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Capitolo 20 – Tessere del puzzle del caos

L’oscurità divenne lentamente penombra. Una massa informe e sfocata di colore marroncino si faceva spazio nei suoi occhi appannati.
Rose batté le palpebre un paio di volte per scacciare il disorientamento e quando riuscì a mettere a fuoco qualcosa, capì solo che il mondo le girava intorno, oppure che era lei a girare intorno ad esso.
Da sdraiata qual era, si mise a sedere ed il senso di spostamento e vertigine aumentò. Si guardò, le punte dei piedi per cercare di fissare lo sguardo a qualcosa di sicuramente fermo, ma ne contò prima tre, poi quattro e solo dopo parecchi sforzi si accertò che avesse ancora due gambe. Risalì lentamente il suo corpo con gli occhi, e capì di essere completamente nuda fatto salvo per una sostanza verdognola appiccicosa che le ricopriva la parte destra del ventre.
L’attimo di lucidità, però, terminò prima che potesse capire altro ed il mondo ricominciò a girare. Ricadde all’indietro e l’ultima immagine che le si stampò negli occhi fu il viso di una donna che si affacciava su di lei.
– Quelle orecchie… – disse prima che il buio prendesse di nuovo il sopravvento.

La ragazza si risvegliò di nuovo, di soprassalto, e si mise a sedere di scatto. Niente più vertigini, niente più giramenti di testa. Si guardò intorno e trovò Vincent seduto a gambe incrociate accanto al suo giaciglio.
Istintivamente si coprì con le braccia, per poi scoprire che era vestita di una candida tunica bianca. La mente sgombra faceva la stessa fatica di quella ottenebrata a capire cosa le fosse successo, ma il sorriso rassicurante del suo mentore era un punto abbastanza fermo a cui aggrapparsi qualora il mondo avesse ricominciato a vorticarle intorno.
– Bentornata – le disse accarezzandole il viso – hai dormito parecchio.
Rose fece per parlare ma la voce le venne meno. Aveva la bocca riarsa. L’alchimista comprese e le porse una terrina con un liquido giallo paglierino. Rose bevve e rimase sorpresa nel constatare che fosse vino, uno dei migliori che avesse mai assaggiato, nonostante che ad Aios se ne producesse uno dei più rinomati dell’impero.
– Lo so che non è il massimo per un’assetata, ma non ho voluto offendere i nostri ospiti chiedendo dell’acqua – poi rise scuotendo la testa.
– Da quanto tempo siamo qui? – chiese Rose rendendosi conto che Vincent sfoggiava una barba brizzolata di almeno un paio di giorni.
– Io mi sono svegliato la prima volta stanotte e questa mattina ti hanno portata da me. Non so di preciso quanti giorni sono passati, ma credo almeno tre – spiegò tranquillamente l’alchimista.
– Siamo prigionieri?
– L’ho chiesto a quelli che hanno portato la colazione – l’alchimista indicò una ciotola poggiata in terra a qualche metro di distanza – e mi hanno detto che sono onorati di averci qui, ma non possiamo uscire da questa tenda se non convocati dal loro capo.
– Callin?
– Non l’ho visto, ma mi hanno detto che sta bene.
La ragazza rimase in silenzio per un attimo guardandosi attorno, finché il suo naso non fu catturato dall’odore di pesce bollito che proveniva dalla ciotola.
– La colazione sarebbe del pesce lesso?
– Quando l’hanno portato era crudo. Una vera prelibatezza secondo i loro canoni, ma mi sono permesso di cuocertelo. Mi dispiace solo non avere avuto con me qualche spezia.
Rose rise e si tirò la ciotola vicino. Il suo maestro le porse un cucchiaio ricavato chissà da quale oggetto che aveva trovato nella tenda. La fame accumulata nei giorni precedenti si fece sentire e non parlò per tutto il pasto che durò in effetti molto poco.
Mentre mangiava, Vincent tirò fuori dalla sacca verde che giaceva in un angolo della tenda, la sua tunica da maestro alchimista. Si tolse quella bianca che gli avevano dato e la indossò.
Quando Rose ebbe finito, le lanciò la sua e si voltò.
– Mettila. Ora che sei sveglia è probabile che il capo villaggio ci convocherà da un momento all’altro.
La ragazza obbedì.
– Quindi siamo davvero in un villaggio dei Keelihn? – chiese mentre finiva di sistemarsi la tunica.
– Sì e, a tal proposito, ascoltami bene. – Vincent divenne serio di colpo – la loro cultura è diversa dalla nostra e c’è una regola fondamentale da seguire per andare d’accordo con loro: abbi rispetto!
L’alchimista le si avvicinò con fare minaccioso ed il suo tono divenne imperativo.
– Ci tengono all’etichetta e non chiamare mai nessuno usando solo il suo nome. Ognuno ha il un titolo e devi usarlo sempre. Io per te sono Vincent-Kol, che significa maestro.
– Ho capito, Vincent-Kol.
– E china la testa quando qualcuno con un rango superiore al tuo ti rivolge la parola.
– Ho capito, Vincent-Kol – ripeté la ragazza chinando la testa.
– E per qualunque motivo, in nome di ogni cosa che ti è cara e per quelle che te lo sono meno, non ridere delle loro orecchie!
Rose quasi si soffocò per trattenere una risata, fallendo miseramente nel tentativo.
– Non sto scherzando! Potrebbero ucciderti se capiscono che il loro aspetto ti diverta.
La ragazza si bloccò di scatto ripensando all’unico ricordo che aveva della sua degenza, ingoiò a fatica, lo sguardo spaventato fisso negli occhi del suo mentore.
– Bene, ti ho terrorizzato abbastanza! – disse Vincent con fare pratico – Almeno così siamo sicuri che non farai sciocchezze. Per il resto, lascia parlare me e se non capisci qualcosa, non fare domande.
La ragazza sobbalzò quando si accorse che qualcuno stava trafficando coi legacci della tenda, dall’esterno.
Una mano comparve dall’apertura e scostò uno dei lembi. Kimi trotterellò dentro prima che chiunque vi fosse fuori potesse fare nulla.
– Kimi! – esclamò Rose, prendendo in braccio la gatta che le si acciambellò in grembo.
Il Keelihn, che entrò subito dopo assistette alla scena con gli occhi lucidi per la gioia.
– Kimi-Rathea era così impaziente di venire da voi.
Rose guardò interrogativa Vincent, ma il suo maestro scosse impercettibilmente le spalle. Era evidente che non conosceva il significato di quella parola.
L’alchimista si alzò e si portò la mano destra alla spalla sinistra. Chinò il capo in segno di saluto e ricevette lo stesso gesto in risposta.
La ragazza, per imitare il suo maestro, fece per spostare la gatta ma il Keelihn la fermò con un gesto della mano.
– Non serve Rose-Kal. Non disturbare Kimi-Rathea per me – poi eseguì il saluto mentre la giovane lo guardava sempre più stralunata.
Quando ebbe finito, si sedette a gambe incrociate e li guardò per un istante.
– Vincent-Kol, Rose-Kal – disse con il suo strano accento strascicato – il mio nome è Muleen-Set. Sono qui per invitarvi formalmente nella tenda del Lum.
L’alchimista guardò Rose per un attimo, le sorrise e poi si rivolse al Keelihn. Chinò il capo in segno di rispetto e ripeté il saluto.
– Muleen-Set, accettiamo con onore l’invito del tuo Lum. Facci strada.
Kimi saltò giù dal grembo di Rose, come se avesse capito che la guardia solerte non le avrebbe permesso di muoversi solo per non disturbarla.
I due alchimisti seguirono Muleen fuori dalla tenda andando ad impattare contro il caldo torrido ed asciutto del deserto. Lo sbalzo di temperatura era notevole e sotto il sole del primo pomeriggio Rose iniziò a sudare all’istante. La ragazza così, si spiegò il motivo dell’abbigliamento minimalista dei Keelihn che, per i più, si limitava a qualche pezzo di stoffa intorno al bacino. Qualcuno portava anche una copertura su una spalla dello stesso materiale forse per proteggere la pelle da carichi pesanti da trasportare.
Non riconobbe femmine, ma dal suo ricordo sfocato sapeva per certo che in quel villaggio ve ne fosse almeno una. In fin dei conti i lineamenti di quelle creature non erano poi tanto diversi da quelli degli uomini, se non fosse stato per quelle orecchie poco più pronunciate e pelose.
Durante il breve tragitto verso la tenda del capo villaggio cercò di non guardarsi troppo in giro, per evitare di incappare in qualche Keelihn troppo suscettibile, ma non poté fare a meno di apprezzare quanto fosse agile ed aggraziato Muleen nei movimenti, nonostante la sua considerevole stazza.
Si fermarono dopo meno di due minuti dinanzi ad una grande tenda con due guardie a piantonarne l’ingresso. Erano due soldati identici, entrambi vestiti con della stoffa striata che ricordava il manto di una tigre. Entrambi salutarono Muleen portandosi la mano alla spalla e furono ricambiati anche da Vincent e da Rose.
Come se fossero già d’accordo, uno sparì all’interno dell’apertura senza dire nulla. Riemerse dopo qualche secondo.
– Shamal-Lum vi attende – disse scostando i lembi della tenda.
Vincent entrò per primo, seguito dalla sua allieva. In fondo all’ampia struttura sorretta da più pali vi era un Keelihn più anziano seduto a gambe incrociate intento a discutere con uno più giovane sistemato davanti a lui, di spalle all’ingresso.
Appena entrarono, i due si voltarono nella direzione degli alchimisti e si alzarono in piedi. Quello che a Rose era sembrato un Keelihn più giovane era in realtà Callin, vestito con gli stessi abiti tigrati della tribù che li stava ospitando e con un medaglione d’argento appeso al collo. Il corpo dorato messo in mostra dall’abbigliamento, i capelli più spettinati e quell’aria più tranquilla. Le sembrava di vedere un nuovo volto del ragazzo, uno molto lontano da quello del ladro di strada.
La ragazza lo squadrò un attimo sorpresa, poi ruppe gli indugi e mosse qualche passo verso di lui.
– Callin ecco dov’eri… – esclamò con gioia, ma il resto della frase le morì in bocca quando si ritrovò distesa a terra con la guardia che li aveva fatti entrare poggiata sulla schiena per non farla alzare.
Il ragazzo scattò nella loro direzione.
– Fermo Rashum-Set. Lasciala.
La guardia obbedì all’istante, poi si inginocchiò lì accanto con il capo chino.
– Ti ha mancato di rispetto Callin-Kelum.
Il ragazzo aiutò Rose a rialzarsi.
– Stai bene? – le chiese e ricevette un segno d’assenso da parte della ragazza, poi si rivolse al Keelihn ancora prostrato.
– Rashum-Set grazie, ma Rose-Nan non mi ha mancato di rispetto.
– Chiedo perdono Kelum. Non sapevo che fosse lei. – Poggiò la fronte per terra dinanzi ai piedi di Callin – Accetterò la mia punizione.
– Nessuna punizione per te Rashum-Set, hai fatto il tuo dovere – la voce del capo villaggio arrivò perentoria e calma – Rose-Kal non prova rancore.
Vincent diede un colpetto dietro la schiena alla ragazza e lei meccanicamente effettuò il saluto.
– È vero Rashum… – si fermò un attimo e guardò disperata il suo mentore che mimò con la bocca la parola che non le sovveniva – Rashum-Set. Non sono abituata alle vostre usanze, ti ho tratto in inganno.
La guardia si alzò, con lo sguardo pieno di riconoscenza, chinò il capo e salutò, poi sparì fuori dalla tenda.
Rimasti soli, Callin prese Rose per un braccio e la guidò dinanzi al capo villaggio Shamal. Vincent li seguì.
– Shamal-Qat, finalmente posso presentarti Vincent-Kol e Rose-Kal.
Il vecchio Keelihn salutò e fu ricambiato, poi sorrise.
– Callin-Ke, immagino sia il caso di lasciare l’etichetta da parte visto che i tuoi amici non sono avvezzi – l’accento di Shamal era molto meno marcato di quello degli altri.
I quattro si sedettero ed attesero che qualcuno parlasse, ma nonostante la decisione di abbandonare le regole ferree dei Keelihn, Shamal si sentì il dovere di parlare per primo.
– Callin mi ha già spiegato perché siete venuti qui. – iniziò rivolgendosi a Vincent – Sono enormemente desolato per come la Tempesta vi ha portato al suolo.
– Questo sarebbe un buon argomento su cui discutere – rispose l’alchimista – ma ho avuto tempo per riflettere e credo di sapere cosa sia successo.
Rose lo guardò sorpresa, mentre Shamal e Callin sorrisero.
L’azzurro degli occhi del suo mentore brillava vivido e soddisfatto. Prese a spiegare con convinzione e trasporto.
– Non avevo mai visto nulla del genere di persona, ma sono convinto che fosse un rituale dell’Aria. Uno dei modi con cui voi Keelihn controllate la natura.
– Se anche non indossassi quella tunica, sarebbe comunque chiaro che sei un alchimista. – rispose Shamal con una punta d’astio nella voce – Noi non controlliamo la Natura. Noi preghiamo ed Ella ci risponde. L’abbiamo pregata di tenere lontane le macchine dell’impero e quello è stato il risultato. Non sapevamo che ci fossero degli amici a bordo.
– Shamal, sono sicuro che Vincent non ha intenzione di criticare le nostre tradizioni – intervenne Callin
– Ne sono sicuro anche io – rispose il capo villaggio – ma per quanto ne so è stata la volontà dell’accademia di emulare questo nostro rapporto con i Grandi che gli ha rovinato la vita.
Vincent sorrise amaramente ma Shamal continuò prima che potesse ribattere.
– Quella è storia vecchia e la conosco già, ora però vorrei sapere quella nuova dal principio.
L’alchimista si mise più comodo e cominciò a raccontare dal giorno in cui aveva preso Rose come apprendista.

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E poi l’angolo destro della tenda si sollevò di colpo, consentendo al Sole di entrare nello spazio circolare e in penombra e impedendo a chi vi era all’interno di capire chi fosse sopraggiunto tanto di corsa.
– Shamal-Lum, porgo i nostri saluti.
La voce, chiara e cristallina, che arrivò dall’entrata chiarì subito che almeno uno dei due dovesse essere una donna. A quel suono, mai dimenticato, almeno una persona riconobbe l’interlocutrice senza che essa facesse nemmeno un passo.
Quello che le due figure dissero avanzando verso il Lum colpì, invece, anche un altro membro di quell’improvvisato incrocio di storie così diverse.
– Kelum, i miei saluti porto anche a te – il fare della donna era cerimonioso e distaccato, mentre l’uomo che le stava di fianco, non badò all’etichetta.
– Figlio mio… – disse, con la voce rotta da un’emozione troppo grande per essere contenuta.
Callin alzò gli occhi sui nuovi venuti impietrendosi, si limitò ad osservarli avanzare, incapace di provare alcun sentimento, solo il vuoto era seguito a quelle due parole, tuttavia non riusciva a distogliere lo sguardo da quelli che a quanto sembrava dovevano essere i suoi genitori. Coloro che lo avevano abbandonato.
Osservò con distacco la bella donna, dagli occhi fieri e malinconici che con passo cadenzato si avvicinava al gruppo seduto in terra, i lineamenti delicati contratti, lo sguardo fisso in quello del Lum, quasi di sfida, ed incapace di notare ogni altro se non il capo della tribù.
A poca distanza da lei, la figura maschile, alta, dai tratti chiaramente tipici dei Keelihn, le orecchie a punta e più pelose che non lasciavano dubbi sulla sua natura.
Quando il ladro lo guardò dritto negli occhi, si immaginò di trovare delle iridi liquide. Le palpebre, invece, erano chiuse e su di esse campeggiava un marchio a fuoco cicatrizzato. Il giovane lo riconobbe immediatamente: era quello dell’accademia. Fu così che rammentò che quelle cicatrici lui le conosceva a memoria. Le ripercorse con le sue dita da bambino fra le risate dal padre e il dissenso di sua madre.
Ed ecco come un particolare permise alla maschera di cadere e il vuoto si trasformò in dolore così vero e tangibile, da spingere chiunque a gridare e piangere insieme.
Tuttavia l’orgoglio di Callin era il suo più grande difetto e lui si limitò a restare immobile, ricostruendo con fatica il suo scudo.
Quando i genitori gli furono di fronte inclinò leggermente il capo, trattenendo la sua battuta tagliente solo il tempo che Shamal terminasse l’accoglienza formale dei due. Poi diede sfogo tutto al suo rancore.
– Bene, ora posso abbracciarvi e ringraziarvi per avermi lasciato solo. Che bella riunione di famiglia, peccato per il tempismo.
Le parole però non sortirono l’effetto sperato sui due: i lineamenti di suo padre rimasero distesi e comparve solo un leggero sorriso ad ammorbidire la mascella dai tratti forti, mentre la donna mantenne tutto il suo distacco.
– Ragazzo, del rispetto non hai mai sentito parlare? – gli chiese dopo aver sbuffato.
– Lo ha imparato dalla madre che non ha avuto!
La voce di Rose si levò accusatoria e rabbiosa. La ragazza era saltata in piedi, dimenticandosi delle ammonizioni del suo mentore e degli avvenimenti di qualche ora prima, sembrava voler scacciare quella donna con la sola forza dello sguardo.
Dalla sua angolazione il ladro vide la rabbia vivida di Rose e l’ira di sua madre che si voltava per controbattere e notare, finalmente, i suoi compagni.
Un nuovo tassello, un nuovo pezzo del puzzle del caos che incastrandosi genera nuovo dolore, sgomento e malinconia.
Anche se solo per un istante, il ragazzo vide quelle emozioni chiaramente riflesse, quasi specularmente, sui visi di sua madre e dell’alchimista.
– Vincent… – sussurrò la donna.
– Ciao Alette, quindi sei viva – constatò l’uomo e Callin che aveva visto già il suo sguardo azzurro tingersi d’acciaio ebbe per la prima volta davvero coscienza della sua forza. Anche non volendolo ammettere ne fu spaventato.
Suo padre accanto a lui si mosse velocemente, nonostante la sua cecità, per posare una mano sul braccio della donna poi volse il suo viso verso l’alchimista.
– Ti saluto, Vincent Van Brentenn.
– Verritt-Setlum – rispose l’alchimista, contraendo la mascella.

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Capitolo 19 - Turbolenza
Capitolo 21 - Mare
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

4 Comments

  1. avatar Patrizia Pierandrei ha detto:

    Che ne è del mio racconto ,che ti ho spedito ? L’hai letto o te ne sei dimenticato ? Comunque le vostre riviste sono interessanti e mi fanno leggere articoli nuovi.

    Aspetto una risposta .

    Saluti da Patrizia Pierandrei

    • avatar SaraIE ha detto:

      Ciao Patrizia

      Sono certa che nessuno ti ha dimenticato, Patrizia. Ci perdiamo, a volte, le Lande Incantate possono fare questo effetto, ma non ci dimentichiamo di nessuno. 😉

      Da quando abbiamo indetto il concorso il lavoro per noi si è moltiplicato a dismisura fra l’editing e la pubblicazine dei “racconti fantastici in autostop”; gli articoli che continuiamo a scrivere; le richieste di giovani esordienti come te; e tenere in vita un blog, ma basta restringere il campo a una sola rubrica come la mia, insomma, spero tu possa immaginare che siamo tutti molto impegnati. Oltre al fatto che tutti noi abbiamo un lavoro, una famiglia e degli amici che ci chiedono continuamente di staccarci dal PC. XD

      Alessandro fra l’altro dirige anche tutti noi redattori, si sorbisce le nostre crisi pre-articoli, post-articoli, i ritardi e le assenze. Credo sia comprensibile che si prenda più tempo per poterti dare una risposta ben più che esaudiente. Aspettati almeno una buona pagina in risposta.

      In qualsiasi caso ti ringrazio di cuore per il tuo interesse alle nostre riviste e spero, penso anche a nome della redazione, che i nostri articoli continuino a farti tornare nelle Lande Incantate per arricchirti di un sorriso pieno di fantasia.

    • avatar Alessandro Zuddas ha detto:

      Quello che dice Sara è vero. Siamo molto impegnati con una serie infinita di incombenze e iniziative, ma per quanto riguarda il tuo racconto, devo dire che ti avevo scritto nel mese di agosto. Non so se il nostro messaggio si sia perso nell’etere o peggio, finito nello spam.
      Ho inviato di nuovo la mail di risposta, cogliendo l’occasione per ampliarla un po’.
      Se ancora non ricevi, troviamo un’altra via di comunicazione.

      • avatar Patrizia Pierandrei ha detto:

        Ho ricevuto il vostro commento e sto rivedendo il racconto , visto che anch’io ho sempre molte cose da sbrigare.
        Arrivederci a presto.

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