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Capitolo 21 – Volpino

Sottofondo musicale
Che brutta idea, mi ripeto da ore. Partire senza una guida. Ma chi mi credo di essere, Robin della foresta, per trovare la strada da sola?, fisso il pugnale di Leprotto che mi sono stretta attorno alla vita e ricordo me stessa agitare goffamente un fioretto contro lo Spadaccino Sanguinoso.

Il Gobbo Grasso mi spinse sul ponte della nave, un altro pirata, lo Spadaccino Sanguinoso, mi tirò in piedi in mezzo alla ciurma e su ordine del Gobbo Grasso mi liberò le mani, che tenevo legate dietro la schiena. Mi alzai di scatto ed afferrai il fioretto di un pirata lì vicino, glielo puntai contro.

Il secondo seguente me l’aveva fatto volare via dalle mani e mi puntava contro la sua sciabola. Sentii alcuni pirati caricare le pistole. Tremai.

 

Si aprì la porta che portava nella cabina del capitano: “Per mille balene, cos’è questo baccano?”

Spadaccino Sanguinoso - Lande Incantate“La ragascia sci è ribellata”, dichiarò lo Spadaccino Sanguinoso, facendomi sollevare il mento con la punta della sua lama.

“Falla entrare nella mia cabina”, ribadì il capitano, furioso; “Giù tutte le armi!”, ordinò.

La ciurma eseguì di corsa. Lo Spadaccino Sanguinoso era stato l’unico a inarcare un sopracciglio e a osare di contraddirlo: “Sciete scicuro, capitano?”

Dopo mezz’ora mi dichiaro definitivamente perduta, non ho trovato la pietra grande e non ho la più pallida idea di dove si trovino i pini che dovevo tenere sulla sinistra.

Potrei arrampicarmi su un albero, ma per quanto illogico sia, la cosa mi spaventa più dello spintone di Peter con il quale ho ripreso a volare.

Mi siedo per terra, con la schiena poggiata ad un albero e socchiudo gli occhi, stanca. Il buio mi avvolge. Poi in lontananza vedo una luce. Nel peggiore dei casi è l’accampamento degli indiani e domani ritento la mia fortuna contro il bosco, mi dico e mi armo di tutta la buona volontà di cui dispongo. Faccio per poggiarmi all’albero contro il quale avevo poggiato la schiena, ma realizzo che giace a terra. Proprio come stavo sdraiata io. Non l’ho sentito cadere, e giuro che prima stava in piedi. E’ inquietante e mi costringo a non pensarci.

La luce si rivela un falò e un uomo dalla pelle scura con i capelli tagliati cortissimi, quasi rasati, sta cuocendo della carne di coniglio. Il mio stomaco brontola. L’ultimo pasto risale al pranzo in compagnia di Leprotto e Piccolo Fiume.

“Volpino?”, dice l’uomo e si gira verso di me. Sembra sorpreso dalla mia presenza, mi fa una domanda in una lingua che non capisco.

Io mi mordo le labbra e trovo la voce per porre la mia domanda: “Parla… parla l’inglese, signore?”

Probabilmente capisce il senso della domanda, scuote la testa e mi fa segno di sedermi di fronte a lui, mi porge un pezzo di pane e carne. Girando attorno al fuoco vedo una specie di involucro con dentro armi di tutte le taglie e fatture. Delle lance africane stanno lunghe distese per terra. Lui mi sorride, forse cerca di incoraggiarmi. Mi sento una stupida e ho una gran paura. “Volpino?”, chiede lui di nuovo.

Io inclino la testa: “Questo?”, indico la carne, mi sembra l’unica cosa da collegare nel contesto. Lui scuote la testa e fa finta di suonare un flauto. Rifletto un attimo e capisco: “Peter Pan?” Lui annuisce e mi mostra le dita. Inarco un sopracciglio.

Lui mostra di nuovo le dita e con l’altra mano afferra un dito: “Volpino”, dice al primo; “Rich… Ricci-o-lo”

“Ricciolo?”, domando di rimando e guardo di nuovo le dita; “I Bimbi Sperduti?”, afferro al volo.

L’uomo suppone che l’ho capito e ripete la sua domanda: “Volpino?”

E’ un nuovo Bimbo Sperduto, realizzo e sono desolata; “Non lo conosco, non l’ho visto”

Forse ha capito dal mio sguardo, lui ha abbassato il suo fissandosi sul fuoco. Lo alimenta e mi fa segno di mangiare. Non so se è capace di capire, in qualsiasi caso per educazione lo ringrazio e poi lascio fare alla fame. Nulla mi è mai sembrato così buono.

Il tempo scorre e lui ad un certo punto dice qualcosa che ovviamente non posso comprendere. Le pupille dell’uomo guardano le corone degli alberi chiuse sopra le nostre teste e dopo si soffermano su di me: poggia una guancia sulle mani giunte.

“Dormire”, annuisco e indico me e lui; “Tutti e due?”, e imito il gesto. Mi sento subito una perfetta idiota e mi pento della domanda: Chissà cos’ha capito.

Lui afferra la lancia e si alza. Oh-oh.

Si butta lo zaino sulla spalla e issa la lancia dietro di me conficcandola nel terreno, vi lega sopra un filo canticchiando una specie di preghiera arcana. Traggo un sospiro di sollievo. Interrompe d’un tratto la nenia e riprende in mano il filo, perplesso. Sembra cercare qualcosa dentro al filo, ma cosa mai può esserci dentro a un filo?

Mi alzo anch’io incerta: “Cos’è?”

Non pretendo che mi capisca.

Lui si volta di scatto sulla sinistra, così io mi ritrovo alle sue spalle, lui è in posizione di difesa. Mi giro anch’io, più lentamente, con il pugnale in mano. Così possiamo coprirci le spalle a vicenda, ammesso che io sia capace di fare un qualsiasi cosa.

Ora lo sento anch’io, un fruscio.

Alzo la mano, il braccio teso, il pugnale sembra voler vanificare ogni mio tentativo di difendermi, trascinandosi verso terra per il suo peso. Oppongo resistenza facendo presa sulla lama con entrambe le mani.

“Che facciamo?”

“Tu chi diamine sei?”, la voce giunge dalla mia destra, io continuo a tendere il pugnale, mentre lo sconosciuto getta la lancia.

Finalmente la mia vista riesce a mettere a fuoco la cosina che il gigante stringe fra le sue braccia possenti. E’ un bambino, vestito con pelle di volpe, ha la pelle scura e un naso piatto. Un po’ assomiglia allo sconosciuto. Il piccolo ha forse un’età fra Johnnie e Mike ai tempi in cui eravamo stati insieme sull’Isola. Si sgancia dall’uomo e mi fissa: “Tu mi capisci, viso pallido?”

“Sì”, rispondo.

“E allora chi sei?”

Wendy, vorrei rispondergli, ma un altro rumore sopraggiunge. Sento clangore di metallo, la sicura di una pistola venire liberata. “Scappate”, abbasso il pugnale e lo rinfodero nella mia borsa.

“Sei la mammina di Peter?”

“Dì a Ricciolo e Leprotto che mi hai vista qui”, gli sussurro e poi lo spingo, l’uomo capisce prima di me, oppure ha sentito quello che ho sentito io. In qualsiasi caso afferra il bambino e scappa a gambe levate. Nemmeno lui, senza dubbio un tipo con grandi esperienze in questo bosco, ha il coraggio di sfidare da solo una banda di pirati.

Io inizio a correre, magari che mi salvo ugualmente, ma alla fine mi ritrovo circondata. Getto la mia arma in segno di resa prima ancora che mi tocchino.

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Capitolo 20 - La medicina di Peter
Capitolo 22 - Chi cerca...
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SaraIE

Passa il tempo libero fra libri, carte e penna, suona in una piccola orchestra e ama tenersi impegnata giorno e notte. Studentessa sognatrice, 18enne, vive in Svizzera con la sua famiglia, le piace interpretare le voci quando legge e non ha mai abbandonato le storie di fantasia, anzi, semmai si è irrevocabilmente persa fra i boschi degli elfi, le caverne dei nani, i cieli delle fate e gli abissi delle sirene. Ma, secondo la sua filosofia, prima di fare ordine ci deve essere il caos e prima del sapersi orientare non si può fare a meno di perdersi. Non preoccupatevi se vi sembra strano quello che scrive... Proseguite che alla fine vi ritroverete 😉
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