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Capitolo 6 – Pianoforte

Sottofondo musicale

Guardo il pianoforte e mi avvicino lentamente. Mi fa paura – perché è parte dei miei ricordi più felici e allo stesso tempo di quelli più sconvolgenti della mia vita.

“Ho sentito dire dalla ciurma che cantiate meglio di una sirena, mademoiselle, e che siate una grande narratrice”, ruppe il ghiaccio il capitano.
“Per quale ragione mi trovo qui?”
“Alcuna, se non quella di deliziarmi, nel caso i miei uomini mi avessero riferito il vero”, commentò lui; “Altrimenti è giusto che ve ne andiate”
“E se io non volessi… cantare, signore?”, chiesi, guardandomi in giro attenta; “Signore, con tutto il rispetto, mi avete presa e portata qui, senza chiedere se volevo o no”, osservai; “Per me, è come essere prigioniera”
“Prigioniera?”, s’indignò il capitano; “Non sia mai! Avevo detto di condurvi qui come foste una principessa, mademoiselle, non so proprio come farmi perdonare. Avevo desiderio di sentire un po’ di musica, di una voce che accompagnasse il mio triste pianoforte per portargli un po’ di gioia”, si giustificò lui; “Non ho mai voluto che il mio desiderio venisse eseguito inducendovi a pensare che foste una prigioniera. No, mademoiselle, volevo che vi conducessero come un’ospite d’onore”, affermò.
Di tutte queste parole, così complicatamente connesse, capii solo il tono. Era rammarico. Diedi per scontato che fosse autentico: “Quindi sono un’ospite?”
“Sì, la più gradita fra quelle passate, presenti e persino future!”, confermò lui.
Io ero un po’ scettica: “E… ma io sono la mamma di Peter Pan. Non vi disturba, signore?”
“È più importante per me la gioia che portereste alla mia inconsolabile musica della vostra storia, mademoiselle”, mi contraddisse lui subito; “Mademoiselle, credetemi, se non volete cantare, siete libera di andare e nessuno della mia ciurma vi seguirà, né vi chiederà più di salire sulla mia nave. Ho un troppo grande rispetto per le muse e le sirene e se avete un dono, siete libera di darlo a chi sentite sia giusto lo oda”, spiegò ora, più tranquillo; “Mademoiselle, in qualità di mia ospite, ogni vostra parola mi è legge”
“Perché a un pirata piace la musica?”
Lui sembrò commosso dalla domanda: “Perché la musica è l’unica cosa che non muore delle fate che dovrebbero proteggere ogni persona. E specialmente ogni bambino”
Io feci un passo indietro. Poi due in avanti: “Avete perso la vostra fata da bambino?”
“È stato uno scherzo. Non sapevo che l’avrei uccisa”, mi confessò lui; “Per questo odio Peter Pan. La sua spensieratezza mi ricorda me stesso, quando avevo la sua età. E quindi mi ricorda la mia fata, mademoiselle”, estrasse un fazzoletto e si asciugò una lacrima.
Mi mossi a compassione: “Vi resta sempre la sua musica”, gli sorrisi e mi affiancai alla tastiera. Non c’erano note. “Cosa volete che canto?”

Mi siedo al pianoforte e poggio, senza ancora suonare, le dita sulla tastiera. Prima di tutta la storia assurda che ho vissuto, mamma mi ha insegnato una canzone al pianoforte. Muovo le dita, leggera, ancora in silenzio.

Inizio a risentire la sua dolce voce che intonava la canzone, mentre Mike e John si sedevano sul divano, papà in mezzo a noi ci abbracciava e raccomandava il silenzio. Era l’ora della buona notte, l’ora in cui mamma cantava la sua bellissima ninnananna e poi ci mandava a letto, nelle coperte che ci tirava su Nana. Mamma arrivava in camera da noi, e accendeva una piccola lampada ad olio, affermando che le luci di notte sono i suoi occhi e quelli di papà che vegliavano su di noi.
Quando si chiudeva la porta, nascosti sotto le nostre rispettive coperte, io raccontavo di Peter Pan ai miei fratelli.

La felicità mi riempie il cuore e inizio a suonare. Prima che me ne renda conto, sto cantando. Non sapevo di ricordare ancora tutte le parole a memoria.

Go to sleep, my babies,
close your pretty eyes.
Angels are above you
Look down on you from the sky.
Great big moon is shining,
stars begin to glow:
It’s time for all the tiny babies
To go to sleep
Go to sleep my babies
Close those pretty eyes
Angels are above you
Keep watching over you.
Big blue moon is shining
Stars begin to peep
time for little tiny babies
To go to sleep…

Zia sale. Stavolta con il più bello degli abiti che io abbia mai visto: “E’ bello risentirti”, guarda il vestito e fa spallucce; “Ti ho portato un vestito. Tuo zio rientra a momenti, e stasera degli amici saranno qui per dargli il benvenuto”
“E a chiedergli soldi?”, le domando.
Lei sospira: “Vabbè, non l’avrei detto così, ma… anche per quello. O meglio, useranno l’occasione per ottenere un incontro dove chiederanno i soldi che vogliono”
“Li aiutate tutti?”
“No”
“Ma qualcuno sì”
“Non diamo soldi. Vogliamo l’impegno. Diamo i mezzi per avere un impegno”, replica zia Maggie.
“Tipo iniziare un’impresa?”, chiedo cauta.
Zia scuote la testa: “Tipo iniziare a lavorare e mettere da parte senza spendere a vanvera”, sibila quasi.
Io mi indispongo a quel commento: “Cosa vuoi dirmi? – Io faccio attenzione a come spendo i soldi, e anzi, non vedo neppure la mia paga perché la do a John che cerca di far quadrare i conti”
“Non dicevo a te”
“Alla mamma, magari?”
“Non tirare in ballo tua madre”, mi supplica.
Io incrocio le braccia: “Perché mia madre ai tuoi occhi non è mai stata all’altezza del papà? Perché non ha saputo gestire la situazione economica dopo che è morta?”
Lei scuote la testa: “Wendy, se l’ho pensato in passato, ti giuro che non ci credo più”, afferma.
Deciso di non risponderle e fisso di nuovo la finestra: “Vai a prepararti, mi vesto da sola”
“Chiedi a Betty di farti un’acconciatura un po’ più carina”
“Deve venire qualcuno di importante?”
“Oltre a tuo zio?”, domanda inutile, lo sa anche lei; “Diciamo così, tutte le persone che hai già conosciuto saranno di nuovo qui e la casa sarà piena”
“Quindi almeno una trentina di persone”, ne deduco.
“Generalmente amici di tuo zio Marc, fatta eccezione di Lady Camille e suo marito, li ho invitati perché gradisco la loro presenza, e infine verrà la famiglia MacCordon, perché si sono autoinvitati e anche io non posso sempre rifiutarli”, dichiara; “Detto fra noi, l’unica ragione per cui non è mai venuta tutta la tua famiglia qui da me, è stata che tua madre mi ha supplicato di risparmiarle questa tortura. E’ una donna molto più raffinata e dalle idee più chiare di molte delle persone con cui sono costretta a convivere”, mi spiega; “Non sopportava l’ipocrisia e le facciate e mi ha pregato di non costringerla a entrare in quel cerchio. Preferiva crescervi nella povertà che qui, dove avreste avuto tutto”, dichiara; “Non ho condiviso, soprattutto all’inizio. Anche perché George mi aveva pregato di prendervi a carico, prima di morire”, mi racconta.
Questa parte della morte di papà non è mai stata raccontata, ma inconsciamente realizzo che l’ho sempre immaginata, una cosa simile. Zia continua a parlare: “Ho capito perché era importante per tua madre crescervi lontani da casa mia quando ti ho vista al ballo”, mi concede.
Ma non so in che verso prendere questa concessione.
Lei non finisce qui il suo monologo: “Dalla città che corre fra politica, moda e manifestazioni, ti sei comportata da signorina a modo a un ballo, senza preparazione. Sei stata autentica. Questo non lo saresti mai diventata se crescevi da me”
“È un complimento?”
“Non ti sedere troppo presto sugli allori, abbiamo ancora molta strada da fare e io continuerò a occuparmi di te come prima”, mi rinfaccia; “Adulta o no, resti la mia unica nipote femmina”
Le tiro fuori la lingua: “E tu la mia zia bisbetica”
Lei scoppia a ridere: “Non crescerai mai”

***

Ore dopo mi siedo di nuovo alla finestra.
La festa è stata più piacevole di come mi si era prospettata, ho fatto fatica a sopportare la presenza del signor MacCordon e di suo figlio Zaccharias, il signore perché mi ricorda troppo i pirati, nonostante non gli somigli affatto, mentre il figlio è il classico tipo di uomo che sa solo fare il figlio del ricco. Un giorno amministrerà in modo mediocre gli averi del padre, i soldi basteranno a lui e alla sua famiglia per vivere, venderà l’azienda appena si complicheranno le cose e non avrà mai un grande contenuto nelle sue parole.

Guardo fuori, cerco di contare le stelle.
Nella mia mente risuona la ninnananna di mia madre, ma il ricordo è un altro.

Ero seduta a gambe incrociate su un letto grande, circondata da bambini un po’ spettinati, un po’ sporchi, ma tutti felici e incantati dalla mia voce. Tenevo in braccio Mike e Morbido, i due più piccoli, mentre Johnnie poggiava la testa sulla mia spalla e sbadigliava.
“È bellissimo”, uno dei bambini, Leprotto, tirò su col naso. Forse per sottolineare il suo nome, o nomignolo, quei bambini non facevano distinzioni, indossava una maglia indiana con un ricamo che rappresentava una lepre.
“È ora di andare a letto, bambini”, replicai e diedi un bacio sulla fronte di Johnnie, rialzandomi con i più piccoli addormentati fra le braccia, che misi nel letto che condividevano, una piccola nicchia sicura dalla quale non potevano cadere girandosi nel sonno.
Rimboccai le coperte ai due piccini, proseguii in cerchio. Leprotto, Jockie, Tamburello, Red, Fortunato, Orso, Ciuffo Biondo, Gemello del Vento e Gemello del Fiume dormivano nello stesso letto. A Johnnie avevamo costruito un altro letto vicino ai Gemelli. Infine c’era Ricciolo, il migliore amico di Peter, quasi più un fratello, per Peter.
Peter aveva fatto il giro nell’altro verso e ora era nel suo letto. Ronfava già, aveva il sonno pesante.
Tirai su le coperte anche a Ricciolo. “È… è così avere una mamma?”, mi chiese in un sussurro.
Gli sorrisi: “Ci provo, Ricciolo, ma una mamma fa anche di più”, affermai.
“Tu un giorno diventerai una vera mamma?”, mi domandò; “Verresti ancora qui a fare la nostra mamma, quando lo sarai davvero?”
“Vi terrò sempre nel cuore e nelle mie preghiere, te lo prometto, Ricciolo”, gli feci una carezza.
Lui sospirò: “Ma un giorno si dimentica sempre”
“Hai mai provato a contare le stelle?”, gli chiesi di rimando.
Lui mi squadrò: “Perché?”
“Quando avrai finito di contare tutte le stelle, ma davvero tutte, e non ne avrai dimenticata nessuna, solo allora forse mi dimentico di fare la preghiera della sera per te e tutti i bimbi sperduti”, spiegai; “Ma il giorno dopo pregherò il doppio, perché mi ricorderò di nuovo di voi e di quanto bene vi voglio”
“Davvero? – Ma non finirò mai di contare le stelle. Non so nemmeno quanti numeri esistono”
“Allora saprai che non ti avrò mai dimenticato, perché non hai ancora finito di contare le stelle”, affermai con un sorriso e gli diedi un bacio sulla guancia.
Ricciolo si stiracchiò e strinse le coperte a se: “Peter aveva ragione: una femmina vale venti maschi”
“Dormi, Ricciolo”, gli sorrisi, tornando lentamente dall’altro lato della camera, al mio letto, vicino alla nicchia dei piccoli. “Buona notte, bambini”, mi affacciai nella camera di Peter; “Buona notte, Peter Pan”

Sorrido. Non ho mai dimenticato i bambini sperduti, i loro nomi, i loro sorrisi. I loro abbracci che cacciavano tutte le preoccupazioni. Se qualcuno un giorno mi chiederà di quanti figli sono madre, ne ho undici, più due fratelli minori. E un bambino che non saprò mai se ero sua mamma o se era genitore di tutta la banda assieme a me.
Questa è l’ultima sera che sto a casa di zia Maggie.
Domani torno a casa, alla mia, di finestra.

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Capitolo 5 - Fiducia
Capitolo 7.1 - Grigia Londra
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SaraIE

Passa il tempo libero fra libri, carte e penna, suona in una piccola orchestra e ama tenersi impegnata giorno e notte. Studentessa sognatrice, 18enne, vive in Svizzera con la sua famiglia, le piace interpretare le voci quando legge e non ha mai abbandonato le storie di fantasia, anzi, semmai si è irrevocabilmente persa fra i boschi degli elfi, le caverne dei nani, i cieli delle fate e gli abissi delle sirene. Ma, secondo la sua filosofia, prima di fare ordine ci deve essere il caos e prima del sapersi orientare non si può fare a meno di perdersi. Non preoccupatevi se vi sembra strano quello che scrive... Proseguite che alla fine vi ritroverete 😉
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