Capitolo 8 – Muti

Alle volte al buio e in silenzio riusciva a pensare meglio, ecco perché Vincent se ne stava su una panca sul portico a fissare le stelle. Il cielo era limpido, brillante di molti puntini oro e argento. Tutto sembrava sereno, tutto tranne la mente dell’alchimista che, inquieto, non la smetteva di dondolarsi.
Assorto come era nei suoi pensieri quasi non sentì lo scalpiccio trafelato che si avvicinava. Quasi. L’essere un fuggitivo da oltre vent’anni aveva acuito i suoi sensi e creato riflessi istintivi. Senza aver bisogno di comandi volontari, la mano destra corse al bastone che teneva poggiato accanto alla panca, mentre l’altra si poggiò al muro alle sue spalle, pronta a usare l’alchimia in caso di necessità. Scrutò tra le ombre per distinguere la persona che si stava avvicinando. Faticò a capire chi fosse, perché la sua figura era sfocata nei contorni lì dove era, immerso nella notte.
L’uomo, perché di un uomo si trattava, rallentò appena prima di mettere piede sul più vicino dei tre gradini che conducevano al portico e si fermò del tutto quando notò Vincent. L’alchimista si alzò per muovere qualche passo verso di lui tenendo sempre la mano poggiata al muro.
Quando gli fu più vicino, la sagoma di quella persona assunse dei contorni più nitidi e si modellò in un inchino di riverenza. Vincent capì finalmente di chi si trattava: uno dei due camerieri di Morel.
L’alchimista rimase in guardia, ma, visto che l’uomo conosceva il suo segreto, non esitò a creare un piccolo globo di luce bianca che prese a fluttuare ad un paio di centimetri dalla sua mano.
Alto e illuminato dalla luce biancastra della sfera, sembrava un fantasma. Il viso cinereo e l’espressione allarmata contribuivano a renderlo ancora più somigliante ad uno spettro. Il sospetto che non fosse lì su ordine di Morel si insinuò nella mente di Vincent.
– Cosa succede? – chiese poggiando il bastone lì accanto.
Nessuna risposta. L’altro, che ormai si era avvicinato a meno di un metro, non emetteva alcun suono, ma in compenso gesticolava frenetico. Indicava il suo abito, faceva dei segni con le dita e lanciava le mani dietro di sé verso un punto non meglio identificato.
Per alcuni istanti, Vincent si ritrovò spaesato e perplesso ad osservare le sue movenze senza capirle, poi vide negli occhi del cameriere un lampo di comprensione. Il cameriere spalancò la bocca, mostrando che la sua lingua era mozzata. L’orrore e la compassione si alternarono sul viso dell’alchimista per essere, infine, sostituiti dal furore e dalla rabbia.
– Un po’ taciturni… ma che pezzo di merda! – Vincent scosse la testa e batté il bastone sulle assi del pavimento del portico. Il metallo incise una profonda ammaccatura nel legno.
Il cameriere allungò una mano e la poggiò sulla spalla dell’alchimista per attirarne lo sguardo. Nei suoi occhi Vincent lesse gratitudine e comprensione, ma anche urgenza.
L’alchimista annuì impercettibilmente e, più disponibile ad osservare, guardò con attenzione i gesti dell’altro.
Di nuovo, il suo abito, segni con le mani e poi un punto lontano dietro di lui. L’uomo ripeteva sempre la stessa sequenza.
– Divisa… l’altro cameriere? – chiese Vincent, ottenendo un segno di diniego dal suo muto interlocutore che prese ad eseguire i segni con le mani uno per volta.
Prima fece un gesto, come se disegnasse nell’aria una clessidra.
– Tempo? È tardi?
Ancora un diniego.
– Perché non me lo scrivi? – azzardò a chiedere Vincent, ma dal nuovo scossone della testa dell’uomo capì che non sapeva farlo. Morel sceglieva bene i suoi servitori, muti ed analfabeti, non avrebbero mai potuto rivelare i suoi segreti.
Il cameriere riprovò e si indicò i capelli poi portò le mani sulle spalle, infine si batté sulla parte sinistra del petto.
– Capelli lunghi… il petto. No! Il cuore, l’amore! Stai parlando di una donna?
Finalmente ricevette un senso d’assenso seguito di nuovo dal movimento a clessidra che in quel momento era chiaramente un riferimento alle curve femminili.
L’attimo di sollievo sfumò appena il cameriere riprese mettendosi le mani al collo.
– Strangolamento o pericolo di vita?
L’uomo gesticolò un due.
– C’è una donna in pericolo! Tua moglie? Tua sorella? Tua madre? – Vincent finalmente aveva capito il motivo dell’urgenza.
Ad ogni nuova domanda l’altro, però, scuoteva la testa. Frustrato, l’alchimista rimase in silenzio.
Il cameriere fece cenno con la mani come ad indicare una piccola quantità.
– Non è una donna, è una bambina! Tua figlia?
L’uomo prese ad indicarlo insistentemente.
– Io? Io non ho una figlia – non riusciva a spiegarsi perché l’altro continuasse ad indicarlo.
Il cameriere fece di nuovo segno verso il suo abito e si strappò violentemente una manica della camicia, porgendola all’alchimista.
Strano come la mente alle volte sottrae i collegamenti logici e la conclusione ovvia al nostro pensiero. Chi era la donna in pericolo?
Comprensione sfuggente che fa perdere attimi preziosi, poi, finalmente, il nome giusto.
– La figlia della sarta? Rose? –
Vincent vide l’assentire vigoroso del suo interlocutore. Bastò una volta sola per fargli recuperare il suo bastone e partire di corsa verso l’abitazione della sua allieva.

~~~~~

Notti come quelle le aveva sempre amate, fresche, ma non fredde, la pelle ancora calda dallo stare sotto il sole tutto il giorno, il vento leggero ed il mare che mitigava il clima. Ah, se avesse potuto attutire anche il peso nel suo cuore. Il malessere attorcigliato nelle sue viscere, però, era troppo radicato e Terristo dovette portarlo con sé lungo la strada verso la sua meta: la casa di Leira.
Arrivò prima di quanto volesse. Se qualcuno lo avesse potuto scorgere in quel momento, avrebbe notato la disperazione e il dolore che gli deturpava i lineamenti. Ma non c’era nessuno.
Estrasse un grimaldello e se lo rigirò tra le dita qualche secondo prima di prendere un profondo respiro ed infilarlo nella serratura. Gli bastarono pochi attimi prima di essere premiato da un sonoro e distinto scatto.
Entrò spingendo la porta, lento e, in quel momento, impassibile. Silenzioso sfoderò il suo pugnale che sibilò mentre sfregava il rinforzo metallico del fodero. Si diresse dove sapeva già che l’avrebbe trovata. Leira lavorava sino a tardi, anche quando era ragazza. La ricordava da sempre fra i suoi aghi e le sue stoffe.
Una stretta al manico della sua arma e il cuore pulsò più velocemente.
– Vuoi davvero recitare di nuovo quella scena pietosa?
Sentì quelle parole piovergli addosso nel momento stesso in cui varcò la soglia della sala del cucito. Stilettate sarcastiche, imbevute di veleno alla punta. Strinse i denti e quasi non la guardò, un solo fuggevole sguardo tormentato, prima di dirigersi verso di lei. Muto perché le parole lo avrebbero tradito, ad occhi bassi perché incrociando i suoi sarebbe indietreggiato.
-Terristo? – chiamò la donna e questa volta c’era una nota di incertezza nella sua voce. Era chiaro anche a lei che quella sera sarebbe stato tutto diverso.
Agì velocemente, la imprigionò fra il suo corpo e il suo braccio trascinandola in piedi dalla sedia dove si trovava. Un corpo contro l’altro, un pugnale contro la gola, la lama affilata che brillava sinistramente tra le sue mani.
In quel momento era prima il freddo e calcolato assassino al servizio di Morel, poi l’uomo che sentiva distintintamente il corpo di Leira scosso dal terrore.
– No mia cara, questo è un altro copione!
La strattonò con malagrazia portandola nell’angolo più remoto della stanza quello distante da ogni oggetto e anche dall’entrata.
– No! Ti prego non la coinvolgere!
Sogghignò. Ah Leira, pensò con amarezza, hai una mente che lavora bene e in fretta.
Non esternò il suo pensiero, per non permettere ai suoi sentimenti di rovinare tutto.
– Oh, e poi che divertimento ci sarebbe, dov’è tutta la tua sicurezza ora, Leira? – le chiese arrogante.
La donna non gli rispose, non subito e Terristo vide il suo riflesso nello specchio di fronte chiudere gli occhi. Una sola lacrima le rigò la guancia.
– Cosa ti ho fatto? – Un sussurro.
Rivide la sua Leira, il suo dispiacere sincero che tanto tempo prima aveva dato il via agli eventi di quella sera.
Scelse di fermare quei ricordi che lo stavano sommergendo, il piano doveva andare avanti.
– Rose! – gridò e lo fece con quanto fiato avesse in corpo. Pregò in cuor suo lei o il fato, forse entrambi, che le azioni della ragazza sarebbero state docili e accondiscendenti.

~~~~~

E mentre Terristo invocava il nome di Rose anche Vincent, a mezza voce, lo faceva a sua volta, proprio poco prima che qualcuno fermasse la sua corsa.
Aveva mosso solo una decina di passi ed era appena uscito dalla sua proprietà quando qualcosa gli piombò addosso. L’istinto agì prima di lui. Riconoscendo in quel qualcosa un corpo, lo afferrò al volo.
Subito l’alchimista si ritrovò la mano destra piena di sangue, lo sentiva caldo scivolargli tra le dita. Smanioso e frenetico spinse quel corpo contro il proprio e con la mano, ora libera, cercò il polso dell’uomo che scoprì muto al suo tocco.
Era morto.
Vincent con delicatezza lo depose a terra, cauto e attento come se potesse fargli male. Gli mise le braccia conserte sul cuore poi volle chiudergli gli occhi. La mano gli si fermò a mezz’aria impietrita, come ogni fibra dell’uomo. Lo aveva riconosciuto solo in quel momento un po’ per colpa dell’impatto ed un po’ per la scarsa luce lunare. Sul selciato, disteso, giaceva l’altro cameriere che, solo qualche ora prima, aveva incontrato nella casa di Morel.
L’alchimista lo fissava senza reagire, immobile, la mano ancora sollevata.
Fu in quel momento che una risata aspra ruppe il suo momento di stasi, richiamando la sua intera attenzione.
– Questo è un piccolo regalo per te alchimista! – Denti bianchi e tono gutturale – un incentivo, per essere più precisi…
L’uomo era vestito di nero e si confondeva con la notte, ma l’arma che stringeva tra le mani era perfettamente visibile, illuminata com’era dal bagliore emesso dalla sua batteria.
Erano molti anni che Vincent non vedeva una pistola, da quando aveva lasciato l’accademia, ricordava, però, quanto potessero essere letali quelle armi.
– Da quando Morel può permettersi quegli aggeggi? – chiese rialzandosi per fronteggiare la nuova minaccia.
– All’incirca da quando ha cominciato ad occuparsi del lavoro sporco per conto dell’Accademia – rispose sornione l’uomo.
Vincent sospirò. L’ineluttabilità della sua condizione era evidente. Con Morel in buoni rapporti con l’Accademia, la sua minaccia di consegnarlo assumeva una nuova connotazione, la fune era quasi tutta nelle mani del politico, ancor di più dato il pericolo che incombeva sulla testa di Rose.
Il pensiero della sua allieva in pericolo a causa sua, lo spinse ad agire prima di pensare. Tirò indietro il braccio e quando lo spinse in avanti una serie di piccoli globi incandescenti partirono dalle sue dita all’indirizzo dell’uomo che gli sbarrava il passo. Il sicario incassò la gragnola infiammata in pieno petto, senza batter ciglio, poi si strappò la camicia nera, rivelando un corpetto di protezione metallico sagomato sul suo torace.
– Non sei il primo alchimista che affronto – disse battendosi la mano sulla corazza – so di cosa siete capaci.
Vincent inarcò un sopracciglio, ma non fece in tempo a metabolizzare quell’informazione: il sicario gli stava puntando contro la pistola.
– Non posso ucciderti, a Morel servi vivo ed anche a noi, ma posso spararti nelle gambe senza problemi.
L’alchimista strinse tra le mani il bastone e mentre il suo nemico puntava alle ginocchia e faceva fuoco, lo trasformò in un ventaglio metallico che si allargò a protezione di tutta la parte inferiore del corpo. I proiettili tintinnarono quando furono respinti dalla mutevole arma mentre piccole volute di fumo azzurro si innalzavano dalla canna della pistola.
– Quanti altri colpi ti restano prima che la batteria si scarichi? – chiese sarcastico l’alchimista – Per come ricordo io, un’arma di così piccole dimensioni non può sparare più di cinque o sei colpi.
– Me ne resta solo uno, ma non è per te! – rispose con noncuranza il sicario e puntò verso un bersaglio più lontano, alle spalle di Vincent.
Sparò. Il sibilo del proiettile lanciato a tutta velocità dall’energia alchemica sfiorò l’orecchio dell’altro duellante e proseguì per un altro paio di metri, prima di scontrarsi con qualcosa di molle.
L’alchimista si voltò in tempo per veder crollare in ginocchio il primo dei due camerieri, quello che con tanta fatica gli aveva portato l’avvertimento del pericolo.
– Morel non perdona i traditori – aggiunse l’assassino con tono leggero.
Vincent fissò per un attimo gli occhi sgranati dell’uomo mentre esalava i suoi ultimi respiri. Mosse le labbra a mimare una parola: Perdonami.
Il cameriere annuì leggermente, prima che la testa, troppo pesante per essere sorretta, trascinasse il resto del suo corpo al suolo.
– Eccoci a noi, alchimista. Devi venire con me! – il sicario, riposta la pistola, aveva estratto un lungo stocco dal fodero che gli pendeva dal fianco sinistro e lo stava roteando con movimenti fluidi e veloci.
L’alchimista si voltò lentamente, con il ventaglio che stava mutando ancora, per assumere la forma di una spada a doppio filo con l’elsa a gabbia, la stessa con cui aveva minacciato Morel quel pomeriggio che ormai gli sembrava lontanissimo.
– Purtroppo devo essere rapido – disse, caricando il suo nemico.
Il sicario era veloce e schivò i primi due fendenti con sicurezza, prima di tentare un affondo che l’alchimista deviò appena in tempo. Si studiarono un attimo muovendo qualche passo in circolo, prima di far cozzare di nuovo le lame tentando di colpirsi. Vincent portò un colpo dall’alto che fu schivato agevolmente e dovette deviare ancora due affondi del suo rivale che, come aveva detto poco prima, non poteva ucciderlo, ma puntava alle gambe o alle braccia per renderlo inoffensivo.
Un colpo arrivò pericolosamente vicino alla spalla destra e l’alchimista colse l’attimo per afferrare con la sinistra la lama senza filo dello stocco. Tentò una trasformazione, ma non trovò la risonanza. Il sicario rise.
– Acciaio instabile! È forgiata appositamente per andare a caccia di alchimisti – gli spiegò il suo rivale prima di tirargli un gancio al viso con la mano libera.
Vincent perse l’equilibrio e cadde sulla schiena mentre il suo nemico faceva rotolare la spada lontano da lui.
– Allora, ci vieni con me adesso oppure devo davvero tramortirti? – chiese con un ghigno stampato sulle labbra il sicario.
– Acciaio instabile? – farfugliò Vincent sollevandosi leggermente e pulendosi il sangue che colava dal labbro spaccato.
Gli occhi dei due si incontrarono per un attimo. Quelli azzurri dell’alchimista dardeggiavano d’odio verso colui che gli stava facendo perdere fin troppo tempo.
Fu un attimo. Una macchia bianca sfrecciò nella penombra diretta al viso dell’uomo. Un misto di miagolii ed urla accompagnò la scena che durò solo qualche secondo. Quanto bastò a Vincent di afferrare di nuovo lo stocco che gli veniva puntato contro e al sicario di liberarsi di Kimi lanciandola via con tutta la forza che aveva. La gatta atterrò sulle zampe, soffiando all’indirizzo dell’aggressore del suo padrone.
– Ci vuoi riprovare? Sei testardo! – lo schernì quell’uomo così esperto nelle tecniche di combattimento degli alchimisti notando la mossa di Vincent – avanti accomodati.
Quell’orrenda espressione compiaciuta gli si cancellò dal volto in un attimo quando si accorse che la sua arma si stava sciogliendo al tocco di Vincent. Indietreggiò di un paio di passi osservando la sua lama irrimediabilmente piegata e danneggiata.
– Come è possibile?
L’alchimista non rispose, doveva agire con velocità. Piantò una mano sul selciato ed istantaneamente una miriade di tentacoli di pietra sorsero ai piedi del suo nemico e lo bloccarono, risalendo lungo le gambe. Si contorcevano ed avvinghiavano attorno al busto immobilizzandolo. Vincent si rialzò spazzolandosi la tunica e recuperò la spada.
– Acciaio instabile. Me lo hai detto tu. La risonanza è mutevole, ma segue uno schema, mi serviva solo un po’ di tempo in più per capirlo. Chissà se la tua corazza è fatta dello stesso materiale – disse l’alchimista facendo spostare i tentacoli di pietra per fare spazio alla sua mano. La poggiò al centro del petto del sicario.
– Ho poco tempo. Se vuoi vivere, dimmi chi sei e perché sei così ben equipaggiato contro gli alchimisti.
– Non saprai nulla da me.
– Va bene – concluse l’altro, con tono stanco e rassegnato. Mise in atto la trasformazione. L’armatura del sicario prese a restringersi, premendo sul corpo del suo nemico. Questi sgranò gli occhi quando cominciò a sentire dolore e l’aria non gli bastava più. Boccheggiò prima che si distinguessero nettamente una serie di scricchiolii provenienti dal suo torace. Il sangue prese a scorrere dal bordo inferiore della corazza. Vincent lo fissò negli occhi finché non divennero vitrei e spenti. Lo lasciò andare, ordinando ai tentacoli di pietra di ritirarsi.
Il corpo esanime del sicario crollò per terra tra altri due uomini, che fissavano la luna senza vederla, le sue due ultime vittime.
L’alchimista non vide l’assassino toccare per l’ultima volta il suolo, perché si era già rimesso a correre verso l’abitazione di Rose, seguito a ruota dalla sua gatta.

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Capitolo 7 - Il tiro alla fune
Capitolo 9 - Troppo tardi
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

1 Comment

  1. avatar RossellaS ha detto:

    L’ultima parte è molto emozionante.

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