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Capitolo 30 – Tra le nuvole

Il sistema termico dell’aeronave era studiato per far fronte a qualunque clima. Stavano volando diretti verso Glycend, nel cuore delle Bianche Cime, ma a bordo sembrava di trovarsi sulle rive calde e sabbiose di Aios.
– Ancora non capisco come sia possibile che un colosso del genere possa essere pilotato da un solo uomo – disse Rosh, entrando nella sala comandi.
Vincent non si voltò. Era ora di pranzo e lo attendeva per lasciargli il posto.
– Lo hai detto negli ultimi quattro giorni, ogni volta che hai messo piede qui dentro – gli rispose lasciandogli il timone.
– Perché è vero! – ribatté l’uomo passando all’alchimista un fagotto a quadretti bianchi e rossi – Ho pensato di portarti il pranzo qui. Più ci avviciniamo alla nostra meta e più Alette diventa nervosa: così eviti di incontrarla.
– È testarda, ma se ne farà una ragione – disse Vincent sbirciando all’interno del sacco contenente il suo pranzo – in cuor suo ha sempre saputo che, tirandomi nel gioco, avremmo seguito le mie regole.
– Oh, ma questo lo sa bene. È solo che non ha digerito la scelta di portare l’aeronave con noi. Ha la sensazione che tu voglia farci seguire a tutti i costi – Rosh lo guardò di traverso – Un po’ lo penso anche io.
– E anche se fosse così? – sbottò Vincent – Non avete ancora capito che, in un modo o nell’altro, metterò fine a quello che ho iniziato vent’anni fa?
– In un modo o nell’altro – fece eco il marinaio – Il problema è che tutti vorremmo farla finita nel modo in cui non ci lasciamo la pelle e siamo spaventati a morte da quello che tu intendi con “l’altro”.
– Se vi può essere di conforto, nemmeno io voglio morire, ma non ho paura di farlo – spiegò con tono calmo l’alchimista – Non sono uno stupido, né un suicida. Sono solo disposto a rischiare un po’ di più.
– Mettendo a rischio tante altre persone… – concluse Rosh per lui.
– Non ho chiesto io di essere coinvolto di nuovo. La mia idea originale era di rimanere per un po’ coi Keelihn, tendo al sicuro anche tua figlia.
Rosh non rispose. Vincent si compiacque per l’abile mossa di introdurre la sicurezza di Rose nel discorso. Si sedette sulla panca posta a prua dell’aeronave e spiegò il fagotto del pranzo accanto a lui.
Nella fortuna di rubare un veicolo militare pesantemente armato, erano stati sfortunati con le provviste. La Tigre, così recitava la placca presente su entrambe le fiancate, era equipaggiata per voli brevi. Dai diari di bordo risultava che fosse stata dislocata in pianta stabile nelle vicinanze del lago Tibal per tenere sotto controllo quella via d’accesso all’impero, proprio come avevano intuito, e quindi a bordo non c’era un granché da mangiare. Vincent addentò una fetta di pane tostato e lanciò a Kimi un cubetto di salame affumicato.
– Che ne dici di cambiarle il nome? – chiese l’alchimista sempre guardando fuori dalla vetrata di prua.
– La gatta è tua, facci quello che ti pare – rispose Rosh con noncuranza.
Vincent rise.
– Non parlavo con te, ma con lei e mi stavo riferendo all’aeronave.
L’uomo al timone scosse la testa.
– E come vorresti chiamarla?
Vincent pensò qualche secondo, poi col sorriso sulle labbra si rivolse all’altro.
– Rose.
– Perché?
– Riflettici: è più piccola delle altre aeronavi, però ha una potenza di fuoco invidiabile. Assomiglia proprio a tua figlia.
– In effetti non mi dispiace – ammise l’uomo.
– E allora così sia – Vincent si alzò ed andò a poggiare una mano sulla prima superficie di metallo che riuscì a vedere. Le placche laterali recanti il nome del veicolo si staccarono e precipitarono. Al loro posto, inciso in un raffinato bassorilievo comparve il nome della ragazza e la nuova denominazione della nave.
– Quando arriveremo, chiederò a Recro di affidarti il comando questa aeronave – disse Vincent tornando a sedere.
– Io penso che il Decano non apprezzerà questo tuo dono, ed anche se decidesse di servirsene per gli scopi della sua accademia, la assegnerà sicuramente ad un alchimista.
– Recro, come Alette, dovrà farsene una ragione. Sono io a dettare le regole. Questa aeronave gli servirà e sarai tu a comandarla.
– Lo scopriremo presto. Se i tuoi calcoli sono esatti dovremmo arrivare a destinazione entro sera. Siamo fortunati a non incontrare una delle solite tempeste di neve.
– I calcoli sono esatti, guarda – Vincent indicò un punto oltre la vetrata. Il primo picco innevato delle Bianche Cime era spuntato all’orizzonte.

Glycend era situata in una delle grandi vallate che si formavano tra una montagna e l’altra, ma non era lì che dovevano atterrare. I laboratori di Recro erano nascosti da qualche parte più a nord a meno di mezza giornata di cammino tra sentieri stretti ed impervi. A bordo della ribattezzata Rose, avrebbero impiegato solo una minuscola frazione di quel tempo.
– Immagino che sia il momento di occultare la nave – disse Vincent quando ebbero superato il primo dei picchi innevati – tra poco saremo avvistabili dalla città.
Con tranquillità si avvicinò a Rosh che era ancora al timone e prese ad armeggiare con il quadro comandi. Premette un interruttore rosso ed un sibilo si propagò per tutta la nave.
– Alette! Vieni sul ponte scoperto, abbiamo del lavoro da fare.
Vincent rilasciò l’interruttore dell’interfono e fece per andar via, poi si voltò e lo pigiò di nuovo. Un secondo sibilo annunciò l’arrivo dell’ulteriore messaggio.
– Per favore.
L’alchimista si staccò definitivamente dai comandi.
– Ora sì che cambia tutto, sarà felicissima di aiutarti! – esclamò Rosh – un “per favore” del genere farebbe sciogliere anche la più testarda delle donne.
– Fa’ poca ironia! Sono solo una persona educata. – lo rimbeccò Vincent – tu pensa solo ad andare dritto.
Così dicendo uscì dalla stanza per recarsi sul ponte scoperto.
La donna era già lì ad aspettarlo. Braccia conserte, cipiglio battagliero ed il vento d’alta quota a scompigliarle i capelli.
– Che cosa vuoi? – urlò per sovrastare il fischio del vento.
– Mi sembrava che non volessi sbandierare ai quattro venti la posizione esatta dei laboratori di Recro.
– È quello che stiamo facendo venendo qui con questa maledetta aeronave!
Vincent scosse la testa. Strattonò la donna per un braccio e la condusse di forza alla balaustra di tribordo. Allungò una mano in direzione di alcuni minacciosi nembi.
– Li vedi quelli? Sono grandi, veloci e soprattutto scuri. Aiutami a crearne uno uguale intorno alla nave.
La donna lo guardò con astio. Si scrollò dalla sua presa e fece un passo indietro.
– Perché me lo dici solo ora? – chiese sempre urlando per vincere il rumore del vento.
Vincent fece spallucce e non rispose.
– Allora, mi aiuti o no?
Non attese risposta o segni d’assenso, sapeva già che Alette non si sarebbe tirata indietro. Si diresse a babordo ed alzando le mani verso il cielo si concentrò. Creare la nuvola era la parte semplice, fare in modo che seguisse la nave in maniera disinvolta era invece un tantino più difficile.
L’aria intorno alle mani dell’alchimista crepitò d’elettricità statica quando una prima piccola nuvoletta grigio scuro si formò a qualche centimetro dai palmi. Dall’altra parte dell’aeronave anche Alette aveva creato il suo personale nembo temporalesco. Si voltarono contemporaneamente per studiare i progressi dell’altro e si ritrovarono, loro malgrado a sorridere per il perfetto coordinamento. Sorriso che sparì dal volto di Alette con la stessa velocità con cui la nube di Vincent si ingrandì, inglobando tutta la parte sinistra della nave e la poppa.
La donna dovette faticare di più per ottenere un risultato simile ma dopo un paio di minuti tutta l’aeronave era inglobata in un enorme nembo scuro e minaccioso.
Oltre all’effetto di nascondere alla vista il velivolo, la trasformazione alchemica impediva al vento di entrare all’interno del bozzolo. Alette si diede una risistemata ai capelli, mentre Vincent si recò a prua e, affacciandosi verso il basso, aprì una piccola finestra nella parete nebulosa all’altezza della vetrata della sala comandi.
– Ecco fatto – disse soddisfatto l’alchimista avvicinandosi alla donna – adesso non posso vederci da Glycend.
– Quindi voleremo proprio sulla città? – chiese lei.
– Sì e quando saremo sopra in prossimità del Picco del Leone, scioglieremo la nube ed atterreremo.
– Dovremo comunque trovare un modo per tenere nascosta l’aeronave a terra – obiettò Alette con un tono tranquillo. Era evidente che stava cercando di ottenere infomazioni da Vincent.
– Tu credi che il nostro vecchio mentore non abbia una caverna da queste parti, grande abbastanza da contenerla?
– Se così fosse, non credi che lo saprei?
– Non esserne così sicura.

Atterrarono un’ora più tardi su una porzione di roccia piatta a meno di dieci minuti di cammino dall’ingresso del laboratorio di Recro.
Vincent con Kimi ben coperta nel sacco in spalla per ripararla dal gelo seguì Alette e Verrit.
L’ingresso era effettivamente ben nascosto e solo conoscendone l’esatta ubicazione sarebbe stato possibile trovarlo.
La donna toccò con la sinistra la parete rocciosa e dovette camminare una decina di passi per trovare il punto esatto. Quando fu sicura poggiò anche l’altra mano e con la vibrazione giusta, sgretolò un sottile strato di pietra. L’entrata ovale che si formò permise ai tre di abbandonare il pendio innevato mettere piede all’interno di un corridoio scavato in maniera troppo precisa per essere opera di attrezzi di lavoro comuni. Alle loro spalle, Alette, ricostituì la murata di pietra, sigillando l’ingresso. I due alchimisti accesero un globo luminoso a testa e il terzetto, Alette in testa, prese ad avanzare lungo il corridoio.
Dopo qualche istante, durante il quale Vincent si abituò all’aria stagnante ed umida di quelle grotte, entrarono in un ampio salone, sempre scavato con precisione chirurgica.
Era una sorta di sala centrale dalla quale si diramavano una serie di corridoi. A centro di essa era presente una grosso busto di un uomo scolpito in un blocco di roccia bianca.
– Recro ha preso sul serio il suo ruolo di Decano – commentò Vincent – si è anche scolpito la testa di pietra, come quella che c’è ad Arphos.
– Non è vanità – una voce anziana ma ancora salda provenne dal retro della statua – sono le tradizioni di noi alchimisti: dovresti ricordarlo.
Il decano Recro fece qualche passo, ed entrò nel cono di luce della sfera di Alette. La sua tunica dorata lanciò un’esplosione di riflessi sulle pareti squadrate della sala.
Muovendo una mano, il vecchio maestro inviò un globo di fuoco verso tutte le fiaccole appese per accenderle. Quando ebbe completato il giro, Alette e Vincent spensero le proprie sfere.
– Perdonate la mancanza di accoglienza, ma non sapevamo chi sarebbe sceso da quella aeronave, quindi abbiamo attuato il piano di emergenza.
Alette chinò il capo in segno di rispetto.
– Decano Recro, ben trovato – esordì la donna – ci dispiace essere arrivati con quella, ma Vincent…
– Ha deciso che era meglio così – l’alchimista terminò la frase in maniera brusca e tagliente.
– Non preoccuparti, ragazza mia. Sappiamo tutti com’è il nostro Vincent – il tono di Recro era cordiale, quasi divertito – è passato molto tempo, ma non mi aspettavo di trovarlo più saggio o meno impulsivo.
Vincent sorrise meccanicamente ma non poté fare a meno di notare che il vecchio maestro ancora non l’aveva guardato negli occhi.
– L’aeronave è un dono per voi. Sono convinto che vi servirà nei prossimi tempi – disse Vincent.
Fu allora che Recro gli rivolse direttamente la parola.
– Ti ringrazio, ragazzo. Ancora non so come una sola di quelle macchine possa aiutarci contro le altre cinque dell’accademia, ma cercheremo di farne buon uso.
– Quattro! – lo corresse Vincent – una è stata abbattuta qualche tempo fa.
– Tanto meglio. – commentò il decano e allungando un braccio verso uno dei corridoi fece partire una piccola sfera luminosa.
In un attimo due alchimisti con la tunica azzurra accorsero.
– Recuperate l’aeronave e date ordine che sia aperta l’area di atterraggio. Ci serve che sia sotto terra il prima possibile.
– Maestro – intervenne Alette – abbiamo un’area di atterraggio sotterranea?
– Certo mia cara. Non l’abbiamo mai usata perché non abbiamo mai avuto le risorse per costruire una nostra aeronave.
La risposta semplice e diretta spiazzò la donna che incrociò lo sguardo soddisfatto di Vincent. L’uomo non parlò ma si impegnò con tutto se stesso per trasmettere tramite gli occhi il suo il messaggio: te l’avevo detto.
– In verità – Vincent era tornato serio – quell’aeronave dovrebbe essere assegnata al comando di Rosh.
– Perché mai? Un alchimista sarebbe sicuramente…
– Perché è mia. Ed io ritengo che Rosh sia un ottimo comandante – lo interruppe Vincent – Ricordati che andava per mare anni fa. Non è poi così diversa da pilotare un’aeronave.
Finalmente ottenne quello che voleva. Un confronto diretto con lo sguardo di Recro. Durò solo un attimo, ma bastò a fargli capire cosa era rimasto del suo vecchio maestro e quanto invece del decano aveva preso il sopravvento.
– E sia – disse ai due alchimisti in azzurro – portate le direttive al comandante dell’aeronave ed indicategli dove si trova l’apertura dell’area di atterraggio.
I due si dileguarono.
– Per quanto riguarda voi – Recro stava rivolgendosi ad Alette e Verrit – parleremo dopo. Adesso devo assolutamente discutere con Vincent.
Senza dire altro il vecchio maestro si incamminò verso un corridoio. Vincent si tolse la sacca verde dalle spalle e la porse a Verrit. Kimi saltò giù e cominciò ad esplorare curiosa l’ambiente.
– Kimi è inutile che cerchi, non credo ci siano topi qui.
La gatta emise un miagolio di protesta e continuò a gironzolare intorno ai tre.
Vincent fece un cenno con la testa ad Alette e si diresse a passo svelto verso il corridoio imboccato da Recro.

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Capitolo 29 - La capitale
Capitolo 31 - Recro
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

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