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Capitolo 39 – Incubi

Sottofondo musicale
“Johnnie, loro sono sull’Isola! Ti basta aprire un passaggio, sei un portale!”, gli do una pedata perché perdo l’equilibrio. Probabilmente la nave ha fatto una curva.
Johnnie scuote la testa e fissa in silenzio gli occhiali di suo fratello: “Tu credi siano ancora vivi?”, obietta.
“Bè… perché no?”, osservo; “Siamo vivi anche noi”
“Mike non ci vede senza occhiali, è come me. E la mamma è un’adulta, ha già rischiato grosso dopo la morte di papà. Quanto resisteranno sull’Isola?”, argomenta lui e scuote la testa; “Tu mi trovi squallido, non è così?”
“Squallido?”
“Significa senza sentimenti, vuoto”
Io inarco un sopracciglio: “Quando mi hai cacciato dalla camera di Wendy, eri molto arrabbiato. E sei stato cattivo con Peter”, gli confesso.
“Bè, allora qualche sentimento l’ho salvato, eh?”, sembra una battuta, ma non saprei che rispondergli. E’ più complicato che parlare con Peter.

La porta si apre ed entra il capitano, solleva Johnnie per la spalla con l’uncino. Ormai le spalle di Johnnie sono tutte piene di graffi e colpi di frusta: “Se Peter Pan trova la cara Wendy prima di me, la ucciderà. E’ ciò che vuoi?”
“Wendy è forte”
“Finché non paga il prezzo”, replica il capitano; “Sai come funzionano i portali, ho sentito la tua paura dopo che sei rientrato a Londra anni fa. Mi hai reso immensamente felice. Hai avuto paura di te stesso, di quello che sapevi fare. Hai avuto paura di quello che avresti fatto ai tuoi fratelli se di nuovo ti capitava di aprire un passaggio”, nell’insieme è solo un ritornello che ormai non sopporto più; “Che tu continui ad avere paura mi rende più forte ogni minuto”
“Non puoi vincere”, replico io. Non ho l’intenzione di stare a sentire di nuovo le risate sguaiate dei pirati mentre cercano di avere da Johnnie quello che lui non gli darà mai. Forse alla fine siamo uguali. Abbiamo qualcosa di caro. E moriremo pur di proteggere quella cosa che ci tiene ancora vivi.
Il capitano lascia andare Johnnie, gira attorno alla gabbia e mi infilza l’uncino nella spalla: “Che ne sai, tu?”, mi scruta un attimo più attento; “Sei uno dei mocciosi di Peter”
“E ne vado fiero”, dichiaro, afferro l’uncino e lo estraggo con forza. Mi porto ansando al centro della cella, così non può raggiungermi con il suo braccio.
“Stupido moccioso!”
“Mica tanto stupido, a quanto vedo”, osserva Johnnie, apparentemente divertito. Si sta facendo un nodo con i due stracci che ormai compongono la sua maglietta per tamponare una ferita sul braccio che gli si è riaperta.
“Visto che non vuoi fiatare, vedi di non farlo quando non sei interpellato, portale”
“Non avrai da lui quello che chiedi a me”
“Quanto tempo pensi che abbia ancora tua sorella?”, osserva il capitano; “La sua unica salvezza è unirsi a me. Peter Pan è un nemico che, a questi punti, abbiamo in comune”
“Non può unirsi a te”, rispondo deciso; “E’ un mangiatore. Mangiare la fantasia o mangiare la paura non fa differenza”, affermo; “Tu vuoi solo che Wendy ti ridà i tuoi occhi”, lo accuso; “Per averli usi noi. E dopo la ucciderai prima che lei ti mangia”
“Non ucciderei mai una damigella”, obietta il capitano e si toglie il cappello, poggiandolo sul cuore; “Mi ferisci sul mio onore, moccioso”
“Non la uccideresti mai?”, sbotta Johnnie e si alza di scatto, gli punta contro il dito; “Tu gli hai sparato!”
“Si è intromessa, l’obiettivo era Peter Pan”, ribatte lui.
“Lo è davvero?”, chiede Johnnie, lo vedo tremare, ha paura; “Per colpa tua non so più com’è voler bene a un padre. I patti con te hanno solo portato dolore, e vuoto”
“Hai dimenticato l’affetto per tuo padre per via dei mesi che hai passato sull’Isola. E’ il prezzo per viverci e restare bambini per sempre”, osserva il capitano; “Vuoi i tuoi ricordi con tuo padre? Posso portarti dove li potrai ritrovare. Chiedo in cambio solo i miei occhi e tu hai la chiave per convincere Wendy”
Johnnie sembra corrotto dall’idea. Poi indietreggia, si aggrappa alle sbarre dietro di lui, sembra disgustato, forse da se stesso: “No, mai”
“Mai è un tempo seriamente lungo, ragazzo mio”, afferma il capitano; “Non ricordi quando morivi dalla voglia di unirti a me?”, il capitano cammina lento attorno alla cella; “Ai tempi, quando volevi essere più di un ragazzino minuto, con gli occhiali, preso di mira. E sei ancora più basso di tua sorella. Non hai più tante speranze di diventare più alto di lei”, lo raggiunge e gli fa una carezza con l’uncino; “Volevi che ti rispettassero, che tenessero le distanze e guardassero verso di te, verso l’alto. La tua ambizione e il tuo coraggio sarebbero stati noti ovunque”, dichiara e gli appoggia una mano su una spalla e l’uncino sull’altra. Il suo viso sottile passa attraverso le sbarre: “Ti sei spaventato, da bambino. Infatti la pirateria non ammette i mocciosi”, gli sorride; “Ma adesso, John… adesso potresti diventare Jack Manorossa, il vero ed unico Jack Manorossa. Al confronto Jackie Manorossa non sarà che una briciola sugli scritti degli indiani”, sostiene ancora; “Nessuno respirerà senza il tuo permesso. Potresti avere una ciurma e una nave tutta tua”, propone il capitano.
Johnnie ripete la sua risposta in un sussurro: “Mai”
“E cosa sarai? Il piccolo impiegato in piccolo buco dove contano soldi?”
Johnnie non risponde.
Lo faccio io e non so da dove mi viene tutta la rabbia che esce da me: “Lui vale più di cento dei tuoi pescecani, stoccafisso, te incluso!”
Il capitano solleva mano e uncino dalle spalle di Johnnie e sorride: “Però… hai un primo ammiratore. Un moccioso su un’Isola dove nulla cambia mai”
Johnnie continua a non rispondere.
Il capitano gli dà un colpo possente sulle spalle, lo fa crollare a terra e scuote la testa: “Che razza di fallito sei, Johnnie, se non cogli le occasioni?”
“Non posso pagare il prezzo”, Johnnie si rannicchia a terra e stringe a se le ginocchia. Chiude gli occhi.
Il capitano gli dà un calcio nella schiena. Johnnie ulula per il dolore.
Io non resisto e lo raggiungo, lo tiro in dentro. L’uncino coglie l’occasione per afferrarmi sotto l’ascella, bloccarmi vicino alla sbarra e aprire la gabbia.

Stavolta tocca a me, sento la paura montarmi.

“Giglio Tigrato!”, aprii la cella, ma lei non si mosse.
Aveva gli occhi pestati, le braccia coperte di bruciature, la schiena piena di frustate, il viso quasi non si vedeva. Aveva i capelli spettinati e le unghie delle mani e dei piedi non stavano più al loro posto. La sollevai da terra, lei puntò i piedi, però notai che nemmeno quelli erano al loro posto.
“TRILLI!”, gridai. La fatina mi raggiunse e ci riempì di polvere fatata.
Lei si mosse leggermente, cercava di aprire gli occhi, ma non ci riusciva: “Peter”, dal labbro gonfio il nome del mio amico quasi non si capiva.
La polvere non bastò per sollevarla da terra.
“Peter ci sta tenendo libera l’uscita”, la informai a bassa voce; “Non riesco a sollevarti, sono solo Ricciolo. Giglio Tigrato, riesci a pensare a qualcosa di felice?”
Mi parve che annuisse. Pronunciò un nome, di nuovo: “Peter”, e si sollevò da terra. Le cinsi la vita per proteggerla e la guidai fuori dalla nave, lontana dalla Baia dei Pirati, fino al suo villaggio. Trilli e Peter ci raggiunsero dopo.

Io inizio a oppormi al capitano, non voglio finire come lei, non posso, non ce la faccio, lo so già, ho paura!
“IO CREDO NELLE FATE!”
“Sciocco, ho la tua fata al mio servizio, volente o nolente”, mi sussurra il capitano nell’orecchio e mi sbatte a terra. Il Gobbo Grasso mi afferra, puzza di sudore, un altro pirata mi lega all’albero maestro.
“Ne facciamo una borsa di pelle, capitano?”, chiede il Vecchiaccio.
Io chiudo gli occhi e stringo a me l’albero maestro.
“Le tue vecchie abitudini continuano a non piacermi, Vecchiaccio”, afferma il capitano.
“Non dovremmo toccarlo, quello è il moccioso che sta sempre alle costole di Peter Pan, una merce è buona finché buona la si tiene”, obietta un altro pirata. Probabilmente è Roger Smith.
39 Capitano J.M.Berryl - Lande IncantateIl capitano spara un colpo, io sussulto e mi mordo il labbro a sangue.
“Bada a tenere chiusa quella bocca, mentecatto, o vedrai quanto più larga te la faccio con il prossimo colpo, ci siamo intesi?”
Sento la sua mano poggiarsi sulla mia testa e girarmi lo sguardo verso di lui. Io tengo gli occhi chiusi, ho troppa paura. “Per la borsa di pelle non voglio perdere tempo. Ti daremo la scelta fra le altre opzioni”

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Capitolo 38.2 - Neve candida
Capitolo 40 - Tenacia
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SaraIE

Passa il tempo libero fra libri, carte e penna, suona in una piccola orchestra e ama tenersi impegnata giorno e notte. Studentessa sognatrice, 18enne, vive in Svizzera con la sua famiglia, le piace interpretare le voci quando legge e non ha mai abbandonato le storie di fantasia, anzi, semmai si è irrevocabilmente persa fra i boschi degli elfi, le caverne dei nani, i cieli delle fate e gli abissi delle sirene. Ma, secondo la sua filosofia, prima di fare ordine ci deve essere il caos e prima del sapersi orientare non si può fare a meno di perdersi. Non preoccupatevi se vi sembra strano quello che scrive... Proseguite che alla fine vi ritroverete 😉
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