Il genere fantastico

Oggi parliamo di un tipo di ambientazione che si discosta un poco (o molto, a seconda dei casi) da quella fantasy classica: quella fantastica. Userò il termine “fantastico” in questo articolo in un modo particolare che vuole distinguere dal fantasy standard molti romanzi di tipo non realistico. Tale distinzione in passato è già stata fatta, ma ho notato che negli ultimi anni si è persa e ciò porta a lunghe, e inutili, discussioni. Sia chiaro: la distinzione tra fantasy e fantastico mi è utile oggi per illustrare semplicemente una tipologia d’ambientazione (accapigliarsi al di fuori di questo ambito su cosa sia fantasy e cosa fantastico è un esercizio tanto complesso quanto vano).
Per come la vedo io le cose stanno così (o almeno: in questo articolo diremo che stanno così): il fantasy racchiude tutte quelle storie che non hanno alcun legame con la realtà, mentre il fantastico parte da situazioni verosimili per poi condurre a trame surreali. Facciamo un po’ di esempi: “Il Signore degli Anelli”, “Il Trono di Spade” e “Gormenghast” sono fantasy, poiché parlano di mondi a parte e non contengono alcun riferimento alla nostra realtà; “Harry Potter”, “American Gods” e “Twilight” (escludendo il valore letterario, oggi non siamo qui per decidere cosa è bene leggere) sono invece opere fantastiche, poiché partono dal nostro mondo per poi approdare a situazioni magiche, paranormali, fiabesche, ecc.
Ci rendiamo conto che in questa divisione ci sono opere pericolosamente in bilico. Ad esempio: la saga di “Shannara” dove la mettiamo? È ritenuta un classico del fantasy, infatti per il 99% della trama non ha riferimenti al mondo reale, eppure ci sono rimandi alle “Grandi Guerre” e all’antica civiltà tecnologica dell’uomo. Ci sono perciò legami col mondo reale? Sembrerebbe di sì: Terry Brooks ha ambientato i suoi romanzi in un futuro remotissimo dove la magia ha preso il posto della tecnologia, per cui, basandoci sulla mia distinzione, dovremmo inserire la sua serie nell’insieme del “fantastico” e non del “fantasy”. Simili disquisizioni comunque le mettiamo da parte poiché non sono utili.
Ciò di cui mi preme parlare è: come si crea un’ambientazione fantastica?
Le regole in fin dei conti sono le stesse di cui vi ho parlato sempre: logica, coerenza, linguaggi, razze, popoli, ecc. Sembrerebbe che non ci sia altro da aggiungere, ma non è così: tutte le opere fantastiche pongono un quesito ulteriore rispetto a una “normale ambientazione fantasy”.
In un fantasy non esiste il problema della “normalità”, poiché essa semplicemente non c’è. La magia, gli elfi, gli dei e i vampiri vanno al mercato così come le nonne e li si può vedere ovunque senza suscitare troppo sconvolgimento. In una storia fantastica, al contrario, poiché partiamo dal mondo reale, dobbiamo assolutamente giustificare la presenza dell’elemento magico. È necessario rispondere a molte più domande, altrimenti la storia perderà logica e bellezza.
Innanzitutto: perché se gli elementi soprannaturali sono presenti in modo così forte, le persone normali non se ne accorgono?
A questo quesito si risponde abbastanza facilmente, poiché più o meno tutti gli autori possono dire: sono creature magiche, perciò fanno magie per nascondersi. Ottimo, sembra tutto risolto!
E invece no!
Seconda domanda (molto più importante): perché si nascondono? Perché delle persone o delle creature che potrebbero controllare il mondo, non lo controllano?
A questa domanda ben più difficile non tutti gli autori rispondono, a volte neanche quelli famosi. In effetti, ad esempio, non credo che la Rowling abbia mai spiegato perché i maghi si nascondono dai babbani (almeno io non lo ricordo). Attenzione, non possiamo rispondere: perché sono maghi! Non è una risposta questa, poiché sottintende che la nostra realtà è quella giusta e i maghi sono un’aggiunta a essa. In quell’ambientazione invece i maghi nel mondo sono una cosa comunissima e hanno un potere nettamente superiore agli esseri umani normali, perciò non capisco perché siano esclusi dalla società. Da questo punto di vista le storie dei supereroi sono più sensate.
Ripeto: forse su Harry Potter ricordo male io, per cui sono pronto a scusarmi se ho sbagliato qualcosa.
Chi invece ritengo un genio sotto questo aspetto è Neil Gaiman. Egli nel suo celebre romanzo “American Gods”, ma anche in molte altre opere, ha creato un meccanismo in cui questa domanda viene risolta in modo geniale. Egli inserisce le divinità sulla terra e il loro potere cresce o diminuisce a seconda della fede che gli uomini hanno in loro. La domanda “Perché non prendono il controllo?” è subito risolta: gli dei in realtà HANNO il controllo.
Nel mondo di Gaiman infatti non sono gli dei ad aver creato gli uomini, ma sono gli uomini che con le proprie credenze e convinzioni creano e sostengono continuamente vecchie e nuove divinità. Possiamo forse negare che gli dei e le credenze in senso lato (oggi sono il denaro, il progresso, la tecnologia, ecc. Appunto: i nuovi dei) non controllino il mondo? Ecco dunque che questi superuomini sfruttano il proprio immane potere per controllare il mondo e gli esseri umani, a propria volta, concedono potere a costoro, in un ciclo che però può spezzarsi e far sparire nel dimenticatoio dei che un tempo furono molto potenti (ad esempio quelli del pantheon romano o egizio).
Vediamo dunque che in un romanzo “fantastico” l’importanza della logica è fondamentale come sempre, ma si risolve in larga parte nel trovare una risposta a: “perché si nascondono? Perché non controllano il mondo e lasciano che esso sia normale?”
Se volete scrivere romanzi fantastici partite da queste domande, così troverete da subito i pilastri su cui ergere la vostra storia.

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Ha scritto il suo primo libro all'età di otto anni (un'orribile copia di Jurassic Park) e da allora non ha più smesso di sprecare inchiostro, nel tentativo di emulare i suoi inarrivabili punti di riferimento. Collabora con alcuni siti di interesse letterario, oltre a questo blog. Ha affrontato i misteri dell'autopubblicazione, alcuni premi letterari e una piccola pubblicazione in cartaceo, ma continua a scrivere continuamente per raggiungere il suo vero obbiettivo: scrivere continuamente.
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