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“:” – Due Punti. Qual è il loro posto in un pezzo di scrittura creativa?

Cominciamo subito col dire che questo articolo, sebbene sia inserito nella rubrica dell’Apprendista Scrittore, ha una natura completamente diversa rispetto a tutti gli altri. Questa volta, il sottoscritto è il primo a non conoscere la risposta alla domanda posta nel titolo: Come e quando si devono utilizzare i due punti (“:”) in un racconto o romanzo? Servono veramente?
Come dimostro nella frase precedente, dove ho utilizzato proprio il segno di interpunzione in esame, siamo davanti ad uno “strumento” che ha uno scopo ben preciso e, a mio parere, molto oggettivo: specificare quello che si è detto un attimo prima.
Lo ammetto: sto cercando di usarlo appositamente, un po’ perché mi diverto con poco, un po’ per sottolineare che non mi sto chiedendo come si usi e quali siano le regole che lo influenzano, ma piuttosto, quando sia stilisticamente corretto inserirlo in un racconto.
Andiamo però con ordine: cosa ci dice la grammatica? (ok, la smetto di usare ‘sti due punti!)
Copio dal sito dell’Accademia della Crusca le funzioni esercitate dai due punti: (mentivo! L’ho fatto di nuovo)

I due punti (punto addoppiato, doppio, piccolo) avvertono che ciò che segue chiarisce, dimostra o illustra quanto è stato detto prima. Serianni 1989: I 222 riconosce quattro funzioni dei due punti che sembra utile riprendere:
1) sintattico-argomentativa – si introduce la conseguenza logica o l’effetto di un fatto già illustrato;
2) sintattico-descrittiva – si esplicitano i rapporti di un insieme
3) appositiva – si presenta una frase col valore di apposizione rispetto alla precedente;
4) segmentatrice – si introduce un discorso diretto in combinazione di virgolette e trattini
I due punti introducono anche un elenco.

Individuate quindi le cinque funzioni dei due punti (quattro numerate a cui ho aggiunto quella di introduzione di un elenco), analizziamole una per una.

Funzione sintattico-argomentativa

I due punti fungono da liaison tra due eventi, il primo causa del secondo.

“Bussai alla porta: le voci dall’altra parte si zittirono immediatamente”
“Il pallone colpì la finestra: il vetro si frantumò”
“Ebbi paura: scoppiai a piangere come un bambino”
“Fui arrestato: mi avrebbero messo in prigione”

Siamo onesti. In alcuni casi, la frase dopo i due punti afferma l’ovvio, come l’ultima. Se mi arrestano è ovvio che mi mettono in prigione e se anche non lo fosse, in una scena seguente, mostrando il soggetto della frase dietro le sbarre, avremo comunque ottenuto il nostro scopo. In altri casi, invece le azioni prima e dopo i due punti sono così consequenziali da essere quasi contemporanee e forse sarebbe meglio coordinarle con una bella “e”.

“Bussai alla porta e le voci dall’altra parte si zittirono immediatamente”
“Il pallone colpì la finestra e il vetro si frantumò”

Infine altre possono essere riscritte e sembrare migliori.

“Ebbi così tanta paura da scoppiare a piangere come un bambino”

In definitiva mi sono convinto che, quando svolgono questa funzione, è sempre possibile trovare una soluzione alternativa che sia migliore o stilisticamente, o dal punto di vista del ritmo dell’azione perché, non dimentichiamoci, i due punti introducono una pausa nella lettura. Tale pausa è inferiore a quella del punto, ma superiore a quella della virgola.

Funzione sintattico-descrittiva

Quello che segue i due punti, elenca i particolari o i tratti salienti di quello che si è detto prima.

“Era proprio bolide: motore V8 Turbo da 3902 cm3, 670cv e andava da 0 a 100km/h in 3 secondi”
“Mi ero proprio fatto male: lo squarcio sulla gamba era enorme”
“Il cielo era limpido: non c’era una nuvola”
“Superare quel compito sarebbe stato difficile: sessanta domande in un’ora e solo tre possibilità di errore”

Qua non c’è nemmeno bisogno che mi sprechi a vederle una per una. Se lo “show don’t tell” ci dice che è meglio mostrare una cosa che raccontarla, in questo caso, tanto per non farci mancare nulla, succedono entrambe le cose. In tutte c’è prima un tratto raccontato, seguito all’istante da un mostrato. Sembra quasi che questo fenomeno sia indotto proprio dall’uso dei due punti in quanto, visto che spiegano meglio quello che si è appena detto, non fanno altro che separare due frasi che esprimono la stessa cosa con parole diverse. Se in una si mostra, l’altra deve, per forza di cose, raccontare. Immagino che ci sia il caso peggiore in cui entrambe raccontano, ma se già così non va bene è inutile andare oltre.

Funzione appositiva

L’apposizione è una unità semantica che presa singolarmente non ha autonomia, ma che accostata ad un nome lo specifica e fornisce qualche dettaglio.

“C’era anche lei: la donna della mia vita”
“Arrivammo ad Arphos: la capitale”
“Il più scaltro era Ulisse: che veniva da Itaca”

Qui la situazione è strana. Se sostituiamo i due punti con una virgola otteniamo lo stesso identico effetto. C’è anche da considerare l’eventualità che non è mostrata in questi esempi, di aver già detto quello che l’apposizione sta esprimendo, rendendola superflua. Se nella nostra narrazione, ad esempio, abbiamo già detto che Arphos è la capitale, ripeterlo all’arrivo dei protagonisti è inutile.

Funzione segmentatrice

Introdurre il discorso diretto. Qui alzo le mani. Forse è l’unico utilizzo davvero necessario dei due punti. Sebbene per mio gusto personale, preferisca che i dialoghi siano immediati e che le parole dei personaggi aprano il rigo, vi riporto comunque un paio di esempi con virgolette o trattino.

Luca disse: “Io con voi non ci vengo”
Antonio rispose: – E chi ti ha detto che eri invitato?

Introduzione di elenchi

Dai, non scherziamo. A chi piace leggere elenchi di persone, oggetti o qualità spiattellati tutti lì in ordine senza un briciolo di integrazione nell’ambiente? Salvo rarissimi casi particolari in cui si ha la necessità di effettuare un elenco vero e proprio, è sempre meglio descrivere le proprie scene in maniera coinvolgente. Casi speciali potrebbero essere un docente che fa l’appello o un cronista che elenca una formazione sportiva, ma si tratta di parole “dei personaggi”. Quando invece l’elenco è dato dal narratore il tutto assume connotati ben peggiori.

“Entrai in ufficio e i miei colleghi erano tutti lì per rivolgermi i loro sguardi meschini: Aliberti, Pandolfi, Sansone e quel rincoglionito di Manzi” (Qualcun altro? Buffon, Totti e Del Piero? La marmotta che confezionava la cioccolata?)
“La scrivania era ordinata e c’era tutto l’occorrente: un portapenne con quattro penne e due matite, un fermacarte, un mazzo di fogli bianchi, un telefono ed un orologio molto carino” (Descrizione orrenda e contro tutte le regole di stile, le leggi italiane e la convenzione di Ginevra)
“Lui era l’uomo dei suoi sogni: alto, bello, moro e fottutamente ricco” (Uccidetemi ora)

Conclusione

Questa analisi, finalmente posso dirvelo, è nata dal fatto che nell’ultimo periodo sto collaborando ad un editing e comunque in generale sono sommerso da libri che, invece, ‘sti due punti li ficcano ovunque. La mia conclusione è che, fatto salvo per il caso della segmentazione, servano a poco o nulla ed è difficile trovare un caso in cui non possano essere sostituiti da un altro segno di interpunzione o che tutta la frase possa essere riscritta meglio.
Mi rendo però conto che potrei essermi lasciato sfuggire qualcosa o, peggio, potrei essermi fatto guidare dall’indigestione di due punti fatta ultimamente e quindi chiedo a voi cosa ne pensate. Mi prenderò la briga di inserire qui sotto tutti i pareri che riceverò (ovviamente citando la fonte) così da raccoglierli tutti in un posto.

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20. Consigli dell'esperto: Francesco Gungui - Capitolo speciale
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

3 Comments

  1. avatar SaraIE ha detto:

    Sarò molto sincera: finora non ho mai usato il doppio punto, eccezion fatta per la “funzione segmentatrice”. Non ho evitato il doppio punto per questioni stilistiche… la sola scusante che ho, è che non avrei saputo che pesci pigliare XD

    Parlando di discorsi diretti, mi è venuta in mente una domanda: esistono diversi “caratteri” per indicare il discorso diretto e non ho ancora capito quali sono quelli “giusti”. (Per citare qualche esempio di carattere: “…”/ -…- / „…” / <> / eccetera)
    Tu come fai?

    • avatar Alessandro Zuddas ha detto:

      Per il discorso diretto, leggevo su più fonti che non c’è una regola. Basta decidere come vuoi fare e tieni fede alla tua scelta fino alla fine.
      A me personalmente piacciono le virgolette angolari «…» oppure il trattino. Occhio che quest’ultimo non si chiude a meno che non interviene il narratore dopo, sullo stesso rigo.
      Esempio:
      – ciao!
      – ciao a te! – rispose salutando con la mano.

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