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Diablerie

La prima volta è stato facile. Non che mi ricordi granché, a essere onesto: non ero proprio – in me – in quei momenti. Il mio Sire stava berciando l’ennesimo stupido ordine, e poi il buio. Quando infine sono tornato in me, la stanza del motel era ridotta proprio male: non si vedeva un solo mobile ancora intero. Sembrava ci fosse passata in mezzo una mandria impazzita. In effetti, non è un’immagine molto lontana dalla verità. La prima cosa che pensai fu che io e il mio Sire dovevamo essercele date di santa ragione. La seconda, che mi avrebbe ammazzato. Fu solo qualche istante più tardi che mi resi conto che probabilmente ero stato io ad ammazzare quel bastardo. Sangue sulle labbra e cenere tra le mie dita: indizi che perfino uno non troppo sveglio come me non faticò a comprendere. Non giudicatemi male se vi confesso che non provai questo gran senso di colpa: quell’aguzzino non aveva fatto altro che trattarmi come il suo cagnolino per quasi un anno! Se lo avevo ammazzato, beh, se l’era meritato! E poi non mi ero mai sentito così bene – così potente! – in tutta la mia inutile vita e non vita.
La prima volta è stato facile.
Non la seconda.
Decisi di riprovarci due mesi dopo, quando quel pezzo grosso della città scaricò nei sobborghi la ragazzina. Doveva averla Abbracciata senza dire niente al capo e ora non sapeva che fare. I pezzi grossi vengono spesso in periferia a scaricare tutte le cose di cui non sanno – e non vogliono – occuparsi. Vidi la scena dal mio nascondiglio e pensai che fosse una bella occasione. Volevo riprovare l’esperienza da cosciente e – che diavolo! – la ragazzina era solo un problema, un problema di cui non sarebbe importato a nessuno. Le ruppi gambe e braccia con una grossa pietra – i novellini si rompono subito – e, mentre affondavo le zanne nella sua gola, pensai che sarebbe stato anche più facile che con il mio Sire. Poi però qualcuno gridò, dietro di me, e sentii per la prima volta quella parola, “diablerie”.
Corsi via, sapendo cosa mi aspettava se non me ne andavo in fretta, e capii che d’ora in poi niente sarebbe stato più facile nella mia vita del cazzo.
Pensavo che fare da galoppino al mio Sire fosse una sciagura, ma trovarmi a scappare da un buco all’altro come un topo lo è molto di più. Mi braccano ovunque vada. Ogni tanto penso che dovrei semplicemente andarmene da questa fottuta città. Andarmene, già. Ma dove? Non ho un soldo, e capitano brutte cose ai succhiasangue che viaggiano in aperta campagna – almeno così ho sentito. Quindi me ne rimango qui, in periferia. Non ho rinunciato comunque al mio nuovo “hobby”: qui c’è sempre una grande abbondanza di Neonati di cui non frega a nessuno. Vili, per lo più. Ma anche semplici viaggiatori. Disgraziati in fuga come me. Derelitti che cercano sicurezza nello stare insieme ad altri derelitti come loro. Non sanno, tuttavia, che in mezzo a questi rifiuti umani si nasconde il mostro. Io. Il sangue umano non ha più senso quando inizi a nutrirti della preziosa linfa vitale dei tuoi stessi simili, e una volta che scopri quanto è facile averla non c’è più niente a fermarti. Forse è questo il vero motivo per cui non me ne vado da qui: i bassifondi in cui sguazzo sono ormai il mio supermercato personale.
Temo però che qualcuno inizi a sospettare. Non so come – sono stato attentissimo! – eppure devono aver capito che ci sono io dietro a tutte le sparizioni degli ultimi mesi. Lo vedo da come mi guardano. Con paura. Con disgusto. Come osano guardarmi con disgusto?! Perdenti! Talmente deboli che non hanno ancora avuto il coraggio di spifferare i loro sospetti ai piani alti. C’è però sempre la possibilità che lo facciano, e io ci tengo alla mia pellaccia.
Forse dovrei proprio andarmene da qui, dopo tutto. Sfidare gli orrori in agguato fuori dalle metropoli. O magari rubare un camion. Potrei rifarmi una nuova vita da qualche parte. Smetterla con le stronzate e metter su un rifugio decente in una città dove nessuno conosce me o il mio Sire.
Domani notte lo faccio davvero. Non c’è nulla a tenermi ancorato a questa discarica a cielo aperto.
Domani me ne vado sul serio.
Non come le altre volte.
Domani. E nessuno potrà fermarmi.

-Estratto dal diario di Lex, diablerista, condannato a Morte Ultima. Tutte le pagine del diario, sia precedenti che successive, hanno grosso modo lo stesso contenuto.

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Vivo vicino alla bella Venezia e faccio la scrittrice e sceneggiatrice. Da quando ero molto piccola, ho sempre inventato mondi fantastici, e ora mi sforzo di dar loro forma su carta. Ho studiato prima al liceo classico, poi all'università Ca' Foscari di Venezia (lingue orientali). Ho una grande passione per il Giappone e il mondo dell'intrattenimento in genere, nonché per gli stili di abbigliamento un po' particolari.
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