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Capitolo 37 – Ritorno

Tutto sommato il viaggio procedette senza intoppi né scossoni. Certo, la Risonanza era molto più grande della precedente aeronave, ma i cinque nuovi membri attivi dell’equipaggio sapevano esattamente cosa fare. Ognuno di loro sembrava a suo agio su quel mezzo volante molto più di un normale alchimista. Sebbene Kool avesse espressamente ordinato che seguissero le sue direttive era evidente che di lui non c’era bisogno e che avrebbero potuto portare l’aeronave a destinazione senza problemi. Tuttavia, il fare ossequioso dei suoi marinai, che lo chiamavano capitano e lo guardavano costantemente pendendo dalle sue labbra, lo avevano fatto desistere dal raggiungere Rose in una cabina e schiacciare un pisolino.
Passò comunque da lei, per qualche minuto, quando era quasi l’alba, non prima di aver espressamente lasciato il comando a Feal’d. Erano strani quei marinai. Quando lo videro lasciare la sua postazione, infatti, avevano chiesto chi lo avrebbe sostituito durante la sua assenza e si era ritrovato ad assegnare al neo priore quel compito.
Lanciò uno sguardo a Rose, sdraiata ancora vestita sul letto della cabina del capitano, invidiandole il sonno profondo a cui la ragazza aveva ceduto.
Era stato sciocco a pensare di trovarla sveglia, ma da quando aveva potuto riabbracciarla dopo l’evasione dell’imperatore, non aveva avuto modo di scambiare con lei nemmeno due parole. Sospirò. Accostò lentamente la porta ed uscì. I corridoi dell’area delle cabine erano affollati. Tutti gli alchimisti che avevano caricato erano irrequieti e, sebbene ci fosse posto per tutti, molti tenevano le porte delle cabine aperte o passeggiavano nervosamente all’esterno.
La stanza dell’imperatore, invece era chiusa ed un alchimista dalla tunica azzurra, alto e grosso quasi quanto Feal’d, la piantonava dall’esterno.
Fece per tornare nella sala di comando, ma l’anziano Kool attirò la sua attenzione e lo invitò ad entrare nella sua cabina un attimo.
– Capitano, come si stanno comportando i miei ragazzi? – chiese appena Callin si fu accomodato su di uno sgabello.
– Sono solerti e precisi, possono fare a meno di me – rispose il ragazzo con un sorriso.
– Ne sono compiaciuto, non avevano mai effettuato prove pratiche alle strumentazioni di un’aeronave – disse con tono serio Kool – ma, caro ragazzo, sappiate che non possono e non vogliono fare a meno di chi li guida, per quanto preparati e solerti possano essere.
Callin lo guardò un po’ smarrito ed il vecchio dovette aver compreso dal suo sguardo che erano necessarie ulteriori spiegazioni.
– Vi sarete chiesto – continuò Kool – perché mai un gruppo di alchimisti più preparati e più anziani di voi, vi abbiano permesso di comandare questa nave senza batter ciglio. Non un moto d’orgoglio, non una rimostranza.
– Devo ammettere che me lo sto chiedendo da quando vi ho incontrato in quella radura.
– Siete un ragazzo sveglio, ma certe cose non si possono intuire, si debbono conoscere. – l’anziano si sistemò meglio sul bordo del letto della sua cabina – La capitale dell’impero non è sempre stata Arphos. Secoli fa era Hotan e la sede della nostra accademia è stata la prima ad essere fondata. Prima di allora l’alchimia non era altro che superstizione e fortuna. Sono stati i nostri antenati ad Hotan a renderla una scienza.
Callin seguiva con il pensiero rivolto vesto la sala comandi. Parte della storia la conosceva, non era un segreto che la capitale dell’impero fosse stata spostata solo trecento anni prima, ma per non indispettire il suo interlocutore, non lo interruppe limitandosi ad annuire con la testa.
– Nei primi decenni, l’accademia non deteneva l’esclusività sull’alchimia, ma il solo fatto che essa venisse studiata come una scienza conferì in breve tempo alla sede di Hotan prestigio e potere. Quello che riusciva a fare un bambino addestrato nell’accademia era già oltre le capacità di un alchimista che aveva studiato da solo per tutta la vita. Quando si resero conto che gli uomini e le donne addestrati ad Hotan possedevano capacità in grado di stravolgere equilibri politici ed economici, il consiglio dell’accademia deliberò per l’introduzione del Costo.
Dopo i primi secondi di noia, Callin si fece attento. La curiosità era stata da sempre una delle sue doti più grandi.
– Il Costo? – chiese senza riuscire a trattenersi – non penso si trattasse di denaro ma piuttosto una sorta di rinuncia per padroneggiare l’alchimia, è così?
– Siete davvero un ragazzo intelligente – lo gratificò Kool – Il Costo non poteva essere coperto da beni materiali, sebbene in molti tentarono di acquistare la conoscenza tramite donazioni all’accademia. Il Costo doveva essere personale. Gli insegnamenti dei maestri variavano a seconda di cosa ogni allievo era disposto a rinunciare. Ed il Costo massimo, non poteva essere altro che l’esercizio volontario della scienza che si era appresa.
– Mi state dicendo che per poter conoscere tutti i segreti dell’alchimia, le persone sceglievano di non esercitarla? – Callin era davvero sorpreso.
Non aveva senso apprendere con tanti sacrifici quella scienza e poi non poterla utilizzare. Kool però annuì solenne e gli diede qualche secondo per riflettere.
– Gli alchimisti sono scienziati. Per molti di loro era più appagante conoscere i segreti del mondo piuttosto che piegarlo ai propri desideri. In questo modo, del resto, si impediva ad alchimisti troppo potenti di interferire direttamente con la politica. Fu per questo motivo che i regnanti del passato si fidarono degli alchimisti, tanto da farne i loro consiglieri personali. Più l’alchimista era potente, meno poteva compiere di sua iniziativa, ma non gli era certo fatto divieto di utilizzare la sua scienza dietro ordine diretto del proprio sovrano o di un alchimista di rango superiore.
– Ho capito. Quindi l’accademia non faceva altro che creare strumenti nelle mani degli altri. – Callin non riuscì a trattenere lo sdegno.
– Fu per questo che il Costo fu abolito un paio di secoli dopo – spiegò ancora Kool – ma non ad Hotan. Negli anni erano state fondate altre sedi dell’accademia, ognuna con regole leggermente diverse e si decise che gli alchimisti di Hotan avrebbero continuato a sostenere il Costo. Per questo negli anni recenti siamo diventati i contabili dell’accademia. Vincolati dall’obbedienza cieca al nostro priore ed al decano eravamo i candidati perfetti a proteggere i segreti degli alchimisti. Sebbene il nostro ruolo nella gestione delle finanze sia stato reso pubblico, ci sono molti altri compiti che nessuno all’esterno del consiglio dei priori conosce. Uno fra questi, come ormai una persona attenta come voi, avrà capito fu quello di progettare le aeronavi.
– Progettarle, ma non costruirle a causa del Costo che vi viene imposto, né tantomeno pilotarle.
– Esattamente.
– E per questo il capitano di questa aeronave devo essere io – concluse Callin – solo dietro ordine diretto potete applicare la vostra scienza.
Kool si profuse un lieve applauso.
– Perché non Feal’d? Perché è il priore di Hotan, ora?
– Perché voi siete più bravo. L’avete pilotata da solo senza commettere errori. Noi alchimisti sappiamo riconoscere le capacità delle persone. – il vecchio gli sorrise – Il fatto che ogni sede abbia un priore è solo simbolico ed è una prassi degli ultimi secoli, ma non è scritto in alcun luogo. I priori operano per il bene dell’accademia nella sua interezza e Feal’d sarà sempre un alchimista di Saroh. Gli allievi ed i maestri di ogni sede devono obbedienza a tutti i priori a prescindere dalla loro provenienza.

Callin annuì un paio di volte riflettendo sulle nuove informazioni.
Un cicalino attirò la sua attenzione.
– Maestro Kool, credo che abbiano bisogno di me in sala comandi.
– Lo credo anche io, giovane capitano.
Callin si congedò con un cenno del capo e corse per i corridoi e le scale per raggiungere al più presto il suo equipaggio.
Entrò nella sala comandi e vide Feal’d accanto alla vetrata di prua. L’attimo successivo, tutta l’attenzione di Callin fu assorbita dalle Bianche Cime che si stagliavano candide a trafiggere un cielo celeste e limpido. La loro meta era vicina. Chissà cosa avrebbero trovato, come avevano reagito gli alchimisti ribelli a Vincent e al suo caratteraccio?
Il ladro che era stato sino a pochi mesi prima si stupì di quel pensiero e di quanto esso gli causava inquietudine. Riprese il comando dell’aeronave, ordinando all’alchimista marinaio in giallo di aumentare la velocità, voleva scoprire cosa era successo fra quelle montagne.
Atterrarono più di due ore dopo, con tutto il suo disappunto. Feal’d gli aveva spiegato che la serie di segnali luminosi che lui e i ribelli si erano scambiati, avevano il compito preciso di autorizzarli ed identificarli come amici. A Callin, però, era sembrata solo un inutile perdita di tempo. Fosse stato per lui, avrebbe piazzato l’imperatore sulla prua, in piena vista, chi avrebbe osato ostacolarli?
In fondo, però Amidel era ancora troppo debole e l’alchimista in nero aveva preferito non spostarlo, lui aveva accettato. Ma dopo più di un ora di bagliori incomprensibili, far atterrare la Risonanza era stata quasi una liberazione.
Dalla cabina di comando vide il gruppo di ribelli riuniti ad attenderli, quella vista lo tranquillizzò, spiccavano infatti tra loro sia Vincent che sua madre e nessuna veste nera da decano, questi ultimi a lui non erano mai piaciuti.
– Neanche a me sono mai stati simpatici, ma erano necessari.
– Allora ti reggi in piedi e quelle di Feal’d erano solo scuse per mettere in mostra il suo codice luminoso? – gli rispose Callin senza voltarsi.
Amidel lo affiancò sorridendo brevemente prima di rispondere.
– Penso che sia necessario che mi vedano in piedi.
– Bah, non ingannerai Vincent – rimbeccò il ragazzo.
– Chi?
– Il mio maestro. Tunica blu, accanto alla donna bruna – spiegò Rose, che intanto si era svegliata e li aveva raggiunti.
– Ah, ora capisco chi sono. Lei è tua madre, vero Callin?
La mascella del ladro si indurì, prima di fare un secco cenno con la testa, l’imperatore a quella reazione sorrise benevolmente, lo sguardo però erano distante.
– Ragazzo, bisogna perdonarli finché se ne ha il tempo.
Con quelle parole l’imperatore gli voltò le spalle e uscì dalla sala comandi. Rose e Callin lo seguirono a debita distanza, ma appena fuori dalla visuale dei ribelli lo aiutarono a reggersi, sino a quando il portellone non si aprì e Amidel fece la sua discesa sicura e maestosa. Al suo passaggio i ribelli si inchinarono rispettosamente.
Il primo a rialzarsi fu Vincent vicino al quale l’imperatore si era fermato.
Callin che procedeva dietro Feal’d e Kool con affianco Rose, poté vedere gli sguardi tra i due e sorrise al pensiero che neanche un imperatore, riusciva a non essere irrequieto sotto l’attenta analisi di Vincent.
– Benvenuto imperatore Amidel Gel’dead, sono contento di sapervi sano e salvo – proclamò l’alchimista in blu a gran voce, per poi chinarsi a baciare la mano non più ingioiellata del mezzo Keelihn.
Tutto intorno esplosero applausi e Callin scorse più di un volto realmente sorridente, dunque alcuni alchimisti amavano davvero il proprio imperatore a prescindere dalla sua condizione di ibrido, riuscì quasi a gioire anche lui.
Dopo fu la volta di altri saluti molto meno eclatanti, ma il ragazzo capì altrettanto sinceri fra Feal’d, Vincent e Alette, non voleva sbagliarsi ma un fugace sorriso era apparso fulmineo sul volto imperturbabile dell’omone.
Subito dopo l’alchimista in blu si trovò faccia e faccia con l’ex priore, con sommo stupore, del ladro si mostrò deferente e rispettoso, contento, quasi di poterlo salutare.
Lui, insieme a Rose, si teneva in disparte, aspettando il congedo dell’imperatore e sospettavano di molti altri che lo avrebbero seguito.
Qualche istante dopo, infatti, Amidel espresse la volontà di riposare, all’orecchio di Feal’d. Callin fu l’unico dei presenti a riuscire a percepire quel sussurro, ma fu certo che Vincent avesse compreso le sue reali condizioni. Il grosso alchimista, dando seguito ai voleri del suo imperatore lo scortò oltre il gruppo di alchimisti e all’interno della base ribelle. Diversi si accodarono ai due.
Appena la maggior parte delle persone se ne furono andate, Vincent rivolse ai due giovani un caldo sorriso, contornato da qualche ruga in più di quelle che il ragazzo si ricordava.
– Ottimo lavoro – si congratulò l’uomo avvicinandosi ai due, poggiando ad entrambi una mano sul braccio.
I due sorrisero a loro volta, Rose in particolare era molto contenta di rivedere l’uomo ed averlo tutto intero davanti a lei le fece tirare un forte sospiro di sollievo. Callin quasi sentì l’aria che riempie i polmoni e viene fuori tutta in un colpo. Li lasciò in disparte, certo che la ragazza avrebbe voluto descrivere, lei stessa, la loro impresa, era pur sempre il suo maestro.
Si scostò un po’ da loro concentrando tutta la sua attenzione sulla figura dietro le spalle dell’uomo: sua madre.
Lo sguardo di Callin si posò, con un po’ di reticenza su Alette, ma quando lo fece ne restò spiazzato. La donna aveva occhiaie marcate e gli occhi lucidi, un labbro in continuo movimento, era tormentato dai denti che vi ci affondavano dentro.
– Madre. – disse turbato, incapace di chiamarla in un altro modo. Era così fragile, non sembrava più la stessa donna che aveva lasciato alla sua partenza.
Quando lo sguardo di Alette si spostò su di lui la sensazione si acuì. Senza pensarci, si mosse verso di lei. La guardò dritto negli occhi e quasi gridò per il dolore che lesse nella sua anima. Senza pensarci oltre l’abbracciò stretta.

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Capitolo 36 - Gli alchimisti contabili
Capitolo 38 - Solinar
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Lissa

secondo nome Stachanov, non riesce a stare con le mani in mano, ogni minuto in cui non si è impegnati in qualche attività è un minuto perso! Le piace dialogare con le persone e cerca di avere pochi pregiudizi, non sempre le riesce… soprattutto quando le demoliscono i suoi libri fantasy preferiti. Passione e hobby unico lettura di libri, ovviamente, fantasy, ha provato anche altri generi con scarso risultato, sempre alla ricerca di qualche nuova bella saga da scoprire, insomma, leggere è l’unica cosa che non si stancherebbe mai di fare.

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