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Capitolo 32 – Il segreto di Recro

La lasciò andare e fece un passo indietro.
Alette lo guardò spaventata. I suoi begli occhi erano resi ancora più grandi dalla paura. Sapeva dalla sua espressione di aver instillato il dubbio in lei: poteva uscire in qualunque momento, ma invece era rimasto lì in cella . E la donna che era diventata odiava l’incertezza ancor più della ragazza che era stata. L’alchimista lo sapeva.
– Era questo che doveva fare Kimi? – gli chiese dopo un attimo, il tempo necessario a riacquistare il controllo, poi lo incalzò ancora – Doveva venire a liberarti?
– Oh no, questo l’ho fatto da me – Vincent sorrise disarmante, saccente e incatenò il suo sguardo a quello di Alette.
Era una nuova mossa del loro gioco, un nuovo stallo, lo sapevano entrambi, chi avrebbe ceduto prima?
– Lei ha un compito molto più importante – sottolineò l’alchimista ad alta voce.
– E quale sarebbe? – Alette afferrò le sbarre della prigione e la calma l’abbandonò di nuovo, gridava quasi – Dimmelo Vincent, non permettere ai tuoi folli piani di farti uccidere!
– Le ho detto di andare a nascondere l’illiar in un posto dove nessuno, tranne lei, possa ritrovarlo.
Alette cadde in ginocchio, ancora scuoteva le sbarre, ma senza forza. I capelli a coprirle volto. Il rumore delle lacrime che le gocciolavano dal viso si udì distinto quando caddero a terra.
– Così ti sei condannato. Recro non ti crederà mai, ti torturerà! Farai la fine di quello lì. – Lo disse con un filo di voce quasi impercettibile.
Il dolore si leggeva chiaro in quei gesti, era così tangibile…
Vincent si inginocchiò accanto a lei, dall’altra parte delle sbarre. Allungò una mano attraverso di esse e le accarezzò la guancia delicatamente quasi temesse di romperla. E forse davvero era così.
– Per queste lacrime, Alette, solo per una volta, meriti che ti dica la verità.
La donna alzò gli occhi, incrociando i suoi, le sorrise come una volta, come quando era lui a proteggerla e lei doveva semplicemente seguirlo.
– L’illiar non è mai stato qui. Non l’avrei mai portato con me in un posto dove non potrei difenderlo. La missione di Kimi è un’altra.
– Quale? Vincent, quale? – supplichevole il suo tono ed ancora rotto dal pianto, ma l’uomo si alzò e le diede le spalle. La donna seguì i suoi movimenti con lo sguardo alzandosi a sua volta meccanicamente.
– Aprirti gli occhi.
Nello stesso istante Verrit comparve in fondo al corridoio dell’ala di detenzione.
– Alette-nan, l’ho trovata – le urlò appena la vide – però devi venire con me, subito. Vuole mostrarci qualcosa, ma io non posso vederla.
Vincent si voltò ancora verso la donna. I suoi occhi ora erano grandi e brillanti per le lacrime versate, la carnagione chiara arrossata, sembrava una bambina. Una nuova emozione si fece largo in Vincent, esplose senza preavviso dal cuore e rischiò di stravolgere i lineamenti del suo volto e, per un solo attimo, vi riuscì. Alette se ne accorse, perché sorrise fiera e fragile rimanendo a scrutarlo in silenzio.
Lo stallo era rotto, tutte le prossime mosse inefficienti. Il fato era un giacatore migliore di entrambi.
– Va’. Va’ a scoprire chi è davvero il decano Recro. – disse in fine Vincent congedandola, non la seguì con lo sguardo.

– Dove mi stai portando? – chiese Alette a Verrit che la guidava attraverso i corridoi e le scale con più sicurezza di quanto potesse fare uno con gli occhi funzionanti.
Il Keelihn procedeva a passo svelto, salendo le scale a due a due. Era visibilmente scosso.
– In uno dei laboratori, credo – rispose senza il minimo affanno nonostante stessero quasi correndo – è in un piano dove non siamo mai stati.
Salirono tre rampe di scale e Alette constatò che l’ultima fosse molto più ripida delle precedenti. Erano molto al di sopra del livello a cui avevano accesso di solito. Anche l’aria era diversa: un odore di ozono serpeggiava nell’ambiente.
In un lampo violaceo, Kimi attraversò una parete e si parò loro davanti. Miagolò, come a sottolineare che ci avevano messo troppo e poi cominciò a correre verso il fondo del corridoio e voltò a destra, sparendo alla vista.
Verrit la inseguì e la donna non poté fare altro che lanciarsi di corsa dietro i due. Il cuore le pulsava a ritmo esagerato, non per lo sforzo ma per il misto di terrore e curiosità che provava in quel momento. Il segreto di Recro, qualunque cosa fosse, aveva allarmato perfino suo marito, che non era il tipo da farsi prendere dalle emozioni.
Persa nelle sue valutazioni, voltò l’angolo andò a colpire il Keelihn che si era fermato subito dietro.
– Non riesco a proseguire – le disse – li sento, ma non capisco cosa sono.
Kimi spuntò dalla terza porta a sinistra e miagolò per attirare l’attenzione.
Alette prese per mano il marito e lentamente lo condusse alla porta del laboratorio. Era evidente che, man mano che si avvicinava, diventava insofferente, quasi spaventato.
La donna lo trascinò per gli ultimi metri mentre Verrit si premeva le mani sulle orecchie in un gesto istintivo di isolamento. Gesto inutile visto che il disagio che percepiva non dipendeva da alcun rumore, Alette infatti non sentiva altro che i loro respiri.
Quando finalmente riuscì ad infilare la testa oltre l’uscio del laboratorio, il Keelihn ebbe un mancamento e cadde in ginocchio. Kimi gli poggiò il muso su una mano.
Nel buio completo di quella stanza dalle dimensioni incalcolabili senza un filo di luce, c’era qualcuno. Qualcuno che osservava i nuovi venuti non con gli occhi, ma in una maniera così potente e primordiale da esercitare su di loro una pressione fisica.
La donna si accovacciò accanto al marito e dopo una decina di secondi si fece coraggio. Illuminò l’ambiente con un piccolo globo di luce azzurra. Pian piano si delinearono le sagome di una serie infinita di gabbie poste a destra e sinistra di quel laboratorio che era lungo diverse decine di metri. In quasi tutte c’era qualcuno, una moltitudine di ombre che all’accensione di quella luce reagirono all’unisono, come se fossero un solo essere.
I corpi nudi di quelle creature si fiondarono contro le sbarre, come se volessero raggiungere Alette e la sua fonte luminosa.
In un guizzo di lucidità, Verrit colpì con una mano il globo della moglie, spegnendolo. In un istante il baccano dovuto ai versi belluini di quelle creature e lo stridio del metallo cessò. Tornò invece il senso di oppressione tangibile all’indirizzo dei due estranei.
– Non usare l’alchimia, la percepiscono, la odiano, la bramano – disse il Keelihn lentamente, quasi stesse sognando – io li sento, me lo stanno urlando. Un coro di decine di voci che urla il suo odio.
Alette tornò nel corridoio, individuò una fiaccola spenta appesa al muro e la accese con una scintilla alchemica. Per un istante le urla delle creature proruppero dalla stanza. Tornò indietro, forte del fuoco naturale e poté constatare che quella fonte di energia non infastidiva quegli esseri.
Si avvicinò alla prima gabbia. La creatura se ne stava lì ferma, in piedi, nuda e seguiva i movimenti di Alette con la testa, come se la osservasse. Appena il fuoco diradò le ombre del suo viso però, la donna vide che aveva gli occhi chiusi e sulle palpebre calate recava inciso il simbolo. Era diverso da quello portato da suo marito, ma era senza ombra di dubbio riconducibile al sigillo personale di Recro.
– Che i Grandi ci proteggano – sussurrò la donna arretrando di scatto. Il suo sguardo corse a suo marito e di nuovo a quella creatura rimbalzando più volte, finché non capì tutto.
– Sono Keelihn! – mormorò.
– Lo so. L’ho sempre saputo, ma sono anche altro. Sono avvolti nel buio. Sono come… – Verrit si rialzò mentre cercava le parole – abbandonati dai Grandi.
– Qualunque cosa abbiano fatto a questi Keelihn, non sono stati i Grandi.
L’odio aveva preso il posto dello sgomento negli occhi di Alette. Mosse qualche passo tra le gabbie. Tutti quei poveri prigionieri la seguivano con la testa, con quegli occhi chiusi e marchiati ma non tutti erano uguali. Qualcuno aveva subito maggiori mutilazioni. Si soffermò accanto ad uno che portava, innestate sugli avambracci, due lame ricurve di metallo. Da quello che poté vedere con la luce della fiaccola, si accorse che erano fissate direttamente alle ossa. Un altro era stato privato degli arti inferiori, sostituiti da un supporto metallico munito di ruote. Alette ne individuò anche uno con un tenue bagliore violaceo intorno all’avambraccio che non si accorgeva di essere metà dentro e metà fuori dalla sua gabbia, con il braccio che attraversava le sbarre allo stesso modo in cui Kimi riusciva ad attraversare le pareti.
– Sono esperimenti – urlò la donna all’indirizzo del marito – Cavie!
Il rumore improvviso rese irrequieti i Keelihn prigionieri che si mossero verso la fonte della voce.
– No! – fu Verrit ad urlare a sua volta – Fratelli miei! Non è lei che dovete odiare. Non è lei la causa di tutto questo. Sono io!
Alette tornò indietro per riguadagnare l’uscio del laboratorio-prigione mentre suo marito, vistosamente in preda ad una sorta di trance si inginocchiava a centro della stanza ed iniziava a cantare.
La donna non riuscì ad udire tutto il lamento del Keelihn. Alcune note erano fuori dalla portata delle sue orecchie, ma a quanto pareva i prigionieri lo intendevano benissimo. Si inginocchiarono tutti quelli che ci riuscivano e si unirono al canto di Verrit.
La sensazione di inquietudine la abbandonò, come se tutti quegli occhi ciechi avessero smesso di guardarla per focalizzarsi altrove.

Le ultime note del canto di Verritt furono stridule e tristi, intrise di pietà, dolore e senso di colpa. Perché aveva provato su di sé di cosa era capace l’uomo eppure aveva amato Alette così tanto da cancellare il resto.
Gridò un ultima volta, e in quel suono c’era tutta la sua accusa, la donna lo sentì nitidamente.
La voce del marito la trapassò causandole un dolore quasi fisico, prima di librarsi incontaminata alla ricerca dei Grandi. E arrivo ad ognuno di essi, forte e coraggiosa la supplica di Verritt era fatta da un cuore sincero e smosse persino l’Aria, così sola e lontana dai mortali, spingendola a far viaggiare il messaggio ancora più veloce. Colpì il Sole che brillò di rabbia e il Mare tumultuoso, in tempesta, che gridava a sua volta addolorato per quella scoperta. Solo la Terra rimase in silenzio, indifferente, nonostante le costruzioni, le miniere e i mille affronti subiti: amava gli uomini e non permise al messaggio di propagarsi nelle sue pietre o sui suoi alberi.
– Fra poco Shamal, e tutti gli altri Keelihn, saranno al corrente di tutto – asserì Vincent entrando nella stanza, nella sua voce non c’era saccenza.
Alette potè vedere, incrociando il suo sguardo, quanto quello spettacolo faceva del male anche a a lui.
– Tu lo sapevi! – sentì il marito gridare e prima che avesse il tempo di fermarlo lo vide aggredire Vincent. Un pugno colpì la guancia dell’alchimista, spaccandogli il labbro.
In quel momento l’odio di Vincent nei confronti di Verrit fu quasi palpabile, i lineamenti dell’alchimista erano contratti, induriti, gli occhi del grigio dell’acciaio più puro.
La donna trattenne il fiato, si preparò ad intervenire ma l’uomo non mosse un muscolo contro suo marito, il quale si ricompose fermandosi vicino a Vincent.
– Mi odi, ma hai bisogno di me – il Keelihn lo affermò senza dubbio ne rancore, rassegnato ormai agli eventi e con un solo nuovo obiettivo: vendicarsi di chi aveva perpetrato quella barbarie al suo popolo.
Il rancore, i sentimenti di vendetta spingono oltre i propri limiti, fanno venire a patti con la parte più oscura di sé e anche se suo marito aveva un anima pura come l’acqua di fonte, in quel momento era senza freni.
Anche lei era addolorata, tradita. Altri anni persi a seguire la persona sbagliata, a credere in una causa che non esisteva. Capì in quell’istante la gravità della sua scelta di vent’anni prima, fu dolorosamente consapevole che la condanna di quei Keelihn era colpa sua, della sua vanità, del suo orgoglio e della sua fragilità.
Guardò Vincent persa e sfinita, lei non era forte quanto lui né era come Verritt. Aveva sempre voluto far la cosa giusta, agire per il meglio ed aveva commesso solo errori.
Sopraffatte, le sue ginocchia cedettero, ma Alette non cadde, si ritrovò stretta fra le braccia di Vincent il suo torace largo all’altezza del suo viso. Il petto ampio aveva ancora il posto perfetto dove lei poteva poggiare il capo e la donna lo fece, si aggrappò forte all’uomo che aveva così amato.
Lo abbracciò forte e si lasciò cullare, accarezzare i capelli e rassicurare. Era così stanca di combattere.
– Alette ora e il momento di agire – Vincent glielo sussurrò piano, ma il suo tono non ammetteva repliche. Sollevò il suo viso per guardare il volto di lui e annuì lentamente, mentre quasi distrattamente la sua mano gli accarezzava la guancia ancora arrossata.
– Gushat! Ish kat emalot! Andiamo da quel bastardo!
L’ordine di Verritt li riportò al presente, si staccò da Vincent giusto in tempo per scorgere il volto contratto del marito che le voltava le spalle e lasciava la stanza.
Lo seguì a sua volta, ma prima sull’uscio si voltò indietro per aspettare l’alchimista che intanto stava recuperando Kimi. Insieme corsero verso Verrit che non li aveva aspettati.

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Capitolo 31 - Recro
Capitolo 33 - L'imperatore
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

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