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Costruzione dei personaggi (e due trucchetti che non sono trucchetti)

Un punto fondamentale della creazione della propria storia è la costruzione dei personaggi. Questo credo che sarà l’articolo in cui i miei consigli divergeranno maggiormente da quelli che di solito vengono dati al riguardo, e non perché gli altri non siano validi, ma perché credo che non affrontino la questione nella giusta luce.
È questa una mia opinione personale? Ovviamente sì, non c’è niente di assoluto.

È cosa comune leggere consigli di scrittura in cui si invitano gli aspiranti autori a comporre “schede dei personaggi”, qualcosa di simile a un identikit da tenere sempre a portata di mano nel corso della scrittura. In tal modo si avrà sotto gli occhi un metro di riferimento, uno schema di base a cui il personaggio dovrà attenersi. Per quanto la cosa di per sé non sia affatto sbagliata, io credo però che distragga dal vero obiettivo della narrazione. Quando infatti leggiamo un buon libro, non abbiamo certo davanti schede identificative dei personaggi e, anzi, gli autori migliori sono quelli che riescono a farci sentire le personalità come se fossero “vere”, senza strutture.
Raggiungere questo obiettivo è estremamente complesso, ma non impossibile.
Come fare?
Ebbene, vi sembrerà strano, ma non credo affatto che il segreto sia in una struttura interiore dei personaggi costruita in precedenza. Una scena narrativa in cui due persone discutono non prende automaticamente colore se prima abbiamo costruito con attenzione i passati di entrambi, anzi questo elemento è pressoché ininfluente sulla riuscita del dialogo. Due personaggi potrebbero invece avere dei passati banalissimi, eppure insieme vanno a creare delle situazioni interessanti; e viceversa, due personaggi interessanti che si raccontano i loro passati (psicologicamente studiati sino al minimo dettaglio), nonostante ciò potrebbero condurre a una scena statica e noiosa.
Ma se la riuscita del personaggio non è nella costruzione a priori del personaggio stesso, in cosa allora la troviamo?

Io sostengo che i personaggi vadano a definirsi davvero in modo vivido nelle relazioni tra loro. Un personaggio isolato, seppur con un passato interessante, può apparire piatto e posticcio; invece un personaggio, nel momento che si relaziona con gli altri, prende vita nei suoi atteggiamenti “reali”, nei suoi modi di parlare e nei suoi modi di comportarsi.
Pensate per un momento a un qualsiasi libro che amate (e che sia di spessore) e immaginate di prenderne tre personaggi a caso e porli in una stanza chiusa. Vi renderete conto di poter subito immaginare le discussioni che nasceranno da questo trio, gli argomenti che potrebbero essere affrontati e così via. Questo perché i personaggi devono creare delle situazioni appena entrano in relazione tra loro.
Se viceversa i personaggi che avete immaginato sembrano incapaci di parlare e non hanno assolutamente nulla da dirsi, evidentemente devono avere un problema, poiché non si esplicitano nelle relazioni.
Perciò, quando creerete i vostri personaggi, potrete ovviamente fare le “schede”, ma per valutare se davvero quello che state creando è un uomo “vivo” e non una marionetta, dovrete immaginarlo vicino a un altro “membro della storia” e poi domandarvi: questi due personaggi si direbbero qualcosa? Come si comporterebbero tra loro?
Se la risposta vi arriverà all’istante, senza che voi diate a forza un argomento ai due, vorrà dire che state facendo un buon lavoro, poiché i caratteri dei personaggi determineranno da soli i dialoghi (e dunque risulteranno realistici); al contrario, se due personaggi parlano soltanto quando li imbeccate voi, c’è qualcosa che non funziona.

E i monologhi? E le scene in cui un personaggio è da solo e riflette?
Quello è il passo successivo. Quando avrete imparato per bene a creare personaggi che si autodefiniscono relazionandosi tra loro, “magicamente” saprete anche cosa farà un personaggio quando rimarrà solo.

Dunque, quel che vi sto consigliando è in definitiva di capovolgere ciò che di solito si fa. Non partite da schede neutre per poi arrivare alle relazioni, ma partite dai personaggi, fateli relazionare tra loro, cercate di immaginare i loro caratteri e, a quel punto, “deducete” da ciò le schede di ogni personaggio (se proprio ci tenete a queste benedette “schede”) e costruite dei passati che giustifichino certi comportamenti.

A questo punto, come promesso, vi lascio anche due “trucchetti” che di solito funzionano (Per l’amor del cielo, non fidatevi però di chi vi consiglia “trucchetti di scrittura”! I “trucchetti” non esistono! Quelle che sto per dirvi sono soltanto piccole tecniche, e il titolo in alto fa soltanto il suo mestiere da titolo).

1 – Per costruire i personaggi ispiratevi quanto più possibile alle persone che conoscete, quelle vere in carne e ossa (non attori o cantanti). Questa regola vale per tutti i generi, anche il fantasy. Non importa se vostro zio non ha mai brandito una mazza ferrata (del resto sarebbe inquietante il contrario), ma dare parti della sua personalità a un personaggio renderà quest’ultimo incredibilmente vivo. Dettagli, modi reali di atteggiarsi, posizioni, gestualità, tic verbali e fisici, insomma: tutto. Derubate la realtà e descrivetela con i vostri occhi: vi renderete conto così di quanto il vostro “solito guerriero” all’improvviso sembrerà reale.

2 – I grandi della letteratura usano spesso una tecnica molto interessante quando mettono in scena personaggi nuovi. Vi consiglio di leggere Dostoevskij, poiché è l’autore che meglio la mette in pratica.
Di quale tecnica sto parlando?
Di solito gli autori di basso livello, appena arriva un personaggio nuovo, prima ne danno una sommaria descrizione, e poi iniziano a farlo agire e parlare in modo coerente con la descrizione. Questo metodo crea un personaggio piatto. Se il personaggio è infatti descritto come un “buono”, e poi, quando si relaziona, si comporta proprio da “buono”, risulta banale (vale egualmente per i cattivi, i belli, i brutti, i simpatici, gli antipatici, i ciccioni, ecc. Insomma, per qualsiasi categoria.)
Al contrario vi invito a creare da subito un piccolo contrasto che confonderà il lettore. Descrivete perciò un personaggio come “buono”, ma poi, quando agisce, fatelo comportare nel modo opposto (magari non “cattivo”, è sufficiente anche che sia soltanto “antipatico”). Questo creerà un piccolo shock, una confusione delle aspettative che incuriosisce il lettore e che è anche molto realistica. Del resto, se ci pensate, nella realtà le persone che ci colpiscono lo fanno proprio per questa ragione: un tipo che ci viene presentato come un genio ci sembra stupido, uno che fa ridere tutti a noi risulta antipatico, la ragazza descritta come bellissima si rivela invece un cassonetto dell’umido, la spocchiosa del gruppo inspiegabilmente sembra essere l’unica con cui ci troviamo in sintonia, e così via.
Le descrizioni dateci dagli altri non sono la realtà, ma sono sempre un punto di vista che tanto più si discosta dal nostro, tanto più rende interessante il nuovo arrivato (rimanendo però nei limiti del sensato: dire che Marco è buono e poi farlo entrare in scena coperto di sangue con una sega elettrica può essere eccessivo… anche se…).

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Come tramare una trama per un libro
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Ha scritto il suo primo libro all'età di otto anni (un'orribile copia di Jurassic Park) e da allora non ha più smesso di sprecare inchiostro, nel tentativo di emulare i suoi inarrivabili punti di riferimento. Collabora con alcuni siti di interesse letterario, oltre a questo blog. Ha affrontato i misteri dell'autopubblicazione, alcuni premi letterari e una piccola pubblicazione in cartaceo, ma continua a scrivere continuamente per raggiungere il suo vero obbiettivo: scrivere continuamente.
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