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Capitolo 42 – Bloccati

Sottofondo musicale
Non abbiamo via d’uscita. Le fate hanno scritto con dei bastoncini la loro risposta, nessuna fata è ancora capace di riportarci sulla Terra. Trilli ed Eila, chiunque sia la seconda, sono entrambe lontane.
Io sono l’unica via per salvare la mamma.
E il Cacciatore Nero, rivelato che il suo vero nome era Killian Flint, vuole vendicarsi del capitano dei pirati. Quindi anche per lui sono la sola via rimasta.
Ma sono disposto a pagare il prezzo?
Ragiono girando tutto attorno alla radura. La prima volta ho perso il coraggio e anche la mamma ha faticato a riprendersi. Adesso è come se fosse tornata in uno stadio adolescente, sa il mio nome, ma non è davvero la mamma, sento che i suoi abbracci e le sue premure sono quasi più un’abitudine o il proseguimento di un qualcosa cui lei non sa più ricordarne un inizio.
Killian è pronto a tutto. Vuole vendetta per il suo amico Long John Silver. Del famigerato Josh Flint non gli importa nulla, lo ha ritrovato lì appeso e poco gli importa come ci sia finito, anche se era suo fratello.
A volte Peter Pan ha proprio ragione: crescere è una gran brutta complicazione.

Piccolo Fiume ad un certo punto compare nel mio campo visivo e mi blocca il passaggio. Allarga le braccia per farmi capire che non ha l’intenzione di spostarsi e nemmeno che mi sposto io.
Respiro a fondo: “Secondo te cosa devo fare?”
“Tua mamma tua tribù”, risponde lui; “Tu salvare tua tribù”
“Johnnie è sulla nave dei pirati, mamma è mezza matta e Wendy è scomparsa”, obietto; “Come la salvo la mia tribù? – Ogni volta che passo da un mondo all’altro perdo il coraggio e con me chi passa, a quanto pare”, mi siedo per terra; “Vorrei salvare Johnnie, è l’unico che so dove trovare, ma quando sarò lì non servirà a niente”
“Niente per niente”, mi contraddice Piccolo Fiume; “Tu lì con lui e insieme via per uscire”
“I pirati lo torturano di sicuro”, ragiono io con lui; “Forse gli hanno rotto gli occhiali e senza quelli lui è come me. E’ come se fossimo ciechi in due”, mi prendo il viso fra le mani; “Quando sarò lì avrò paura, tanta, e il capitano sentirà la mia paura. Ci troverà prima che Johnnie riesca a uscire dalla prigione”
“Se io e Giglio Tigrato con te?”
“Verresti con me?”, chiedo stupito; “E la tua tribù?”
“Senza Peter Pan e senza pirati, vedi nostra Isola? Caos”, replica lui; “Io aiutare te con tua tribù, così Peter Pan e pirati tornare in Isola-che-non-c’è”
Ci penso su. La sua presenza effettivamente mi rassicura. Anche se persino lui avrà paura, dopo essere passato sulla Terra, lui e Giglio Tigrato sono guerrieri. La paura sanno domarla e aiuteranno anche mamma e me. Piccolo Fiume ci tiene a me, e anche ai miei fratelli, a quanto pare.

Mi alzo da terra assieme a lui, stringendoci un avambraccio. “Non sarà più pericoloso di un coccodrillo Tictac”, osservo, d’un tratto divertito dalla cosa.
Lui conferma annuendo.
“Si parte?”, chiede il cacciatore.
“Prendiamoci tutti per mano”, ordino e guardo la mamma; “Anche tu vieni”
“E’ pericoloso per una donna…”
“Andiamo a salvare tuo figlio, una mamma lo fa sempre”, le faccio notare; “Ti va di aiutarci? – Sarai la prima madre in azione in tutti i libri d’avventura”
Lei annuisce e mi si avvicina: “Perché no?”

Ci stringiamo tutti le mani. Ho come l’impressione che sia il contatto con la pelle a permettere al passaggio di portare più gente da una parte all’altra. Ci ho pensato, a come eravamo arrivati da bambini Johnnie, Wendy, Peter ed io a Londra. E a come mamma ed io siamo finiti sull’Isola.

***

Funziona. Siamo sulla nave dei pirati.
Davanti a me, dentro a una gabbia, c’è Johnnie, rannicchiato a terra, la maglietta tutta rossastra, il suo viso non lo vedo, lo nasconde dietro alle ginocchia. E se anche fosse in vista, probabilmente non riuscirei a vederlo bene perché non ho gli occhiali. Lo sconforto mi riempie il cuore e raggiungo le sbarre, le scuoto: “Johnnie!”, sento le lacrime salirmi agli occhi e scendere lungo le guance. “Non è tardi, dimmi che non è tardi”, sussurro fra i singhiozzi. Piccolo Fiume mi supera, poggia una mano sulla mia spalla e mi fa segno di stare zitto. Mentre mi supera, ho l’impressione di vedere che il suo viso ha perso qualche punto in determinazione. Il prezzo del passaggio.
Mamma mi si avvicina e inclina la testa: “E’ lui?” Annuisco e la stringo a me, distrutto. Lei si sgancia dopo un istante e allunga una mano verso Johnnie. Mi accorgo che si è mosso, leggermente. Negli occhi di mamma sembra tornare un qualcosa del suo vecchio io, misto all’orrore. Probabilmente vede cosa è stato fatto a Johnnie. Io sono contento per la prima volta di aver perso gli occhiali.
Dobbiamo uscire di qui al più presto, o siamo spacciati.
Intanto Piccolo Fiume si avvicina di nuovo a noi. Riconosco la sua sagoma, perché i suoi passi non si sentono in nessun modo. Ora sento scattare una serratura. Giglio Tigrato si è mossa in direzione opposta, non ne capisco la ragione. C’era forse il lucchetto, da quelle parti?
Mamma mi mette un paio di occhiali sul naso. Ora che vedo, capisco che Johnnie si è mosso per porgermeli, ma siccome io non li vedevo, perché mezzo cieco soprattutto per via delle lacrime, mamma è intervenuta come ponte fra noi due.
Giglio Tigrato fa dei movimenti. Il cacciatore, con la sua voce profonda, ci richiama da una terza parte: “Usciamo di qui
Piccolo Fiume esegue dei gesti e poi mi guarda negli occhi: “Noi dare voi tempo”
“Non voglio che vi uccidano!”, ribadisco e ci vuole davvero poco che scoppio.
“Sopra ponte ora caos”, ribadisce Giglio Tigrato, facendo allo stesso tempo dei movimenti rivolti indubbiamente al cacciatore; “Noi aiutare Ricciolo e fratello guerriero Lepre-che-corre”
“Lepre-che-corre mia tribù, Johnnie e mamma Mary tua tribù”, replica Piccolo Fiume; “Noi vederci in tuo tepee, a suonare di tamburi di vittoria”, mi incoraggia, ma vedo l’ombra di un dubbio sul suo sorriso.
Il cacciatore spinge la mamma fuori da una fessura utilizzata per farne uscire i cannoni, io noto solo dopo che l’ha legata a una corda e che sta legando anche me: “Vai”, mi ordina e mi spinge giù con una forza immane.
Io cerco di oppormi: “Johnnie!”
“Lo porto io, ero abituato a Barbecue”, sembra voler essere una battuta, ma non è così che arriva alle mie orecchie. Sono troppo teso per questi giochetti.
Vedo la mamma con gli occhi chiusi per lo spavento. La sua corda è legata a me, sento il suo peso mentre con tutte le forze mi isso al primo oblò che mi capita. Lo strattone mi dà delle raffiche di dolore alle spalle, ma il dolore pulsante alla testa finalmente rende la lucidità alla mia mente. Guardo la mamma a penzoloni nell’aria, che stringe forte a se la corda. Le manca solo un metro buono fino al tetto della torre della cattedrale di San Paolo. “Devi aggrapparti in qualche modo alla torre”, la incalzo; “Forza, mamma!”
Lei guarda in giù perplessa, sbianca: “Non posso!”
“Moriremo tutti!”, insisto, non riesco più a sorreggerci entrambi.
Il cacciatore si è calato sulla corda della mamma e ora salta sul tetto con Johnnie. Lo vedo poggiarlo in un punto che reputa sicuro nonostante l’angolazione, poi fissa la mamma, allargando le braccia. “Guarda, ti prende al volo!”, cerco di incoraggiarlo.
Mamma lancia un altro sguardo in basso. Ha paura. Se aspettiamo ancora un po’, non potremo più saltare da nessuna parte, se non nel vuoto. “Mamma, lo facciamo insieme”, tanto se lei non si sgancia, lo faremo comunque; “Al mio tre!”, le annuncio; “Uno!”
“Ho paura, Michael!”
“Due”, continuo imperterrito; “Lontani dai pirati quanta ne vuoi, ma adesso fallo e basta!”, insisto; “Tre!”, mi spingo il più forte possibile verso la torre, che non si trova più precisamente sotto di me. È indubbiamente la corda che in qualche modo fa presa al mio posto.

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Capitolo 41 - Occhi di lavanda
Capitolo 43 - Polvere fatata
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SaraIE

Passa il tempo libero fra libri, carte e penna, suona in una piccola orchestra e ama tenersi impegnata giorno e notte. Studentessa sognatrice, 18enne, vive in Svizzera con la sua famiglia, le piace interpretare le voci quando legge e non ha mai abbandonato le storie di fantasia, anzi, semmai si è irrevocabilmente persa fra i boschi degli elfi, le caverne dei nani, i cieli delle fate e gli abissi delle sirene. Ma, secondo la sua filosofia, prima di fare ordine ci deve essere il caos e prima del sapersi orientare non si può fare a meno di perdersi. Non preoccupatevi se vi sembra strano quello che scrive... Proseguite che alla fine vi ritroverete 😉
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