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Capitolo 6 – Casualità e destino

Scegliere ed essere scelto dal destino mentre, immobili, i Grandi osservano le nostre azioni. Scegliere o essere scelti? La risposta non si conosce e intanto i destini si incrociano e le delusioni si arrecano un po’ per circostanza, un po’ per volontà.
Bianca la sua pelle e rossi i suoi capelli. Bianco e rosso, i due colori che ossessionarono Callin in quei due mesi su quel mercantile, che finalmente stava attraccando nel porto di Aios.
Avevano fatto un solo scalo, ormai un mese prima, dove parte dell’equipaggio era cambiata. Il ragazzo aveva tenuto un basso profilo, cercando di passare inosservato al resto della ciurma, ma sapeva bene che i marinai senza ingaggio passavano le serate ad ubriacarsi in qualche locanda. Ognuno di loro avrebbe avuto l’occasione di parlare del giovane mozzo imbarcato a Sinida lo stesso giorno che il consigliere dei Gigli veniva derubato.
Nonostante tutto l’Onda Azzurra, la piccola goletta sulla quale si era imbarcato, era il migliore mezzo di trasporto per raggiungere Saroh dato che sarebbe ripartita in giornata, diretta proprio verso la grande città.
Callin aveva completato le sue mansioni ed era seduto su un barile legato ai piedi dell’albero maestro intento a masticare uno tocchetto di liquirizia. Lo sguardo vagava sull’incessante via vai delle persone sulla banchina ma la mente era impegnata in tutt’altri ragionamenti.
– Ehi Cedric! Cedric! Mozzo nullafacente! Scendi da quel dannato barile e porta qui il culo!
La voce aspra del capitano Jonah colpì Callin come una frustata. Dopo due mesi ancora non si era abituato al nome falso che aveva fornito quando si era imbarcato. Il ragazzo scattò in piedi e corse giù per la passerella per raggiungerlo sulla banchina. Un uomo con un elegante farsetto nero stava accanto al capitano della goletta, con le mani dietro la schiena ed un sorriso gioviale stampato sul volto. Nel vederlo arrivare, l’uomo gli lanciò uno sguardo curioso.
Callin rallentò di colpo, messo in guardia dall’esperienza che aveva accumulato dopo anni vissuti in strada. Portò la mano all’elsa del piccolo pugnale che teneva legato in vita e si avvicinò fingendosi tranquillo.
– Sì capitano! Ha chiamato?
– Questo gentiluomo vuole parlarti. Dice di avere una lettera per te – rispose Jonah sbrigativo.
– È vero – si intromise lo sconosciuto. – Ho una lettera da parte di vostra madre – e con un movimento elegante porse un foglio di pergamena arrotolato a Callin, poi si rivolse al capitano.
– Signore, se foste così gentile da lasciare la giornata libera al ragazzo… – fece una pausa eloquente e poi gli allungò un sacchetto nero di velluto – così potrà fare visita alla sua vecchia madre prima di ripartire.
Jonah rimase visibilmente interdetto, ma il sorriso sghembo che gli era comparso sul volto dopo aver sbirciato nel sacchetto era un chiaro segnale di aver risolto i suoi dubbi. Diede una vigorosa pacca sulle spalle di Callin e si incamminò su per la passerella per tornare a bordo.
– Ragazzo, vedi di tornare qui entro il tramonto, partiremo appena si innalza la brezza.
Quando il capitano non fu più a portata d’orecchio, lo sconosciuto si avvicinò a Callin per bisbigliare.
– Avanti, leggete la lettera di vostra madre – ed indicò con un cenno la pergamena che il ragazzo teneva stretta in pugno.
Callin la srotolò. Una serie di istruzioni su come raggiungere un luogo su Aios. Precise e fredde. In calce la firma elegante scritta con un inchiostro rosso recitava: Morel.
– Ma come avete fatto… – il giovane fu interrotto da un cenno dello sconosciuto.
– Limitatevi a fare ciò che vi viene richiesto.
Callin annuì. Tornò sulla goletta per recuperare i documenti che aveva rubato al consigliere dei Gigli e che custodiva in un piccolo baule tra i suoi pochi averi a bordo.
Quando tornò sopra coperta, il messaggero di Morel era sparito.
Scese con agilità dall’imbarcazione, rivolgendo un saluto solo al timoniere, il quale sapeva che quel mozzo era invece tutt’altro e che il suo viaggio portava in luoghi diversi.
Il ragazzo aveva il passo svelto e la testa bassa. Rimuginava sul fatto che nonostante le precauzioni, il committente del suo furto sapeva esattamente come stava viaggiando ed addirittura lo aveva preceduto, spostando il luogo della consegna ad Aios. Era così assorto che non si curava di cosa il mercato aveva da offrirgli, non sentiva neanche il suo vociare armonioso o gli utensili e i pugnali che normalmente lo avrebbero attirato.
Il mercato di Aios era, in realtà, formato da una raggiera di vicoli che iniziavano dal porto, la fonte primaria del commercio, e si diramavano in molte direzioni. Talvolta alla fine di uno di quei tentacoli si sbucava dove non si voleva. Nulla però avrebbe distolto Callin dal terminare quella commissione: ci aveva investito troppo. Fiducioso delle indicazioni che il suo mandante gli aveva fatto recapitare in maniera così inquietante, il ladro non nutriva nessun dubbio sulla direzione da prendere. Non aveva nemmeno paura di perdersi, anche perché si era convinto che, se fosse accaduto, un altro messaggero di Morel avrebbe fatto la sua comparsa per indirizzarlo verso la strada giusta.
Si muoveva fra la gente, svincolandosi. Passò nello spazio fra due grassoni, schivò un uomo e un bambino, stava quasi per sbattere nelle chincaglierie della bancarella alla sua destra. Quella strada era troppo trafficata, tutte quelle persone lo rallentavano. Abbandonò le sue indicazioni e d’istinto svoltò all’angolo sperando di uscire finalmente dal mercato o, si augurò, almeno di imboccare un vicolo che fosse meno trafficato.
L’urto fu imprevedibile e l’impatto violento. Qualcuno l’aveva travolto. Inalò il profumo di terra e solvente, intravide boccoli color del sole. Era solo infastidito, ma poi il sospetto si insinuò in lui: quello scontro era stato casuale?
Le mani corsero subito ad accertarsi che i suoi documenti fossero lì dove li aveva lasciati. Tirò un sospiro di sollievo, tutto ciò per cui aveva lavorato era al suo posto. Solo dopo gli ritornò in mente quel profumo pungente e si voltò per vedere chi l’aveva urtato, ma la folla aveva già inglobato chiunque fosse stato.
Riprese la sua andatura veloce, ma prima di voltarsi il suo sguardo fu attirato da una pietra dai riflessi viola e dalla bellissima gatta bianca che la portava al collo. Del resto era normale: lui amava i gatti e quell’esemplare che camminava tranquillamente sul tetto di tela delle bancarelle era davvero notevole. Assorbì quell’immagine, però poi non si concesse più distrazioni, doveva uscire da quel dannato mercato.
Camminò ancora a lungo, i vicoli si intrecciavano e tutti gli sembravano uguali anche una volta riprese le sue istruzioni.
Era passata poco più di un’ora quando finalmente arrivò alla sua destinazione. Il palazzo era imponente, ma disadorno: alte mura grigie e finestre squadrate. Era una struttura impersonale. Di solito i nobili o i ricchi mercanti tendevano ad ostentare la propria ricchezza anche tramite le proprie abitazioni, ma questa sembrava quasi voler passare inosservata. Callin, però, immaginava dove stava entrando e un brivido involontario gli corse lungo la schiena. Si odiò per quella debolezza. Si sforzò di rilassare il suo viso al momento di entrare nel palazzo. Lo sguardo sicuro aveva i riflessi grigio verdi e lui sperò che rimanessero tali per l’intera durata di quell’incontro.

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Rose quella mattina si alzò molto presto, euforica e dinamica, ansiosa di poter mettere in pratica quello che stava imparando da ormai qualche mese. Scese le scale senza far rumore, silenziosa si intrufolò in cucina, rubò dei biscotti e ancora più furtiva entrò nella sartoria della madre.
Si trattava di una stanza al pian terreno della loro abitazione che Leira aveva designato, anni prima, come luogo dove svolgere il suo lavoro. Era in penombra. La luce che filtrava dalla strada attraverso le persiane non era sufficiente a delineare i profili degli oggetti e gli ostacoli si distinguevano appena. Rose, però, conosceva la disposizione dei mobili e degli attrezzi come le sue tasche. Senza esitazioni si diresse verso le persiane e le tirò su. I primi raggi del sole, incerti ed esitanti, entrarono a tinteggiare la stanza di nuovi colori.
Il locale non era molto ampio ed era in sostanza diviso in due parti, una anteriore, dove accogliere i clienti ed una posteriore, dove si trovava Rose in quel momento, utilizzata per lavorare sugli abiti. La ragazza spazzò velocemente l’area riserva ai clienti e sistemò i due busti di legno vicino all’ingresso, posizionando sul primo una elegante camicia da uomo nera, mentre sul secondo un vestito femminile con una lunga gonna decorata con motivi floreali. Mancava un’ora all’apertura della bottega, ma non era raro che qualcuno si recasse da loro di primo mattino bussando insistentemente alla porta incurante dell’orario.
Rose spolverò anche il grosso bancone di legno scuro che faceva da divisore al centro della stanza e mise in bella vista il bilancino di ottone per pesare il denaro; anche se non lo usavano mai era pur sempre utile per scoraggiare chi cercava di piazzare monete coi bordi limati.
Completati i lavori preliminari, la ragazza concentrò la sua attenzione sul grosso tavolo incastrato nell’angolo più lontano della stanza: il banco di lavoro vero e proprio.
Sparsi sul legno dipinto di bianco, fra gli aghi e i metri per cucire, c’erano impilate, le une sulle altre, le prossime ordinazioni, tutte scritte in modo chiaro e preciso. Rose le esaminò con cura, scegliendo quelle che le sembravano più onerose.
Recuperò le stoffe necessarie da un cassetto del bancone e si sedette dinanzi al banco di lavoro. Si prese ancora un momento prima di chiudere gli occhi e trovare la concentrazione necessaria e iniziò il lavoro a modo suo, il modo grazie al quale sperava di portare benefici a lei e la madre, nonché la causa del suo futuro.
I tessuti si modellavano al suo tocco assumendo forme bizzarre e talvolta impossibili. Ancora una volta Rose dovette ammettere con se stessa che conoscere l’alchimia non significava essere una buona sarta. La stoffa seguiva la sua volontà ma per ottenere dei risultati accettabili era necessario che la ragazza sapesse esattamente cosa ordinare ai tessuti. Come ogni volta, impiegò un po’ per prenderci la mano e dovette disfare i primi lavori per poterli ricreare in maniera decente. Dopo una buona mezz’ora però, si accorse di star procedendo spedita e lavorò senza mai fermarsi: tagliò e rifece orli, cambiò i colori dei tessuti, riparò bottoni e cucì camicie, pantaloni, gonne senza sosta. Lei e il suo uso dell’alchimia si stremarono, consumando vista e forza. Si impegnò come solo un figlio che vuol bene alla propria madre sa fare: sbagliando nei modi, agendo con la propria immaturità ma col cuore sincero.
Dopo un’altra mezz’ora di lavoro ininterrotto, Rose sentì il passo lieve di Leira nella stanza accanto. Al volo prese ago e filo per continuare a cucire il bavero di quella giacca, affidandosi alle sue sole forze. Quella precauzione, tuttavia, fu inutile. Vide il volto della madre adombrarsi e le sue labbra ridursi ad una piccola fessura appena mise piede nella sartoria.
– Almeno non prendermi in giro, sono tua madre! – il tono tagliente e la voce stanca, quella di chi ormai ha rinunciato alla sua battaglia.
La ragazza non riuscì a sostenere lo sguardo della madre, abbassò il suo e decise di non controbattere, lasciando che il silenzio crescesse come una barriera tra loro. La madre però aveva fatto quel gioco molte più volte di lei, Rose sapeva che era sua la responsabilità di dover rompere quell’immobilità.
– Hai visto quanto ho già lavorato… – un sorriso incerto e gli occhi che si posavano su quanto aveva prodotto, ma che non fissavano un volto così simile al suo eppure così diverso: nei lineamenti di Leira non c’era mai spazio per un sorriso a differenza della figlia, gioiosa e giocosa dalla nascita.
La madre si avvicinò con aria critica alla pila di capi ordinatamente riposti in un angolo del bancone e sollevò il primo. Toccò i bottoni che erano stati ricuciti sulla camicia.
– Se siamo fortunate terranno un paio di giorni, poi rivedremo Anton tornare qui per farseli attaccare di nuovo.
Gettò di lato la camicia e sollevò un grembiule.
– Il merletto è storto! – e lo lanciò sull’altro capo per prendere il terzo ed il quarto capo – La signora Prim aveva chiesto l’arancione, questo è praticamente rosso. Quest’altro poi, non lo vedi che una manica è più lunga dell’altra?
– Basta! – sibilò la ragazza.
-Tu e i tuoi sogni Rose, svegliati! Questo non ci è d’aiuto e c’è sempre un prezzo da pagare per la conoscenza, soprattutto per quella alchemica.
Come un fiume che straripa gli argini, Rose aveva terminato la pazienza e la sua rabbia aveva preso il sopravvento. Era stanca di dover difendere con le unghie e con i denti la sua decisione. La madre le negava ogni supporto anzi, mancava davvero poco che rifacesse ogni capo che l’alchimia aveva contribuito a creare.
– Basta! – ripeté la ragazza, più a se stessa che alla sua interlocutrice. Fece un lungo sospiro poi riprese.
– Mamma guardati intorno, non avresti potuto fare tutto ciò in solo un’ora da sola e non ci saremmo riuscite nemmeno in due. Sto cercando di migliorare il nostro futuro, a mio modo, ma anche per te. Possibile che sia così imperdonabile?
Per la prima volta, Rose carpì un espressione vulnerabile e triste sul volto, sempre tagliente, di Leira, le vide chiudere gli occhi e stringersi le braccia attorno al corpo.
– Hai peggiorato ogni cosa… – quelle parole graffiavano la gola rendendo la voce un mormorio flebile e sgraziato.
La ragazza non ne sopportava il peso, forse era vero in quanto l’alchimia aveva incrinato i rapporti tra loro due. Tuttavia Rose era testarda e coinvinta delle sue azioni. Detestava metterle in discussione. Fu per questo e per fuggire al volto accusatorio e vulnerabile della madre, che uscì dalla stanza senza dire altro. Un cenno, fu tutto ciò che rivolse nei confronti di chi l’aveva messa al mondo.
Quando uscì dalla casa non aveva ancora deciso dove recarsi però, dopo un attimo di riflessione, si diresse al mercato di Aios per ottenere qualcosa di produttivo dai suoi colpi di testa. Avrebbe svolto alcune commissioni affidatele da Vincent e poi avrebbe comprato cotone, altre stoffe, bottoni e materiali necessari alla sua attività. Ogni nuovo oggetto per il cucito che appuntava mentalmente le causava dolore e rammarico, scosse la testa per scacciare quei pensieri e si incamminò verso la sua meta.
Il mercato di Aios era un dedalo di bancarelle e tavolacci traboccanti di ogni sorta di prodotto, ma Rose lo conosceva fin da bambina. Da quando aveva ricordo era sempre stato così: una gran caciara disorganizzata che ogni giorno assumeva una forma diversa visto che i mercanti tendevano a soffiarsi a vicenda le postazioni migliori.
Arrivata al mercato, la ragazza, si immerse nel flusso di persone che si aggirava tra le bancarelle compiendo tutto in modo meccanico. Camminava assorta, barcamenandosi fra i pensieri dell’alchimia e la sfuriata con la madre. Fu per questo, o forse per colpa del destino, che non vide la persona che svoltava l’angolo velocemente, molto velocemente. Lo colpì in pieno, sbattendo il naso contro il suo petto. Irritata per la sua stessa sbadataggine, lo sorpassò senza chiedere scusa o alzare gli occhi sul suo viso. Se lo avesse fatto, altri progetti ed altre azioni avrebbero preso forma nello stesso modo di una valanga: travolgendo ogni cosa. Tuttavia Rose non lo guardò e il futuro cambiò nuovamente.
Nel giro di un’ora aveva ultimato le commissioni per Vincent e acquistato i materiali per la sartoria, ma il non voler tornare a casa per affrontare sua madre la spinse a recarsi nell’unico luogo su tutta Aios dove poter stare sola con se stessa: l’Artiglio dell’Orso.
Seduta sull’orlo del precipizio, sulla punta dell’artiglio si sentiva leggera e lontana dalle preoccupazioni. Quel giorno il mare era calmissimo e nel cielo si rincorrevano solo un paio di nuvolette bianche graziose e vaporose. La ragazza si stese sulla schiena impegnando la mente nel ricercare le più strane forme in quegli ammassi di vapore bianco che si muovevano sospinti dal vento.
Sorrise ed allungò un dito verso il cielo. Si concentrò ed una volta individuato il vapore acqueo nell’aria lo fece condensare in una minuscola nuvoletta cui diede la forma che ricordava vagamente quella di un gatto.
– Miao!
Rose sussultò. Le nuvole non miagolano, anche quando sono a forma di gatto. Guardò stranita il grumo di vapore: a ben vedere non sembrava nemmeno un felino.
– Miao!
Di nuovo, ma stavolta la ragazza capì che proveniva dalle sue spalle. Si voltò e vide Kimi, con il suo appariscente pendaglio a fissarla qualche metro più indietro.
– Kimi, mi hai fatto credere di essere impazzita! – disse alla gatta alzandosi in piedi per raggiungerla.
– Miao!
Un senso d’urgenza in quel miagolio mise in allerta Rose.
– Che succede? – chiese leggermente preoccupata, ma la gatta si limitò a voltarsi per dirigersi verso la casa del suo padrone accertandosi di essere seguita dalla ragazza.

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Capitolo 5 - La Risonanza
Capitolo 7 - Il tiro alla fune
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

1 Comment

  1. avatar RossellaS ha detto:

    Bello, nonostante lo stia leggendo al contrario, mi sta prendendo molto. L’atmosfera del mercato è pensata molto bene.

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