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Gli Occhi del Diavolo – Parte I

Pioveva ormai da tre giorni, Rose era infreddolita fin dentro le ossa. Intorno a lei la città era un’accozzaglia di grigi, nessun colore. Le persone vestivano tendenzialmente di colori scuri appena il cielo cominciava a piangere, ne era consapevole, anche lei quella mattina aveva scelto tonalità scure per andare a lavoro. Il suo umore diventava pessimo durante queste giornate, la chiamavano meteoropatia, ma Rose la chiamava voglia di vacanza.
Mancavano meno di due settimane a Natale e anche per quest’anno non le avrebbero dato giorni di festa. L’inconveniente di lavorare come cameriera era che i ristoranti erano sempre aperti. Girò l’angolo e rallentò. Quella bambina era ancora lì, era inquietante guardarla ferma sotto la pioggia, in quel vicoletto buio con indosso miseri stracci, mentre teneva gli occhi bassi. Avrebbe voluto fare qualcosa, ma non aveva idea di che cosa. Era ormai un mese che la vedeva lì, aveva provato ad avvicinarsi le prime volte, ma la bimba scompariva nel vicolo appena ci provava. Aveva anche chiamato la polizia, affinché venisse un assistente sociale, ma quando erano arrivati la bambina non c’era più.
Quella mattina era particolarmente penoso stare a guardarla, lì lacera e ferma mentre l’acqua le colava addosso.
Senza pensarci si avvicinò, ben consapevole che si sarebbe allontanata, ma non ebbe esitazioni. Quando arrivò all’ingresso del vicolo, della bambina non c’era traccia, ma era talmente buio e pieno di spazzatura che poteva essere anche a pochi metri da lei.
Si chinò e lasciò il suo ombrello a terra.
“Usalo per favore” disse al nulla.
Si volse e incurante della pioggia proseguì fino al Rib’s Bear, lo squallido ristorante dove avrebbe passato le prossime nove ore.
Quando terminò era esausta, le facevano male le gambe per essere stata troppo in piedi e le sue caviglie sembravano degli zamponi di maiale. Era riuscita a fare un bel pacchetto con gli avanzi, così da avere la cena pronta per quando sarebbe stata a casa. Pioveva ancora, ma non ci fece caso, avrebbe comprato un altro ombrello la mattina seguente, a quell’ora neanche il più esaltato venditore ambulante sarebbe stato in giro a venderli.
Passando davanti al vicolo un sorriso le incurvò le labbra screpolate.
La bambina era lì in piedi, con le manine stringeva forte l’ombrello che la copriva quasi interamente. Era felice che l’avesse preso, evidentemente aveva ragione, era solo nascosta a pochi metri di distanza.
Guardò il suo pasto serale e sospirò attraversando la strada. Quando giunse al vicolo la bambina era una decina di metri più dentro, era indietreggiata, ma non scomparsa questa volta.
Posò l’involto a terra, in un punto non troppo sporco e bagnato. Le sorrise e poi si voltò per tornare a casa.
L’indomani mattina, per sommo dispiacere di Rose, pioveva ancora, ma si sentiva il cuore più leggero per essere riuscita a fare qualcosa per quella bambina.
Quella sera, quando arrivò davanti al vicolo, con un ombrello appena comprato a coprirla dalla pioggia, si bloccò incuriosita. La bambina era in piedi, con l’ombrello, ma c’era un uomo accovacciato davanti a lei, sembrava le stesse parlando.
Si era fatta avvicinare.
Sperava che un giorno l’avrebbe fatto anche con lei.
Un urlo squarciò il velo di gioia che l’aveva avvolta, raggelandola. Era un urlo di terrore puro e proveniva da quell’uomo che in preda al panico era caduto all’indietro e cercava, strisciando di allontanarsi dalla bambina.
“Demonio!” urlò “Sei Satana!”
Quando riuscì ad alzarsi corse via tra la folla che era rimasta attonita a guardare. La bambina non si era mossa, aveva solo calato l’ombrello più in basso, come a volersi nascondere dietro di esso.
Rose era inorridita, come si era permesso quell’essere di dire una cosa del genere ad una bambina. Senza pensarci due volte attraversò la strada. Questa volta non si mosse, forse perché non la vide, o forse perché era turbata, ma restò immobile.
“Ehi, tutto a posto. Non fare caso a quello che ti ha detto. ”
Si accucciò anche lei come aveva fatto l’uomo in precedenza, ma questa volta la bambina calò l’ombrello per non farsi vedere il viso e indietreggiò di due passi.
“Ti va di mangiare qualcosa di caldo? Vuoi venire con me?”
Era un tentativo che già sapeva sarebbe andato a vuoto, ma doveva provarci.
La bambina fece di no con la testa e senza darle il tempo di reagire si volse e scappò nel vicolo buio. Rose sospirò e si alzò in piedi. Come si poteva dare del diavolo ad una bambina tanto dolce e sola. Scuotendo energicamente la testa in rimostranza dei suoi pensieri si avviò a lavoro.
Fu una giornata dura, era il fine settimana, quindi il ristorante rimase aperto fino a tardi. Nonostante la stanchezza aveva avuto la cura di fare un involto con gli avanzi per la bambina. Aveva pensato a lei tutto il giorno ed a quelle parole orrende che quell’uomo le aveva detto. Più ci pensava più si innervosiva, aveva voglia di dirgliene quattro a quell’individuo maligno.
Quando arrivò davanti al vicolo rimase enormemente delusa dal non trovarla. Non c’era traccia di lei da nessuna parte. Rose abbassò le spalle delusa e tornò a casa.
Passò un intera settimana senza che la vedesse e man mano che passavano i giorni era sempre più preoccupata. Che le fosse successo qualcosa?
Si era ritrovata a leggere il giornale che i clienti lasciavano sul tavolo per vedere se c’erano notizie della bambina. Certo era inquietante vederla ogni mattina ferma nello stesso posto con lo sguardo rivolto a terra, ma ora, senza di lei, sembrava mancasse qualcosa nel paesaggio e dentro il suo cuore. Si era affezionata ed era immensamente preoccupata.
Quella notte, quando rientrò a casa emise un sospiro di sollievo, lei era lì. Non pioveva, ma aveva l’ombrello aperto. Rose si avvicinò piano, temendo che sarebbe scappata, non aveva portato niente da mangiare ed era dispiaciuta. La bambina non si mosse, restò nella stessa posizione.
“Ehi. Mi ero preoccupata non vedendoti. Stai bene?”
La bambina, dopo qualche secondo di esitazione annuì con il capo. Rose non poteva vederla perché era coperta dall’ombrello, ma il movimento di quest’ultimo gli dava il senso di cosa stesse succedendo lì sotto.
“Come ti chiami?” tentò
Nessuna risposta. Rose sospirò.
“Non voglio farti del male. Ti va di venire a mangiare qualcosa di caldo?”
Passarono alcuni minuti di silenzio, tanto che stava per arrendersi, convinta che non avrebbe risposto. Poi una manina uscì fuori dall’ombrello e Rose la prese con un sorriso che le si allargava sulla faccia stanca.
Era ghiacciata, sembrava svuotata di ogni vitalità. La strinse forte cercando di riscaldarla mentre la portava verso casa.
“Cosa ne dici di chiudere l’ombrello visto che non piove?”
La bambina esitò per qualche secondo, poi si fermò e chiuse l’ombrello. Le ridiede la mano mentre con l’altra lo teneva stretto al petto, come fosse un tesoro prezioso. Non alzò mai lo sguardo ed ora che era così vicina, Rose si rese conto di quanto fosse magra e sporca. I capelli erano impastati, in principio dovevano essere biondi, ma con tutto il lerciume non si riusciva a capire. Si ripromise che le avrebbe fatto un bagno caldo, volente o nolente.
Quando arrivarono davanti al portone di casa la bimba si bloccò.
“Questa è casa mia, dove abito. Non voglio farti del male, solo cucinare per te.”
Ci fu dell’esitazione, poi si lasciò condurre dentro.
Rose era al settimo cielo, poteva fare qualcosa di concreto per quella bambina che era così sola.
Si mise subito ai fornelli mettendo a scaldare l’acqua, le avrebbe preparato una zuppa bella calda.
“Vieni”
Le disse dopo aver messo su le cose da cuocere. La portò nel bagno dove c’era una vasca e cominciò a riempirla d’acqua, le volute di vapore si alzarono e Rose fu felice di vedere le esili spalle della bambina rilassarsi.
“Ti farà bene un bagno caldo. Immergiti pure, mentre io cerco dei vestiti puliti che ti possano andare.”
La lasciò in bagno, ben consapevole che essendo un’estranea non era sicura che la volesse intorno mentre si spogliava. Doveva avere circa dieci anni, quindi le sue cose le sarebbero andate molto grandi, ma cercò comunque qualcosa di adattabile.
Si rese conto che per tutto il tempo la bimba non aveva alzato lo sguardo verso di lei. Doveva essere molto timida ed insicura povera piccola.
Tornò nel bagno con in braccio il cambio e la trovo immersa nell’acqua calda in cui aveva messo del profumato bagnoschiuma prima di andare a cercare i vestiti. Le bolle la coprivano interamente e aveva ancora il faccino rivolto in basso.
“Posso aiutarti a lavare i capelli?” le chiese gentilmente.
La bimba fece di si con la testa.
Rose si inginocchiò alle sue spalle e versando lo shampoo cominciò a insaponarle i capelli.
“Sai, sono veramente felice che tu sia venuta con me.”
Non aggiunse altro mentre la aiutava a sciacquarsi e ad infilarsi i vestiti che vennero arrotolati più volte per farli calzare quasi bene. La bimba tenne il viso chinato tutto il tempo, senza parlare e quando Rose si piegò per pulirle bene il visetto lei strinse forte gli occhi, quasi temesse di guardarla in faccia.
Rose lasciò correre su quel particolare focalizzata su qualcosa di molto più importante, farla mangiare.
Quando le mise la zuppa davanti la bimba esitò, dopo piccoli incoraggiamenti prese a mangiare divorando letteralmente tutto quello che era contenuto nel suo piatto. Rose sorrise e glielo riempì altre due volte, soddisfatta di averle potuto riempire quel corpicino striminzito.
Felice, le preparò il letto nel salotto e poi si mise a dormire soddisfatta, facendo piani per l’indomani, voleva sapere il suo nome e voleva tenerla con se.
La mattina si alzò di buon umore, decisa a preparare un’abbondante colazione, ma quando guardò il divano si rese conto che la bimba non c’era. Mise sotto sopra tutta la casa, ma di lei nessuna traccia, anche l’ombrello che le aveva regalato era scomparso.
Se non fosse stato per i piatti sporchi e il letto disfatto avrebbe pensato di essersi immaginata tutto. Quella sera la cercò nel vicolo, ma senza risultati.
Dopo qualche ora di lavoro al ristorante la sua attenzione fu attirata da un articolo a piena pagina su un giornale lasciato sul tavolo da un cliente.
Era la foto dell’uomo che era fuggito terrorizzato qualche giorno prima, il malefico che aveva detto quelle cose orribili alla bambina. Era stato trovato morto in un vicolo di un quartiere dall’altra parte della città con la gola tagliata. Il giornale diceva che era stato vittima di una rapina finita male.
Le si gelò il sangue nelle ossa, ma la sua parte razionale le disse che era solo una coincidenza.

Aveva setacciato i vicoli intorno a quello dove tanto spesso aveva visto la bambina, ma senza risultati.
Stremata dall’ultima ricerca senza risultato si accasciò con le spalle al muro, era notte fonda ed aveva smesso di lavorare da appena un’ora. Scoraggiata stava per incamminarsi verso casa quando sentì dei passi che provenivano dall’entrata del vicolo che aveva deciso di esplorare. Un po’ intimorita si strinse il cappotto addosso mettendosi in piedi in mezzo alla stradina, con tutti i sensi in allerta.
Dopo poco vide entrare nel cono di fioca luce data dal lampione che si agitava sulla sua testa cullato dal freddo vento invernale, una donna. Sembrava anziana poiché procedeva curva su un bastone. Era vestita di stracci, come molte altre persone da quelle parti. Era uno dei quartieri più poveri della città.
Fece per andarsene ma la vecchia fece uno scatto fin troppo giovanile e le afferrò un braccio.
“Aspetta!” gracchiò inondandola di puzzo di muffa e escrementi.
“Non ho soldi” rispose Rose cercando di divincolarsi.
“Non cercare il diavolo!” rispose la vecchia biascicando le parole e sgranando gli occhi
Rose la guardò corrucciando la fronte.
“Ma di che parli?” chiese, anche se il sospetto le strisciava addosso come una fredda serpe.
“La bambina. Lei è il diavolo. Chi la guarda muore. Non cercarla!” artigliava i suoi vestiti come fossero una cima di salvataggio in un mare in tempesta.
“Stai farneticando! Sono stata con la bambina eppure sono viva, non vedi?”
“Hai guardato nei suoi occhi?” chiese con un sorriso sdentato e obliquo che le sformava la faccia rugosa.
Rose riuscì a togliersi le mani adunche di dosso e cominciò ad arretrare.
“E’ solo una bambina. Sei pazza, vecchia!”
Senza più stare ad ascoltare i suoi strepitii, Rose corse fuori dal vicolo e verso la sua dimora. Aveva il cuore che batteva all’impazzata. Sicuramente quella vecchia era pazza, stava farneticando, ma la sua mente continuava ad andare alla notizia sul giornale, a quell’uomo morto dopo aver incontrato la bambina.
Era una coincidenza, si disse, solo una sfortunata coincidenza.

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Oceanografa a tempo perso, grande lettrice che non disdegna dai classici agli ingredienti dei succhi di frutta. Nutre una grande passione per il Fantasy e in questo periodo, in particolare per il Weird. Avendo personalità multiple adora i GDR e sopratutto i GRV. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2008, ma è ancora in cerca di un editore che la sopporti.
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