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Che cos’è la “voce” di uno scrittore?

Nel precedente articolo ho detto che occorre scrivere le nuove stesure del proprio testo per migliorarne lo stile, e ho anche aggiunto che lo stile non è qualcosa che un editor ci possa “correggere” o, addirittura, inserire da zero.

Un editor può farci modificare un evento, o consigliarci su come inserirne un altro, o, ancora, come tagliare una parte superflua, ma non potrà aggiungere un bello stile se noi non lo abbiamo già creato per i fatti nostri.
In sostanza: lo stile non è qualcosa che si possa aggiungere a un testo come una spolverata di zucchero.

A questo punto, però, diventa inevitabile porsi una domanda: cos’è lo stile?
Moltissimi autori nel corso del tempo se la sono posta, dando risposte più o meno belle, più o meno esatte, che vi consiglio di cercarvi e di studiare.
È però indubbio che la letteratura non è una scienza, perciò non si possono dare definizioni assolute dei suoi elementi; questo implica che non sia possibile comprarsi un manuale di stile, o un saggio di Flaubert, o un testo di scrittura creativa da 800 pagine, e, nel leggerlo, imparare a creare lo Stile con la S maiuscola.
Mentre la costruzione narrativa, il susseguirsi delle scene, la struttura di un testo, sono concetti molto più tangibili e, dunque, possono essere appresi tramite testi teorici, lo stile invece, per quanto ci si possa sforzare di comprenderlo, rimarrà sempre una sorta di aura sospesa sopra al romanzo, non schematizzabile in punti fissi (e dunque non riproducibile partendo da meri ragionamenti teorici).

Eppure, nonostante la sua apparente incorporeità, lo si percepisce fortemente; se siete buoni lettori sapete di cosa parlo: se in un libro c’è un buono stile, lo avvertite subito. Anzi, con il passare del tempo, è proprio lui a decretare la qualità dei romanzi che leggete: ci sono capolavori la cui trama è semplicissima, ma che possiedono uno stile così netto, forte e, in definitiva, bello, da lasciare meravigliati.

Ma, insomma, cos’è allora questo stile?
È chiaro che esso si cela nelle pieghe del linguaggio.
Mettiamo a confronto un testo puramente commerciale (un fantasy di basso livello, un giallo da edicola, ecc.) e un testo che invece possiede un qualche spessore letterario. Essi sono composti nella stessa lingua (nel nostro caso l’italiano), dunque, in un certo senso, anche dalle stesse parole (e non necessariamente il testo letterario è quello che presenta le parole più difficili; ad utilizzare termini complessi può essere invece quello commerciale, magari un legal thriller); eppure, nonostante la lingua e le parole siano pressoché le stesse, in un testo con ambizioni letterarie esse sono disposte in modo tale da guadagnare uno spessore maggiore (qualsiasi cosa voglia dire “spessore”).

Un termine che si usa molto al giorno d’oggi è “avere una voce”.
Si dice, infatti, che un autore possiede una “voce” molto interessante quando si vuole intendere che il suo stile è personale e riconoscibile.

Questo è il punto: un buono stile “emana” personalità.
Quello che di solito viene definito come un “buon libro” possiede un linguaggio in cui affiora la presenza dell’autore. Nessuno può scrivere come García Márquez (al di là della bravura di quell’autore) proprio perché nel suo stile c’è tutto il suo carattere.
Un giallo commerciale da edicola utilizza invece un linguaggio che sembra spersonalizzato, che non fa percepire chiaramente una persona dietro di sé; in altre parole: potrebbe averlo scritto chiunque. Tutti, dopo molta pratica, sarebbero potenzialmente capaci di scrivere un giallo da edicola.

Questo implica che nel lavoro di riscrittura che si fa sul proprio testo, non bisogna cercare di appianare il linguaggio, bensì bisogna trovare una forma che sia congeniale alla nostra personalità; occorre dunque fare una ricerca continua per scoprire quale sia la nostra “voce”.

Quando parliamo possediamo dei modi spiccatamente personali di comporre le frasi; quando scriviamo, invece, in principio siamo ingabbiati negli stili degli autori che ci piacciono e che conosciamo meglio. Questo avviene perché nel linguaggio parlato ci muoviamo con piena maestria (per via del fatto che lo utilizziamo da una vita), mentre nella scrittura ci troviamo in un’ambiente quasi nuovo (e riportare sulla carta le nostre semplici abitudini di dialogo e di lettura non basta).
Giacché la scrittura è un altro campo del linguaggio, dobbiamo scoprire quali sono le nostre personali abitudini nel linguaggio scritto; questo risultato, per definizione, lo si può ottenere soltanto abituandosi: cioè scrivendo e riscrivendo, e facendo divenire, appunto, l’atto dello scrivere un’abitudine quotidiana.

Sia chiaro: un simile lavoro probabilmente non ci condurrà a diventare i nuovi García Márquez, ma col tempo potrebbe far emergere la nostra “voce” personale, unico elemento imprescindibile per creare uno stile nostro e per ottenere un risultato che sia gradevole e davvero soddisfacente.

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Ha scritto il suo primo libro all'età di otto anni (un'orribile copia di Jurassic Park) e da allora non ha più smesso di sprecare inchiostro, nel tentativo di emulare i suoi inarrivabili punti di riferimento. Collabora con alcuni siti di interesse letterario, oltre a questo blog. Ha affrontato i misteri dell'autopubblicazione, alcuni premi letterari e una piccola pubblicazione in cartaceo, ma continua a scrivere continuamente per raggiungere il suo vero obbiettivo: scrivere continuamente.
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2 Comments

  1. avatar Calvinator2 ha detto:

    Bellissimo articolo, è una questione che mi son posto spesso anche io.

    “Io ho uno stile riconoscibile?”

    Ancora non lo so, mi hai dato molti spunti di riflessione, grazie.

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