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Capitolo 31 – Recro

I due si guardarono, scrutandosi. Gli occhi di Recro erano contornati da rughe e ciglia bianche, tuttavia brillavano ancora di una forte determinazione. Pozze scure, che però l’altro alchimista aveva imparato a sondare molto tempo prima. A distogliere lo sguardo per primo, infatti, fu il capo dei ribelli, Vincent rimase ad osservarlo. Quell’uomo ancora forte, nonostante l’avanzare degli anni, era stato il suo inizio. La sua vita, l’illiar stesso era stata una bomba a cui Recro aveva acceso la miccia. L’uomo più giovane per questo l’odiava. Le scelte erano state fatte da lui, ma chi gliele aveva poste dinanzi se non il suo maestro?
– Sempre, brillante e spropositato nei tuoi modi – esordì Vincent, relegando le sue recriminazioni ad un’altro momento.
– Sei vivo, non sai quanto questo mi faccia piacere… – ribatté l’altro, mentre un sorriso stanco compariva agli angoli della sua bocca.
– Lo so – gli rispose semplicemente l’alchimista ribelle. Il tono era neutro, ma l’acciaio dei suoi occhi non l’asciava il suo interlocutore.
– Possiamo andar avanti così per davvero tanto tempo… – osservò Recro, portandosi più vicino a Vincent, prima di riprendere – Vincent, siamo dalla stessa parte, vogliamo le stesse cose.
– Non più.
– Cosa è cambiato?
L’alchimista più giovane non rispose, rimase a guardare l’altro, da così vicino vedeva la stanchezza del suo mentore, il suo volto ingrigito, e capì molto di più di quanto avrebbe voluto sopportare.
– Cosa è cambiato? – chiese, ancora, il decano.
E ancora una volta non ci fu risposta. Il silenzio crebbe come un muro, alimentato, da tanti anni di incomprensione. Aumentò la sua intensità assordante sotto lo sguardo franco di Vincent, il quale non smetteva di scrutare l’altro, quasi gli volesse dire “possibile che non te ne accorgi?”
Eri un uomo buono, il migliore…
Sì, Recro era un uomo buono prima della sua fuga, un mentore schietto ed umile, un capo solo per necessità. La necessità lo aveva anche incattivito, reso cinico, perciò non si meravigliò quando gli vide aprire la porta e invitarlo ad uscire.
– Dopo di te. Visto che non sei qui per collaborare non ho altra scelta che scortarti alle celle… – l’uomo più anziano lo disse con rassegnazione, quasi avesse capito da quel dialogo muto cosa aspettarsi dal suo ex-allievo.
– Non sono più quel ragazzo da spaventare. Ti avverto: non intralciami, non avrai l’illiar – lo aggredì l’altro, con tono basso e ringhiante.
Recro annuì chinando il capo, ma non riprese il discorso, Vincent passò oltre senza guardarlo, invece sentì gli occhi dell’anziano fisso su di lui mentre lo guidava da dietro per mostrargli i suoi nuovi “alloggi”.
Proseguirono come due automi senza fiatare, attraversando diversi corridoi dall’aspetto spartano. Non incontrarono molte porte lungo il tragitto, ma quelle poche che c’erano erano tutte chiuse, tranne una. Vincent sbirciò all’interno per un istante: un tavolo da lavoro, ampolle e qualche gabbia.
Dopo una serie di svolte discesero delle scale strette, ripide e poco illuminate. L’aria si fece ancora più pesante e l’odore pungente della muffa invase le narici dell’alchimista.
– Sai, mi sono sempre chiesto di te, il mio alunno più brillante. Anche più di me…
Dopo l’ultimo scalino il corridoio era angusto e le parole arrivarono ovattate all’orecchio di Vincent, il quale, però, comprese ogni cosa, ma preferì non rispondere al nuovo tentativo di Recro di voler fare conversazione. Non aveva più nulla da dirgli, forse avrebbe potuto rinchiudersi in una delle celle appena arrivato, tanto sapeva che quella sarebbe stata la soluzione del suo mentore. Rise fra sé della sua stessa battuta, poi svoltarono sulla sinistra e le vide: una decine di celle, dalle grate spesse e dall’interno buio, almeno, per le prime alle quali passarono davanti, una però era illuminata poiché occupata.
Un uomo avvolto in quel che era stata una tunica verde d’alchimista giaceva fra un misto di sangue e piscio, dondolandosi. Incurvato e piegato su se stesso, sembrava quasi uno spettro nella sua mise lugubre.
– Aiutami! Voglio più luce!- gridò all’improvviso voltandosi di scatto verso Vincent solo col volto e rimanendo col corpo nella stessa posizione.
L’alchimista poté in quel modo scorgere il viso del prigioniero e ricordarsi di lui.
– Tunal – sospirò Vincent e capì quanto sarebbe stato sbagliato consegnare l’illiar. Ancora di più, ancora con maggior vigore, rinnovò la sua scelta.
– Non si riconosce neanche – esclamò con ira, fermandosi di botto e costringendo Recro ad affrontarlo.
– Ecco in cosa sei cambiato. Quello che ho d’avanti è un’alchimista che non sa neanche più creare una scintilla – aggiunse Vincent, con l’acciaio che chiaro traspariva dalle sue iridi e le mani strette a pugno così forte da far sbiancare le nocche.
– Era un nemico. Quando il maestro Feal’d lo ha portato qui, ha scelto di non collaborare – precisò Recro
– Era un uomo, ora cos’è? Il mio maestro non avrebbe mai permesso una cosa del genere! – gridò Vincent, e se qualcuno avesse ascoltato bene avrebbe sentito la nota di pietà e tristezza nella sua rabbia.
– Hai sempre pensato che io non avrei avuto la forza di capire, ecco perché sei fuggito… – Recro lo disse con schietezza, fissando il suo allievo, poi continuò con una voce più incrinata – hai sempre pensato che non avrei potuto aiutarti…
– Non lo so… non lo so. Ero un ragazzo – ammise l’altro, il tono era stanco, davvero stanco – ma non ha più importanza..
– Sì – si arrese Recro, voltandosi per continuare a fargli strada, Vincent lo seguì in silenzio.

– Non sento più la presenza di Kimi-Rathea… – esclamò Verrit con una punta di ammirazione.
– Era qui un attimo fa ed ora non la vedo più – confermò Alette, mentre un senso d’instabilità e d’incertezza si sommava al groviglio di sensazioni di quei giorni, sopraffacendola.
Cercò la gatta muovendosi freneticamente per la stanza, poco arredata, che era il loro alloggio quando sostavano presso i ribelli.
C’era solo il letto, una cassettiera ed un armadio e li aveva già ispezionati più volte con cura: tutti i cassetti e le ante erano stati aperti, il letto sollevato ma Kimi non era là. Questo Alette, lo sapeva prima ancora di iniziare a ispezionare la camera Se fosse stata lì, suo marito l’avrebbe sicuramente avvertita. Tuttavia lei doveva comunque cercare.
Il panico, quello di chi comincia pian piano a comprendere le mille incognite legate ad una situazione imprevista, crebbe attanagliandole la gola.
– Non fare stupidità Vincent – mormorò la donna, chiudendosi la porta alle spalle ed appoggiandosi ad essa solo il tempo di un respiro. Chiuse gli occhi e sentì il legno massiccio che la sosteneva. Non voleva rinunciare all’illiar, non voleva obbedire alla pazzia del suo primo amore e soprattutto, anche se lo ammise solo per un attimo, non voleva vederlo in una prigione e torturato.
Si staccò dalla porta e con nuova determinazione continuò la ricerca di Kimi.
Trovi la gatta, trovi il piano di Vincent e lo salvi dalla sua stessa stupidità si disse.
Cercò di immedesimarsi in lui, di pensare come lui. Nei suoi panni, cosa avrebbe chiesto di fare a Kimi?
Il primo pensiero che le balenò nella mente fu la macchina. Sabotandola, avrebbe reso vana la ricerca dell’illiar.
Accelerò il passo diretta ai laboratori del piano inferiore, dove era custodita l’enorme struttura. Quella gatta aveva il potere di attraversare le pareti. Un potere che la rendeva pericolosa perché Alette non lo comprendeva, non ne conosceva i limiti, né le condizioni.
In cima alla ripida scalinata che scendeva di un livello, si incrociò con Recro, scuro in volto e visibilmente contrariato.
– Figliola, non ti è permesso fargli visita – le ingiunse appena la vide.
– Non era mia intenzione, maestro – si affrettò a rispondere – È già stato rinchiuso? Non c’è stato altro modo?
– Non mi ha dato scelta – rispose rassegnato il vecchio alchimista – L’ho accompagnato io stesso ed ho attivato una barriera che non può dissolvere. Lo terremo lì finché non deciderà di aiutarci.
– Io non credo che lo farà di sua spontanea volontà.
– E allora dovremo trovare una motivazione molto forte. Ti farò chiamare appena sarà giunto il momento.
Così dicendo, il decano si allontanò con passo lento ma deciso. Alette si fiondò giù per le scale. Se Vincent non aveva nemmeno provato a fingere di collaborare, aveva sicuramente un piano tutto suo, probabilmente folle e pericoloso.
In fondo alle scale voltò a destra, era inutile raggiungere l’ala di detenzione se la barriera di Recro le avrebbe impedito comunque di parlare con lui.
Il corridoio si fece via via più largo fino a confluire in una enorme caverna naturale. La macchina era lì, custodita in una gabbia metallica come una bestia feroce. Alta quattro metri e lunga dieci era un groviglio di ingranaggi, fili conduttori ed alloggiamenti per le batterie.
La gabbia serviva a schermarla da qualunque fonte di energia esterna: alcuni componenti erano troppo delicati per sopportare anche la minima vibrazione energetica nell’aria.
La donna corse intorno alla struttura, sbirciò all’interno da ogni lato e ispezionò ogni angolo della caverna aiutandosi con una lanterna ad olio che aveva staccato da una parete. Non aveva il coraggio di creare un globo luminoso e rischiare di danneggiare la macchina. Della gatta nessuna traccia. Si sedette a terra, a gambe incrociate per pensare.
Dopo qualche minuto si risolse che l’unica vera possibilità di ritrovare la gatta era di implorare Vincent di dirle qualcosa.
Tornò sui suoi passi e si diresse alle celle. Vincent non poteva sentirla attraverso la barriera, ma poteva vederla e c’erano altri modi per comunicare.
Rallentò il passo quando fu in prossimità delle pesanti grate metalliche. Il senso di colpa per averlo fatto finire in quel modo l’attanagliava. Si fermò un attimo davanti alla cella di Tunal che la perforò con lo sguardo vuoto fissando un punto alle sue spalle, attraverso di lei.
Si fece forza e si mosse verso l’ultima grata, l’unica illuminata oltre a quella dell’alchimista in verde.
Vincent era disteso sul pagliericcio che doveva essere il suo letto, teneva una mano dietro la testa e pareva perfettamente rilassato. Aveva gli occhi chiusi.
– Vincent – chiamò la donna, ma l’uomo non rispose. Evidentemente la barriera impediva ai suoi di raggiungere il prigioniero.
Alette creò quindi un globo di luce estremamente bianco e luminoso, sperando di riuscire ad attirare l’attenzione.
– Quella luce! Dammi quella luce! – Tunal dalla sua cella urlò a squarcia gola fiondandosi contro la grata – dalla a me!
– Oh, ti prego, fallo smettere, aveva appena smesso di recitare una noiosissima litania.
Alette trasalì nel sentire la voce di Vincent. Spense di colpo il globo e Tunal tornò quieto.
– Tu mi puoi sentire? – chiese all’alchimista – la barriera non te lo impedisce?
Vincent si alzò e si avvicinò alle sbarre. Allungò la mano. Quando mancava meno di un centimetro scattò infilandola in uno degli spazi, afferrò il braccio della donna e la tirò a sé.
– Certo che me lo impedirebbe – le sussurrò all’orecchio – se io non l’avessi già dissolta.

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Capitolo 30 - Tra le nuvole
Capitolo 32 - Il segreto di Recro
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Lissa

secondo nome Stachanov, non riesce a stare con le mani in mano, ogni minuto in cui non si è impegnati in qualche attività è un minuto perso! Le piace dialogare con le persone e cerca di avere pochi pregiudizi, non sempre le riesce… soprattutto quando le demoliscono i suoi libri fantasy preferiti. Passione e hobby unico lettura di libri, ovviamente, fantasy, ha provato anche altri generi con scarso risultato, sempre alla ricerca di qualche nuova bella saga da scoprire, insomma, leggere è l’unica cosa che non si stancherebbe mai di fare.

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