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Costruire un dialogo realistico – Parte 1

Come si costruisce un dialogo realistico?
Questa domanda non è certo di facile soluzione. I romanzi (e anche i film, gli spettacoli teatrali, le sceneggiature, ecc.) di scarsa qualità spesso si riconoscono proprio per il poco realismo dei dialoghi: vi si trovano forzature nei modi di parlare che rendono tutto posticcio, falso e irritante.
Un dialogo mal riuscito infatti lo si avverte ad orecchio: provoca autentico fastidio.
Come evitare, dunque, di scrivere dialoghi mal riusciti?

Partiamo da un presupposto: ogni “ambientazione” (intesa in senso lato) ha il suo modo di parlare.
In un mondo fantasy è naturale vedere cavalieri che dicono: “messere”, oppure “buon uomo”, o “Madamigella” e così via.
Viceversa simili parole, in un contesto moderno e realistico, sono anacronistiche e assurde.
Purtroppo però, se queste parole sappiamo inserirle subito nel proprio campo semantico e nelle rispettive “ambientazioni”, la questione non è così semplice per ogni termine.
Ad esempio, la parola “Stato” (intesa come nazione, regno, zona geografica) può andare bene in entrambe le ambientazioni? Oppure appartiene ad una sola delle due?
Nella nostra immaginazione questa parola è di uso molto comune, pertanto ci può sembrare così banale da essere universale, cioè valida in ogni momento del tempo e dello spazio. Come “amore”, “giustizia”, “pane” e “cavallo”, ci appare dunque utilizzabile in tutti i contesti.
Ebbene, non è così.
Lo “Stato” così come lo intendiamo oggi è un concetto nato intorno al 1500 e divenuto poi di uso comune soltanto dopo la Rivoluzione Francese. Prima si parlava invece di “Regni” e “Imperi”.
Dunque, per ovvia conseguenza, la parola “Stato” può essere utilizzata in una “ambientazione” contemporanea senza alcun problema, mentre in un fantasy medievaleggiante la si dovrà inserire con molta attenzione: se la si vorrà utilizzare, bisognerà far capire al lettore che il mondo che si sta raccontando ha dei lati particolari e ben diversi da quelli della storia reale. In altre parole, occorrerà creare un universo in cui c’è un medioevo in cui già girano concetti più moderni come quello di “Stato”.
Al contrario in una “ambientazione” storica egizia sarà assurdo utilizzare un simile termine.

Ogni parola ha dunque una propria storia. Termini che oggi usiamo senza neanche pensarci, sono nati in specifici momenti e in passato non esistevano neppure, oppure non avevano quel particolare significato.
I personaggi perciò, nei dialoghi, dovranno parlare un linguaggio sempre consono alla propria situazione storica, fantastica o no, altrimenti i lettori attenti storceranno il naso al primo errore (e faranno bene).

Ma i problemi non finiscono qui.
Il linguaggio in fin dei conti lo si può studiare, ma non per questo si è già capaci di creare dialoghi realistici. Difatti, pur essendo tutti noi ben consapevoli di quale sia il linguaggio contemporaneo, non per questo sappiamo ricreare perfettamente un dialogo realistico contemporaneo.

Qual è il problema?
Provate a registrare un qualsiasi dialogo reale e trascrivetelo su un foglio. Scoprirete subito che un dialogo reale è spezzato e sgrammaticato, colmo di pause e storpiature; insomma, un dialogo reale non può essere riportato in un libro.
Nella realtà, infatti, quando parliamo, sfruttiamo costantemente il nostro corpo, le nostre mani, il nostro viso, il nostro tono di voce e interagiamo anche con l’ambiente circostante.
Nella vita di tutti i giorni utilizziamo perciò frasi come: “Prendi la cosa sopra quella. Aspetta. Fai subito. Piano. La cosa adesso mettila… là… sul coso… ma però non cosarla troppo.”
Sono frasi completamente sgrammaticate, destrutturate e anche brutte, ma in quanto interagiamo con l’ambiente, non ce ne accorgiamo. Una frase sconclusionata come quella che ho scritto, nella realtà risulterà del tutto spontanea e, a seconda delle circostanze: bella, simpatica, antipatica, scontrosa, ecc.
In un libro, invece, se trovassimo una cosa del genere, chiuderemmo tutto all’istante.

C’è però anche il problema contrario.
Immaginiamo di stare leggendo un libro ambientato nel mondo contemporaneo. Un dato personaggio a un certo punto dice: “Afferra la forchetta adagiata su quel tovagliolo. Adesso inseriscila nel congruo scomparto della lavastoviglie, ma non pigiarla troppo.”
Stavolta tutto è perfettamente comprensibile alla lettura e non ha lati anacronistici, ma viceversa si è persa completamente la spontaneità. Se davvero un personaggio parla in questo modo, inevitabilmente lo immagineremo come un professore presuntuoso e antipatico; e se invece tutti i personaggi parlano in questo modo, i dialoghi risulteranno, appunto, irrealistici.

Come trovare una soluzione?
La ovvia risposta è: seguire una via di mezzo.
Facile a dirsi, ma tra il dire e il fare…

Anche far dialogare i personaggi con un linguaggio “medio” però non è sufficiente. Del resto, di libri in cui i personaggi parlano in modo “medio” è pieno il mondo, ma non per questo tutti i suddetti libri hanno dei dialoghi piacevoli e realistici.

Ebbene, in realtà bisogna lavorare sul linguaggio in modo curioso.
Bisogna infatti prendere il linguaggio “da libro” (quello dell’esempio del “professore presuntuoso”, per intenderci), e spezzettarlo per farlo sembrare il linguaggio di tutti i giorni.
Attenzione: ho detto “farlo sembrare”, non ho detto di rovinarlo davvero.
In altre parole, il linguaggio di un dialogo realistico non dev’essere per forza basso o sgradevole, per apparire a sua volta realistico (una parolaccia ogni tanto ci può pure stare, ma non sono le parolacce a determinare il realismo di un dialogo).

Vi faccio un esempio. Prendete un qualsiasi libro di Dostoevskij e leggete un dialogo rapido (intendo un dialogo che si sviluppa con botta e risposta).
Noterete che il linguaggio non è mai gretto, né semplice, né contemporaneo (dopotutto si parla di libri dell’ottocento), eppure le frasi sono spezzate in un modo tale da rendere il tutto realistico.
Come ottenere tutto questo?
Nella seconda parte ve ne parlerò.

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Tutti gli scrittori sono copioni
Costruire un dialogo realistico - Parte 2
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Ha scritto il suo primo libro all'età di otto anni (un'orribile copia di Jurassic Park) e da allora non ha più smesso di sprecare inchiostro, nel tentativo di emulare i suoi inarrivabili punti di riferimento. Collabora con alcuni siti di interesse letterario, oltre a questo blog. Ha affrontato i misteri dell'autopubblicazione, alcuni premi letterari e una piccola pubblicazione in cartaceo, ma continua a scrivere continuamente per raggiungere il suo vero obbiettivo: scrivere continuamente.
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