rendere noto il suo disprezzo per quell’uomo e quello che rappresentava.
Era stata la sua mamà, la sua tutrice da quando era stata catturata quindici anni prima e Bree sapeva che era rimasta con l’organizzazione solo per starle vicina.
Ma sapeva anche che Pà aveva ragione, lei era la figlia di Satana e doveva redimersi, scontare le sue colpe sulla terra, non aveva importanza come.
Avrebbe fatto tutto quello che Pà le avesse chiesto, inoltre, lo doveva alla sua famiglia, quelle creature immonde l’avevano distrutta portando morte e distruzione nella sua vita e senza di lui sarebbe morta anche lei in quel massacro.
“Perché è stata mandata da sola?” chiese Cecile.
“E’ ora che non sia più un peso per l’organizzazione. Deve essere autosufficiente.”
“Quel posto è l’Inferno in terra! Poteva morire!”
“Se fosse morta per la nostra causa probabilmente sarebbe stata redenta. E’ buona cosa.”
Cecile strinse i pugni, ma non disse più niente.
Bree aprì gli occhi.
Cecile era seduta sul letto, al suo fianco e le teneva la mano, mentre Pà era in piedi accanto alla porta.
“In cosa hai sbagliato?” chiese in tono aspro.
Bree sospirò.
“Sono stata lenta. Erano pronti a spezzare la barriera. Scusa Pà, la prossima volta sarò più veloce”
“Meriti una punizione, per il rischio che ci hai fatto correre” disse lui sprezzante.
Cecile si irrigidì, ma Bree le strinse la mano.
“Avete ragione Padre”
“Osserverai il digiuno per purificarti, e reciterai i salmi nella cella, sull’inginocchiatoio mattina e sera. Tre giorni, a iniziare da ora” sentenziò prima di girarsi e scomparire dietro la porta.
Cecile la stava guardando con quegli occhi tristi.
“Bambina mia, non è vero quello che ti dice. Lo sai, vero?” le disse dopo che i passi si furono allontanati.
“Mamà tu sei troppo buona con me. Sono sempre stata un mostro, niente può cambiarlo” volse lo sguardo al soffitto con aria rassegnata.
“Non sei mai stata un mostro, ma solo la mia bimba speciale” le baciò la guancia “ora riposa, sono le tre del mattino. Tornerò più tardi a controllare come stai”
“Grazie Mamà.”
La donna uscì dalla stanza chiudendosi la porta alle spalle e lasciandola al buio.
Bree chiuse gli occhi, era stanca e insonnolita, sapeva che con il sonno sarebbero arrivati gli incubi ed era terrorizzata, ma l’uso della sua magia per il rituale l’aveva sfiancata.
“Vi prego, chiunque possa, aiutatemi” sussurrò prima di sprofondare nel sonno ed entrare nel suo Inferno personale.
Nell’oscurità qualcuno cantava, una voce antica e sconosciuta.
Era una lingua per lei incomprensibile ma familiare. Alcune parole erano simili al rituale che Pà le aveva insegnato.
Era una nenia, un canto funebre e lugubre, eppure quasi confortante.
Si lasciò cullare per un po’, quando alla prima voce se ne aggiunse un’altra, ed un’altra ancora, così via, fino a raggiungere un incalcolabile numero di voci.
Maschili, femminili, giovani e vecchie, dagli accenti più disparati e dai toni più diversi.
Eppure la prima voce restava la più udibile, cristallina e chiara nella sua complessità, la voce di una donna.
Prestò più attenzione, cercò di cogliere le parole che venivano pronunciate in continuazione. All’inizio tutto continuò ad essere confuso, un miscuglio di suoni all’apparenza senza alcun senso, eppure lei doveva capire, non sapeva perché, ma sentiva che era di vitale importanza comprendere. Si concentrò ancora di più, cercando di ascoltare solo la voce della donna.
Rimase in attesa qualche istante quando finalmente i suoi sforzi diedero i loro frutti, le parole acquisivano un senso, seppur rimanendo in un lingua pressoché sconosciuta:

Rikit okul Libtir.
Sikit Zusus okulet.
Eikit pre tir ku okul.
Viskerim, Zusus di tir ku okul,
Soufre, et Soufre, et Soufre!

Le ascoltò ancora e ancora, finché non le incise per bene in mente.
Poi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, quelle stesse parole decisero di venir fuori dalle sue labbra.
La prima volta piano, come un sussurro, la seconda volta in maniera più decisa, la terza, con una padronanza ed una sicurezza che lei non aveva mai sentito così sua fino a quell’istante.
A quel punto un fuoco giallo di materializzò dal nulla creando a mezz’aria un’immagine: una croce di Lorena disposta sopra il simbolo dell’infinito.
Quell’immagine le ricordava qualcosa.
Poi un dolore acuto, terribile ed inaspettato infiammò il polso della mano sinistra, come se qualcuno la stesse marchiando a fuoco.
E mentre lei urlava a gemeva, il simbolo bruciava sempre di più ed il coro aumentò il suo cantilenare fino a quando non si fermò di colpo, così come era iniziato.
Bree si risvegliò di soprassalto, con l’arto ancora dolorante.
Una volta sveglia ricordò il simbolo inciso a fuoco nell’oscurità, era lo stesso della voglia sul polso sinistro.
Tuttavia, pian piano, il ricordo delle parole che aveva pronunciato stava scomparendo.
Scese veloce dal letto, andando alla ricerca di un pezzo di carta per poter appuntare quanto rimaneva nella sua memoria. La stanza era completamente buia ma non ebbe difficoltà. Viveva lì da quindici anni, sapeva esattamente dove si trovasse ogni cosa, ogni mobile.
Quando trovò quello che cercava l’unica cosa che ancora ricordava era “Soufre”, niente più.
Frustrata, lanciò la penna per terra e si ributtò a letto.
Non poteva fare a meno di chiedersi cosa rappresentasse quel sogno, e perché, a differenza degli altri incubi che l’attanagliavano da anni ormai, era così diverso e sentisse così pressante il bisogno di capire e ricordare.
Si mise a sedere, passandosi una mano tra i boccoli rosso sangue.
Per scacciare la frustrazione ripensò a quanto era successo quel giorno, se l’era vista veramente brutta, per poco non aveva rischiato di morire davvero, anche se non era del tutto sicura che la morte sarebbe stata tanto peggio della vita che aveva vissuto fino a quel momento.
Le ritornarono in mente le immagini del tentacolo a cui aveva dato fuoco, delle parole di Pà e la punizione che le aveva inflitto, infine la sua invocazione di aiuto prima di sprofondare nel sonno.
Sospirò e decise di aprire la finestra per prendere una boccata d’aria.
Era notte fonda e tutto il castello dormiva.
Uno dei pochi momenti in cui quel luogo non appariva così terribile come era in realtà.
Respirò profondamente mentre la leggera brezza che trapelava dalla finestra le asciugava il sudore. La voglia sul polso aveva smesso di pulsare e tutto, lentamente, stava tornando alla normalità.
Pian piano Bree iniziò a convincersi che quel sogno era come tutti gli altri, frutto dello shock per quello che aveva rischiato fino a qualche ora prima, niente di più.
Fino a quando la sua attenzione non fu catturata da uno strano rumore, come il grattare di unghia su una parete.

To be continued ….

(1599)

La Chiesa delle Tre Croci - Parte II
The following two tabs change content below.
avatar
Oceanografa a tempo perso, grande lettrice che non disdegna dai classici agli ingredienti dei succhi di frutta. Nutre una grande passione per il Fantasy e in questo periodo, in particolare per il Weird. Avendo personalità multiple adora i GDR e sopratutto i GRV. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2008, ma è ancora in cerca di un editore che la sopporti.
avatar

Ultimi post di RossellaS (vedi tutti)

4 Comments

  1. avatar Alessandro Zuddas ha detto:

    Io ho come il sospetto che la creatura più pericolosa del castello sia Pa’

  2. avatar Martino ha detto:

    Bellissimo racconto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

I Cookies permettono alle Lande Incantate di riconoscerti la prossima volta che tornerai a farci visita. Navigando sulle nostre pagine ci autorizzi a farne uso per rendere la tua esperienza migliore. Maggiori informazioni | Chiudi