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Capitolo 3 – Il sacro guerriero rinnegato

Quella stessa sera in un tranquillo paesino della contea di Fairfax, in Virginia, un giovane ex militare in congedo si apprestava ad accendere il televisore dopo aver dato la buona notte al figlioletto di 10 anni, Bill.
Il film era ormai ai titoli di coda quando, allo scoccare della mezzanotte, un fulmine dorato, seguito da un boato assordante, scosse la tranquillità di quella sera.
Il giovane Jeremy Walters sobbalzò sulla sua sedia a rotelle, segno indelebile delle ferite che aveva subito in guerra.
Bill si alzò di scatto dal letto e corse tremando tra le braccia di Jeremy.
«Papà, che succede? Ho paura» copiose e calde lacrime sgorgavano dal viso del piccolo Bill.
«Non so cosa succede, figliolo. Calmati»
Jeremy portò le braccia attorno al piccolo Bill stringendolo forte a sé.
«Forza figliolo, aiutami. Usciamo e cerchiamo di capire cosa è successo»
Il piccolo afferrò saldamente i manici dello schienale della sedia a rotelle del padre e si incamminò lentamente verso la porta. Le gambe tremanti di Bill si muovevano a fatica come non volessero uscire da quella casa.
Raggiunta la porta Jeremy protese in avanti il busto e allungò il braccio destro afferrando la maniglia, ruotò lentamente il polso verso sinistra e tirò, la porta si aprì e il piccolo Bill accompagnò il padre in giardino.
Lo spettacolo che si palesò davanti ai due era spaventoso: un enorme cerchio nero di erba e terra bruciata di almeno venti metri indicava che quella potente scarica aveva colpito in pieno il giardino.
Jeremy alzò gli occhi la mente si affollò di pensieri: “ma come diavolo è possibile? Il cielo è sereno”.
Il piccolo Bill strinse ancora più forte i manici e le mani cominciarono a sudare.
«Avanti figliolo torniamo in casa, domani chiamerò il giardiniere per sistemare questo casino»
Il piccolo Bill ancora scosso dallo strano spettacolo tardò a reagire alla richiesta del padre e scuotendo la testa si risvegliò dallo shock
«Si… ok papà, andiamo!»
Bill spinse il padre e i due rientrarono in casa.
Jeremy posò entrambe le mani sui ferri attorno alle ruote della sedia e si spinse fino al mobiletto di legno antico, con la mano destra afferrò una bottiglia di whisky e con la sinistra ne svitò il tappo, portò il collo della bottiglia alla bocca e il liquido cominciò a sgorgare toccando la lingua. Un sapore amaro con un retrogusto fruttato oramai quasi impercettibile dopo anni di copiose bevute, lasciava posto all’alcol che lentamente addormentava la gola.
Dopo aver perso quasi completamente le capacità cognitive, il giovane ex militare si spinse fino in camera da letto.
Il piccolo Bill lo aiutò a sdraiarsi e andò a letto.
Durante la notte Jeremy iniziò a sudare ed ebbe uno strano sogno, si ritrovò in un mondo completamente bianco, guardò in basso e vide i suoi piedi rendendosi così conto di camminare.
Davanti ai suoi occhi comparve un enorme portone dorato. Jeremy, con esitazione, posò entrambe le mani sulle ante e lo apri, si spinse fino ad entrare e una luce accecante lo colpì. Recuperata la vista Jeremy vide davanti a se quattro uomini alati con in dosso delle strane armature luminose che sembravano non notare sua presenza.
Uno di quegli uomini aveva una armatura quasi inesistente a mezzo busto, un elmo che aveva tutto l’aspetto di una testa d’aquila e due coppie di ali: due più piccole attaccate alle vertebre inferiori e due più gradi attaccate sulle scapole.
Quest’uomo era prostrato in ginocchio davanti agli altri tre. Il più corpulento e alto dei tre, Azra’il, comandante del consiglio degli angeli, non che angelo della morte, si rivolse con tono minaccioso allo strano essere in ginocchio e la sua voce risuonò in tutta quell’enorme area.

«Ishmael, angelo della guerra, con il tuo fervore in battaglia hai mostrato la tua natura angelica agli esseri umani mettendo in pericolo noi e loro.»
«Ma signore io…»
«Fai silenzio»
L’angelo alla destra di Azra’il, Fhanuel, angelo del pentimento, mutò la sua mano destra in una frusta alzò il braccio e si accinse a vibrare un colpo contro Ishmael quando Azra’il con un gesto della mano sinistra lo bloccò.
«Fermo, sai bene che la violenza non porta a nulla, la sua punizione sarà esemplare, vedrai.»
La mano di Fhanuel torno normale, Ishmael chinò il capo e Azra’il lo guardò dall’alto al basso e continuò a rivolgersi a lui.
«Sarai punito per la tua spavalderia! Vivrai come gli umani che tanto stimi ma non ricorderai nulla ne di questo mondo ne del mondo umano, la tua mente sarà vuota di tutto, l’unico tuo ricordo sarà il tuo nome».
L’angelo alla sinistra di Azra’il, Haniel, angelo dell’umanità si portò alle spalle di Ishmael, Fhanuel fece comparire delle grosse catene con le quali legò le mani a Ishmael e pose entrambe le mani sulle sue spalle.
L’angelo dell’umanità afferrò saldamente le ali del povero angelo della guerra in ginocchio e non esitò a strappargliele via dalla schiena.
Tra le atroci urla di dolore, Jeremy cercò di fermare i due urlando, ma la voce sembrava non voler uscire dalla sua bocca.
Quando le ali di quel angelo ripudiato da i suoi compagni furono completamente staccate la sua armatura scomparve e Haniel e Fhanuel la fecero alzare accompagnandolo verso la porta. Jeremy fece per scansarsi ma le gambe erano bloccate e Ishmael lo attraversò.
Ad un tratto tutto attorno scomparve trasformandosi nel nulla più nero e Jeremy si sentì cadere nel vuoto.
Si risvegliò di soprassalto sentendo un fortissimo dolore al cuore, come se avesse ricevuto un pugno.
La mente si affollò di pensieri: “Cosa è successo? Dove sono?”. L’uomo si guardo in torno, non riconosceva ne quel posto e nemmeno se stesso, girò la testa alla sua sinistra e notò uno strano strumento di metallo con quattro ruote, incuriosito provò ad alzarsi dal letto.
Sentì le gambe pesanti come addormentate e colte da un dolore lancinante, così cominciò ad urlare.
«CHE DIAVOLO MI SUCCEDE?»
Il piccolo Bill, svegliato dalle urla, si diresse verso la stanza di Jeremy.
Arrivato alle spalle del padre spalancò gli occhi e ogni singola fibra del suo corpo si paralizzò, un liquido caldo cominciò a scendere lungo la sua gamba e balbettando disse:
«P-p-p-p-papà, ma tu cammini»
L’uomo si girò di scatto e vide il bambino.
«Papà? Cosa significa questo? E tu chi sei?»
«Ma papà cosa dici? Io sono tuo figlio, Bill, e tu ti chiami Jeremy, ricordi?»
L’uomo osservò quella piccola creatura.
«Piccolo ti sbagli, io mi chiamo Ishmael»
Il piccolo, terrorizzato, sgranò gli occhi. L’uomo, osservando l’espressione di terrore del bambino, sentì di nuovo la fitta al cuore e cadde a terra.
Dopo qualche secondo alzò gli occhi e disse.
«Bill ma che diavolo è successo? Cosa ci fai li tutto bagnato? Aiutami ad alzarmi, per favore»
Il piccolo aiutò il padre ad alzarsi, ma terrorizzato dalle sue parole corse in salotto e afferrò rapidamente il telefono e compose il numero della madre, nonché ex moglie di Jeremy. La donna aveva abbandonato suo marito poco dopo il suo ritorno dalla guerra che aveva causato la sua disabilità.
Nel frattempo Jeremy, pur non sapendo cosa era accaduto, si rese conto di aver terrorizzato il figlio e realizzò che se il piccolo avesse raccontato tutto alla madre, lei lo avrebbe portato via di li, credendo Jeremy in preda all’alcol e alla follia.
Posò entrambe le mani sui tubi di ferro delle ruote e tentò di raggiungere il salotto urlando.
«Fermati piccolo non chiamare mamma, mi dispiace se ho fatto qualcosa di brutto»
«Papà, sono preoccupato per te. Ti ho visto camminare»
«Figliolo, che dici? sai bene che non è possibile, lo avrai sognato. Conosci la mamma: si allarma tanto per nulla.»
Solo il tempo dire quelle poche frasi e purtroppo il numero era già composto, e il telefono squillava e la donna rispose.
«Pronto?».
Il respiro era affannoso.
«Mamma, sono Bill».
«Calmati Bill, che è successo?»
«Ho visto papà camminare e diceva di chiamarsi Ishmael»
«Ma cosa dici? Non è possibile che tuo padre possa camminare, lo sai bene. Ora calmati e lasciami parlare con lui».
Il piccolo Bill, ancora scosso da quanto accaduto, si avvicinò intimorito al padre e gli porse il telefono.
Jeremy portò il cordless all’orecchio.
«Pronto?».
«Jeremy, che diavolo hai fatto a nostro figlio? E’ terrorizzato da te e dice di averti visto camminare e delirare dicendo di chiamarti Ismael. Sei sempre ubriaco, non ti permetterò più di esporre un povero bimbo di dieci anni alla tua follia da alcolista!».
«Molly, calmati, si sarà sognato tutto. Ho provato a parlargli».
«No Jeremy, Bill oramai sa ben distinguere i sogni dalla realtà, per essere cosi terrorizzato deve essere successo qualcosa di serio. Fagli preparare i bagagli, tra poco verrò a prenderlo e da oggi in poi starà da me. Tu abiterai solo e se avrai bisogno di aiuto c’è tuo fratello»
«Ma Molly…»
«TU-TU-TU»
La moglie interruppe la comunicazione prima che Jeremy potesse replicare. Colto dalla disperazione e sconvolto all’idea di vedere il figlio andare via, lasciò cadere il telefono e, portando entrambe le mani al viso, si coprì gli occhi e respirò profondamente.
Le lacrime sgorgarono lungo il viso, gli occhi si arrossarono e, con la voce interrotta dal pianto, Jeremy si voltò verso il figlio e disse:
«Bill, forza prepara le valige, tua madre vuole che vai a vivere da lei.»
«Ma papà…io non voglio lasciarti solo. Se vuoi mentirò alla mamma.»
Dopo quelle parole, il pianto disperato di Jeremy si trasformo in commozione. L’uomo si strofinò il braccio destro sul viso asciugando le lacrime.
«Piccolo mio, ti ringrazio per il bene che mi vuoi, ma dopo quanto è accaduto poco fa avermi vicino non è sano per te, ed è meglio così. Stai tranquillo, potremo sempre vederci e presto tornerai qui da me.»
Bill, affranto, andò in camera da letto e preparò una piccola valigia. Dopo pochi minuti arrivò di un’auto nel vialetto.
Il campanello suonò, era Molly,
L’uomo si spinse fino alla porta per aprire, Molly, aggrottando la fronte, disse:
«Ciao, Bill è pronto?.»
«Certo! VIENI FIGLIOLO È ARRIVATA TUA MADRE!!!»
Bill prese le valige, si diresse verso la porta e vide la madre.
«Ciao, mamma.»
«Ciao piccolo, saluta papà che dobbiamo andare.»
«Ma mamma, non posso restare almeno per cena?»
«No Bill, ho da fare, forza.»
Questa volta furono gli occhi di Bill a riempirsi di lacrime, il piccolo si voltò verso il padre e lo abbracciò
«Scusa papà, è tutta colpa mia.»
«Non dirlo nemmeno per scherzo figlio mio, non è colpa tua. Ora pensa ad essere l’uomo di casa e ad essere forte e vedrai che tutto si risolverà, ora vai.»
Bill allargò le braccia, liberando il collo del padre da quell’intenso abbraccio e si voltò, lui e la madre uscirono chiudendosi la porta alle spalle.
Ormai si era fatta sera, lo stomaco era chiuso e la voglia di whisky si faceva sentire. Jeremy si avvicinò al mobiletto del salotto e afferrò la bottiglia, cominciando a trangugiare alcol, quando, ad un tratto, si accorse di non poterlo più ingerire, come se una misteriosa forza lo respingesse. I ricordi degli avvenimenti di qualche ora prima si fecero insistenti nella mente dell’ex militare.
“Ma che diavolo mi succede? Non riesco nemmeno più a bere questo dannato whisky.”
L’uomo gettò violentemente la bottiglia a terra e pensò : “Dannazione, da domani cercherò di capire cosa mi succede e migliorerò la mia vita per il bene mio e di mio figlio.”
Jeremy chiamò il fratello per farsi mettere a letto senza dare spiegazioni, il dolore era troppo.
Jeremy si addormentò pensando: “La notte porta consiglio, domani saprò cosa fare.”

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Capitolo 2 – Realtà e apparenza
Capitolo 4 - A Londra, tra follia e mistero
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Vampirotto

Vampirotto ha 26 anni da oramai 200, con una passione per le tecnologie ludiche umane, il mondo fantasy cinematografico e gli anime giapponesi, (in particolare Naruto). La sua sete implacabile di conoscenza videoludica è pari alla sete di sangue. Collezionista e appassionato di scacchi e di carte da gioco.
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