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Capitolo 44 – Una ragazza sveglia

Non poté far nulla. Immobile assistette alla scena, era tanto veloce eppure… eppure la paura lo aveva reso lento e goffo.
Vide suo padre passargli accanto emaciato e quasi cianotico, l’andatura caracollate per via della cecità e della richiesta dei Grandi, ma anche lui, insensibile a tutto quello che gli era intorno, aveva un unico obbiettivo: si fiondava diritto contro la macchina.
Il ladro reagì un attimo troppo tardi, maledetta paura. Avrebbe voluto afferrare Verritt e inchiodarlo al suolo per poi trascinarlo via, portarlo lontano dal pericolo, ma poi dove?
Qualcun’altro in quel frangente si pose la medesima domanda, e diede in risposta un destino diverso per tutti loro. Una pallottola sfiorò la guancia di Callin centrando in pieno il cuore di suo padre. Quello del ladro, quasi fosse stato trapassato a sua volta, si fermò di colpo. Il tonfo della pistola che urtava il terreno ne scandì il nuovo battito.
Callin vide la corsa del Keelihn arrestarsi e il suo corpo cadere, lo accolse prontamente fra le braccia prima che toccasse terra. Risalì freneticamente lungo la figura del padre fine a posare lo sguardo sulla ferita, capì immediatamente che gli restavano pochi istanti di vita.
L’unico motivo per cui non si abbandonò subito al pianto fu la mano di Alette, che stringeva forte la sua e quelle del marito. I loro sguardi si incrociarono e il ladro vi lesse un dolore incontenibile, molto simile al suo.
– Alette, Callin – la voce dell’uomo era un soffio stridulo.
– Padre – anche quella del ragazzo uscì dalla gola spezzata.
– Ssst…
– Ish… – dei colpi di tosse fermarono il respiro di Verritt, poi con fatica riprese – Ke mish, figlio mio, ti amo, non dimenticarlo mai!
Sentì il Keelihn stringergli la mano e lui fece lo stesso mentre le prime lacrime gli bagnarono le guance, avrebbe voluto aggiungere qualcosa, forse il suo perdono. Non ne ebbe il tempo.
Verritt spirò mentre Alette gli si buttava al collo, le ultime parole che sentì dalla bocca di suo padre furono per lei.
– Grazie, Alette-Nan, amore mio.
Fu così che il ragazzo seppe, guardando la madre, chi aveva sparato e perché. La odio per il suo gesto e l’amò, non avrebbe sopportato assistere alla disintegrazione di suo padre.
Si ritrovò tra le braccia di Rose senza accorgerse. La ragazza lo aveva raggiunto e ghermito con dolcezza. Si lasciò andare al contatto, ancora attonito per l’accaduto ricambiando debolmente la stretta di lei.
Passò così un altro istante infinito, poi le sensazioni provenienti dal mondo circostante tornarono ad investirlo di colpo. La bolla di dolore e sbigottimento venne meno.
Sua madre non si era mossa, ancora con la testa affondata nell’incavo della spalla del marito senza vita, ma i sensi ereditati proprio dal padre reclamavano la sua attenzione.
L’illiar aveva preso a vorticare su se stesso in maniera più lenta ma più potente, gettando scariche di energia a distanza maggiore. Poteva sentire i flussi di energia che ad ondate lo investivano.
Si guardò intorno, seguendo le linee colorate che da qualche minuto riusciva a vedere, quello che vide lo terrorizzò più di ogni altra cosa. Riusciva a scorgere solo un altro collegamento diretto verso l’illiar e partiva proprio da Rose. La linea, spessa e di colore cangiante era solida. In cuor suo seppe di non poterla infrangere.
Si staccò da lei e la fissò negli occhi.
La ragazza li aveva sgranati come se fosse stata folgorata da un’illuminazione. Si voltò di scatto verso la sfera che ormai si celava alla vista, avvolta in una nube viola.
– Lo sento! – urlò Rose per sovrastare il fragore dello spostamento d’aria generato dalla tempesta artificiale, poi si voltò verso di lui – Lo senti anche tu, non è vero?
Il ragazzo chiuse gli occhi e concentrò tutti i suoi sensi umani, Keelihn ed alchemici. Non riusciva a seguire tutti i cambiamenti nei flussi energetici, ma era chiaro che mutassero e ad ogni fase, ne seguiva una di potenza diversa, prima più alta, poi più bassa, come se fluttuasse.
– Lo sento, ma non lo capisco. È tutto così confuso.
– Per me no! – e gli sorrise. Uno di quei sorrisi che cancellano le paure ed urlano ai quattro venti che andrà tutto bene.
Callin barcollò sotto il peso di quella sensazione. Non solo glielo leggeva stampato sul volto, ma lo sentiva in quel modo tutto suo di percepire parte dei pensieri della ragazza. Lei aveva capito davvero, lei aveva un’idea per risolvere la situazione ma soprattutto lei ci avrebbe provato. Lui non avrebbe potuto far nulla per fermala, per farle riconsiderare la cosa, per evitare che mettesse a rischio se stessa. La granitica volontà di Rose lo investì con le sue tonalità blu e nere e la sua mente era un oceano tranquillo, piatto e inesorabile, che nessuna nave può disturbare, per quanto grande sia o per quanto veloce lo solchi.
Non provò nemmeno a protestare, si limitò a guardarla cercando di catturare ogni dettaglio del suo volto ed imprimerselo bene nella mente, poi le prese il viso tra le mani e la baciò con trasporto, come se fosse la prima volta, ma anche l’ultima. Fu ricambiato con lo stesso ardore e per un lungo istante anche le loro menti si unirono, scambiandosi sensazioni e colori.
Quando si staccarono incatenarono ancora una volta i loro sguardi, poi l’illiar diede un’altra scossa, rallentò ancora e aumentò la potenza delle trasformazioni.
– Fa quello che devi, Rose-Nan.
La ragazza annuì decisa e si allontanò da lui.
Il tempo riprese a scorrere in maniera normale per i sensi del giovane. Il tutto era durato qualche minuto, sua madre era ancora a terra accanto a Verritt e Vincent era solo riuscito a mettersi a sedere.
Callin si sentì impotente nel poter solo osservare l’evolversi degli eventi, ma l’apprensione per Rose ebbe la meglio. La seguì accanto al suo maestro.
– Vincent, mi serve l’illiar che ha Kimi al collo. – gli stava dicendo, calma e tranquilla. L’uomo invece scuoteva la testa.
– È minuscolo rispetto a quello, non puoi usarlo per fermarlo.
– Non ne ho intenzione, almeno non direttamente – rispose ferrea la ragazza – Le senti le vibrazioni?
– Rose le sento, ma sono imprevedibili, cambiano ad intervalli troppo rapidi e su frequenze troppo diverse, non puoi contrastarle.
Il ragazzo seguiva il discorso solo grazie al suo udito, ma non ne comprendeva appieno il senso. Per lui l’alchimia si era fermata allo sciogliere qualche chiavistello di ferro per aprire le porte o le casseforti.
– Come fai a non vederlo! – protestò Rose – Utilizza gli elementi della successione di Merrik nelle fasi a bassa potenza e poi fa sparire gli altri in quella seguente.
– Rose quella roba non è alchimia, sono i vaneggiamenti di un pazzo.
– E allora perché me lo hai fatto studiare! – la ragazza gli strinse le spalle – Aspetta! Tra un attimo farà sparire il silicio e farà comparire l’ossigeno.
Vincent chiuse gli occhi e portò avanti un braccio per carpire le vibrazioni.
– E dopo risucchierà più ossigeno per far comparire il piombo… e poi ancora sparirà il piombo per far comparire…
– L’argento! – Vincent aprì gli occhi di colpo e guardò la sua allieva con un’espressione che Callin non aveva mai visto.
Aveva assistito al susseguirsi di molte emozioni sul viso dell’alchimista, ma mai si sarebbe aspettato di vedere l’ammirazione. Non era quella mista ad orgoglio tipica dei maestri che assistono al momento in cui l’allievo dimostra di essere in grado di fare a meno di loro. Nemmeno quella ignorante di chi assiste ad una dimostrazione di capacità che, seppur mediocre, appare strabiliante in quanto avvenuta in un campo che non conosce affatto. Era quella genuina di chi, senza arroganza, riconosce in un collega maggiore bravura.
Non durò molto, ma Callin fu certo che anche Rose fosse riuscita a carpire i pensieri del suo maestro prima che scoppiasse a ridere.
– Kimi! – urlò con tutto il fiato che aveva in corpo.
La gatta si materializzò accanto a lui con tranquillità, come se il mondo non dovesse finire da un momento all’altro.
– Mi dispiace piccola, ma questo giochetto non potrai farlo per un po’. – così dicendo l’alchimista fece cenno a Rose di staccare il pendaglio dal collo dell’animale.
La ragazza non perse tempo.
– Rose, con le mani in queste condizioni, non posso trasformare il cristallo.
– Lo farò io. Ti ho già visto farlo. – la ragazza era sicura di sé.
Si sedette a gambe incrociate accanto al suo maestro e prese ad armeggiare con il gioiello.
Callin si sporse per vedere meglio, ma quando riuscì a posare gli occhi sulle mani della ragazza, aveva già finito. Stava stringendo una piccola sferetta con una lucetta che correva lungo la superficie seguendo delle linee ben definite.
Rose si alzò e si rivolse verso il punto dove doveva trovarsi l’illiar fuori controllo. La nube viola si stava ingrandendo sempre più in fretta.
Callin fremette quando la vide muovere dei passi verso il centro di quella tempesta, ma non la fermò, la ragazza si stava già concentrando.
Sentì Vincent mormorare tra sé delle parole che non comprese. Per un attimo credette che stesse pregando, ma quando tese l’orecchio maggiormente, sentì che in realtà stava ripetendo la sequenza di elementi sui quali Rose avrebbe dovuto agire.
L’illiar rallentò ancora ed incrementò di una tacca la potenza delle trasformazioni. Nello stesso momento Rose sollevò il suo che, grande come una biglia, prese a brillare come una scintilla viola.
Per i primi dieci secondi non accadde nulla, poi d’un tratto, la luminescenza della sfera fuori controllo venne meno per un istante. Ritornò subito come prima, ma Vincent esultò. Probabilmente era così che doveva andare.
Altri sei secondi senza nessun apparente cambiamento, poi di nuovo un mancamento nell’illiar principale e così via per altre quattro volte ad intervalli sempre diversi.
Vincent era sempre più eccitato e Callin, smarrito tra la preoccupazione per Rose e tutta la serie di ondate di energia che percepiva non riusciva a capire se il piano stesse funzionando o meno.
Ancora un altro mancamento e l’illiar fuori controllo prese a vorticare più velocemente, abbassando la potenza delle sue trasformazioni. Se fino a quel momento il ladro aveva sperato solo sulla base della determinazione di Rose, da lì in avanti aveva un seme di speranza tutto suo da coltivare.
Alette gli si avvicinò, gli occhi gonfi dal pianto. Aveva lasciato il corpo del marito e sotto al dolore un briciolo di speranza pulsava anche per lei.
Con l’illiar più veloce, gli intervalli in cui Rose interveniva provocando l’ammanco di energia si fecero più serrati, ma la ragazza non sbagliò un colpo.
La nube si diradò mostrando di nuovo la sfera sempre meno luminosa e lo spostamento d’aria da essa provocato sempre più blando. Poterono tornare a parlare normalmente e fu Vincent a rompere il silenzio.
– Aiutatemi ad alzarmi – chiese e Callin lo sollevò quasi di peso. – Portami da lei.
Il ragazzo eseguì, aiutando l’alchimista a raggiungere la sua allieva. Ormai l’illiar non era altro che un lume di candela che andava estinguendosi.
Quando furono vicini Vincent si staccò e portò entrambe le mani avanti in direzione della sfera ormai quasi del tutto spenta.
Un istante dopo l’illiar emise una scarica energetica potentissima e poi cadde al suolo inerte.
L’energia sprigionata fu assorbita da una barriera azzurra che evidentemetne aveva creato Vincent appositamente.
Rose guardò il suo maestro stupita.
– La fiamma di ogni candela, si allunga un attimo prima di spegnersi. – spiegò lui tra lo scientifico ed il filosofico, poi abbracciò Rose come un padre stringe la figlia, con il sollievo dipinto negli occhi e l’orgoglio stampato sul viso.
Callin lo vide piangere. Un paio di lacrime gli solcarono le guance, dignitose e rapide, prima di lasciare il posto alla gioia di chi sa di aver fatto qualcosa di buono dopo anni di errori.
Il ragazzo guardò sua madre e poi il Keelihn che giaceva senza vita a pochi passi da loro.
Ogni vittoria ha i suoi morti, ma loro non avevano ancora finito. C’era un filo colorato che partiva da ognuno di loro e li collegava a qualcuno o qualcosa molti metri più in basso.
Intanto l’aeronave di Rosh, malandata per le cannonate e la tempesta che aveva dovuto affrontare fluttuava sulle loro teste, pronta a raccoglierli.
Quello che sembrò strano a Callin fu che nessun filo colorato collegasse Rose a quell’aeronave.

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Capitolo 43 - Genitori e figli
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

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