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Capitolo 28 – Jareth

Quando Rose scese dalla nave, Callin le offrì la mano e lei sorrise a quello strano gesto di galanteria: faticava ancora ad averlo sempre in torno, così presente e diverso dal ladro di strada che aveva conosciuto.
Appena fu sulla terra ferma socchiuse gli occhi per il sole abbagliante che le offuscava la visuale, attraverso le palpebre quasi serrate poté vedere la piccola cittadina di Ryal, distesa fino ai piedi di un alta montagna dalla ricca vegetazione. Verso la cima un’enorme costruzione slanciata sovrastava le valli circostanti.
– Ujente la prima rocca degli alchimisti – a parlare con una voce ricca e soave era stato un uomo, o forse un ragazzo, imponente, dalla carnagione chiara e i capelli finissimi del colore del ghiaccio.
Rose fissando i suoi occhi neri, scurissimi, fu invasa immediatamente da un brutto presentimento e indietreggiò. Tuttavia Callin la trattene sul posto e andò ad abbracciare l’omone.
– Jareth – esclamò il ladro, tra fragorose pacche sulle spalle.
– Callin, l’uomo o il fantasma, ultimamente anche io ti avevo dato spacciato – assentì Jareth senza nessuna traccia di allegria.
L’altro non vi badò poiché già affaccendato a presentare Rose.
La ragazza dal canto suo si teneva in disparte molto riluttante a guardare l’amico del ladro, quasi sapesse che poi non avrebbe più staccato lo sguardo da quella figura così androgina. In cuor suo sospettava che se Jareth l’avesse scorta a fissarlo le avrebbe letto negli occhi il suo sbalordimento.
Callin, intanto, si stava dirigendo verso una stradina secondaria insieme al nuovo venuto, le scoccò un occhiata per assicurarsi che li seguisse e poi non le badò oltre. La ragazza, un po’ infastidita, si mosse nella loro direzione.
Percorsero alcuni tortuosi vicoli e stradine, camminarono a lungo e dopo aver lasciato la cittadina e attraversato alcune vigne, si erano avventurati in un boschetto seguendo un viottolo di terra battuta. Rose fu lasciata a fissare le loro schiene: quella ormai familiare del suo amante e quella enorme di Jareth. Distrattamente si chiese se a quelle misure imponenti corrispondesse una forza proporzionale. Subito dopo si chiese se Callin avrebbe vinto in un corpo a corpo contro quella montagna. Non ci sarebbe mai stato bisogno di scoprire la risposta, ragionò fra sé, molto prima lei lo avrebbe fermato.
Senza preavviso sbatté contro il panorama che sino a poco prima aveva osservato ed in particolare contro la schiena più grossa.
– Scusa – disse la ragazza massaggiandosi il naso.
– Fai attenzione! – la sgridò Callin, con una voce incolore.
Rose stava per replicare ormai spazientita, ma il ladro la precedette zittendola con uno sguardo. La ragazza ammutolì e si dimenticò subito dell’incidente, lasciando libera la sua parte razionale.
Si mise ad osservare la radura in cui erano arrivati. Un piccolo covo tra gli alberi, riparato e protetto, dove solitaria vi era una casa di legno dal tetto in paglia. Un tetto molto spiovente del colore del grano secco dove l’unico dettaglio in movimento era il fumo grigio del camino, fumo denso che saliva verso un cielo terso.
– Entrate – disse Jareth spalancando la porta della casetta.
Callin gli sorrise mentre varcava la soglia, la ragazza lo seguì annuendo velocemente all’indirizzo dello strano uomo.
Si sistemarono intono ad un tavolo che, insieme alle sedie sulle quali si sedettero, aveva conosciuto giorni migliori. Per un solo momento Rose credette che la sedia di Jareth non l’avrebbe retto, poi la sua attenzione venne completamente assorbita dalla conversazione che si stava svolgendo.
– Callin, perché mi hai cercato e dopo tutto questo tempo? – esordì l’uomo dai capelli quasi candidi.
– E tu sei venuto, hai visto il segnale e sei venuto. Osservi ancora tutte le navi in arrivo dall’alto del tetto? Non sei cambiato – asserì il ladro sicuro di sé.
– Forse sì, forse no…
– Sarà, ma sei comunque venuto
– Non vuol dire che ti aiuterò – ribatté l’altro a denti stretti.
– Solo informazioni, Jarteh…
Lo strano uomo a quel punto rise senza calore, una fragorosa risata, molto triste e molto stridente. Callin scoccò solo in quel momento una nuova occhiata a Rose.
La ragazza lo capì dal suo sguardo, o credette di capirlo: la situazione era molto instabile. Secondo lei qualcosa in quella risata aveva allarmato il suo compagno, lei, d’altro canto, era in agitazione da quando era scesa dalla nave. Scattò in piedi così velocemente da far ribaltare la sedia e assunse una posizione di guardia.
Jareth ammutolì e la guardò fisso.
Nero pece, i suoi occhi la risucchiarono senza possibilità di scampo. Ebbe paura, un terrore senza nome l’accolse mandando in frantumi il suo autocontrollo.
Rose reagì per puro istinto, un’istinto primordiale. L’alchimista tese una mano verso l’energumeno e gli avvolse la testa in una bolla invisibile. L’aria, resa incredibilmente più pesante e viscosa fu privata di ogni molecola d’ossigeno isolando le vie respiratorie dell’uomo.
– Rose ferma!
La voce del ladro la riportò di colpo in sé, immediatamente permise all’ossigeno di circolare libero e la sensazione di perdizione si dissolse anche essa.
– Un alchimista! Hai portato a casa mia un fottuto alchimista, Callin? –
Jareth si era alzato e strepitava all’indirizzo dell’altro ragazzo, il quale rimase impassibile, aspettando che l’amico si calmasse ancora seduto come se non fosse accaduto nulla.
Appena l’altro smise di urlare Callin si alzò a sua volta.
– Non farlo mai più – sibilò arrabbiato – tu e quel tuo dannato trucco per far impazzire la gente. Non riprovarci oppure ti ucciderà e, se non dovesse riuscirci, lo farò io.
La voce risoluta del ragazzo assorbì ogni altro suono nella stanza, così come ogni volontà di protesta da parte di Jareth. Calò il silenzio.
Rose era ancora un po’ destabilizzata e agitata, ma ben attenta agli sguardi tesi che in quel momento i due si rivolgevano.
Tutto era fermo e muto, lei guardava entrambi, mentre gli occhi verdi di Callin non si staccavano da quelli neri dell’altro. Poi, pian piano il volto di Jareth si aprì in un largo sorriso sincero che gli illuminò il volto.
– Allora e così? È per lei Callin?
– Non solo…
– Certo… – annuì Jareth poco convinto, mentre il sorriso continuava ad allargarsi sul suo volto androgino.
– Non posso dirti tutto. – continuò il ladro ancora scura in volto.
– E chi ti ha detto che io voglia saperlo? – improvvisamente cortese, l’uomo si sedette con calma – Però adesso accomodatevi nuovamente e dimmi finalmente cosa ti occorre…
Il ragazzo lo soppesò per un lungo istante, ancora leggermente in allerta, poi si sedette annuendo silenziosamente prima verso l’amico e poi verso la ragazza.
Rose raccolse la sedia dal pavimento e si accomodò incredula. Non capiva per intero cosa fosse appena successo, ma la sensazione di malessere era svanita. In quel momento l’amico di Callin era solo un omone, dai modi burberi e il sorriso gentile.
Ancora spaesata, la ragazza si costrinse a tenere a freno i suoi pensieri per concentrasi nuovamente sul torrente di informazioni che Jareth continuava a dispensare senza ormai più remore.

Il percorso del ragno meccanico diretto alla capitale passava per la piccola città di Frish. Sebbene fosse il capoluogo della sua regione e possedesse la sua sede dell’accademia non era altro che uno scalo secondario, necessario per il rifornimento del grosso mezzo di trasporto.
Rose non aveva mai viaggiato su quegli aggeggi e ne aveva solo sentito parlare come il modo più veloce per viaggiare via terra. In realtà non erano nemmeno simili ai ragni. L’unico elemento in comune erano le enormi zampe meccaniche che però non erano otto, bensì dodici. Il corpo assomigliava più ad una nave, tanto per cambiare, ed in quel momento Rose stava sbirciando da uno degli oblò centrali, posando il suo sguardo sui tetti delle case di legno di Frish. Dal lato opposto del mezzo di trasporto, un grosso portellone era aperto sulla banchina di imbarco ed un flusso di persone in ingresso davano il cambio a quelle che avevano terminato il proprio viaggio.
Callin accanto a lei era tranquillo e le teneva una mano sulle gambe disegnando distrattamente cerchi immaginari con le dita. Teneva gli occhi chiusi.
Rose lo guardò, studiandone i lineamenti rilassati e si ritrovò a sorridere senza un reale motivo.
– Cos’hai da ridere? – le chiese di colpo senza aprire gli occhi.
La ragazza scosse la testa.
– Sempre a ricordarmi che mi leggi nel pensiero.
– Io non leggo nel pensiero, è solo che ti percepisco.
– E allora se sei così bravo a percepirmi, scoprilo da solo cos’ho da ridere – rispose la ragazza fintamente indispettita.
Il ladro aprì gli occhi e le regalò uno sguardo profondo e malizioso. La presa sulla gamba si fece più forte e lentamente risalì fino ai fianchi. Quando la mano arrivò a destinazione, si stavano già baciando con trasporto.
– Dannati boscaioli, che bruciassero insieme alla legna che vendono – la voce di Jareth che si sedeva alla destra di Callin li fece sobbalzare.
Callin si voltò con lo sguardo truce, incontrando l’espressione più innocente che l’uomo potesse produrre.
– Scusa, non avevo intenzione di interrompere il vostro… – gesticolò un po’ in maniera volgare – … scambio di opinioni, ecco.
Il portellone metallico scattò con un violento colpo e qualche istante dopo il ragno si mise in moto staccandosi dalla banchina per procedere, con la sua andatura caracollante dritto verso Arphos.
– Cosa hai scoperto? – chiese Rose allontanando definitivamente le mani di Callin che si rassegnò.
– Ventuno!
– Cosa? – la ragazza lo guardò con sguardo interrogativo.
– Ventidue!
– Questo imbecille sta contando le parole che gli hai rivolto da quando ti conosce! – le spiegò Callin divertito.
Rose roteò gli occhi spazientata.
– Piantala!
– Ventit… – Jareth fu interrotto da un dito minaccioso della ragazza puntato direttamente verso il suo naso.
– Fa come dice – gli consigliò Callin – non è così brava a sopportare gli scherzi.
Jareth sbuffò, si sedette più comodamente e poi iniziò a parlare.
– Cosa ho scoperto? Che in questo buco di letame sono tutti dei pezzenti, loro e quel fottuto legname tarlato.
– Ne deduco che non sei riuscito a procurarti la nostra copertura per entrare ad Arphos.
– Oh no. Certo che ci sono riuscito, ma mi è costato il triplo perché, come ha detto quell’infame di un taglialegna, siamo in ritardo: l’ultimo carico di legname per la capitale è partito quindici giorni fa.
– Quindi? Ce l’abbiamo o no questo carico? – chiese Rose spazientita.
– Sì, ce l’abbiamo, ce l’abbiamo. Mi ha assicurato che partirà entro oggi ed arriverà due giorni dopo di noi ad Arphos. Dobbiamo solo aspettare fuori della cittadella imperiale e poi potremo presentarci ai cancelli interni come mercanti. – spiegò Jareth – Il Decano Solinar sarà anche un alchimista, ma per far funzionare la cerchia interna di Arphos ha comunque bisogno di materie prime, non può permettersi di riscaldare a mano tutto il palazzo imperiale e dintorni.
– Speriamo sia così… – disse Rose con lo sguardo perso di nuovo verso il panorama che poteva scorgere dall’oblò.

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Capitolo 27 - L'alchimista - Parte II
Capitolo 29 - La capitale
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

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