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Gli Occhi del Diavolo – Parte II

Mancavano due giorni a Natale, Rose guardò verso lo striminzito albero che aveva fatto e sotto cui aveva messo un regalo, non c’era il nome sopra, ma sperava proprio di saperlo un giorno.
Spostò lo sguardo fuori dalla finestra, aveva cominciato a nevicare ed era molto preoccupata per la bambina, rischiava l’ipotermia, anche se le aveva dato dei vestiti caldi, non erano sufficienti per il freddo che c’era. Sarebbe dovuta uscire per andare a lavoro dopo un paio d’ore, ma decise di andare a setacciare il quartiere anche quel giorno, così si infilò gli stivali, prese il pesante cappotto e l’ombrello e uscì.
Nella mente le rimbombavano ancora le parole della vecchia. Era convinta che fosse una pazza con le allucinazioni, ma le parole che aveva usato erano identiche a quelle dell’uomo due settimane prima.
Ripensò a come la bambina si era rifiutata di guardarla negli occhi, anche quando le aveva lavato il visino, lei li aveva stretti forte. Che fosse vero?
Considerando per assurdo che tutto ciò che le aveva detto la vecchia era esatto, la bambina si era rifiutata di farle del male, quindi non era cattiva. Forse possedeva un dono particolare che non sapeva usare.
Rose si era sempre vantata della sua mente aperta, e non avrebbe iniziato ora a girare con i paraocchi!
Esistevano tante cose strane e inspiegabili al mondo, le religioni guardavano di buon grado a quelle persone che con il loro tocco riuscivano a guarire la gente, li chiamavano miracoli.
Se questa bambina era fornita di un dono divino, per quanto terrificante, era pur sempre un miracolo e doveva essere accudita. Spinta da una nuova energia, Rose percorse le strade del suo quartiere. Questa volta, a differenza delle altre, cominciò a parlare al buio nella speranza che la bambina fosse nascosta, ma riuscisse a sentirla.
“Non voglio farti del male. Sono molto preoccupata per te.”
Oppure
“Ti ho comprato il regalo per Natale, tu potresti farne uno a me e farti vedere.”
Usava toni sommessi e gentili per farle capire che le sue intenzioni erano buone, che non aveva nessuna intenzione di allontanarla.
Si fermò davanti al vicolo dove la incontrava sempre, era l’imbrunire, come sempre le ombre ammantavano tutto come una pesante coperta.
Sospirò e rivolta al cielo disse
“Mi hanno detto cose brutte su di te, ma io non ci credo. Lo so che non lo fai apposta e non è colpa tua. Io posso aiutarti.”
Aspettò qualche minuto, poi vide un movimento dietro alcuni scatoloni. Una testolina bionda fece capolino, occhi abbassati, ombrello stretto al petto. Con passi incerti si avvicinò.
Rose non stava più nella pelle, era felice di averla ritrovata.
“Tesoro! Ero così preoccupata! Vieni, andiamo a casa.” Le disse porgendole la mano.
Dopo qualche esitazione la bambina la prese.
Rimase imbambolata per alcuni minuti a guardare l’albero di Natale nel soggiorno, poi i suoi occhi scesero fino al pacchetto ai suoi piedi.
Non si voltò a guardarla, ma le andò vicino e strinse con la sua manina un lembo della camicia di Rose. Quel gesto la commosse fin dentro l’anima e per poco non si mise a piangere.
“Vieni, ti preparo la vasca”
La condusse nel bagno, e come era successo la settimana precedente, le preparò il bagno e un cambio.
I vestiti che le aveva dato la scorsa volta erano sudici, quindi decise che li avrebbe buttati. Non vedeva l’ora di portarla in giro per fare delle compere.
L’indomani sarebbe stato Natale, decise che ci sarebbero andate dopo qualche giorno, nel frattempo le avrebbe dato qualcosa da mettersi in casa, non aveva nessuna intenzione di farla uscire di casa almeno per un paio di giorni.
Quando la bambina si fu lavata e vestita la portò in cucina, dove le mise davanti un piatto fumante di patate bollite e carne.
Questa volta non si fece pregare e mangiò tutto senza esitazione.
“Io devo andare a lavoro” le disse gentilmente.
La bambina annuì e scese dalla sedia per dirigersi alla porta.
Rose la bloccò.
“No tesoro, non è necessario che tu vada via. Vuoi aspettarmi qui? Ci metterò un po’ ma nel frattempo potrai riposare”
La bambina annuì lentamente e Rose sospirò felice.
Le fece il letto nel salotto e le insegnò ad usare il telecomando e la tv, poi uscì per andare a lavoro. Al ristorante non fece che pensare alla bambina, sperando che non andasse via, scomparendo nella notte come aveva fatto in precedenza. Il suo cuore ne avrebbe sofferto troppo, ma l’avrebbe cercata e ritrovata. Su questo non c’erano dubbi, non poteva lasciarla in balia di una città così pericolosa, senza nessuno che potesse badare a lei.
Poi ricordò la vecchia e l’idea che quelli che la circondavano potessero dirle quelle brutte cose la fece infuriare così tanto che per poco, nella distrazione, non versò del vino addosso ad un cliente.
Alla fine della serata, prendendo il coraggio a quattro mani, andò a parlare con il proprietario. Gli spiegò la situazione chiedendogli se poteva trovare qualcuno per sostituirla almeno l’indomani.
Per una volta, il suo datore di lavoro fu comprensivo, forse toccato dallo spirito del Natale.
Rose rientrò a casa con il cuore colmo di speranza che per poco non gli esplose nel petto quando trovò la bambina accucciata nel divano sotto le coperte, che dormiva.
L’indomani si svegliò presto e dopo aver controllato che la bimba fosse ancora a letto, cominciò ad affaccendarsi in cucina, voleva preparare deliziosi manicaretti per quella sera e un’abbondante colazione per lei.
Passarono la giornata a cucinare, giocare e rassettare la casa, con la bimba che la seguiva ovunque senza però mai guardarla in viso. Nel pomeriggio, dopo aver saputo con rapidi gesti del capo, che sapeva scrivere, le mise un bigliettino davanti.
“Scrivi il tuo nome, così che io possa metterlo sul tuo regalo che è sotto l’albero.”
La bimba prese in mano la penna con incertezza e poi, con tratti lenti e difficoltosi scrisse il suo nome sul foglio: Angel.
Rose sorrise, pensando che mai nome fosse più giusto. Con quei capelli biondissimi che sembravano descrivere un’aureola sulla sua dolce testolina e quell’incarnato così roseo, sembrava proprio un angelo.
Chissà di che colore aveva gli occhi, si chiese Rose, ma decise di non fare quella domanda, era un tasto dolente, come aveva avuto modo di appurare. Ogni volta che aveva aperto l’argomento, la bambina si era chiusa in se stessa rannicchiandosi in un angolo.
Quella sera Angel non stava nella pelle, muoveva i piedini in maniera nervosa, Rose poteva vederlo distintamente. Sicuramente era elettrizzata per il Natale.
Mangiarono tutto quello che avevano preparato, la bimba con un appetito degno di un leone e quando si fece ora per andare a letto la vide lanciare sguardi interessati al regalo.
“Domattina apriremo il regalo. Va bene?”
La testolina bionda fece su e giù e Rose le diede il bacio della buonanotte mettendola a letto.
Quando l’indomani Rose si alzò era felice, aveva già deciso che quello era il più bel Natale della sua vita e non rimase sorpresa quando, entrando in salotto, vide Angel accucciata davanti l’albero che fissava il regalo. Doveva essere una tortura per lei avere quel pacco così vicino e non poterlo aprire.
Le sorrise e si accucciò accanto a lei.
“Lo apriamo?”
La bimba fece un cenno affermativo vigoroso con la testa e Rose rise.
“Vedo che sei impaziente.”
Prese il pacco e glielo consegnò.
La bimba lo aprì con le mani che le tremavano, Rose avrebbe voluto stringergliele forte e abbracciarla fino a quando non avesse compreso quanto le voleva bene.
Con quelle manine svelte tirò fuori dal pacco un delizioso cappottino azzurro. Rose la fece alzare e glielo mise, le calzava alla perfezione. Arrivava dal collo fino a mezzo polpaccio, avvolgendola in una morbida carezza di lana. Rose vide che la bambina era emozionata e con suo enorme stupore notò una lacrima scendere su quel visino delizioso. Senza pensarci due volte le alzò il viso posandole un dito sotto il mento, incrociando i suoi occhi ed il tempo si fermò.
Rose rimase paralizzata.
Gli occhi della bambina erano del colore dell’argento fuso e come il metallo rilucevano. La pupilla era quasi inesistente, un puntino nero che man mano spariva. Ad un certo punto, delle immagini cominciarono a vorticare in quegli occhi di specchio, era lei, Rose, riversa sul pavimento di casa, lì dove si trovava in quel momento. C’era anche l’albero di Natale. Una schiuma bianca le usciva dalla bocca e i suoi occhi erano vitrei e senza vita.
Sentì un gemito strozzato, di enorme sofferenza e pensò che provenisse dalla donna distesa a terra, ma si riscosse quando si rese conto che era stata Angel ad emetterlo.
Un lugubre lamento partì dalla gola della bambina mentre copiose lacrime scendevano a bagnarle le guance, Rose fece due passi indietro e poi una dolorosa fitta al petto la fece cadere sulle ginocchia. Si strinse la mano sul cuore, che sentiva venire meno, mentre il suo pensiero era uno solo e le martellava nella testa. Angel, non doveva spaventarla.
Alzò lo sguardo su di lei e si accorse che la fissava con gli occhi sbarrati colmi di lacrime, la boccuccia rosa spalancata in un silenzioso urlo di dolore. Rose le sorrise, mentre si accasciava a terra e la vista le si appannava
“Non …. non … ti pre…preoccup….non …. non è colpa…. colpa tua” riuscì a dire prima di emettere l’ultimo respiro e volgere lo sguardo vuoto sul soffitto.

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Gli Occhi del Diavolo - Parte I
La Guerra in arrivo
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Oceanografa a tempo perso, grande lettrice che non disdegna dai classici agli ingredienti dei succhi di frutta. Nutre una grande passione per il Fantasy e in questo periodo, in particolare per il Weird. Avendo personalità multiple adora i GDR e sopratutto i GRV. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2008, ma è ancora in cerca di un editore che la sopporti.
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2 Comments

  1. avatar Patty ha detto:

    Veramente bello!!!!

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