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Capitolo 29 – La capitale

– Antica
– Antica? – chiese di rimando Callin alla ragazza – Vedi la capitale per la prima volta e tutto quello che riesci a dirmi è “Antica”?
– Sì! – ribatté sicura lei mentre il ragno meccanico dal quale erano scesi si staccava dalla banchina di legno per proseguire il suo viaggio verso le Bianche Cime.
Erano sul muro della città. Non vi era modo, per l’enorme mezzo di trasporto, di entrare all’interno della cinta muraria sia perché non erano presenti aperture abbastanza alte, sia perché gli edifici stipati all’interno non gli avrebbero permesso di manovrare. Visto che erano ormai tre secoli che Arphos non era costretta a fronteggiare attacchi nemici, gli ingegneri avevano pensato di riconvertire una porzione delle mura a scalo per i ragni meccanici costruendovi, sulla sommità, una lunga banchina di legno.
– È antica perché sembra uscita dalle stampe che ci mostrava a scuola il maestro – riprese a spiegare Rose indicando la cinta muraria interna che circondava il castello imperiale e la sua corte.
– Tu sei andata a scuola? – chiese il ladro tra l’ammirato ed il sorpreso.
– Fino a dodici anni – rispose la ragazza – ed era una stanzetta con in tutto una decina di bambini, ma mio padre ci teneva che andassi, diceva che era importante.
– Tipo sveglio, Rosh, devo ammetterlo – commentò Callin, mentre si incamminarono, seguendo il flusso di persone verso una scala scolpita nel lato interno delle mura.
– Non capisco però come sia stato possibile che sia rimasta così, invariata, in tutti questi anni – continuò Rose – sembra davvero di essere tornati indietro nel tempo.
– Questo lo so io – disse Callin con un sorriso malizioso – e senza arver passato un solo giorno a scuola.
– Sentiamo – sbuffò la ragazza.
– Politica! – disse sicuro il ragazzo.
– Politica?
– Sì, politica – annuì con maggior vigore – Immaginiamo che tu sia l’imperatore e che debba fare i conti, tutti i giorni, con il potere sempre crescente dell’Accademia. La stessa Accademia che tira fuori invenzioni sempre più avanzate sempre più in fretta. Che faresti?
– Che farei? – chiese meccanicamente la ragazza.
– Faresti a meno dei loro giocattoli. Dovresti far vedere alla gente che, tutto sommato, l’Accademia non è indispensabile, che puoi farne a meno quando vuoi.
– Quindi tu pensi che la città è rimasta cento anni indietro solo per dimostrare a tutti che l’impero non è schiavo della tecnologia e dell’alchimia?
– Esattamente! – l’espressione soddisfatta si allargò sul volto del ragazzo.
– Mi sa che hanno fallito allora – disse Rose indicando una enorme aeronave, più grande di quella che avevano rubato a Saroh, che effettuava le manovre di attracco ad una delle torri del castello.
– A quanto pare Solinar ha già iniziato a lasciare il segno. Quella torre d’attracco non c’era l’ultima volta che passai di qui.
– Non c’era fino a sette giorni fa – si intromise una voce familiare dietro di loro – il decano l’ha tirata su in una notte.
I ragazzi si voltarono solo per incontrare la figura allampanata di Ainieal. Tunica rossa, qualche ricamo in più sulle braccia e la pelle abbronzata, il ragazzo li osservava un po’ sorpreso, ma visibilmente lieto di averli ritrovati lì.
– E tu da dove spunti – chiese Callin.
– Ero sulla banchina. Il maestro Feal’d sarebbe dovuto arrivare da Hotan con quel ragno, ma non c’era.
– Devi aver sbagliato convoglio. Noi proveniamo da Ryal – disse Rose.
– Oh… – sospirò il giovane – è la seconda volta oggi che mi danno informazioni sbagliate. Penso che quei soldati si stiano prendendo gioco di me.
Indicò due uomini che facevano la guardia ad una scalinata gemella a quella che avevano appena finito di percorrere e che serviva alle persone per raggiungere la piattaforma.
– Ascolta, Ainieal, non è che per caso hai visto un tizio grande e grosso, più o meno come il tuo maestro. Questo però viene dalle Bianche Cime – chiese Callin.
Avevano perso Jareth appena il ragno era attraccato alla banchina. L’omaccione era corso verso l’uscita dicendo che doveva parlare con un paio di persone all’ufficio di imbarco sulla cima del muro, ma s’era volatilizzato.
– No, Callin. Mi dispiace. Però…
Ainieal si guardò attorno con fare così circospetto che chiunque avrebbe potuto capire che stava nascondendo qualcosa.
– Però, cosa? – gli fece eco Callin.
Il giovane alchimista tirò fuori un pezzo di carta da una manica della tunica e vi scrisse due righe, poi porse il foglio al ladro.
– Venite nel posto indicato, stanotte. Troverete sicuramente anche il mio maestro. Potremo parlare tranquillamente.
Così dicendo si scostò e li salutò, prima di dirigersi di nuovo verso la scala d’accesso alla banchina.
– Che tipo strano – commentò Callin – Oh, ecco Jareth.
L’uomo stava scendendo le scale con un involto lungo e stretto sotto il braccio ed un sorriso enorme dipinto sul volto.
Aspettarono che con flemma li raggiungesse poi tutti e tre presero a camminare lungo una delle strade. Non avevano ancora una meta precisa, ma rimanere fermi all’uscita dell’attracco non era certo una buona idea.
– Cos’hai lì dentro? – chiese Rose.
– Se te lo dicessi non ci crederesti – rispose evasivo Jareth.
– Un’arma da fuoco – disse Callin sottovoce, ma facendo in modo che sentissero sia la ragazza che l’uomo.
– E tu come lo sai? – chiese brusco Jareth.
– Da come lo tieni pesa meno di cinque chili ed è rigido. Inoltre sento l’odore delle batterie alchemiche – spiegò con semplicità – o si tratta di un’arma a canna lunga oppure di una ricarica energetica per apparecchi industriali. Conoscendoti è un’arma.
– “Inoltre sento l’odore” – gli fece il verso Jareth – sei proprio un gatto del cazzo.
– Tutta invidia la tua.
– Sì, credici.
Rose scosse la testa e smise di seguire il discorso puerile dei due ragazzi. Da quando avevano incontrato Jareth, avevano smesso di fare piani. Sapevano solo che avrebbero usato il carico di legname comprato lungo la strada per entrare nella cinta muraria interna, ma da lì era tutta un’incognita.
A Vincent servivano notizie certe sulla situazione dell’imperatore. Non ne conosceva esattamente il motivo e come esse potevano fornire al suo maestro un vantaggio anche sull’accademia ribelle, ma era certa che non l’avrebbe mai spedita così lontano se non avesse davvero avuto bisogno di quelle informazioni.
Seguendo Callin e Jareth attraversò alcuni vicoli e poi spuntarono in una larga strada lastricata. Carretti trainati da asini e cavalli formavano una lunga processione che si dirigeva verso una delle uscite della città, mentre negli edifici che si affacciavano sul selciato, si vedevano botteghe di ogni genere.
Rose poté constatare come Arphos, sebbene strutturalmente rimasta invariata negli ultimi tre secoli, avesse abbracciato le innovazioni tecnologiche dell’accademia. Era possibile scorgere, infatti, attrezzature o dettagli anacronistici rispetto al resto della città. Il rumore di un telaio meccanico proveniente da una sartoria o la lampada a batterie alchemiche sul bancone di un’erboristeria erano solo alcuni degli indizi che, nonostante tutto, la tecnologia aveva invaso la vita quotidiana degli abitanti della capitale.
I tre camminarono per una trentina di minuti finché non raggiunsero una locanda.
– È il posto che ci ha indicato Ainieal? – chiese Rose a Callin.
– Sì – rispose il ragazzo – è quasi il tramonto. Conviene che ci riposiamo un po’ e ceniamo prima di cercare il maestro Feal’d.
– Di che parlate? – si intromise Jareth.
– Amici inaspettati – spiegò il ladro – due alchimisti che forse potrebbero darci un po’ d’aiuto per l nostra missione.
– Altri fottuti alchimisti… – commentò l’omaccione rassegnato prima di entrare nella locanda.

Mangiarono con allegria, quella tipica delle locande, con la musica in sottofondo e l’odore pungente del vino rovesciato chissà quante volte sui tavolacci porosi. Rose, però, si sforzò non poco per mostrarsi spensierata. In realtà era pensierosa, troppe incognite, Ainieal comparso così all’improvviso… le sembrava di essere proiettata a tutta velocità verso i prossimi avvenimenti, ma quali erano stati quelli di prima?
La mano di Callin sulla sua sotto il tavolo le dava calore, la rassicurava, anche se avrebbe preferito… cosa?
All’improvviso lasciò i suoi pensieri perché la stretta di lui si fece più forte, la ragazza tuttavia non si girò, l’arrivo di Feal’d al loro tavolo doveva sembrare casuale.
La locanda, infatti, non era troppo spaziosa. La sala era angusta e con poche sedute, gettata nella penombra dalla scarsa illuminazione.
L’alchimista, dal canto suo, era entrato ad un ora tarda col chiaro intento di trovare tutte i posti occupati. Si sedette con grazia, nonostante la mole, e la visuale di Rose fu occupata completamente dalla sua stazza. La ragazza guardò prima Feal’d e poi Jareth quasi le scappò un risata, trattenuta a stento, al pensiero del povero scranno che doveva sostenerli entrambi. Poi si strinse di più a Callin in un gesto affettuoso, un calcolato gesto affettuoso.
– Vieni ragazzo, approfittane prima che questi due decidano di occupare di nuovo l’intero scranetto – ingiunse Feal’d con mal celato disprezzo rivolgendosi ad Ainieal.
E mentre l’apprendista si sedeva il ladro si alzava sbattendo i pugni sul tavolo.
– Ehi, noi c’eravamo prima. Da quando quella tunica vi permette di dare ordini? – puntualizzò Callin.
– Taci ragazzo, bada alla tua bella piuttosto. Non vorrei le succedesse qualcosa…
-Basta! – gridò Rose con una voce stridula che non le apparteneva per nulla – Vi prego, grande maestro, non gli badate. È solo troppo orgoglioso.
Feal’d li guardò socchiudendo gli occhi.
– Quanta devozione. Se venissi a sederti un poco vicino a me e ne dimostrassi dell’altra, forse io potrei dimenticare le parole di questo stolto.
A quel punto fu il turno di Callin di guardare l’alchimista di sottecchi.
– Non fare ancora lo stupido! – precisò Feal’d, creando un globo di energia nella sua mano. In realtà, era una luce innocua ma nessuno avventore poteva saperlo.
– Mi sbrigo – si affrettò a precisare Rose con una vocina pia.
Prima di alzarsi per raggiungere l’altro lato della tavola, la ragazza scoccò al ladro un occhiata di dolore e costernazione tanto realistica che se ci fosse stato un pubblico sarebbe stato percorso da un coro di applausi per quella rappresentazione così ben fatta. Ed in realtà il pubblico c’era, ma fingeva di non interessarsi alla scena.
Appena fu abbastanza vicino Feal’d la trascinò sulle sue gambe accoccolandosela sul petto, per poi poggiarle le labbra accanto all’orecchio.
– Perdonami Rose Van Rosh, ma questo è il comportamento che si aspettano da un alchimista dopo gli eventi recenti in questa dannata capitale.
Rose assentì ridendo e accarezzando il viso dell’omone. Ne approfittò per osservare gli altri avventori. Ne individuò un paio che fingevano in modo maldestro di farsi gli affari propri.
– Suppongo che al maestro Vincent servano informazioni sull’imperatore – le disse l’alchimista sempre in un sussurro.
Non era una domanda ma Callin mimò ugualmente un assenso mentre si portava il boccale alle labbra.
– Io ho quelle informazioni perché…
La ragazza lo guardò corrugando la fronte, il viso dell’uomo a pochi centimetri da lei esprimeva una forte preoccupazione e sincera apprensione. Era una sua impressione o le rughe attorno agli occhi erano aumentate rispetto all’ultima volta che lo aveva visto?
– Perché noi vogliamo liberarlo – continuò l’alchimista ad una tonalità bassissima, che Rose fu certa neanche Callin avrebbe potuto sentire. Invece i lineamenti di Callin si erano contratti e la luce della candela che gettava ombre ballerine sul viso del ladro lo faceva apparire ancora più pensieroso e preoccupato. Il suo sguardo era determinato. Sapeva quale era la sua risposta, attendeva solo il suo assenso.
Rose ripensò al suo viaggio, agli eventi che la trascinavano, si sentì attanagliare dalla paura. D’altro canto, aveva deciso molto tempo prima come agire, non era più una semplice sarta, e lei portava le sue scelte sino in fondo. Per un attimo le venne il sospetto che Vincent avesse previsto tutto: forse il suo maestro stava facendo affidamento sulle capacità di Callin e sulla sua avventatezza. In ogni caso, non aveva importanza.
– Possiamo aiutarti… – disse la ragazza a Feal’d.
Accanto a lei, Jareth li guardava in modo truce, la ragazza se lo immaginò ad esclamare il suo “Dannati alchimisti!” e a quel punto la sua risata fu sincera.

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Capitolo 28 - Jareth
Capitolo 30 - Tra le nuvole
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Lissa

secondo nome Stachanov, non riesce a stare con le mani in mano, ogni minuto in cui non si è impegnati in qualche attività è un minuto perso! Le piace dialogare con le persone e cerca di avere pochi pregiudizi, non sempre le riesce… soprattutto quando le demoliscono i suoi libri fantasy preferiti. Passione e hobby unico lettura di libri, ovviamente, fantasy, ha provato anche altri generi con scarso risultato, sempre alla ricerca di qualche nuova bella saga da scoprire, insomma, leggere è l’unica cosa che non si stancherebbe mai di fare.

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