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Capitolo 7 – Il tiro alla fune

Scattò anche lei, seguendo a passo svelto Kimi che sceglieva la strada più breve nella boscaglia che ricopriva il fianco della collina. La gatta intraprese sentieri stretti, non tracciati, fatti di salite impervie, sassi ed erba alta. Sembrava che nessun altro li percorresse da molto tempo.
In quella estate calda di Aios, Rose si affrettava allertata dalla sensazione di pericolo e scorgeva appena degli animali infidi annidati fra i fili d’erba: serpenti e ragni velenosi che avrebbero potuto attaccare lei o la sua guida in qualunque momento. Tutti però si ritraevano al passaggio della gatta e la ragazza passò oltre senza saper come Kimi, solo con la sua presenza, avesse indotto ogni altro animale ad allontanarsi.
Uscirono dalla boscaglia prima di quanto pensasse e furono in vista della casetta dell’alchimista, la prima da quel versante dell’isola, in pochi minuti. La porta dell’abitazione era socchiusa e lei, che ormai non si sentiva di certo un’estranea in quel luogo, entrò senza bussare. Kimi balzò sul davanzale di una finestra e scomparve alla vista.
Lo stretto corridoio che portava alle altre camere era illuminato e silenzioso, quindi Rose pensò che Vincent fosse nel laboratorio. Si stava già dirigendo al pesante portone di legno quando sentì due voci che provenivano dalla cucina. Una era di un uomo dai toni alti e stridenti e un’altra che mise ancora più in allarme la ragazza: quella dell’alchimista, roca, bassa e monocorde.
Quelle sfumature, le regalarono un’altra nuova sfaccettatura del carattere del suo mentore, ma Rose sperò di dimenticarla. Avrebbe potuto descrivere una posto bellissimo, illuminato dal sole e farle sentire comunque il gelo nel cuore. Quella voce era potere e solitudine. Qualsiasi cosa Vincent avrebbe detto in quei toni, l’effetto sarebbe stato quella di una malia in grado di trasmettere solo terrore lento e paralizzante.
Entrando in cucina, invidiò l’uomo che stava di fronte all’alchimista senza batter ciglio. Un sorriso affilato armonizzava i suoi lineamenti aristocratici.
Rose lo riconobbe all’istante: Terristo, alto e longilineo, la bella figura messa in risalto dal farsetto scuro realizzati su misura da sua madre. La ragazza lo odiava. Lo conosceva da quando era bambina ed aveva avuto diverse occasioni di vedere quanto la sua eleganza e bellezza potesse tramutarsi in malvagità.
I loro occhi si incrociarono subito mentre Vincent, che le dava le spalle, si accorse di lei con un attimo di ritardo rispetto all’altro uomo. Pochi secondi eppure bastarono. Bastarono per far agire Rose d’istinto, senza pensare e furono sufficienti per cambiare per sempre il suo futuro.
La ragazza sbattè le mani sul tavolo, lo stesso tavolo sul quale l’uomo nero dei suoi incubi era poggiato, e prima che l’azione fosse stata valutata era già realizzata: Terristo era incatenato al tavolo da due maniglie di legno.
L’uomo non si scompose. L’unico segnale di un barlume di sorpresa fu un sopracciglio inarcato che subito tornò al suo posto lasciando campo libero al solito sorriso spavaldo.
– E brava Rose! Sei già diventata una piccola alchimista? Interessante…
Quelle parole leggere e sardoniche resero consapevole Rose di quanto aveva fatto. Allarmata guardò Vincent, ma il viso di lui era una maschera imperturbabile.
– Vai a casa – disse soltanto, il tono non conteneva più il ghiaccio e l’inverno, ma era comunque un ordine assoluto, insindacabile.
La ragazza si sentì persa, angoscia e dispiacere le sbocciarono nel cuore; non riusciva a muoversi, consapevole solo dell’errore commesso. Tuttavia Vincent non le ripeté nuovamente cosa doveva fare. Aspettò paziente, squadrandola dall’alto del suo sguardo distante e immobile.
E Rose, anche se non poteva saperlo, ripeté un gesto che molto tempo prima l’alchimista aveva già visto, che qualcun’altro aveva già compiuto.
– Mi dispiace! – la voce flebile e le prime lacrime a bagnarle le guance, poi si voltò e corse via.

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E la vita passa seguendo il passato che era presente ed è fatta d’istanti, d’istinto, di coraggio mescolato a codardia, del bene fatto per il male e, viceversa, del male fatto per il bene.
Quei due uomini rimasti soli nella stanza erano proprio tutto questo, le loro due esistenze, erano questo, tuttavia loro non lo sapevano. Si scrutavano in silenzio, non capendo quanto dell’altro era il proprio passato.
– Ah, la nostra Rose… brava e bella. Apprende in fretta, vero?
– Lasciala fuori da tutto questo, verme!
Un risolino lento e fastidioso invase la stanza.
– Quello che dovevo dirti, l’ho detto – aggiunse poi Terristo smettendo di ridere e con un cenno del capo indicò il tavolo deformato dalla trasformazione di Rose – se fossi così gentile da liberarmi…
Vincent toccò con un dito una delle maniglie che tenevano imprigionato il suo interlocutore. Si ritrassero in pochi secondi ed il legno tornò com’era prima. Terristo si sfregò i polsi con fare volutamente lento.
– Il signor Morel ti aspetta, alchimista. Fossi in te non lo farei attendere. – e con un inchino plateale imboccò il corridoio camminando all’indietro fino a sparire dalla vista di Vincent. Si sentì la porta sbattere qualche secondo dopo.
Sicuro di essere rimasto solo, l’alchimista prese una sedia e vi crollò sopra. Poggiò i gomiti sul duro legno e prese la testa tra le mani.
– Miao! – con un balzo Kimi era salita sul tavolo ed aveva preso a fissare il suo padrone da vicino. Gli sguardi si incrociarono.
– Lo sai che non avresti dovuto portarla qui?
La gatta miagolò dispiaciuta, si avvicinò all’alchimista e gli leccò le mani.
– Lo capisco che eri preoccupata ma adesso è tutto più complicato – Vincent si fece da parte, permettendo a Kimi di saltargli in grembo e prese ad accarezzarla.
Passarono qualche minuto in silenzio mentre i pensieri si susseguivano nella mente dell’uomo. Il giogo di Morel gli era sempre stato stretto, ma finché non aveva nessuno su cui fare leva era, in un certo modo, tollerabile.
Era un tiro alla fune a cui aveva scelto di giocare molto tempo prima e che ancora non vedeva un vincitore. Una reazione perfettamente bilanciata, ma nella quale, in quel momento, nuove variabili si aggiungevano.
– Kimi, devo chiederti un favore. – disse all’improvviso Vincent, riscuotendosi dagli abissi della sua mente – vorrei che tu andassi da Rose. Resta con lei e tienila d’occhio. Non farle fare cose avventate.
La gatta lo guardò di sbieco, miagolò un assenso e saltò via uscendo dalla finestra della cucina.
L’uomo si alzò con movimenti lenti e decisi, raccolse il bastone metallico da passeggio che era poggiato in un angolo ed uscì a sua volta.
Non si affrettò lungo la strada. Per tutti gli abitanti dell’isola, era il vecchio Vincent e, nonostante avesse ben altri problemi a cui pensare, si ritrovò ad inscenare la solita farsa dell’anziano artigiano che arranca con difficoltà appoggiato al suo fido bastone.
L’imponente e disadorno palazzo di Morel era la sua meta. Vi mancava da più di un anno ed in quel periodo aveva ingenuamente creduto che l’infido politico si fosse dimenticato di lui.
Che sciocco, pensò. Sciocco e avventato a coinvolgere una ragazzina in tutto questo.
I passanti gli rivolgevano spesso un saluto e l’uomo rispondeva talvolta con deferenza, altre volte in modo più confidenziale. In fondo erano in molti a volergli bene.
– Vincent buongiorno! Dov’è quella peste della vostra gatta? – gli chiese una donna con fare ilare.
– Chi lo sa? Stessimo parlando della mia defunta moglie, potrei dirvi di cercarla al mercato a spendere i miei soldi. Per fortuna che Kimi non ha ancora capito dove li nascondo! – il ritrovarsi a dover ridere alla sua stessa battuta gli schiarì le idee ed un solo pensiero prese il sopravvento sul tumulto interiore che imperversava nella sua mente: era stanco di fingere, di recitare la parte di un anonimo artigiano, di essere ordinario.
La consapevolezza e la determinazione sbocciarono nei suoi occhi, mentre si accingeva a varcare la soglia del palazzo di Morel.
Una guardia gli si fece incontro appena mise piede nel piccolo cortile interno.
– Il signore vi sta aspettando. Seguitemi per favore.
Vincent non rispose. Recuperò la sua postura eretta, infilò il bastone in un occhiello che teneva alla cintura e prese a camminare dietro la sua guida tenendo due passi di distanza.
Il tragitto fu breve. Entrarono in un primo corridoio con le pareti immacolate e spoglie se non per una decina di lanterne appese al muro. Erano spente in quanto la luce invadeva quell’ambiente completamente bianco da un paio di finestre. La guardia scelse una delle numerose porte che si aprivano sul lato opposto e condusse Vincent in altri corridoi identici, fino ad arrivare ad una piccola sala da lettura.
– Prego, entrate. – Disse il soldato e quando Vincent fu dentro, chiuse alle sue spalle la porta, lasciandolo solo con Morel.
L’alchimista non aveva mai visto quella stanza, ma come il resto del palazzo era asettico ed impersonale. Il padrone di casa era in piedi su una scaletta accanto agli scaffali traboccanti di libri, intento a sceglierne uno.
– Vieni Vincent, vieni. Accomodati. – disse voltandosi ed indicando una delle due poltroncine rivolte verso la finestra.
L’alchimista mosse qualche passo nella stanza, ma non si sedette. Morel scese dalla scaletta con con un paio di libri tra le braccia, che poi depose sul tavolino tondo accanto alle poltrone, e si sedette.
– Suvvia, non fare il sostenuto. So bene che non ci vediamo da parecchi mesi, ma non c’è bisogno che tu mi tenga il broncio. – un ampio sorriso si aprì sul suo volto – Vieni, amico mio, siedi con me.
Vincent si profuse in un ampio sorriso ed un leggero inchino di riverenza, ma il suo sguardo rimase distaccato e glaciale. Si sfilò il bastone dalla cintura, lo appoggiò al bracciolo della poltrona e si sedette.
– Oh, finalmente! – Morel si rilassò sprofondando un po’ di più tra i cuscini. – adesso possiamo parlare di affari.
Tirò fuori da una tasca della camicia un campanellino e lo fece tintinnare due volte. All’istante due camerieri vestiti di bianco e nero aprirono la porta e si fecero avanti. Entrambi portavano due piccoli scrigni che depositarono sul tavolino dinanzi ai due uomini senza dire una parola. Completato il compito eseguirono un inchino sincronizzato e sgusciarono fuori dalla sala a passo svelto.
– Sono così dei bravi ragazzi, peccato che siano un po’ taciturni. – Un commento a mezza voce, niente che potesse interessare il suo interlocutore che, infatti, lo ascoltò distrattamente portando la sua attenzione sui due scrigni. Legno e ferro, niente decorazioni, come tutto il resto.
– Dunque – iniziò Morel inumidendosi le labbra – quello che stai per vedere deve rimanere segreto. Confido nel tuo silenzio, come al solito.
L’uomo raccolse il primo scrigno dal tavolino, se lo portò in grembo e l’aprì. Estrasse un involto di documenti fermati tra loro da una fascia sigillata da ceralacca. Li passò all’alchimista.
– Ne sono venuto in possesso stamattina. Un ragazzo, come dire? Fuori dal comune, me li ha procurati con non poche difficoltà.
L’ennesimo sorriso, scaltro questa volta, in attesa di una reazione.
– È il sigillo della famiglia dei Gigli. – commentò Vincent rendendosi conto che quella era la sua prima frase pronunciata a voce alta da quando aveva messo piede nel palazzo.
– Hai buon occhio, amico mio.
– Cosa dovrei farci? – chiese l’alchimista mentre il sospetto su cosa servisse davvero al suo interlocutore si insinuava nella sua mente.
– Una cosa semplicissima per te. Vorrei che tu li aprissi e modificassi per me alcune informazioni, prima ovviamente di richiuderli e ricostruire esattamente il sigillo.
– Non hai abbastanza falsari a Saroh per un lavoro del genere?
– Nessuno con le tue capacità – rispose con finta ammirazione Morel – nessuno che sappia ricreare un sigillo alchemico.
A quelle parole l’alchimista inarcò un sopracciglio, poi toccò con il palmo della mano la ceralacca. Si concentrò per trovare la risonanza ed impiegò quasi un minuto per trovarla.
– Non ti posso aiutare. – tagliò corto riconsegnando i documenti a Morel.
– Qual è il problema? – chiese l’altro riponendo il malloppo di carta nel suo scrigno.
– Il problema è che questi sigilli sono unici. Sono come l’impronta delle dita. Chiunque può verificarne l’autenticità con un campione di riferimento, ma solo una persona può crearlo.
– Questo lo so. Tuttavia, non molto tempo fa, una mia missiva, con un mio sigillo creato da un alchimista dell’accademia, è stata intercettata e contraffatta, quindi so per certo che è possibile. – ribattè Morel con fare affabil.
Prese il secondo scrigno,.lo aprì per mostrarne il contenuto a Vincent: una piccola fortuna in monete d’oro.
– Non ho mai accettato il tuo denaro, ma questa volta, anche volendo, non posso aiutarti. È possibile che la tua missiva sia stata preparata da un inetto. L’alchimista che ha creato questo sigillo sapeva il fatto suo.
– Amico mio, perché mi vuoi arrecare questa delusione? – chiese Morel addolorato – Non ho forse sempre mantenuto la mia parte dell’accordo?
Il tono era basso, melmoso, come il sorriso viscido, quello di chi è sicuro di condurre la conversazione per trarne vantaggio.
– Sarò sincero con te, anche se non sono convinto che tu sappia cosa sia la sincerità. – rispose con tono calmo Vincent, una scintilla divertita accese le iridi celesti. – Mentre venivo qui avevo già deciso che non avrei più eseguito compiti per te, ma in questo caso, pur volendo, non posso davvero farlo.
L’espressione di Morel mutò nello spazio fra un battito di ciglia e il successivo. Il sorriso lasciò il posto ad una fessura dritta e sottile e gli occhi neri divennero due pozzi scuri ed insondabili.
– Non mi lasci altra scelta che far sapere all’accademia dove ti trovi – sibilò con astio.
– Fa’ quel che devi, ricordati solo che dopo tutti questi anni conosco abbastanza segreti da mettere in pericolo la tua posizione a corte. – e così dicendo l’alchimista si alzò, recuperò il bastone e si diresse verso la porta.
– Forse se ti fornissi un incentivo diverso… – disse Morel alzandosi a sua volta – Come ad esempio la ragazza.
L’alchimista si voltò di scatto. Il bastone stretto nella mano destra compì un arco nell’aria puntando alla gola dell’altro. Quando arrivò a meno di un centimetro, era diventato una spada, la cui elsa stava ancora prendendo forma in una complessa rete metallica a copertura della mano.
– Lasciala fuori da questa storia – scandì con precisione e lentezza ogni parola. – Sai di cosa sono capace.
La sua voce era di nuovo gelo e potere. Morel sbiancò e l’alchimista poté leggergli negli occhi qualcosa di pericolosamente simile alla paura.
Vincent si voltò, con la spada che ritornava ad essere un bastone da passeggio ed uscì dalla stanza.

Rimasto solo, il politico, per la prima volta dopo molto tempo, sfiorò l’idea di non aver la parte più lunga della corda dalla sua e ne provò paura. Si ricompose nel momento stesso in cui le porte si richiusero, ma lo spavento persisteva lì in un angolo della sua mente. Così, come ogni altro codardo con troppo potere, trasse le uniche conclusioni a lui accessibili.
Morel tornò a sedersi ed attese qualche minuto prima di suonare ancora il suo campanellino. Terristo comparve qualche secondo dopo con un lieve inchino.
– Sai già cosa fare. Fallo stanotte. – ordinò.

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Capitolo 6 - Casualità e destino
Capitolo 8 - Muti
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Lissa

secondo nome Stachanov, non riesce a stare con le mani in mano, ogni minuto in cui non si è impegnati in qualche attività è un minuto perso! Le piace dialogare con le persone e cerca di avere pochi pregiudizi, non sempre le riesce… soprattutto quando le demoliscono i suoi libri fantasy preferiti. Passione e hobby unico lettura di libri, ovviamente, fantasy, ha provato anche altri generi con scarso risultato, sempre alla ricerca di qualche nuova bella saga da scoprire, insomma, leggere è l’unica cosa che non si stancherebbe mai di fare.

1 Comment

  1. avatar RossellaS ha detto:

    Mi è piaciuto il cambiamento di atteggiamento di Vincent. Anche se io gliene avrei tirati un paio a Morel, così giusto per assicurarmi che avesse capito!

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