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Capitolo 18 – Il Mostro

Quando i soldati fecero irruzione nella sala di controllo, la trovarono completamente deserta. L’aeronave prendeva lentamente quota ma degli intrusi non c’era traccia.
– Sergente Hans, che facciamo? – si sentì immediatamente chiedere da uno dei soldati.
Sempre la solita storia. Quando l’avevano promosso le parole “sergente Hans” gli sembravano pura musica, ma da un po’ di tempo a quella parte, ogni volta che le sentiva significava solo che qualcuno voleva da lui una soluzione.
– Vartel, porta giù questo affare – ordinò dopo un profondo respiro – voi altri, a gruppi di due, ispezioniamo questa dannata nave. Tu e tu, alle cabine. Norman con me, alla sala macchine.
Si sbracciò per bene nel dare ordini ai suoi sottoposti, un po’ perché le lenti di visione notturna non permettevano mica di vedere come se fosse giorno, un po’ perché aveva imparato che così gli ordini sembravano più autorevoli.
Quando vide i due energumeni armati di ascia sparire nel corridoio delle cabine, un po’ si pentì di aver portato con sé il soldato Norman: tra i tre lui era sicuramente il meno prestante ma ad essere sinceri con se stessi, non si fidava troppo degli uomini del consigliere dei Gigli.
– Andiamo! – ordinò al soldato – vado avanti io.
Scese due rampe di scale fredde e austere prima di imboccare il lungo corridoio che lo avrebbe portato a poppa, nella sala macchine. L’acciaio delle pareti, unito alla visione in scala di grigi delle lenti, rendeva particolarmente tetro il panorama, ma lui era un sergente, quelle cose non doveva nemmeno pensarle.
Assieme a Norman, impiegò solo pochi minuti per raggiungere l’enorme sala macchine fermandosi ad ispezionare alcuni stanzini di servizio lungo la strada, ovviamente deserti.
Entrarono sguainando le spade, spalla contro spalla, sicuri di trovare sorprese. Nulla si mosse. I motori erano fermi e silenziosi, nessuno a portata d’occhio. Senza parlare impartì al compagno l’ordine di costeggiare il perimetro della stanza per stanare eventuali intrusi nascosti dietro i macchinari. Procedettero lungo due direzioni opposte, lentamente e facendo attenzione al minimo rumore o movimento, ma non trovarono nulla. Quando si rincontrarono dall’altra parte della stanza, furono certi di essere soli: abbassarono le armi e si guardarono perplessi.
Il sergente Hans sbirciò da uno degli oblò di poppa. L’aeronave stava ancora prendendo quota.
Fece cenno al compagno di guardare fuori ma dallo sguardo smarrito di quest’ultimo si rese conto di essere l’unico essere intelligente su quella nave, tranne forse per gli intrusi.
Mentre si avviava verso l’uscita della sala macchine, un fastidioso sibilo si diffuse in tutto l’ambiente per poi essere sostituito dalla voce di un ragazzo.
– Prova, prova! Funziona questo aggeggio? – dopo una breve pausa in cui i due soldati si guardarono perplessi – Dai, che storia! Funziona veramente!
Lo sguardo perplesso dei due si accentuò prima che la voce riprendesse.
– Quindi gente, le cose stanno così: io sono il nuovo comandante di questa nave e voi siete miei graditi ospiti. Vi aspetto tra 5 minuti sul ponte scoperto per una piccola festa di benvenuto. È inutile che passate dalla sala comandi, il vostro amico si è già unito a me.
La comunicazione cessò con un altro fischio penetrante.
– Sergente, secondo me è una trappola – disse con un lampo d’intelligenza il soldato Norman.
– Ma non mi dire, non ci avevo pensato – gli fece eco Hans sarcastico.
– Lieto di esservi stato utile, sergente – il guizzo di furbizia si era già esaurito.
Il sergente si incamminò senza rispondere nella direzione della sala comandi, in ogni caso sarebbe dovuto passare da lì per raggiungere il ponte scoperto, ma prima voleva riportare a terra la nave.
Le sue aspettative furono brutalmente smembrate quando si rese conto che tutte le porte di accesso alla sala di controllo erano state fuse con le pareti. L’idea che l’intruso fosse un alchimista cominciò a farsi spazio nella sua mente scavando un solco profondo di terrore. Afferrò il braccio del soldato Norman e lo scosse guardandolo con occhi spiritati.
– Fai attenzione soldato, è un maledetto alchimista.
Lo sguardo del secondo uomo si dilatò sotto le lenti luminescenti, ma con una determinazione che il sergente non si aspettava, annuì profondamente.
Salendo le scale passarono davanti al corridoio delle cabine ed il sergente urlò un richiamo all’indirizzo degli altri due che aveva spedito ad ispezionare quella zona. L’assenza di risposta poteva significare due cose: l’alchimista li aveva già presi oppure erano già sul ponte superiore. In ogni caso erano due idioti.
Quando il sergente Hans mise il naso fuori della porta che dava sul ponte scoperto si rese conto che almeno uno dei due energumeni del consigliere era più idiota di quanto non avesse mai pensato. Erano entrambi lì, al centro del ponte, chini sul corpo del soldato Vertel. Dal petto gli spuntava l’ascia di uno dei due.
Non resistette a quella vista e, abbandonata ogni ragionevole prudenza, corse verso quella scena, seguito a ruota dal fidato Norman.
– Razza di coglioni, cosa è accaduto qui?
Quello che era inginocchiato accanto al povero Vertel, probabilmente l’autore di quel gesto sconsiderato, si alzò.
– Signore, pensavamo che fosse l’intruso.
– Ma non l’hai vista la divisa? Ed ha pure le mani legate.
– Colpa mia! – intervenne la voce del ragazzo, stavolta non distorta dall’interfono, da un punto non meglio precisato nell’oscurità – chiedo scusa.
I quattro si voltarono nella direzione dove doveva trovarsi l’intruso, ma nonostante le lenti speciali non riuscirono a vederlo.
– Vieni fuori, fatti vedere – urlò uno dei due energumeni.
– Volete vedermi? Allora forse servirà un po’ di luce in più.
Una sferetta luminosa si creò tra le mani di una figura in piedi nell’oscurità.
Hans ebbe la conferma di avere a che fare con un alchimista. Riuscì solo a vederlo sorridere, prima che lanciasse la sfera verso di loro, colpendoli con un fortissimo lampo di luce bianca.
La forte luminosità improvvisa letteralmente bruciò le lenti speciali che i quattro indossavano rendendole inutilizzabili.
Il sergente urlò e si strappò le lenti appena poté. Si ritrovò a scrutare l’oscurità più completa con gli occhi lacrimanti. Come lui, anche gli altri tre non riuscivano a vedere più nulla.
– Così va meglio? – chiese il ragazzo e la sua voce giunse da un punto diverso. Si stava muovendo ed anche velocemente.
– Non ho ucciso nessuno per salire sulla nave e non ho intenzione di cominciare con voi – disse mentre si spostava da un capo all’altro del ponte costringendo i quattro a voltarsi in continuazione.
Una corda piovve tra le mani del sergente.
– Lega i tuoi compagni. Così alla prima occasione potrò farvi scendere dalla nave e nessuno si farà del male – stavolta la voce proveniva da sopra le loro teste.
Hans ragionò un attimo. Aveva un’idea, ma avrebbe dovuto confidare molto nelle capacità intellettive dei suoi stupidi sottoposti.
– Venite qui – ordinò loro, facendoli voltare tutti gli uni verso gli altri, poi si rivolse al ragazzo – Ora legherò insieme le mani di tutti e tre, ma non potrò fare nulla per le mie.
– Dopo che lo avrai fatto, penserò io a te – fu la risposta dell’intruso che continuava a muoversi. Per un attimo Hans credette che si trattasse di più persone con la stessa voce.
Il sergente armeggiò per un po’ con la corda, un po’ per il buio un po’ per essere certo che gli altri capissero il suo piano. Quando ebbe finito, si voltò e si inginocchiò.
– Ho terminato – disse a voce alta all’oscurità.
Un istante dopo il ragazzo era dinanzi a lui, riusciva a distinguerne la sagoma. Alzò le mani sopra la testa e l’intruso cominciò a legarle con un altro spezzone di corda.
Attese qualche istante. Doveva calcolare bene l’attimo in cui il ragazzo non sarebbe potuto saltare via.
– Adesso! – urlò afferrando le mani dell’alchimista.
Il pugno di uno dei due energumeni volò sulla sua testa centrando in pieno viso il ragazzo che gli fu strappato violentemente dalle mani. Lo vide volare via finché non scomparve nell’oscurità. Il tonfo che udì, però, gli diede conferma che il colpo fosse andato bene a segno.
Rapido estrasse una fialetta da una delle tasche della sua cintura e la gettò in terra. Il liquido in essa contenuto emise un lieve bagliore, poi si illuminò in maniera più decisa rischiarando la parte centrale del ponte scoperto. Corse con lo sguardo al presunto punto di atterraggio del ragazzo, ma l’unica cosa che vide fu una macchia liquida, probabilmente sangue.
I quattro si sistemarono schiena contro schiena per coprire tutti i possibili angoli d’attacco ed attesero.
La rappresaglia dell’intruso non si fece attendere. Un click, seguito da un sibilo annunciò il proiettile che si andò a conficcare nell’armatura del sergente all’altezza del costato con un sonoro impatto.
Gli altri risero per l’evidente fallimento, ma non fecero in tempo a smettere. Altro click, altro sibilo ed uno dei due armati di ascia si afflosciò su se stesso, colpito alla testa. Un istante dopo anche tutta la pistola, ormai scarica, volò nella loro direzione, colpendo alla nuca il soldato Norman che svenne prima di toccare terra.
Il sergente Hans stava ancora cercando di capire come avesse perso due dei suoi uomini, che il ragazzo entrò nella macchia di luce, il volto sul quale stava disegnandosi un ematoma era una contratto in un ghigno irriverente.
Il giovane inclinò la testa ed estrasse con fare lento una spada corta che teneva legata alla cintura. L’altro soldato del consigliere lanciò la sua ascia verso di lui, ma il bersaglio era troppo veloce. Con un unico passo deciso e calibrato il ragazzo si spostò dello stretto necessario e l’arma gli volò a pochi centimetri dalla testa. Lo sguardo sempre determinato, a dimostrare di avere la situazione sotto controllo.
Il soldato raccolse l’altra ascia, quella del compagno morto e caricò a testa bassa.
Hans poté solo assistere alla scena a metà tra l’ammirato ed il terrorizzato. Il giovane saltò ruotando a testa in giù nel momento esatto in cui il soldato gli passava sotto. Con un movimento fluido ed elegante, passò il filo della spada sotto il mento dell’uomo ed atterrò agilmente, in piedi, esattamente dove si trovava prima. L’energumeno invece corse per un altro paio di metri prima di perdere l’equilibrio e fracassarsi contro uno dei pali d’acciaio che fungevano da sostegno per il pallone pieno di gas. Quando cadde riverso all’indietro, il sergente vide chiaramente la sua gola squarciata e la macchia di sangue che si allargava rapidamente sul pavimento. Gli unici rumori che aveva sentito erano i passi del soldato e la sua caduta scomposta. Il giovane pareva non essere nemmeno lì. Se non lo avessero colpito con un pugno qualche minuto prima, avrebbe cominciato a pensare di avere di fronte un fantasma.
Hans strinse meglio l’impugnatura della sua spada. Era più lunga di quella del nemico, ma questo vantaggio quanto lo avrebbe potuto aiutare contro quella velocità e precisione?
Non ebbe il tempo di rispondere alla domanda interiore. Il ragazzo scattò verso di lui ed in un istante aveva coperto cinque o sei metri che li dividevano. Il suo primo affondò andò a segno, ovviamente, aprendo uno squarcio sulla spalla del sergente che non aveva ancora capito come alzare la guardia. Il dolore arrivò con un attimo di ritardo, risvegliando con una scarica di adrenalina l’istinto di sopravvivenza di Hans che riuscì a parare maldestramente altri due colpi di quel fantasma.
Il sergente non riusciva a pensare, era troppo impegnato a seguire i movimenti felini del giovane. Era così impegnato a guardare la spada del rivale che non vide comparire nella mano sinistra del ragazzo un piccolo pugnale da lancio. L’unico modo che ebbe per notarlo fu il dolore proveniente dalla sua coscia destra quando se lo ritrovò conficcato fin sul femore.
Indietreggiò zoppicando, mentre il sangue gli imbrattava la gamba, poi cadde in ginocchio mentre il giovane torreggiava su di lui.
Poi accadde l’imprevisto. Il ragazzo perse l’equilibrio, colpito al polpaccio dalla spada del soldato Norman, che aveva finalmente ripreso conoscenza.
Un guizzo di destrezza prese il controllo del sergente Hans che colse l’attimo per sferrare un colpo al braccio armato del nemico, ferendolo e costringendolo a lasciar andare la sua spada.
Il ragazzo non cadde, riuscendo, nonostante tutto, a balzare come un animale, ma il danno era fatto. Era disarmato, ferito ed in inferiorità.
Il soldato Norman si era alzato e sembrava essere padrone della situazione mentre teneva a distanza quella bestia ferita con la spada.
Il sergente si sforzò di tornare in piedi, ignorando il dolore per il pugnale ancora conficcato nella coscia e zoppicando cercò di aggirare il giovane.
Norman cercava di finirlo con affondi mirati, ma non riusciva comunque a colpirlo. La musica cambiò quando anche il sergente tentò di colpire.
Preso tra due fuochi opposti, il ragazzo subì un altro colpo che lo ferì all’addome e schivò per un pelo un fendente dall’alto che gli lasciò comunque un taglio superficiale sulla fronte.
– Dai che è nostro! – proruppe in un impeto di fiducia il sergente, ma si pentì immediatamente delle sue parole.
Il ragazzo si voltò verso di lui ed i loro sguardi si incrociarono. Quello che vide lo destabilizzò. Occhi luminosi, avorio liquido scorreva tra quelle palpebre. Quello non era un ragazzo e non era un alchimista: era un mostro!
La sua fiducia venne meno ed il mostro se ne accorse. Si avventò su di lui, come cieco, cercando di colpirlo al volto coi pugni e dopo due tentativi a vuoto, un gancio sinistro di inumana potenza raggiunse il viso di Hans, mandandolo al tappeto. Quando riuscì a rialzare la testa e a fermare il mondo che vorticava attorno a lui, il soldato Norman era già morto, con la sua stessa lama che gli spuntava dal petto e lo sguardo perso nel vuoto infinito.
Il mostro era sopra di lui, aveva recuperato la spada e gliela puntava al collo. Gli occhi erano di nuovo quelli di un ragazzo.
– Chi sei? – chiese Hans, sorprendendo se stesso con quella domanda.
– Callin! – rispose il giovane – Callin dagli occhi liquidi!
La spada calò e fu buio.

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Capitolo 17 - Vecchie Amiche
Capitolo 19 - Turbolenza
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Alessandro Zuddas

Alto, bello, forte, intelligente, affascinante, carismatico, sposta gli oggetti con il pensiero, sa volare, parla la lingua comune intergalattica ed è così dannatamente fantasioso che qualche volta confonde cioè che immagina con la realtà… diciamo spesso… anzi no! Praticamente sempre! A pensarci bene non è che sia così tanto alto, affascinante o tutte le altre doti prima esposte, ma a chi importa? Quando si possiede la capacità di creare un mondo perfetto o perfettamente sbagliato oppure ancora così realistico da poterlo sovrapporre alla realtà, perde di senso chi si è veramente e conta solo chi si desidera essere.

1 Comment

  1. avatar SaraIE ha detto:

    ho sentito bene???
    Riassumendo gli enigmi che mi divorano:
    Callin era un vecchio amico/conoscente di Vincent?
    e pergiunta un mostro???
    da che diamine di alchimista è andata a studiare rose???

    Fornitemi risposte al più presto o o temo che mi ucciderò bombardandomi di altre domande!
    x.x

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