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Capitolo 4 – Il ladro e i Gigli

E Callin saltò. Saltò ad occhi chiusi e col cuore lontano.
Lei, l’Aria, era elusiva e schiva, non si fidava dell’uomo. Avvolse il ragazzo, ferendogli il volto e lo lasciò precipitare verso suo fratello, con la cattiveria ed il capriccio propri degli elementi.
Lui, il Mare, era sempre stato forte e saggio. Impetuoso nella sua ira, lo accolse nelle sue profondità nell’unico modo in cui un essere immortale sa fare: con disprezzo e fastidio, ma anche con pietà. In fin dei conti, lo conosceva dal suo primo vagito.
Ah, il Mare e la sua più grande debolezza…
Fu così che il più Grande tra i Grandi salvò quella fiammella già quasi spenta dai suoi stessi recessi. Gli diede una possibilità: sbattendolo con malagrazia sulla riva più vicina.
Callin rinvenne poco a poco, respirando a fatica e sputando acqua e sabbia. Bile verdastra era mescolata ad esse. Sembrava che i polmoni non funzionassero più correttamente, ogni respiro provocava fitte di dolore al costato ed alla gola e il giovane pensò diverse volte di morire. Al contrario delle aspettative però, lentamente, anche l’ultima ostruzione venne rimossa e seppe di avere salva la vita, di nuovo.
Steso lì sulla sabbia, esausto, anche tutti gli altri dolori fecero la loro comparsa: aveva tagli, lividi e abrasioni dovuti agli scogli sommersi che aveva urtato dopo il tuffo. Avrebbe dovuto controllare il suo stato effettivo, tuttavia era così dannatamente stanco che capì di dover rimandare. Riuscì solo a chiudere nuovamente gli occhi.
Molto più tardi il ragazzo, che aveva salva la vita per la pietà di un Grande, zoppicava, stagliando la sua sagoma dall’incerta andatura sul sole morente.
La sua meta non distava molto dalla spiaggia ma nelle sue condizioni non poteva permettersi troppi sforzi, per cui si prese il suo tempo. Raggiunse prima la banchina del porto e poi imboccò una delle stradine che si inerpicavano ripide verso la cima del promontorio, dal lato opposto rispetto all’Altare dei pazzi e dei poeti.
Sinida, la cittadina che stava appollaiata su quelle scogliere, non sarebbe stata altro che un villaggio di pescatori e piccoli mercanti, se non fosse per una schiera di villette sulla sommità della collina, utilizzate dalle famiglie più in vista del Monèrat per la villeggiatura.
Cercando di non attirare troppo l’attenzione, Callin scelse le stradine secondarie più deserte che riusciva a trovare, imboccando talvolta ripide scorciatoie tra le case e fermandosi quando le sue ferite gli rifilavano stilettate insopportabili qua e là.
Dopo una mezz’ora buona, il ragazzo arrivò nella zona delle villette. Le stradine avevano ceduto il posto a viali alberati che correvano davanti agli elaborati cancelli in ferro battuto delle abitazioni. Da quel punto in poi Callin avrebbe dovuto fare ancora più attenzione. I soldati dalla divisa cremisi pattugliavano regolarmente la zona. Non erano soldati imperiali, ma una milizia privata al soldo dei nobili residenti a Sinida e questo era un male. Le guardie arrestano i criminali per portarli in prigione e Callin sapeva bene cosa aspettarsi dietro le inferriate delle celle, nello stesso modo in cui conosceva perfettamente la maniera per uscirne relativamente in fretta, ma con quei vigilanti era tutta un’altra storia. Il fatto di essere al servizio di un nobile conferiva loro una certa immunità e quindi farsi prendere da una guardia cremisi il più delle volte portava a sentenze sommarie che trovavano applicazione negli scantinati di qualche villa. A smaltire i cadaveri ci pensava l’Altare, di notte, quando nessuno stava a guardare.
Callin impiegò una decina di minuti per calcolare i tempi tra le ronde, poi sgattaiolò tra gli alberi dei viali col passo più svelto che riusciva a tenere e giunse dinanzi ad un maestoso palazzo. Il muro che cingeva il giardino tutto intorno ne faceva una sorta di castello in miniatura, una roccaforte in confronto alle altre villette. Era la dimora estiva di Alfred dei Gigli, consigliere personale del Monàri di Saroh, uno degli uomini più influenti della provincia meridionale dell’Impero. Tuttavia, il ragazzo passò oltre, aggirandolo. Lo aveva fatto tante volte, ma quella sera arrampicarsi sulla clematide che si avvinghiava ad un tratto del muro posteriore era molto più faticoso: i suoi fragili steli sembravano cedere con più facilità. Arrivò ugualmente alla sua destinazione, non senza qualche imprecazione di troppo. Con le ultime forze bussò ad una finestra dalle tende ricamate e i bordi argentati.
Fielia spalancò le ante con rimorso, trepidazione e rabbia. Le si leggeva negli occhi quanto quest’ultimo sentimento fosse molto più intenso degli altri.
– Non dovrei farti entrare… – era sicuramente pronta a dire altro, lo faceva sempre, ma le si bloccò ogni protesta sulle labbra. Notò i suoi bei capelli color dell’oro scuriti dal sangue, il viso emaciato, le diverse ferite. Lo prese tra le braccia e lui inspirò il profumo di rose e gelsomino; grato di aver finalmente un aiuto, si lasciò trasportare sino al letto cercando di non sembrare un sacco di farina.
Le sue mani gli sfilarono gli indumenti, delicate e guardinghe tastavano ed esaminavano ogni centimetro della sua pelle; il ragazzo sorrise tra sé pensando quante volte a quei gesti ne erano seguiti altri. Tuttavia in quel momento era diverso: lei gli medicava la pelle e non il cuore, l’effetto però era comunque quello di un balsamo.
Callin le era riconoscente e addolorato per le lacrime silenziose che la ragazza non riusciva a trattenere alla vista delle sue condizioni. Osservava in silenzio la sua efficienza e la sua bellezza, era così incantevole da fare male al cuore, anche mentre piangeva.
Più volte la giovane fu sul punto di dire qualcosa, lui se ne accorse, ma non la incitò. Preferiva così. Non era pronto a parlare, cosa le avrebbe detto poi?
Ricordò con rimorso il momento dell’ingaggio, come avrebbe potuto rubare dei documenti al consigliere dei Gigli? Tuttavia erano stati il suo orgoglio e la sua avidità a decidere per lui e poi c’erano stati i soldati cremisi, la corsa, il salto ed infine la tristezza di Fielia.
Nuovamente provò il gusto amaro e colpevole del rimorso, ma Callin portava sempre a termine i suoi incarichi. Strinse forte le labbra e sigillò in un punto lontano della mente i suoi pensieri. Poi le bloccò le mani, risalendo piano sui suoi avambracci, trovò le sue labbra e la amò come se solo quell’attimo importasse. Furioso ed esigente, nonostante le ferite e la spossatezza. Imprevedibile e con gli occhi d’avorio aperti, spalancati. Lo fece per donarle quanto di più vero ci fosse in lui, quanto di più vero potesse permettersi.
– Callin dagli occhi liquidi – gli sussurrò all’orecchio Fielia, con malizia e vergogna prima che gli si addormentasse accanto.
Quando i suoi occhi furono tornati normali, Callin la osservò a lungo. Il suo bel corpo, i lineamenti nobili e finalmente sereni, i lunghi capelli rossi, proprio come quelli del padre. Sì, perché nella famiglia dei Gigli il rosso era il tratto distintivo e la figlia del consigliere, il più illustre fra tutti loro, non avrebbe potuto avere altro colore di capelli.

Molto più tardi, nelle ore più buie della notte, Callin decise che era giunto il momento di riprovarci.
Si svincolò con dolcezza dall’abbraccio di Fielia e si concesse un attimo per guardarla e stamparle un delicato bacio sulla fronte, prima di sgattaiolare fuori dalle stanze della ragazza.
Il corridoio era scarsamente illuminato dalla luce della luna che penetrava da un’ampia finestra. Era tutto ciò che gli serviva per permettere ai suoi occhi di vedere chiaramente come se fosse giorno. Callin tese l’orecchio per individuare il sommesso sbuffare della guardia appisolata dietro l’angolo. Muovendosi lentamente per non fare rumore si avvicinò e le passò accanto proprio mentre cominciava a russare più sonoramente.
Il ragazzo imboccò velocemente la pesante porta di legno che dava sulle scale. Se la sentinella avesse continuato a fare quel baccano, sarebbe presto accorso qualcuno a svegliarla.
Grazie a settimane di sopralluoghi ed al tentativo fallito all’alba di quel giorno, Callin sapeva esattamente dove andare. Due piani più in alto, dal lato opposto del corridoio c’era lo studio del consigliere e al suo interno, sul secondo ripiano a destra rispetto all’ingresso, una piccola cassaforte contenente i documenti oggetto del suo ingaggio.
Ogni piano aveva una guardia, tranne l’ultimo, la sua meta, che ne aveva ben tre.
Salite le scale, sbirciò attraverso lo spiraglio lasciato dalla porta socchiusa. Un soldato era seduto, sveglio e rivolto verso l’ingresso del corridoio. Era lo stesso uomo che l’aveva scoperto un’ora prima dell’alba costringendolo alla fuga con salto dall’Altare. La sera prima, infatti, il giovane si era assicurato di drogare con del sonnifero ad azione lenta la brodaglia che chiamavano cena, ma aveva brutalmente scoperto che quel tizio, come gli altri due a guardia dello studio, non avevano mangiato la stessa sbobba di tutti gli altri soldati, mandandogli a monte il piano.
Callin sorrise e si allontanò dall’uscio. Aprì invece la finestra nel modo più silenzioso possibile. Saltò a piedi uniti sul davanzale, alzò lo sguardo ed individuò la grondaia che correva intorno al tetto del palazzo due metri più in alto. Il braccio destro gli doleva ancora a causa di una delle ferite, ma il sinistro era in buone condizioni. Balzò senza badare al fatto che si trovasse a dieci metri dal suolo, afferrò con la mano sinistra la grondaia e si spinse più in alto, atterrando in piedi sulle tegole rosse del tetto. Era sull’edificio più alto della cittadina e da quella posizione poteva abbracciare in un solo sguardo tutta Sinida, il promontorio sul quale sorgeva e si distinguevano anche le screziature azzurre dell’Altare che si tuffava vertiginosamente verso il Grande Mare.
Il giovane riprese la sua azione furtiva correndo accovacciato sulle tegole che scricchiolavano un po’ troppo al suo passaggio. Raggiunse veloce l’altra estremità del palazzo e si posizionò esattamente in corrispondenza della finestra dello studio del consigliere. Saggiò la resistenza della grondaia e quando fu certo che avrebbe retto il peso, si calò lentamente. In piedi, in bilico sui pochi centimetri di davanzale disponibili sbirciò all’interno. Non c’era nessuno. Sempre in equilibrio, spinse la finestra che si aprì docilmente verso l’interno. Rise, pensando al fatto che il consigliere, nonostante la sua paranoia per la sicurezza, ritenesse abbastanza inutile sbarrare quell’apertura dall’interno. In fondo si trovava così in alto che sarebbe stato impossibile per chiunque raggiungerla. In ogni caso, anche se fosse stata bloccata, non sarebbe stata un grosso problema per il ragazzo.
Appena mise piede all’interno della stanza, Callin si diresse direttamente alla piccola cassaforte. Era davvero di dimensioni ridotte, poco più di una scatola, ma pur sempre troppo grande per portarla via con sé. Sbuffò.
Non gli piaceva ricorrere a quei metodi, ma arrivato a quel punto sapeva di non avere scelta. Poggiò le mani ai lati della scatola metallica, chiuse gli occhi e si concentrò. Utilizzare quella tecnica gli costava sempre grande fatica e concentrazione. Passarono diversi secondi prima che riuscisse ad individuare la vibrazione giusta. Appena vi riuscì, la parte superiore della cassaforte si increspò lasciando un’apertura circolare grande abbastanza da infilarci una mano. Il giovane sorrise, agguantò l’involto di pergamena e ceralacca che era il suo obiettivo e si diresse a grandi passi verso la finestra, poi si bloccò. Tornò indietro, poggiò di nuovo le mani sulla cassaforte bucata e si concentrò di nuovo. Laddove c’era l’apertura, il metallo si tese e lentamente tornò ad occupare lo spazio che aveva lasciato precedentemente. Quando ebbe finito, la cassaforte sembrava non essere mai stata toccata. Callin la ripose dove l’aveva trovata. Tornò alla finestra, la richiuse dietro di sé e si voltò, in punta di piedi, verso il muro di cinta della villa. Era abbastanza vicino, ma comunque sei metri più in basso. Prese bene la mira e saltò. Il balzo fu perfetto. Atterrò accovacciato sul muro e poi, con un altro salto, scese all’esterno e cominciò a correre.

Il grande Sole sorse impietoso su un Alfred dei Gigli arrabbiato e paonazzo, mentre gesticolava convulsamente in camicia da notte all’indirizzo dei suoi uomini in giardino. Quando Callin era fuggito, ormai ore prima, una delle sentinelle del quarto piano aveva visto un’ombra scura saltare giù dalla finestra ed aveva dato prontamente l’allarme, ma il ladro era oramai lontano.
In preda alla collera, il consigliere aveva fatto trascinare gli altri due soldati a guardia del suo studio nel seminterrato e, molto probabilmente, la sera stessa sarebbero stati accolti dall’Altare, come tanti altri, magari privati prima delle loro uniformi o magari no. Unico sostegno di Alfred era la sua dolce e disinteressata figlia che sembrava voler difendere l’onore del padre. Da quando si era diffusa la notizia del furto non aveva fatto altro che giurare vendetta.

Nello stesso momento, Callin e il suo bottino erano al porto. Uno degli ambienti che più gli piaceva, la caciara e l’armonia dei pescatori, i colori vivaci e qualcuno che gli avrebbe dato una mano.
– Ehi, Jarrin – chiamò.
Un omone dal sorriso ampio e dai capelli radi si girò verso di lui.
– Amico…
– Ho bisogno di andarmene! Subito!
Il sorriso di Jarrin si spense, l’aria preoccupata. Non volle conoscere i dettagli, era meglio così quando si aveva a che fare con Callin e i suoi traffici e lui lo sapeva, perciò chiese soltanto.
– Dove?
– A Saroh, ma qualsiasi posto lontanto da qui andrà bene… dimmi la prima che parte e se puoi…. – rispose facendo un cenno con il mento verso le imbarcazioni alla fonda.
Una grassa risata mal trattenuta.
– Hai superato il limite, eh?
Tuttavia l’aria pensierosa e distante del suo interlocutore fece desistere Jarrin dal prenderlo in giro.
– E va bene, la prossima nave è per Aios, puoi imbarcarti come mozzo, dirò che sei della mia compagnia.
– Grazie – rispose il ragazzo sinceramente grato, poi un’espressione ilare comparve su quel volto amato da molte donne.
– So che un favore ha il suo prezzo, ma io ho già pagato il mio – disse, mostrando parte della cicatrice che gli saliva su, sino alla spalla.
Callin si avviò verso la sua imbarcazione. Se si fosse voltato avrebbe visto l’uomo rattristato, perso in un giorno distante, nel tempo in cui un ragazzino gli aveva salvato la vita.
Fu grazie a quell’evento che il ladro partì, per un futuro molto diverso da quello di un delinquente. Il viaggio lo avrebbe portato lontano, ma vicino alle persone che conosceva un tempo.

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Capitolo 3 - L'altare dei poeti e dei pazzi
Capitolo 5 - La Risonanza
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

1 Comment

  1. avatar RossellaS ha detto:

    Mi piace la scaltrezza di questo personaggio, è uno che sa cosa si deve fare.

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