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Capitolo 8 – Fratelli

Sottofondo musicale

“Oh, insomma!”, sbuffa John; “Wendy, ti sto chiedendo solo di accompagnarmi a un appuntamento”
Scuoto la testa: “Sei tu che devi trovare lavoro in banca, se te lo procuro io perché per sbaglio potrei piacere a qualcuno, che soddisfazione ne hai?”
Lui mi afferra per le spalle: “Wendy, anche tu cerchi lavoro e le banche, con gli uomini più qualificati tutti in guerra, gira voce che abbiano assunto persino due donne. Credo anche di più, ma due ce ne sono di sicuro”, dichiara e indica la finestra; “Davvero vuoi restare qui a girarti i pollici?”
“Io lavoro ancora dai Middleton!”, osservo.
Stavolta è John che scuote la testa: “Per quanto? – Wendy, conoscono tua zia, sanno che sei sua nipote, quanto durerà, questo lavoro, secondo te?”
“Non mi faccio licenziare per colpa di zia Maggie!”
“Non sarà per zia Maggie. Diranno di non avere più bisogno di te, cambieranno i tuoi orari, ma alla fine sarai allo steso punto, senza un lavoro”, ragiona lui; “Senza la tua entrata non arriveremo alla fine del prossimo mese, Wendy. Pensa a Michael, sta ancora studiando!”
“Ci penso, ma non ho scelta, per ora sono sotto contratto”, gli faccio notare.
John sta perdendo la pazienza: “Vieni con me. Guardati in giro. Ricordi nostro padre? – Lui lavorava lì, lo sai meglio di me. Non ti piacerebbe rivedere gli interni?”
Abbasso lo sguardo. Santi numi, darei qualsiasi cosa per rivedere papà dietro a quella scrivania in legno massiccio.

John mi abbraccia: “Sono davvero preoccupato per te, Wendy”
Mi sgancio da lui, troppo scottata dalle sue parole precedenti per lasciarmi andare a quell’inaspettato gesto di affetto: “Perché?”
“Non sei più la stessa”, sembra cercare le parole, fa fatica.
“Nessuno di noi è più lo stesso. E non sarebbe giusto se lo fossimo rimasti”, gli sottolineo.
Lui sospira: “Non… non dicevo questo…”
“Johnnie”, lo richiamo e gli faccio una carezza; “Johnnie, quello in cui stiamo sbagliando tutti è tutto il facciamo finta attorno”, disegno un cerchio in aria; “Fare finta che non sia successo niente? Fare finta che il cambiamento è venuto dal niente?”
Lui scuote di nuovo la testa: “Non confondiamo le cose…”
“Non le sto confondendo io, Johnnie”, gli faccio notare.
Lui sbuffa e torna praticamente sui suoi passi: “Vabbè”, sbotta; “Senti, mi farebbe piacere non andare da solo in quella banca… Mi farebbe piacere che venissi tu”, sottolinea e ora il suo sguardo sembra supplicarmi; “Wendy, io… lo sogno da una vita, ma mi fa anche paura”, ammette.
Non resisto oltre. Vorrei abbracciarlo io, stavolta, ma lui esce dalla camera prima ancora che io inizio a fare il gesto.
“Mi vesto e ti raggiungo per che ora?”, gli chiedo, uscendo sul corridoio.
Lui è a metà della scala, di sotto c’è Mike, ma quasi non lo vedo. Johnnie mi fissa: “Adesso fai sul serio?”
“Mai stata più seria in vita mia”, confermo.
“Stavo… cioè… è fra un’ora. La metà del tempo ne abbiamo bisogno per arrivarci”
“Lo so… faccio veloce. I capelli sono già al loro posto”, affermo e scompaio in camera.

Mentre mi vesto, sento i miei fratelli parlare. Mike deve aver liberato Nana. “Dove andate?”
“Alla banca di papà”, taglia corto Johnnie.
Immagino Mike inclinare la testa: “Oh. No, ferma – voi due insieme?”
“Sì, io e nostra sorella. Ti dispiace se resti da solo?”
Mike è come me, fa un fischio e sento Nana rispondere con i suoi versi festosi: “Nana e io ci divertiremo. A mamma dico che vi aspettiamo?”
“Torniamo prima di mamma, credo”, garantisce Johnnie.
“D’accordo”, Mike sembra sorpreso, ma anche soddisfatto.

Scendo, Johnnie non crede ai suoi occhi: “Sei stata veloce. Non c’era tutta questa fretta”
Faccio spallucce e gli sorrido: “Saluto il nostro fratellino e la migliore tata cane del mondo”, replico ed entro in salotto, dove Mike sta già riordinando i suoi libri e ne estrae altri, porgendoli al nostro cane che li poggia sul tavolino.
“Oggi sei dai blue coat?”
“Questo è un pesce grosso”, ribadisce lui; “Il padre è mercante, e ha amici ai piani alti, quindi sarà ricco in un battibaleno, per il ragazzo però non ha abbastanza soldi per fargli dare lezioni private. Così deve uscire dal pubblico con il massimo dei voti. Una della Blue Coat mi ha proposto al padre come aiuto privato…”
“E la cosa è ufficiale?”, domanda Johnnie, nei suoi occhi vedo un briciolo di ambizione. Un’ambizione che non fa parte di lui, realizzo.
“Purtroppo no, soprattutto non per ora. Il vantaggio per me è, se dovesse rivelarsi un lazzarone, non posso essere additato come pessimo professore”, sostiene lui; “Per lui il vantaggio è che il figlio risulterà un buon allievo senza che venga additato come somaro perché ha bisogno di lezioni supplementari”
“Quindi cosa significa per noi?”
Mike arriccia il naso e riflette: “Bè… potrebbe… essere un cugino di quinto grado che ha deciso di venire a trovarci… ogni tanto”, argomenta lui.
Johnnie scuote la testa: “Geniale. E un cugino di quinto grado viene a trovarci regolarmente tutte le settimane?”
“Vedremo come arrangiare in modo che non sia troppo ovvio”, taglia corto Mike, realizzando ora le difficoltà che potremmo avere a mascherare la cosa come ha richiesto quel mercante; “Per oggi viene qui due ore”
“Quanto paga?”, vuole sapere Johnnie.
Mike fa spallucce: “Gli ho detto che sono cresciuto nella Blue Coat e sto frequentando la Normal School, quindi saranno una manciata di penny all’ora. Non me la sento di imporgli un prezzo, mi sembra di derubarlo”
“Potevi chiedergli almeno due scellini?”, sbuffa Johnnie e scuote la testa; “Non so a chi entra in testa, in questa casa, ma non potremo permettercelo più a lungo di stare qui, di questo passo!”
Io torno da Johnnie e lo costringo a girarsi: “Per ora io lavoro ancora, mamma pure, tu hai in previsione un’assunzione in una grande banca e Mike avrà un’entrata, d’ora in poi. Le nostre entrate non sono mai state più in salita”, affermo con un largo sorriso e afferro la giacca di Johnnie: “Allora, noi dovevamo andare?”
Lui se la mette, io gli recupero il suo cappello.
Veramente è quello di papà, tenuto con cura da quando non c’è più.

Mio fratello lo prende respirando a fondo. Il suo sguardo sembra esprimere il mio stesso pensiero: che papà potesse esserci per vederlo. Peccato non sia così. Si mette il cappello in testa, Mike si affaccia per salutarci. Nana ci squadra, i suoi occhi dolci si fanno rispettosi e la vecchia tata fa qualche passo indietro per mettersi a cuccia, per non essere ingombrante.
Il primo a rompere il silenzio è Mike: “Sei… a parte la pancia, direi quasi che sei come papà”, sentenzia.
Nana emette un verso, Johnnie sorride, rincuorato: “Davvero?”
Confermo: “Sì, gli somigli molto”
Cala il silenzio. Forse, potrebbe essere avvenuto altre volte e semplicemente non me lo ricordo, ma forse questa è la prima volta che il silenzio fra noi è pieno di affetto e di qualcosa che sa di buono, un qualcosa di potente. Questo silenzio è un sorriso che sembra scaldarci, contrariamente a tanti altri silenzi che ci hanno separato e inasprito.
Penso che alla mamma piacerebbe vederci così.

***

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Capitolo 7.2 - Grigia Londra
Capitolo 9 - Banche e Teatri
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SaraIE

Passa il tempo libero fra libri, carte e penna, suona in una piccola orchestra e ama tenersi impegnata giorno e notte. Studentessa sognatrice, 18enne, vive in Svizzera con la sua famiglia, le piace interpretare le voci quando legge e non ha mai abbandonato le storie di fantasia, anzi, semmai si è irrevocabilmente persa fra i boschi degli elfi, le caverne dei nani, i cieli delle fate e gli abissi delle sirene. Ma, secondo la sua filosofia, prima di fare ordine ci deve essere il caos e prima del sapersi orientare non si può fare a meno di perdersi. Non preoccupatevi se vi sembra strano quello che scrive... Proseguite che alla fine vi ritroverete 😉
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