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Capitolo 26 – L’alchimista – Parte I

Il sole stava per tramontare dietro i Monti Centrali e l’ultimo bagliore rosso aveva invaso il cielo punteggiato di nubi grigie. Avevano lasciato il deserto da solo un giorno, ma il fatto che stessero viaggiando verso nord si faceva già sentire con un calo della temperatura molto marcato.
Vincent seguì con lo sguardo l’astro nella sua rapida discesa, finché anche l’ultimo brandello di luce diretta sparì. Era da solo, ma non per davvero: da qualche parte in quella folla assiepata sulla banchina c’erano nascosti in piena vista Alette e Verrit. Abbastanza distanti da non sembrare compagni di viaggio, ma sufficientemente vicini per non perderlo di vista. Rosh era a fare provviste. Avrebbero attraversato il lago Tibal con l’ultimo traghetto prima del buio, in modo da raggiungere la città sul lato opposto a notte fonda, quando ci sarebbe stata meno gente per strada. Da lì avrebbero intrapreso il percorso verso l’algida città di Glycend, alle pendici delle Biance Cime. Nessuno gliel’aveva detto, ma quale poteva essere altrimenti la loro meta se non una delle centinaia di caverne che punteggiano i costoni rocciosi innevati. Lì tutto era iniziato molti anni prima, nel laboratorio personale dell’allora priore Recro. Lì sarebbe finita, in un altro laboratorio, magari più nascosto ed inaccessibile, ma sempre sotto terra, sempre nella fredda morsa delle nevi.
Una giovane donna lo urtò con la spalla, richiamando la sua mente alla situazione presente. Si scusò prontamente, ai suoi occhi l’alchimista appariva come un vecchio curvo e stremato dagli anni. Lui le sorrise e le fece cenno di non preoccuparsi.
Si guardò intorno ed individuò Alette tra la gente. Guardava nella sua direzione, ma distolse lo sguardo appena si accorse di essere stata vista. Verrit era accanto a lei, con un cappuccio calato sulla testa per nascondere le proprie orecchie da Keelihn. Tutti gli altri, alcuni avvolti in mantelli logori, erano per lo più pendolari che lavoravano negli allevamenti lacustri da quella parte del lago, anonime figure in silenziosa attesa.
L’attenzione di tutti i presenti fu catturata dall’avvicinarsi del traghetto che li avrebbe portati nella città di Tibal. La colonna di fumo nero che rilasciava dalla ciminiera non era un bello spettacolo, come anche lo scafo rattoppato in più punti e Vincent si ritrovò a concordare con Rosh. Quella era una bagnarola.
Si voltò alla ricerca dell’amico tra la folla. Nei giorni di viaggio che avevano già sostenuto tra il villaggio di Shamal e quella piccola cittadina, aveva avuto modo di scambiare qualche parola con lui e rendersi conto che in fondo poteva ancora utilizzare il termine “amico”, sebbene fosse troppo arrabbiato per il coinvolgimento di Rose.
Non riuscì a vederlo, ma intanto dal traghetto due energumeni stavano allungando una passerella metallica arrugginita proprio alla sua altezza.
Uno dei due allungò una mano per aiutarlo a salire e trasalì per la sua stretta più decisa del previsto.
L’imbarcazione aveva un ponte coperto con una serie di scranni di legno fissati al pavimento per far accomodare i passeggeri. La parte anteriore di quella lunga cabina era adibita a sala comandi e sull’uscio vi era un uomo sulla quarantina con una divisa blu ed il cappello bianco. Vincent immaginò che fosse il capitano di quella bagnarola. L’illuminazione era garantita da una serie di lampade ad olio. Non erano certo le luci all’avanguardia dell’aeronave che aveva rubato con i ragazzi tempo prima, ma servivano bene allo scopo.
Prese posto accanto ad un oblò ed attese che tutti i passeggeri fossero imbarcati. Alette e Verrit sfilarono accanto a lui senza voltarsi e si sedettero tre posti più avanti, mentre Rosh salì quasi per ultimo e trovò posto in coda alla cabina. Nel giro di dieci minuti il traghetto aveva già ritratto la passerella ed era ripartito, vibrando e sobbalzando.
Il viaggio sarebbe dovuto durare circa tre ore, ma dopo un’ora scarsa un rombo molto più cupo e potente si sovrappose a quello incerto e zoppicante del traghetto. I passeggeri si allarmarono e Vincent incrociò lo sguardo preoccupato di Alette che si era voltata verso di lui. Mimò con le labbra una sola parola: Aeronave.
La donna annuì e sfruttando la confusione generata dalla gente che si accalcava per affacciarsi dagli oblò, prese il marito per un braccio e si andò a sedere accanto a Vincent.
– Cercano noi – disse rassegnata.
– Cercano me – la corresse l’alchimista.
– Come fai a dirlo?
– Ne abbiamo rubata una. Un’aeronave intendo, per andare al villaggio di Shamal – disse con semplicità – non si passa mica inosservati.
Verrit rise a quelle parole.
– Non sei cambiato per nulla. Devi sempre dare spettacolo.
– Ad essere sincero, è stata un’idea di tuo figlio ed a lui va anche il merito del furto. Ha fatto tutto da solo.
– Lo dicevo che era in gamba – sottolineò Verrit rivolgendosi ad Alette.
– Io comunque non capisco come facciano a sapere che sei qui – la donna riportò la discussione nei binari non senza aver lanciato un’occhiataccia al marito che comunque non poteva vedere.
– Le difese… – Vincent cercò la parola adatta – spirituali del villaggio di Shaman ci hanno abbattuti. Probabilmente hanno seguito le tracce fino al relitto fuori dai confini dell’impero ed ora stanno tenendo d’occhio tutte le vie d’accesso più comuni.
– Ha senso – disse Rosh che si era avvicinato e seduto dietro di loro – Ora che facciamo?
– Ora mi state lontani e cercate di passare in osservati.
Terminata quella frase, inchiodò il suo sguardo in quello di Alette, sperando che lei riuscisse a capire quanto perentorio fosse quell’ordine, poi si alzò.
Aprì la sua sacca e fece uscire Kimi. L’aveva infilata lì dentro in quanto non era consentito trasportare animali sul traghetto, ma ormai il problema non si poneva.
– Ho bisogno che tu faccia una cosa per me – le disse ed ottenne un miagolio d’assenso in risposta.
L’aeronave intanto era ammarata sul lato di tribordo squassando il traghetto con le onde provocate dall’impatto con l’acqua. Era quattro volte più grande dell’imbarcazione e non era nemmeno grossa quanto quella che avevano rubato a Saroh. Aveva però una fila di cannoni minacciosi che puntavano lateralmente
Vincent estrasse una fiala da una tasca interna del mantello e la legò sul dorso della gatta.
– Sai già cosa fare, vero?
Kimi miagolò ancora e, con un balzo ed un luccichio viola, sparì nella parete esterna del traghetto.
Alette e Rosh la guardarono attraversare il metallo esterefatti, ma non c’era tempo per le domande. Vincent era di nuovo pronto a dare ordini.
– Quando avrà fatto, vi verrà a cercare. Seguitela ovunque vi conduca senza fare storie, perde la pazienza molto facilmente.
– Tu che farai? – chiese Alette, ma l’alchimista poté leggerle negli occhi che conosceva già la risposta.
Quindi non disse nulla, ma l’azzurro deciso dei suoi occhi parlò per lui. Si sciolse il mantello e lo lasciò cadere, mettendo in mostra la sua tunica blu coi ricami argentati.
Un sussurro si diffuse tra gli altri passeggeri che improvvisamente distolsero l’attenzione dall’aeronave per concentrarsi su di lui: Alchimista. I più vicini a lui si spostarono ed i suoi compagni di viaggio fecero lo stesso per confondersi con la folla. Verrit tratteneva Alette per un braccio per impedirle di fare sciocchezze.
Dall’altro capo della cabina, entrò il capitano del traghetto, seguito da un uomo e due giovani, tutti e tre in tunica gialla. I quattro si bloccarono di fronte alla scena. Evidentemente si aspettavano di dover effettuare una ricerca minuziosa, mentre invece il loro obiettivo era in piedi a centro del traghetto, braccia conserte e sguardo serio ad aspettarli.
– Capitano, credo che la sua collaborazione non sia necessaria dopo tutto – disse il più vecchio dei tre, probabilmente il maestro a giudicare dalle braccia interamente ricamate.
I due ragazzi invece si scambiarono sguardi intimoriti e quando il capitano si affrettò a cavarsi d’impaccio e sparire nella sala comandi si sistemarono dietro il loro insegnante.
– Hai portato i ragazzini per insegnare loro qualcosa o per usarli come scudo in caso di bisogno? – chiese Vincent, determinato a perdere quanto più tempo possibile.
– Vincent Van Brentenn, ex-allievo dell’accademia, ex-ricercatore di livello superiore, alchimista non autorizzato, ladro, truffatore e recentemente assassino. Se ti uccidessi non infrangerei alcuna legge, ma non ho portato i miei allievi per mostrare loro un uomo che muore, purtroppo ci servi vivo.
– Visto che non sei venuto per mostrare loro la morte di qualcuno, va’. Prendi la tua aeronave e lasciami andare, perché farò resistenza e nemmeno io voglio che assistano alla morte del loro maestro.
– Sarai stato anche un grande alchimista, ma noi siamo in tre – disse il più grande dei due apprendisti, facendo un passo avanti – e tu a stento ti reggi in piedi.
– Sta parlando l’arroganza della gioventù o l’inettitudine del tuo maestro? – chiese Vincent serafico – Cambierebbe qualcosa se mi mostrassi come sono realmente?
E mentre poneva la domanda stava già trasformando il bianco dei propri capelli nel loro colore originale appena brizzolato. La maschera rugosa cadde e drizzo le spalle, mostrando il viso ed il fisico di un uomo ancora abile a combattere.
Terminata la trasformazione che colse di sorpresa tutti i presenti, alchimisti e non, Vincent si inginocchiò e poggiò una mano sul metallo del pavimento. Tutti gli scranni si spostarono verso le pareti laterali, creando un’area a centro della cabina sufficientemente larga per potersi muovere. I passeggeri spaventati cominciarono ad urlare e si accalcarono verso l’uscita posteriore andando a pigiarsi nel piccolo ponte scoperto di poppa. I pochi che rimasero all’interno si schiacciarono contro le pareti per stare il più lontano possibile dal centro di quell’arena improvvisata. Sfruttando il caos Verrit aveva trascinato fuori Alette e Rosh.
Senza staccare la mano dal pavimento, Vincent portò l’altro braccio in avanti, rivolto verso il suo rivale assumendo la posizione da duello classica, poi attese.
L’alchimista in giallo fece cenno ai suoi allievi di stare indietro, poi si inginocchiò ed assunse la stessa posizione.
I due si studiarono. Vincent sorrideva, l’altro era mortalmente serio. I duelli con Rose non erano la stessa cosa, l’adrenalina gli pulsava nelle vene ed i tanti anni passati ad esercitare l’alchimia di nascosto avevano fatto crescere in lui la voglia di dare sfogo alle sue capacità, di mettere in mostra quello che sapeva fare. Alla fine Verrit aveva ragione: doveva comunque dare spettacolo.
Era in quella posizione da almeno un minuto ed aveva avuto tutto il tempo di preparare una trappola per l’avversario. Stava richiamando l’umidità nell’aria per aumentarla già da un po’ quando l’altro alchimista decise di usarla a suo vantaggio. Appena cercò di condensarla, Vincent entrò in azione inserendosi nella stessa vibrazione per amplificarla, ghiacciando all’istante l’aria intorno alla mano del suo rivale. Sorpreso dal peso improvviso all’avambraccio, l’alchimista in giallo non riuscì a reggerlo ed il tonfo metallico che seguì fu testimone della sua perdita di equilibrio. Rotolando di lato, riuscì a mala pena a schivare uno spuntone metallico che Vincent gli aveva fatto spuntare all’altezza del mento.
– Maestro Florian! – il più grande dei due apprendisti si mosse verso il suo insegnante, ma Vincent gli impedì di intervenire innescando un’onda nel pavimento metallico che lo sbatté contro la parete. All’istante delle maniglie di ferro spuntarono per immobilizzargli gli arti ed il collo.
L’altro apprendista fuggì sparendo nella sala comandi dietro di lui.
Florian intanto si era rialzato ed aveva sciolto il ghiaccio usando l’altra mano. Estrasse la spada che portava appesa alla cintola. Vincent fece lo stesso con il suo bastone che, come al solito, mentre effettuava l’arco per portarsi nella posizione di guardia aveva assunto la forma di una spada.
I due si scambiarono un paio di colpi blandi, volti più a studiare la tecnica dell’altro che a cercare di colpire veramente, mentre si muovevano in cerchio.
Vincent attaccò per primo ed innalzò una barriera d’aria riflettente per nascondersi. Florian la dissipò l’attimo dopo, ma riuscì a parare per un soffio un affondo laterale. Si sbilanciò lasciando la possibilità a Vincent di portare più colpi in successione. L’alchimista in giallo parò anche il secondo, ma non poté nulla contro il terzo, calato dall’altro, che gli squarciò il quadricipite della gamba destra.
Florian cadde in ginocchio e Vincent, poggiando una mano sul pavimento lo immobilizzò in una morsa di metallo lasciando fuori solo la testa. Gli puntò la spada alla gola.
– Quanti altri alchimisti ci sono a bordo di quella aeronave?
– Nessuno o forse mille. Dovrai andare a scoprirlo da solo!
– Speravo in un po’ più di collaborazione. Forse se minacciassi lui…
La maniglia che teneva bloccato il collo del ragazzo alla parete si assottigliò trasformandosi in una lama.
– Vile! È solo un ragazzo!
– Tu l’hai portato, mica io. E a dirla tutta credo che in questo momento stia imparando di più da me che da te – disse con semplicità Vincent – Allora? Quanti altri ce ne sono?
– Nessun altro – la risposta era arrivata dal ragazzo.
L’alchimista gli si avvicinò e lo fissò negli occhi. Se era un bugiardo, era davvero bravo, perché sembrava maledettamente sincero.
Con un dito toccò una delle maniglie. Si sciolsero tutte ed il giovane fu libero.
– Va’, torna a casa – gli disse dandogli una pacca sulla spalla, poi ritornò verso il maestro Florian ancora prigioniero del metallo.
Si inginocchiò accanto a lui e posò le mani sulle pareti della sua prigione.
– Hai perso il duello – disse mentre il ferro si stringeva lentamente intorno al suo corpo – la tua vita mi appartiene. Posso porvi fine adesso o lasciarti andare e darti la possibilità di abbandonare l’accademia prima che la tempesta si abbatta sul Decano Solinar.
– Sono pronto a morire. – rispose sofferente per la stretta sempre più dolorosa.
– Lo risparmi maestro Vincent – l’apprendista di Florian si era inginocchiato con la fronte sul pavimento.
– Il tuo allievo ha più giudizio di te.
La morsa di metallo si allentò di colpo sciogliendosi. Florian cadde sul pavimento, dolorante ma vivo.
Il ragazzo si alzò per aiutare il suo insegnante ma fu bloccato da un poderoso ronzio metallico proveniente dall’aeronave.
– Al riparo! – urlò Florian giusto in tempo prima che una bordata partisse dai cannoni del mostro d’acciaio.
Scheggie di vetro e metallo partirono dalla parete di tribordo divelta e si conficcarono ovunque. Vincent si nascose dietro al suo bastone, trasformato in un enorme ventaglio giusto in tempo.
I pochi passeggeri rimasti sul lato destro furono spazzati via all’istante, mentre l’unico sul lato di babordo fu centrato in pieno collo da una scheggia ed era ancora in terra agonizzante quando la polvere ed il fumo causati dalla deflagrazione si diradò.
L’allievo di Florian giaceva senza vita accanto al suo maestro, a cui aveva fatto scudo col il corpo.
L’alchimista con la tunica ormai non più gialla per il sangue e la sporcizia lo stringeva tra le braccia. Quando incrociò lo sguardo di Vincent il suo dolore era evidente.
– A quanto pare il capitano dell’aeronave aveva ordini diversi riguardo la mia cattura – disse Vincent – Come si chiamava il ragazzo?
– Elimian – spiegò con un filo di voce Florian – Era mio figlio.
Vincent appuntò il nome del giovane mentalmente. Un’altra vittima di cui avrebbe portato il peso nel cuore.
– Per quel che vale – disse rivolto all’uomo che piangeva suo figlio – su quella nave è come se fossero già tutti morti.
Il ronzio dei cannoni avvisò che sarebbe arrivata una seconda bordata.

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Capitolo 25 - La Neve
Capitolo 27 - L'alchimista - Parte II
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

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