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Capitolo 42 – Battaglia aerea

Le vibrazioni erano cessate da un bel po’ e quello faceva ben sperare, ma l’assenza di comunicazioni da parte di Vincent e la copertura dell’area di atterraggio ancora sigillata impediva a Callin di entrare in azione.
Si avvicinò alla vetrata di prua della Risonanza. A dritta era ormeggiata la Rose, l’aeronave di Rosh, più piccola della sua ma, stando a quanto gli avevano detto, altrettanto pericolosa in combattimento.
Indugiò sulla placca del nome e non poté fare a meno di pensare alla sua di Rose, la ragazza che avrebbe dovuto consegnare a Morel e che, sorprendentemente, aveva rappresentato per lui lo spartiacque tra il bene ed il male, tra il giusto ed il facile.
Rose, la maledetta ragazza. Lei e Vincent l’avevano portato ad anelare di essere una persona migliore.
Dapprima si era unito a loro solo per riconoscenza verso l’uomo che lo aveva aiutato da bambino. Ma poi la dolcezza, il coraggio e la testardaggine di lei avevano scavato sotto la sua maschera di cinismo e indifferenza, risvegliando una parte di Callin sopita da tempo.
Era stato in grado di accedere a nuove risorse nascoste dentro di sé, si era riscoperto ancora capace di vedere il mondo con occhi benevoli come quelli di lei. Tanto da avviarsi sul cammino del perdono nei confronti di sua madre.
Il pensiero saltò poi verso Verritt, il Keelihn era pazzo e lui lo avrebbe solo dovuto accettare.
Dal dolore sordo che gli pungeva dietro gli occhi capì che Rose l’aveva reso vulnerabile, più esposto, alla mercé degli altri, ma al contempo felice.
Ecco perché in quel momento aveva paura. Lo strano sentimento gli strisciava lungo la schiena. Risalendo, gli attanagliava la gola spingendolo a fare respiri sempre più lunghi e sonori.
Cercò di recuperare la concentrazione controllando le emissioni d’aria ma desistette.
Che io sia dannato…
Strinse forte i denti fino a farli scricchiolare, così come le ossa delle mani strette a pugno.
Per tutti i Grandi, avrebbe annientato chiunque si fosse messo tra lui e la sua maledetta ragazza.
Scorse Rosh attraverso la vetrata dell’altra aeronave e altre rughe di preoccupazione si sommarono sul volto già corrucciato del ladro.
Il marinaio era impaziente come lui, lo intuiva dai gesti frenetici e dal modo maniacale con il quale controllava che tutto fosse pronto. Non aveva già fatto anche lui le stesse operazioni poco prima?
L’attesa lo snervava. Erano ormai diversi minuti che la tempesta sembrava essersi placata ma i Grandi erano ancora in subbuglio. Poteva avvertire la Terra, con la quale si era legato per liberare Amidel, fremere, come una corta tesa da entrambe le estremità. Ad ogni strattone in un verso ne corrispondeva un altro nella direzione opposta che manteneva l’equilibrio.
Nuvolette di polvere presero a cadere dal soffitto della grotta e velocemente si trasformarono in rivoli di terra mentre la luce del giorno si insinuava sotto terra.
– Capitano, l’area di ormeggio si sta aprendo – era la voce del guardiamarina addetto alla navigazione.
– Suppongo che sia il nostro segnale. Tutti ai posti, usciamo prima noi – Callin si meravigliò di come, in così poco tempo, avesse assunto un cipiglio autoritario.
La Risonanza si sollevò lentamente, mentre i portelli di pietra ancora scivolavano uno sull’altro per farsi da parte.
Appena fuori prese quota sempre più rapidamente, seguita a breve distanza dall’aeronave di Rosh.
Callin cercò con lo sguardo la tempesta, ma al suo posto individuò tre velivoli dell’accademia che si muovevano in circolo attorno ad un enorme pilastro di roccia sormontato da una cupola viola.
I boati delle cannonate squassavano l’aria, ma nessuna delle sfere metalliche raggiungeva il bersaglio. Un attimo prima di entrare in contatto con la cupola, si bloccavano e rimanevano sospese un attimo prima di essere rispedite al mittente.
l fatto strano era che succedeva lo stesso un attimo prima che colpissero le aeronavi dell’accademia. Tutte quelle palle di cannone sballottate a destra e manca formavano un nugolo di metallo che oscillava impazzito, allungandosi e contraendosi. Alcune precipitavano, altre mutavano unendosi e separandosi nelle forme più disparate. Sagome che però si infrangevano come flutti sugli scogli ad ogni ondata.
– Portiamoci alla stessa altitudine e prendiamoli dall’altra parte
Nessuno dell’equipaggio rispose ma si mossero come un sol uomo per eseguire gli ordini mentre lui si sedeva sulla poltrona del capitano.
Dalla vetrata vide la Rose superarli a dritta e raggiungere la quota di ingaggio prima della Risonanza. Era piccola quella nave, ma molto più rapida. Che Rosh avesse capito cosa Callin intendesse fare o che l’avesse pensato da solo, poco importava: si stava posizionando esattamente nel punto migliore.
Nel frattempo le tre aeronavi dell’accademia continuavano a girare come squali intorno alla cupola viola dove sicuramente si trovavano Vincent e Rose.
– Bordata da tribordo.
– Sissignore! – l’ufficiale tattico, in tunica viola, tirò un paio di leve sul suo quadro comandi e l’eco dei portelloni di metallo che si aprivano inondò il ponte.
Le luci del ponte di comando cambiarono colore, passando ad un rosso cupo ed il suono di un cicalino provenne dalla postazione armamenti.
– Pronti al fuoco, signore!
– Fuoco appena siamo a tiro.
Passarono esattamente quattro secondi prima che l’alchimista accanto alla vetrata desse il segnale a quello in viola. Questi premette un grosso pulsante rosso.
Il boato della batteria di cannoni che vomitava metallo sul bersaglio non si fece attendere.
– Signore la bordata è stata bloccata – la voce della vedetta tremò un attimo – I colpi tornano indietro!
Callin vide l’uomo indietreggiare spaventato ed accucciarsi nel momento in cui la bordata avrebbe dovuto colpirli, ma non accadde nulla. Le palle di cannone si fermarono, avvolte da una lieve luminescenza viola prima di precipitare.
– Questa è opera di Vincent!
Dall’altra parte dello schieramento Rosh stava spingendo la sua aeronave più vicino a quelle dell’accademia. Una salva partì dai suoi cannoni di babordo e, sorprendendo Callin ed il suo equipaggio, centrò in pieno uno dei due veivoli più piccoli.
– Dalla breve distanza dovremmo colpirli. Avviciniamoci. – La voce del ladro era più fiduciosa.
La Risonanza si mosse, lentamente, in traettoria circolare, come un pianeta in un orbita esterna di una stella viola. Il timoniere strinse poi il raggio di virata e la portò di nuovo a tiro.
La nuova bordata dalla distanza ravvicinata andò a segno, schiantandosi sullo scafo dell’ammiraglia dell’accademia. La gigantesca aeronave incassò il colpo riportando solo qualche graffio.
– Signore, una delle più piccole è in rotta di intercettazione.
– Manovra evasiva, portiamoci sopra di loro e allontaniamoli dalla nostra macchina!
La Risonanza salì di quota, inseguita da una delle aeronavi dell’accademia, mentre Rosh, una decina di metri più in basso si allontanava costringendo l’altra ad abbandonare l’attacco alla cupola.
Solo l’ammiraglia rimase a girare intorno alla sua preda, senza però riuscire a colpirla.
– Avanti, liberiamoci di questo moscerino e torniamo su quella grossa!
La nave di Callin puntò verso la montagna, ormai sventrata per metà dalle reazioni alchemiche indotte dalle macchine, tallonata dagli inseguitori, più veloci e agili.
Due tonfi sordi, seguiti da lievi scossoni che investirono la Risonanza, lo fecero sbottare.
– Perché noi non abbiamo cannoni frontali?
– Perché la nostra aeronave non è progettata per gli inseguimenti, signore – la risposta solerte a quella domanda palesemente retorica gli strappò un sorriso – abbiamo però la possibilità di sganciare sfere esplosive dal basso.
– Usiamole allora. Salite di quota e indietro tutta. Pronti a sganciare.
L’equipaggio eseguì e la Risonanza si inclinò pericolosamente in avanti mentre i motori la trascinavano all’indietro.
Attraverso la vetrata frontale, riuscirono a vedere il loro bersaglio che passava in velocità sotto di loro.
– Sganciare! – le sfere esplosive si liberarono dai loro supporti nella parte bassa dello scafo e precipitarono sui loro nemici. Gran parte mancarono il bersaglio che intanto li aveva superati, ma un paio colpirono la poppa aprendo uno squarcio sulla sala macchine.
Una colonna di fumo nero proveniente dalla nave dell’accademia segnalò a Callin che i motori avversari erano andati.
– Barra a dritta. Bordata da babordo. Pronti al fuoco.
La Risonanza, inclinata com’era, virò bruscamente trovandosi con il fianco sinistro quasi totalmente rivolto verso il suolo, proprio sopra il nemico. Scricchiolii sinistri si diffusero lungo le paratie, ma la nave tenne.
– Ora!
La bordata investì in pieno l’aeronave dell’accademia. Le sfere metalliche perforarono l’enorme pallone aerostatico che sovrastava il ponte superiore incendiando il gas in esso contenuto.
Il velivolo nemico, perso il sostegno primario, perse quota velocemente andando a schiantarsi contro il fianco della montagna.
– Torniamo in asse ed aiutiamo il capitano Rosh.
Impiegarono un paio di minuti a ripristinare l’equilibrio della nave e quando furono di nuovo pronti, Callin vide l’aeronave che inseguiva la Rose, venir incastrata tra le bordate di Rosh e le cannonate provenienti dalla montagna: Feal’d, Alette e gli altri alchimisti avevano fatto un gran bel lavoro.
– Contrordine. La Rose non ha bisogno d’aiuto, torniamo dal maestro Vincent.

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Quando l’aeronave che inseguiva la Risonanza precipitò, Rose e Alette non poterono fare a meno di lanciare un urlo di gioia.
L’attenzione della ragazza però venne subito catturata dall’ammiraglia di Solinar che continuava a tentare di superare il campo di forza viola con ogni mezzo: cannonate, fulmini di energia, trasformazioni al pilastro che sorreggeva la macchina.
Vincent si difendeva egregiamente ma erano già alcuni minuti che aveva smesso di parlare.
Il piedistallo metallico dell’Illiar era quasi completamente esaurito eppure la macchina dell’accademia sembrava imprimere sempre più potenza nelle trasformazioni e sebbene in un primo momento il suo maestro aveva cercato di contrattaccare, già da un po’ era passato ad una difesa passiva volta solo a controbilanciare i tentativi dell’avversario.
– Ma da dove prendono tutta quell’energia, loro? – chiese Rose.
– Escludo che abbiano la stessa fonte che abbiamo noi – Alette congetturò con lei – è più probabile che quella nave sia piena zeppa di batterie alchemiche, caricate con l’energia di tutti gli alchimisti dell’accademia negli ultimi anni.
– Ed è più efficiente della nostra – la voce di Vincent era affaticata – in fondo questa è vecchia di vent’anni.
La ragazza si avvicinò al suo maestro e gli poggiò una mano sulla spalla.
Non proferì parola ma cercò di convogliare in quel tocco tutti i suoi sentimenti di stima e fiducia ed il sorriso che balenò per un attimo sul volto di Vincent le fece capire che forse c’era riuscita.
Sbirciò gli indicatori della macchina. In quel momento erano cinque le bobine attive e le frequenze di risonanza ballavano molto di più, indice che il suo mentore stava controllando molte più reazioni allo stesso tempo, lasciandone andare una per controllarne un’altra brevemente e poi tornare alla prima.
Un maglio di metallo si abbatté sulla cupola facendo piovere scintille multicolori all’interno. L’ultimo moncherino del piedistallo dell’Illiar si esaurì per respingere l’attacco. Lo scudo si spense.
– Ci serve altra energia – Alette urlò per sovrastare il rombo dello spostamento d’aria.
Il maglio prese a trasformarsi assumendo lentamente l’aspetto di una lancia, ma prima che potesse essere pronta, una bordata volò una ventina di metri sopra le loro teste e la centrò in pieno.
La Risonanza si frappose tra l’ammiraglia di Solinar e la macchina di Vincent. Una nuova salva di cannone partì dall’aeronave che però venne bloccata e finì per diventare parte integrante di quell’ammasso metallico che stava riassumendo la forma di una lancia.
La nube temporalesca controllata dall’accademia prese a riformarsi avvolgendo la nave di Callin.
Rose, in ginocchio, assisteva impotente alla scena della Risonanza che veniva stritolata dalle spire nere della tempesta mentre la lama metallica prendeva velocità.
La lancia di Solinar puntò la plancia di comando di Callin ma non raggiunse mai il suo bersaglio. Andò fuori fase un attimo prima di colpire scomparendo in un guizzo di luce viola.
L’Illiar della macchina si riattivò, ricaricato da tutto quel metallo che abbandonava la sua forma materiale. La barriera viola si ripristinò, la tempesta sparì e l’aeronave del ladro fu di nuovo libera di muoversi ed attaccare.
Le cannonate non si fecero attendere e dal lato opposto fece la sua comparsa la Rose, un po’ malconcia ma ancora in grado sparare.
La ragazza vide le due aeronavi procedere in due direzioni opposte incastrando Solinar in un fuoco incrociato. Non tutti i colpi andavano a segno, bloccati dalla sua macchina, ma altri si insinuarono tra le difese.
– E adesso giù! – L’urlo di Vincent la distolse da quella scena.
Il suo maestro era in piedi, sempre con le mani poggiate sui comandi della macchina, lo sguardo spiritato fisso sul suo bersaglio.
Lo scudo viola della macchina si concentrò tutto nella direzione dell’ammiraglia di Solinar, le scariche colorate si intensificarano in un unico punto ed una lama di luce partì in direzione del loro nemico.
L’aeronave dell’accademia venne tagliata in due parti. Una delle due metà precipitò all’istante, l’altra invece fu avvolta da una luce azzurra e perse quota lentamente.
La ragazza si voltò di nuovo verso Vincent.
– Ce l’hai fatta!
Lo sguardo spento del suo maestro però era tutt’altro che felice.
Rose si mosse verso di lui, ma Alette era più vicina. La donna lo spostò e lo adagiò in terra, tenendogli la testa.
L’uomo ansimava vistosamente e rivoli di fumo si diffondevano dalle sue mani, completamente ustionate.
– Si è spenta? – chiese l’uomo con un filo di voce.
La ragazza guardò il quadro comandi della macchina, completamente fuso. L’Illiar però ancora pulsava al centro della struttura metallica e tutte e sei le bobine erano percorse da lievi scariche viola.
– No.

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Capitolo 41 - La macchina
Capitolo 43 - Genitori e figli
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

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