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Capitolo 3 – Ballo

Sottofondo musicale

Tutto sommato, la casa non è un castello e la sala più grande è stata evidentemente sgomberata dai mobili che la invadevano per dare spazio alle danze. E’ una sala lussuosa, in qualsiasi caso, deve appartenere a qualche Lord o banchiere, non oso chiedere. Zia non vuole che io faccia la figura di qualcuno che non sa dove si trova.
Zia non vuole che io faccia alcuna figura fuorché quella della bambola. Se di porcellana o di pezza, fragile o resistente a tutto, questo ho deciso che è una scelta mia.

Entro nella sala e mi tolgo il mantello, mi resta il vestito scollato con la giacchetta nera da me improvvisata. Zia si volta a guardarmi e per meno di un istante ho la soddisfazione di vederla leggermente sbiancare. Il maggiordomo mi chiede se voglio togliere anche il soprabito – così lo definisce, anche se un po’ scettico – ma rispondo che per ora ho abbastanza freddo da doverlo tenere.
Zia mi fa segno di seguirla, restiamo dietro un tavolo in un corridoio: “Dov’è il fiore?”
“Il fiocco? – Ce l’ho ancora addosso, zia Maggie”, rispondo linda e accenno al mio soprabito.
Lei sospira e prima che possa farmi strada, veniamo accolte da una signora della sua stessa età, vestita in giallo limone: “Lady Margareth, quale immenso piacere! Vostro marito è già andato a prendervi da bere?”
“Il piacere è mio, Lady Camille. Veramente, questa sera mio marito, Lord Marc Barton non è potuto venire”, replica zia; “In occasione di un grande affare è dovuto andare a Glasglow proprio questa settimana”, dice.
La signora, più bassa e più grassa di zia scuote la testa, sembra una teatrante: “Ma è terribile, Lady Margareth, voi non amate venire sola alle feste, se mi concederete l’onore, resterò con voi fin…”
“No, grazie, Lady Camille, ho provveduto da me”, afferma mia zia interrompendola e alza la mano indicandomi.
Accenno a un inchino, non profondo quanto quello di Lady Camille con la parrucca. Quella è certamente una parrucca. “Piacere”, trovo voce per esprimere quest’unica parola, per ora.
“Stavo giusto per chiedervi chi è questa graziosa e angelica fanciulla – suvvia, toglietemi la curiosità, presentatemela, Lady Margareth”, ma quante cose può dire una persona nel giro di due secondi? E’ anormale. E poi, non può chiederlo a me, come mi chiamo?
Mia zia l’accontenta: “Vi presento mia nipote, Gwendolyn MaryAngel Darling”
Oh per tutti i sette mari, ma davvero adesso devo pure chiamarmi Gwendolyn MaryAngel? – Nessuno mi ha mai chiamata così, neppure i miei genitori! Questo è un affronto!
“Vostra nipote?”, si stupisce Lady Camille e mi prende le mani, portandomi due passi avanti, in mezzo a lei e alla zia; “Ma che aspettavate a mostrarci un viso così angelico e grazioso? – Spero che mi permettiate di parlarvi in confidenza, signorina… signorina vero?”, non aspetta la risposta; “Oh, guardatevi, non mi sembra vero che siate imparentate”
“Davvero?”, rispondo.
“Oh, non voleva esservi un insulto signorina Darling, oh, quanto sono maldestra, parlo come una cascata, non vi sono eguali in tutta l’Inghilterra”, afferma lei; “Perdonatemi, signorina Darling, lasciate che vi faccia da guida in casa mia per fare ammenda”
Gli sorrido e accenno di nuovo a un inchino: “Sarà un immenso piacere”, mi rivolgo a mia zia; “Posso, zia Maggie?”
“Oh, che adorabile, non vi sapevo tanto affettuosa verso i giovani”, si addolcisce Lady Camille rivolta a zia Maggie; “Davvero la signorina vi può chiamare così?”
Qui intervengo io: “Veramente, temo che zia abbia avuto poca scelta, io in particolare faticavo a pronunciarmi da bambina e quindi, fossi stata costretta a chiamarla zia Margareth, credo che l’avrebbe gradito molto meno. Ormai ci siamo abituate entrambe così tanto che è impossibile pensare a un altro modo per chiamarci. In famiglia mi chiamano tutti Wendy”
“Wendy… Wendy Darling, come la protagonista di Peter Pan!”, si stupisce la signora e scuote la testa; “I miei figli andavano pazzi per quella favola”
“Chi no?”, replico io e maschero la ferita che provo a queste parole inaspettate tramutandola in una fulminata rivolta a mia zia.
Lei non risponde e mi segue, alla prima sala viene però trattenuta da un’altra donna della sua età. Così resto sola con la chiacchierona. La ascolto solo a metà.

Kensington Park. Dieci anni fa, anno più o anno meno. Bambini, mamme, soprattutto tate. Io, John e Mike eravamo come sempre con Nana. Dopo la scuola facevamo spesso una camminata fino a laggiù. Io e John, se il tempo lo permetteva, ci portavamo dietro le cartelle e risolvevamo i compiti lì.
Un giorno c’era un uomo. I bambini, una cinquina, correvano avanti e indietro attorno a lui. Lui sembrava giocare con loro. Non so perché, ma mi nascosi in un cespuglio assieme a Nana e continuai a leggere. Fu lui a raggiungermi: “C’è posto?”
“Fate pure”, commentai.
“Siete qui da sola?”
Scossi la testa e indicai i miei fratelli, che si erano messi a giocare con gli altri bambini, poi feci una carezza a Nana: “Ci sono Johnnie, Mike e soprattutto Nana”
“Non è venuta la vostra tata, con voi?”
“Nana è la nostra tata”, sorrisi; “Ma a papà non piace che si sappia”
Lui mi guardò più intensamente: “Perché stai qui nei cespugli?”
“Faccio i compiti”
Lui sfiorò il libro che avevo in mano, lo inclinò appena per riconoscerne la copertina verde oliva e il rilievo di poche lettere che componevano il nome della casa editrice. Dubito che abbia potuto riconoscere altre lettere per indovinare che libro fosse. Di libri certamente si intendeva: “La visita meravigliosa non mi sembra un libro di una giovane alunna”, osservò quindi con un sorriso gentile, buono e mi guarda in attesa di spiegazioni.
“E se fosse il libro di una giovane scrittrice?”, domandai, pur di non dargli la soddisfazione di una risposta chiara.
Lui inclinò la testa: “Buffo. Lo sai che sono uno scrittore?”
“Davvero?”
“Non ho iniziato però nascondendomi fra i cespugli”
“E perché lo fai adesso?”
“Sto giocando agli indiani”, ribadì lui; “Ai miei ragazzi piace”
“Sono i tuoi figli?”
“Non proprio, un amico mi ha chiesto di averne cura prima di morire e la madre è malata”
Io respirai a fondo: “Io ho perso il papà”
Lui mi chiuse il libro e prese la piuma che usciva dal mio zaino, passandomela sotto il naso: “Forse lei sa dove ritrovarlo”
“Non tornerà”
“No, non come lo conoscevi. L’ho detto anche a Peter. Potete fare però un’altra cosa, tu e lui. Quando scrivete, immaginate che legge. Immaginate che l’inchiostro sia parte di lui. Perché l’inchiostro è un vostro pensiero che diventa più tangibile e un genitore insegna ai suoi figli a pensare. Ogni vostro pensiero, ogni giorno che vivete, è una parte di lui che potete ritrovare”
“Conoscevo anch’io un ragazzo di nome Peter. Mi ha raccontato di essere cresciuto qui, in questi giardini”, mi confidai e guardai verso l’alto; “Lui aveva dimenticato i suoi genitori. A volte penso che soffrirei di meno se li dimenticassi”
“Se dimenticassimo, continueremmo a farci male. Ogni volta di più. Il tuo amico, questo Peter, è mai felice?”
Risi di gusto: “Peter Pan non ha pensieri infelici”
Lui scattò in piedi, tirandomi su e iniziando a correre con me: “Scappa, se vuoi salva la vita, hai rivelato il nostro nascondiglio ai pirati!”
Due bambini ci vennero incontro, uno saltò addosso all’uomo, atterrandolo, il secondo provò a fare altrettanto con me, ma era troppo piccolo per resistere a Nana: “Guarda Jamie, somiglia al tuo cane!”
Io misi il libro e la mia piuma nello zaino, nel frattempo fummo circondati da altri quattro ragazzi, fra cui anche Johnnie, che mi puntò contro un bastoncino: “Adesso non avrete più scampo”
Io mi ero irrigidita, poi ero corsa via, tormentata da un ricordo più vecchio di quelle sue parole. Forse lui non se n’era neanche accorto.

Lady Camille mi riconduce nella sala da ballo, dove inizia a presentarmi altri ospiti. La casa lussuosa si rivela essere la sua e ha organizzato la festa per un suo figlio molto giovane (se ho capito bene ha tre figlie e due figli) che ha concluso gli studi in architettura. Credo che fra le persone cui ho stretto la mano stasera ci sia almeno uno dei figli di Lady Camille.
A liberarmi di lei ci riesce un ragazzino dai capelli rosso biondo, lisci, occhi verdi e lentiggini almeno quante ne ha zia Maggie. E’ magrolino e sembrerebbe solo.

“Ve lo presento solo perché è il protetto di un grande produttore, un pezzo grosso nel teatro”, mi sussurra prima che ci avviciniamo a lui; “E’ sgradevole come presenza. Per carità, è gentile, educato, ma è impossibile parlargli”
“E’ forse di poche parole?”, mi incuriosisco.
“Almeno fossero parole”, sospira lei; “E’ così tremendo da dire”, mi tira giù a forza per bisbigliare nel mio orecchio; “Balbetta”
Inclino la testa: “Il protetto di un produttore di teatro balbetta?”, mi stupisco sinceramente. E’ quasi più improbabile che trovare uno scrittore di fama a giocare agli indiani e ai pirati con dei bambini nascosto dentro a un cespuglio.
“Già, per quanto assurda e incresciosa sia la faccenda, è così. Cerchiamo di essere gentili e poi proseguiamo”, mi propone Lady Camille e mi porta fino a questo strano ragazzo. A occhio ha un anno o due in meno di me.
“Robin Elder, è sempre un immenso piacere vedervi”, sorride Lady Camille, che contrariamente a zia Maggie è una pessima attrice.
“I-il piacere è… è tu-tutto m-mio, m-milady”, replica il ragazzo. Mi sembra nervoso. Come alla zia, gli diventano rosse le orecchie. Ma è solo leggero il rossore, così leggero che temo sia un gioco delle luci.
Lady Camille segue lo sguardo di Robin, posato su di me: “Vedo che avete notato l’ospite gradita e inaspettata che abbiamo il piacere di conoscere oggi”, osserva e mi fa cenno di fare un passo più vicina verso il signor Elder; “E’ la nipote di Lady Margareth Barton”, dice, ormai la presentazione è diventata uno standard, da questo punto in poi; “La signorina Gwendolyn MaryAngel Darling. Non trovate abbia un nome assolutamente delizioso?”
“E-encha-enchanté”, risponde lui e esegue un baciamano cui ancora non riesco ad abituarmi; “U-un nome c-che v-vi ri-rispecchia m-mo-molto, a-almeno nel… nell’aspetto, s-signorina D-Darling”
Sorrido. E’ sincero, glielo leggo negli occhi, forse è questo a farmi provare per la prima volta nella serata una qualsiasi simpatia verso qualcuno. Forse è solo il colore verde dei suoi occhi a condizionarmi: “Mi è giunta voce che siate un uomo dei grandi palchi”
Lui scuote la testa: “N-no, no-non io, n-non potrei m-mai”, ride; “A-aveva m-molta fa-fantasia, l-la vostra fo-fonte”
“Non molta più fantasia di quanta ne hanno avuta i miei genitori quando mi hanno battezzata”, la butto sul ridere.
“L-Lady M-Marga-Margareth è q-quindi v-vostra n-nonn-nonna?”, domanda lui, approfittando che io gli abbia offerto l’occasione per parlare della mia, di famiglia.
“È mia zia”, rispondo.
Lady Camille si è aggrappata al mio braccio come una bambina si aggrappa alla sorella maggiore per metterla in mostra: “La signorina Darling ha il grande onore e piacere di poterla chiamare con un diminutivo… avreste mai detto che Lady Margareth avrebbe accettato un nomignolo?”
Robin Elder inclina la testa: “L-Lad-Lady M-Margareth n-non è u-una pr-presenza d-di cui g-godo spesso”, ribadisce; “E’… è diff-difficile immagi-immaginare c-come s-si comporti i-in fa-famiglia”
Cala il silenzio, interviene di nuovo Lady Camille: “La signorina Darling è una grande ascoltatrice”
“E’… è diffi-difficile immaginare i-il con-contrario, co-con u-una narra-narratrice come v-voi, La-Lady Ca-Camille”, obietta.
Trattengo a stento una risata, lui se ne rende conto e mi porge il braccio: “I-io n-non sono u-un grande i-interlocutore, m-ma se pe-permettete, u-un migliore ba-ballerino. M-mi concedereste qu-questo ballo, se n-non dis-disturba tr-troppo Lady C-Camille co-convivere co-con la v-vostra a-assenza, o-ovviamente”, balbetta lui, chiaramente a disagio con Lady Camille, ma incuriosito da me.
Io sono sincera: “Non ho mai ballato, signor Elder. Tutte le mie precedenti conoscenze in questa serata hanno rinunciato. Non vorrei mettermi in ridicolo”
“L-la donna n-non è mai ri-ridicola, qua-quando ba-balla la pr-prima volta”, ribadisce lui; “E’ ri-ridico-ridicolo l’uomo c-che non s-sa gui-guidarla”, e sorride alla propria battuta.
“Bè, se la pensate così, correremo il rischio di sapere quale sia la verità”, confermo e poggio il mio braccio sul suo; “Mi perdonate, vero, Lady Camille?”
“Siete mia ospite, venite per divertirvi. Se un ballo vi rende felice…”
“Sarete la prima a sapere se sono o no una ballerina all’altezza del signor Elder”, le garantisco e con ciò Lady Camille si apposta in un angolo della sala dalla quale mi osserva.

“S-siete nu-nuova qu-qui, p-per essere la n-nipote di l-Lady Mar-Margareth”, dice Robin portandomi in un angolo della pista da ballo. Giustifica la scelta di questo posto laterale: “S-se do-dovessimo d-decidere d-di fare u-un piacere a… a qualche p-piede cal-calpestato”, scherza. Vuole dire che se balliamo male, almeno non dovremo preoccuparci di uscire dalla sala da ballo senza dare fastidio alle altre coppie.
Io rispondo alla prima delle sue due frasi: “La storia è vecchia, ma in famiglia ha lasciato tracce”, spiego, zia non mi ha vietato di parlare dei miei genitori; “Mio padre sposò una donna del popolo, istruita, ma neppure di famiglia ricca. Zia Margareth ha capito solo molto lentamente che mamma è molto più nobile in spirito di molti altri”, sottolineo in un sussurro. Zia si è raccomandata di non farmi sentire da chi non voglio che conosca le mie parole. Di Robin Elder penso di potermi fidare. Nel peggiore dei casi avrà anche lui una storia da scrivere. “Papà amava raccontarci che mamma fosse la più bella donna di tutta Londra e che aveva un bacio, posato sull’angolo destro del labbro, che nessuno riusciva a guadagnarsi. Alla fine lui prese il taxi più veloce e la chiese in sposa per primo”
Robin Elder ride: “U-una storia mo-molto si-simpatica, da… da raccontare a-ai fi-figli”, aspetta un attimo, mi solleva per farmi fare un cerchio in aria, vorrei urlare per lo spavento preso da questo movimento, ma mi trattengo giusto in tempo.

Mi sollevò e mi ritrovai con le spalle contro un tronco d’albero, il viso costretto a guardare quel ghigno che ho alimentato ingenuamente: “Adesso non avrete più scampo, mademoiselle”
“Lasciatemi!”
“Non prima di averlo visto cadere in ginocchio ai miei piedi, mia cara”
Gli sputai in faccia, indignata al pensiero che lui contasse di usarmi per i suoi scopi meschini, forse avevo il viso rosso per la rabbia. Mi ero fidata di lui troppo in fretta: “Sei un vigliacco”
“Bada che lui non sa che sei ancora sull’Isola. La tua sola speranza per uscirne ancora viva è che collabori con me. Perché altrimenti saranno i tuoi amati fratellini a scoprire prima di te se esistono il paradiso e l’inferno”, mi minacciò.
Deglutii.

“S-signorina Dar-Darling, siete pa-pallida”, osserva lui.
Mi fermo: “Vi… vi dispiace accompagnarmi a una finestra?”
“C’è… u-un ba-balcone, al pi-piano di… di so-sopra”, osserva lui; “S-sarete p-pi-più tra-tranquilla”, decide e mi prende la mano; “Pe-permettete?”
Annuisco e non esito. Lui trova il modo per girare alla larga da Lady Camille e mia zia, anche se visti. Non c’è nessun segreto che andiamo a prendere aria. Ma per prendere aria non c’è bisogno di un reggimento che ti segue.

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Capitolo 2 - A testa alta
Capitolo 4 - Aria
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SaraIE

Passa il tempo libero fra libri, carte e penna, suona in una piccola orchestra e ama tenersi impegnata giorno e notte. Studentessa sognatrice, 18enne, vive in Svizzera con la sua famiglia, le piace interpretare le voci quando legge e non ha mai abbandonato le storie di fantasia, anzi, semmai si è irrevocabilmente persa fra i boschi degli elfi, le caverne dei nani, i cieli delle fate e gli abissi delle sirene. Ma, secondo la sua filosofia, prima di fare ordine ci deve essere il caos e prima del sapersi orientare non si può fare a meno di perdersi. Non preoccupatevi se vi sembra strano quello che scrive... Proseguite che alla fine vi ritroverete 😉
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